Uso e abuso della “percezione”

«Io e te – spiega una scuola di psicologia e psicoterapia molto distante dalle fissità interpretative di Freud ed altri esponenti delle psicologia classica1siamo due organismi ed entriamo in contatto attraverso la nostra interazione che avviene attraverso ciò che viene definito “confine del contatto”», involucro che protegge il sé, inteso come «“organo” della persona, uno strumento che ha insita la capacità di regolare l’organismo che presiede e di risolvere i suoi problemi per mezzo della sua caratteristica principale che è quella di essere un “processo permanente di adattamento creativo” dell’uomo al proprio ambiente», e allo stesso tempo ‘stoffa’ di aderenza tra soggettività.2 Il sé quindi non è più l’anima, ma lo strumento che agevola la conoscenza e l’incontro ed è qualcosa che va plasmandosi nella continua verifica alla quale il reale lo obbliga. In questo senso ogni momento è crescita.

«Il termine tedesco Gestalt è il participio passato di von Augen gestellt che letteralmente significa posizionato davanti agli occhi, ciò che compare allo sguardo, ovvero forma». La Gestalt considera fondamentale e lavora sulla percezione della realtà anche attraverso i suoi dettagli facendo emergere dallo sfondo spesso indifferenziato la figura dettagliata.«Il motto per antonomasia dei gestaltisti è: “Il tutto è più della somma delle singole parti”, significa che la totalità del percepito è caratterizzato non solo dalla somma dalle singole attivazioni sensoriali, ma da qualcosa di più che permette di comprendere la forma nella sua totalità»3.

Il modello terapeutico in questione punta alla crescita della persona e alla sua “competenza relazionale”, “crescita” intesa «come costruire, attraverso un processo di confronto critico, una nuova integrazione tra Soggetto e Ambiente». La crescita dunque avviene attraverso i contatti con l’ambiente, ma «ogni contatto implica una fase conflittuale nella quale gli equilibri esistenti entrano in crisi (conflitto tra “vecchio” e “nuovo”, tra Organismo e Ambiente) ed una fase costruttiva, nella quale si perviene ad una nuova sintesi (cfr. la “fusione degli orizzonti” di H.G.Gadamer)»4.

Ci incuriosisce siffatta scuola di terapia, proprio perché sembra essere all’avanguardia nel trattare con serietà le sensazioni, i bisogni, i segnali del corpo, nel non “criminalizzare” il disagio, a non considerarlo imprinting insuperabile e a lavorare sugli istinti primari e le percezioni per restituirli alla consapevolezza della persona ed affermarli come forza creativa, in tempi in cui vi è un aumento di richieste di aiuto psicologico, un aumento delle psicosi e dei disagi (già in età adolescenziale5) legati soprattutto alle “nuove solitudini” che spingono alle dipendenze da sostanze e da santoni6, all’instaurazione di rapporti malsani, al rifiuto di relazioni significative con l’altro.

Il fatto che le scienze psicologiche siano diventate “di moda” e i loro contenuti accessibili a tutti, attraverso la rete e i reparti di librerie e biblioteche sempre più forniti di libri motivazionali e di crescita personale, ha portato con sé un retroaltare pericoloso, la pan-psicologizzazione sociale, ad opera di chi il più delle volte non ha adeguata formazione o ad opera di chi ce l’ha ma la utilizza non per la cura della persona, bensì per trarre profitti dalle consulenze o per i fini più disparati. Secondo un think thank del Pentagono «Il presidente russo Vladimir Putin sarebbe affetto da sindrome di Asperger, “un disturbo autistico che influenza ogni sua decisione”».

Le scienze psicologiche e psicocliniche si prestano purtroppo ad un uso deviato e deviante, che non risparmia nessuno e ancor più pericoloso è lo scimmiottamento di esse. In un simile clima, se la psicologia ‘assiste’ la persona, un qualche ‘medico’ deve occuparsi della comunità che nella sinergia crea il terreno ove la persona si sviluppa e nell’applicazione distorta di certi saperi lo ammorba di piante cattive.

