Eutanasia o accanimento terapeutico: una falsa alternativa

Quando avevo meno di vent’anni ho letto un libro, “La morte amica. Lezioni di vita da chi sta per morire” di Marie de Hennezel, consigliatomi da una ragazza che faceva l’infermiera ed era a contatto quotidianamente con la sofferenza e la morte. Da allora, il dilemma tra “eutanasia” e agonia, la scelta angosciosa in cui potrebbe trovarsi ciascuno di noi nel momento fatale, mi è apparsa in tutta la sua ipocrita falsità.
Il libro è stato scritto da una dottoressa impegnata in un avanguardistico reparto di cure palliative francese, in cui venivano ricoverati i pazienti nella fase terminale delle loro malattie, o i malati affetti da patologie croniche e inguaribili, così terribili e atroci che è difficile anche solo immaginarle.
Nel libro non c’è alcuna impostazione ideologico/confessionale e la prefazione è stata scritta da Francois Mitterand, che tutto fu, tranne un chierichetto devoto.
Quello delle cure palliative è un concetto limpido che mai viene accennato nelle “battaglie di civiltà” di chi invoca il diritto alla “buona morte”; una verità semplice: non esiste un bivio impietoso e ineludibile fra “iniezione letale” (o interruzione di cure e nutrimento) e “accanimento terapeutico”.
Esiste ed è sperimentata una terza via, quella attraverso cui si somministrano al malato – terminale o inguaribile – cure palliative che ne leniscono il dolore fisico e lo accompagnano in un percorso terapeutico di assistenza psicologica, affinchè il trapasso avvenga nella maniera meno traumatica e più naturale. Qual è il problema?
Come ogni cura, anche quella palliativa costa: un costo di cui la collettività (lo Stato, se la parola ha ancora un senso) dovrebbe farsi carico. Nella consapevolezza che tali cure sono “a perdere”: il moribondo non guarirà, non produrrà più reddito da tassare; non contribuirà con i suoi sacrifici e la sua austerità al “bene comune” (ovvero al mantenimento di una élite nazionale e sovranazionale parassitaria e fratricida).
Alla luce di ciò, non mi é dato ravvisare nessuna battaglia di civiltà, nessuna modernità illuminata in quei provvedimenti in cui si ravvisa una riedizione in chiave ragionieristica, ma politicamente corretta, dell’eliminazione del debole o del “mal riuscito”, tipica di moltissime culture antiche. I malati costano, i malati terminali (o gli handicappati o i malati cronici) costano e non guariranno mai: investire in cure destinate solo ad assisterli fino alla morte deve apparire uno spreco osceno nelle nostre società occidentali e progressiste, in cui l’uomo ha senso solo fin quando sia in grado di produrre e consumare.
L’esperienza, anzi le esperienze, riportate nel libro sono illuminanti anche e soprattutto perché consentono di superare quella summa divisio artificiosamente esasperata fra impostazione laica e impostazione religiosa. E quel pensiero – che definiremo banale e idiota, se non conoscessimo la mala fede che dietro vi si cela – per cui a osteggiare i provvedimenti su eutanasia (o “fine vita” per usare il furbesco eufemismo) siano solo i fondamentalisti cristiani, ansiosi di emulare l’agonia del Nazareno morente.
Niente di più falso. Il ragionamento va invece impostato in una chiave oggettiva, di ragionamento e consapevolezza. Il tempo di chi sta per morire, ci spiega l’autrice, come quello di chi è inchiodato al suo corpo come ad uno scafandro da una malattia inguaribile e invalidante, è tempo di vita, non di morte. E come tale ha diritto alle cure mediche e all’applicazione di tutto quel sapere scientifico (declinato nei rami della chimica, della farmacologia e della psicoanalisi) che mai deve essere separato dall’aspetto umano e dall’umana empatia.
Mitterand, nella sua introduzione, si dichiara colpito da una paziente in particolare: una mamma trentenne, inchiodata al suo letto di ospedale da una patologia sopraggiunta e rarissima che le inibisce ogni movimento autonomo. Tranne per un solo dito, con il quale – aiutata da un pc – comunica con l’esterno. Con quell’unico dito spiegherà al Presidente francese la sua visione della morte: “Non credo in un Dio di bontà e giustizia… Ma non per questo ritengo che possiamo essere ridotti ad un mucchietto di atomi.. Chi morirà, vedrà!”
 
La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.
 

Se lo Stato asseconda il gioco d’azzardo

Sul gioco d’azzardo e le implicazioni patologiche e sociali che esso può determinare e determina, si è detto tanto e fatto poco. L’esame della situazione del gioco d’azzardo in Italia è sempre intrinsecamente collegato ad una valutazione di ordine morale, almeno etico, dal quale vogliamo discostarci per oggi. Per affrontare questo spinoso problema seguiamo una pista più pragmatica e meno mutevole a seconda della connotazione che si dia al gioco.