È quanto accade nel tempo del politicamente corretto e delle memorie del bisogno, tempo in cui la proposizione di un problema “ambientale” è mutata e resa, nella sua narrazione, in percezione di qualcosa che si insinua esista soltanto nella dimensione appunto sensoriale del soggetto, presentato come influenzabile e fobico, schiavo di mediocri ossessioni, attaccato alla gonna della meschina paura.

È quanto avviene in tema di sicurezza e immigrazione con consequenziale messa la bando dei “seminatori di odio” e fomentatori di infondate paure, alias critici del sistema migratorio attuato, mentre la forza del reale della cronaca lacrime e sangue illumina silenziosa l’artata cecità. È ciò che accade sul versante dei “nuovi diritti” che, se non vanno a genio o suscitano perplessità stante la contemporanea concessa eliminazione di quelli sociali, comportano un immediato inserimento nel registro degli omofobi, dei retrogradi, dei bigotti, degli haters. Ma prima ancora dei temi spinosi, la questione riguarda il normale e l’ovvio, che sì con questi problemi si intreccia, ma non sempre.

Ricordo a tal proposito un gustoso commento alla foto che circolava su facebook presentando la famiglia del futuro già possibile, quella gender fluid e atipica, di una mamma transgender (mi si perdoni se non azzecco la sfumatura precisa), ormai esteticamente con sembianze maschili (barba e fisicità mascolina), la quale o il quale (chiedo sempre venia) allattava il suo bambino partorito “da uomo”. Alle constatazioni che ciò non sia esattamente il valzer della normalità mosse da più utenti, altri molto più aperti ribattevano con un politicamente correttissimo pensiero che suonava o meglio tuonava più o meno così: «non bisogna giudicare questo come il prodotto di cultura macabra e destabilizzante… Io vedo una mamma che nutre il proprio figlio».

La nostra attenzione deve fermarsi sul “io vedo”. Essendo l’oggetto della visione un qualcosa che logicamente e obiettivamente è da condursi almeno sul piano estetico a tutt’altro, vien da dire che questo “io vedo”, non è il vedere oggettivante di Tommaso che accetta la Verità della visione, ma è una costruzione soggettiva oltre la percezione fisica dell’occhio che si impone sul reale, svuotandolo, decostruendolo, sostituendolo con la farsa del “io vedo una madre”, mentre la visione che si presenta all’iride è quella di un uomo che sostituisce agli occhi innocenti del pargolo ‘l’archetipo della madre’ nell’atto che fa più madre di tutti: l’allattamento.

Il “io vedo” sottende l’accettazione pacifica dell’anormale, che non ha nulla di ovvio ed ha, a nostro avviso, molto di insalubre. Ecco così trasferito sul piano dell’ottimismo, della positività (finanche quella giuridica dell’”amore” che «vuol farsi diritto per realizzarsi pienamente»7), del buono e del bello, ciò che per natura è almeno “strano”, in un tempo peraltro che condanna il minorato e il diverso alla solitudine o ad essere un non nato (ci si chieda come mai nel politicamente correttissimo e civilissimo Occidente nascano sempre meno bambini con la trisonomia del cromosoma 218).

Di contro, ecco trasferito sul piano della ‘fobia’, della patologia, ciò che dovrebbe stare sul piano delle relazioni ‘più antiche’ e delle dinamiche essenziali alla vita. La vita che è relazione. É recintato quindi nell’ambito della scelta soggettiva ciò che non va apprezzato come fatto isolato e faccenda individuale, concernendo invece l’antropologia, la cattura delle dinamiche umane non come mera speculazione intellettuale, ma responsabilità nel cogliere i segni del tempo e non lasciarli alle pagine dei libri, soprattutto quando sono spie e sintomi di morbi pericolosi. La realtà fattuale è banalizzata e costretta nella bolla della psicosi, dell’astruseria, della singolarità, della pochezza. Chi si lamenta degli aspetti tragici del reale mettendo in discussione politiche e progetti è bollato come quello che per ignoranza “non ce la fa” ad accettare questo mondo petaloso.

La “migliore vecchia pazza dopo Oriana Fallaci” (C. Langone)9, l’antropologa Ida Magli, aveva più volte evidenziato quell’imbroglio moderno del collegare alla sfera psicologica quei problemi che, non soltanto per onestà intellettuale, andrebbero letti invece usando la lente dell’antropologia culturale, che dal modo di atteggiarsi degli individui nelle relazioni che intrattengono estrae il succo amaro delle dinamiche involutive e il miele dolce delle possibilità d’elevazione, e funge da strumento di anticipazione e precauzione.

Il metodo antropologico, avendo in qualche misura a cuore il benessere dell’uomo e il senso stesso dell’esistenza, una e breve, sembra implicare anche la considerazione di non essere capitati per caso nel mondo, ma dell’essere portatori di un senso che merita un riconoscimento e una cura, dell’essere fautori di dinamiche che modificano l’orizzonte degli eventi.

Usiamo poi la provocazione langoniana non perché riteniamo tale la professoressa, né tale la riteneva il giornalista che anzi ne sottolineava l’acume, ma riprendiamo l’epiteto proprio perché il boicottaggio delle intuizioni della Magli operato dagli intellettuali senza argomenti è passato proprio dallo screditamento nella semplicistica reazione di stomaco, quanto mai banale, secondo cui le donne che pensano fuori dal coro siano in fondo un po’ matte, soprattutto quando sono anche belle o quando anticipano i tempi.

Ancora più matte sono quando amano e vogliono portare la gonna e non i pantaloni, come vuole il femminismo più audace, che della donna nega quanto è già inscritto nel suo corpo: la maternità. Ciò viene realizzato nell’asserzione che la verità del corpo (il bacino non piatto che aiuta il sostegno del pancione, il seno che produce latte) sia in realtà una fallace percezione, o meglio, citando una ormai nota e comica definizione “un concetto antropologico”, sedimentato in anni di patriarcato.

Facendo leva sulle debolezze e gli aspetti psicologici queste nuove costruite percezioni mortificanti la natura, nel paesaggio del “io sono me stesso”, espressione ‘tammarica’ che significa niente, fanno “regola tra le parti”.

Prendendo l’universo social come uno dei più vividi schermi ove si proietta, spesso invero deformato, il comune sentire sociale, hanno in qualche modo impressionato i commenti di matrice ultra-femminista rivolte in un articolo all’artista Frida Kahlo, monumento intoccabile agli occhi una certa intellighenzia anche progressista, apostrofata “scendiletto”, “schiava d’amore”, “cagna” per avere dedicato al suo Diego Rivera, non esattamente il prototipo dell’uomo piacente, mielose parole di amore totale10.

Riconosciuto il proprio ombelico come centro del mondo, la propria esperienza, spesso falsata, è sentenza, è legge. La propria costruzione ideologica è bibbia. Chi non ha – magari per grazia del Signore – quella stessa esperienza allora deve tacere. Del lavoro in miniera parli solo chi ha svangato in miniera. Sia mai che chi non ha tirato fuori un chilo di carbone possa empaticamente abbozzare un’analisi.

La ricerca viene invece ridotta a complotto, l’oggettività dei dati sminuita a impressione, gli orrori di guerra a fake news, le false flag a verità. I revisionismi fisiologicamente al bando!

È, sul piano umano, la morte dell’empatia, dell’affettività, del senso del sangue e della continuazione del sé, dell’adesione fertile nell’amicizia, del desiderio di sperimentare i propri limiti e i propri eccessi nella crescita insieme. È la morte dell’altro, ammesso solo nella funzione di strumento di appagamento egoistico.

L’iper individualismo ci consegna un mondo molto povero di alterità, dove non possono così esistere, nemmeno della dimensione della visione letteraria, le tensioni più intime che sono la fiammella dei popoli e, in qualche senso, le caratteristiche dei Santi: il senso dell’ingiustizia, il coraggio della ribellione, il desiderio di comunità, le tensioni grandi e le inquietudini piccole, lo sguardo oggettivante che riconosce il vulnus e lo cura.