Pier Paolo Baretta, sottosegretario all’Economia con delega ai giochi, ha recentemente sostenuto che ‘liberalizzare’ il gioco d’azzardo, togliere di mezzo regole in materia, avrebbe contrastato l’illegalità. I dati, oggi, ci dicono piuttosto il contrario: ci dicono che ogni tipo di liberalizzazione del gioco di azzardo ha favorito la partecipazione di sempre più persone al fenomeno. In conseguenza alla crescita dell’offerta, è aumentata anche la domanda.

Lo diceva già la Consulta Nazionale Antiusura nel 2000, parlando di uno “sconcertante tandem tra il gioco legalizzato e il crimine”. Oggi anche la Commissione antimafia ha denotato che la criminalità ha forti interessi a radicarsi sia nel gioco illecito che, al contrario di quello che molti credono, anche nel gioco lecito, soprattutto quello online e quello relativo al settore delle scommesse.

Esiste una connessione, sottolineata dalla stessa Commissione antimafia, fra aumento del gioco lecito e maggiore ricorso a quello illecito. Si tratta del fenomeno per cui molti giocatori, e molti ludopati, passano dal gioco controllato a quello illecito, attirati da offerte che sono indubbiamente economicamente più allettanti. Finiscono così nel giro degli strozzini, e finiscono per sprofondare sempre di più in una patologia disastrosa per loro stessi e per il tessuto sociale: senza contare che contestualmente forniscono denaro e rilievo ad attività criminali.

Non vogliamo entrare ora nel merito delle azioni programmate dalla Commissione antimafia, la quale ha un suo piano strategico di contrasto verso la criminalità nel gioco legale/illegale: detto ciò, l’analisi tocca piuttosto la dimensione etica del gioco, una volta dimostrato che il controllo del gioco legale non è sufficiente per spodestare quello illegale anzi, in alcuni casi, sembra fargli da spalla.

Dal 2005 al 2014 il ricorso ai giochi ha avuto un boom del +191%, il guadagno erariale è stato solamente del +30%. Nel 2014, si stima che ogni italiano (inclusi anziani e neonati) abbia speso a testa 1400 euro per il gioco d’azzardo. Nel panorama europeo deteniamo un merito di cui non possiamo essere fieri: siamo al primo posto nella graduatoria dei Paesi per la spesa nel gioco.

La domanda quindi sorge spontanea: che cosa guadagna lo Stato dal gioco d’azzardo?

Le casse statali ricavano (in media) intorno agli 8 miliardi di euro netti ogni anno: questo settore fa lavorare, in Italia, circa 120mila persone legalmente. Ai costi che lo Stato indubbiamente ricava dobbiamo togliere gli indubbi costi economico-sociali della ludopatia, che sono di diversi miliardi di euro. Secondo il Servizio Sanitario Nazionale un giocatore su 75 versa in uno stato patologico.

Inutile sottolineare qui che gli effetti della ludopatia sono pesanti sia sul bilancio familiare (in termini economici e affettivi, in quanto spesso portano alla rottura delle famiglie) sia in termini lavorativi e sociali. Ci sono circa 800mila giocatori patologici in Italia. Secondo uno studio di Eurispes, il 56% dei giocatori è disoccupato e appartiene ad una classe sociale medio-bassa. Il fenomeno non risparmia i giovani: dal 2000 al 2009, gli studi hanno evidenziato che gli studenti che dichiarano di giocare d’azzardo sono passati dal 39% al 50%.

La società civile, però, non è del tutto indifferente a questa piaga strisciante che si sta diffondendo a macchia d’olio. Esistono piccoli commercianti, titolari di bar e di locali che decidono di loro spontanea volontà di eliminare le macchinette, rinunciando ad un indubbio introito economico. Tuttavia, senza un vero supporto pubblico, la loro rimane una sorta di lotta di Davide contro Golia: dove Golia è lo Stato, che guarda senza fare nulla, in una sorta di bilico fra il contenimento dei danni della ludopatia e la totale indifferenza nei confronti di questa tragedia mascherata da slot colorate.

Il danno della ludopatia è sia di natura economica (diversi studi evidenziano che se i soldi spesi nel gioco venissero impiegati in modo diverso lo Stato avrebbe maggiori guadagni dall’IVA) e di natura morale. Lo Stato, assecondando la ludopatia, è costretto anche a cercare dei rimedi per una vera e propria piaga sociale non indifferente. Alcuni dei palliativi per la ludopatia sono gli sportelli dell’ASL di contrasto a questo problema, come anche il servizio svolto da altri enti che gratuitamente offrono la consulenza di professionisti per aiutare le persone ‘malate da gioco’. Tuttavia, questo non basta per sradicare il problema dal tessuto sociale.

Lo si può fare solamente riscoprendo un nuovo ruolo dello Stato nella disciplina del gioco d’azzardo: uno Stato presente, non asettico bilanciatore di interessi super partes, gestore del gioco pubblico e anche colui che paga le cure di chi per gioco s’ammala. Nella scommessa del gioco d’azzardo, indifferenti non si può rimanere: è ora che anche lo Stato, o meglio, le persone che lo compongono, comincino a giocare un ruolo in prima linea per la difesa della società, delle famiglie, e del benessere psico-fisico dei cittadini.

 

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.