Non è più il tempo di Anna Karenina, del romanzo onnisciente soppiantato dal catino delle vomitate social, del sogno, della poesia e dei carteggi amorosi ove il pittore comunista scrive all’amata «sono avvolto in una dolce nuvola d’oro che si chiama Marta e fuori da questa nuvola mi sento solo e sperduto» e la Duse al Vate «Muoio di melanconia senza di te, Gabri».

 

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione, scattata alla Biennale di Venezia.

2http://www.igf-gestalt.it/2013/06/teoria-del-se-e-ciclo-del-contatto/ Mentre nella psicoanalisi come nella Psicologia analitica il “Sé”, scritto maiuscolo, rappresenta una struttura centrale, nucleare dell’individuo, molto profonda e fondamentale, al contrario in Gestalt la parola “sé” si scrive minuscola perché non ha niente a che fare, senza peraltro escluderne l’importanza e l’esistenza, con una qualche struttura particolarmente “nobile” di tipo archetipico come l’anima o lo spirito o con un qualche nucleo centrale e primario della persona che ne definisce la natura innata e specifica. Si potrebbe dire piuttosto che il sé è come un “organo” della persona, uno strumento che ha insita la capacità di regolare l’organismo che presiede e di risolvere i suoi problemi per mezzo della sua caratteristica principale che è quella di essere un “processo permanente di adattamento creativo” dell’uomo al proprio ambiente, interiore ed esteriore, come peraltro esso viene appunto definito da Goodman. In questo caso quindi per ”processo” non si intende più un qualcosa di statico, fermo, sempre uguale a se stesso, ma piuttosto qualcosa che è in movimento e che cambia continuamente col mutare delle situazioni interne ed esterne, attraverso questa sua funzione creativa di organizzarsi e riorganizzarsi in base alle diverse circostanze, con lo scopo di ristabilire l’integrità organismica. Questa è la funzione che ci permette di ritrovare il benessere quando lo perdiamo e che possiamo pertanto intendere come fondamentale nella spinta alla vita e alla salute.

4http://www.gestaltherapy.it/Gestalt-Psicoterapia-Modello.aspx?nav=itmModell

5https://www.tecnicadellascuola.it/alunni-fragili-famiglia-non-parlano-serve-uno-psicologo-scuola-li-faccia-aprire

6http://www.repubblica.it/cronaca/2018/02/27/news/le_sette_in_italia_testimonianze_numeri-189839775/

7http://astratto.info/rodota-lamore-si-libera-dal-predominio-del-diritto.html

8https://www.huffingtonpost.it/2017/08/22/in-islanda-non-nascono-quasi-piu-bambini-con-la-sindrome-di-down-i-genitori-chiedono-lo-screening-prenatale_a_23156663/

9https://www.ilfoglio.it/articoli/2014/01/01/news/per-non-ascoltare-mika-basterebbe-leggere-quella-vecchia-pazza-di-ida-magli-74088/

10 (La mia notte mi strema. Sa bene che mi manchi e tutta la sua oscurità non basta a nascondere quest’evidenza che brilla come una lama nel buio, la mia notte vorrebbe avere ali per volare fino a te, avvolgerti nel sonno e ricondurti a me).

C’è chi ama l’umanità per disprezzare meglio il prossimo

“C’è chi ama l’umanità per disprezzare meglio il prossimo”. Il nostro titolo provocatorio, nel salotto del politicamente corretto, potrebbe mandare al manicomio (o al pronto soccorso, a seconda della gravità della boldrinite) tutti gli amanti del linguaggio inclusivo e della moderazione, ma dimostreremo che la sostanza di questo gustoso coup de théâtre, in apparenza cosa di politica, riguardi in primis ciascuno e la sua dimensione più intima.

Amare l’umanità, avere uno sguardo sul mondo pulito e non sospettoso, credere nella bellezza delle emozioni è motivo di pregio, ma facile è rispettare un’idea, meno facile è rispettare una persona in carne e ossa che si pone dinnanzi a noi con le sue mancanze, i suoi slanci per noi intollerabili, la sua bellezza per noi incontenibile, perché – diciamolo – nell’altro ci sono io con il mio di più e il mio di meno.

Ora, non si vuole con siffatta affermazione asserire, come piace fare ad esempio a certuni sostenitori e fautori dell’ideologia omosessualista secondo i quali dietro ogni non omosessualista ci sarebbe un gay represso (assunto questo che per logica ci porterebbe a pensare che tutti siamo potenzialmente non eterosessuali, facendo certamente rivoltare Darwin nella tomba) che vi sia ‘fobia’ nel mancato riconoscimento dell’altro dinanzi a me come soggetto-oggetto di rispetto/”diritti”, ma si vuole porre invece l’attenzione sulla misura e sulle dinamiche di tal sentimento.

Spontanea e innocua è l’adesione emotiva ad una realtà distante che non ci appartiene né personalmente né come condizione ambientale in cui la nostra persona (il termine indica originariamente la “maschera”) andrebbe a svilupparsi e declinarsi, in cui mancano necessariamente due dimensioni: il ruolo nella comunità (che può essere poco o molto e tra poco diremo) e una motivazione, una volontà, una proiezione del proprio sé, un interesse.

In questo limbo sociale senza comunità in sostanza non esisterà mai il conflitto di interesse e la relativa necessità di limare le istanze di ciascuno per addivenire a una soluzione che scontenti il meno possibile tutti, non esiste competizione perché non esistono spazi comuni da dividere, risorse comuni da distribuire, egoismi da esaltare, bisogni da imporre come prioritari, meccanismi di potere relazionale da confermare.

Facile quindi è rispettare un’idea o una categoria astratta (i poveri, gli omosessuali, le donne, i bambini, gli anziani), meno facile è rispettare il povero in carne e ossa che rovista nei cassonetti e disturba il decoro, l’anziano in carne e ossa di età avanzata che si sbava o si lamenta in casa di riposo (le cronache di questi giorni hanno fornito uno spaccato terribile e tragico), il bambino che sì, in asilo vuole fare il bambino, ma alla maestra questo non va.

Mentre fioccano giornate internazionali della gentilezza, dei nonni, del minore, del bambino, del migrante, delle vittime di ogni disgrazia possibile, omaggiate con manifestazioni di piazza, cornici social, sconti dedicati, raccolte firme e manifesti, i problemi reali “della gente”, quale categoria informe e astratta, cui forse sì andrebbe sostituita l’espressione “della Persona”, soggetto fisico e psichico, portatore di intrinseca dignità, non sembrano trarre alcun giovamento da cotanta sensibile sensibilizzazione diffusa, proprio perché, un conto è rispettare un concetto, un conto è rispettare l’altro nella carne.

Questa idea è più volte balenata nella mente quando abbiamo assistito ad episodi di sputi e offese gratuite su mamme e passeggini in fila per le veglie delle Sentinelle in piedi, veglie silenziose per rivendicare il diritto di un bambino ad avere un padre e una madre e la libertà di affermare ciò, ad opera nientepopodimeno dei fautori e sostenitori delle politiche del linguaggio inclusivo e dell’antidiscriminazione. Il diritto allo sputo però è parso troppo persino ai dirittologi più audaci.

Ci siamo più volti chiesti dove sia stata questa grande onda sensibilosa di massa quando politiche scellerate hanno ferito i nostri lavoratori, quando hanno umiliato i nostri malati, rendendo le cure un privilegio sempre più raro e ci siamo chiesti dove stia il rispetto, prima ancora del diritto alla privacy, del bambino africano schiaffato con i suoi occhi grandi sulle campagna pubblicitarie che di lui ci dicono il nome e ci raccontano ‘la fame’ al fine di spremerci il portafoglio. Tollereremmo qualcosa di lontanamente simile se Matoub fosse nostro figlio?

Sempre in tema di straniero, ci siamo chiesti quale sarebbe la tutelata dignità del migrante immortalato nell’aiuola con la scopa in mano, scatto che consente ai politicanti de noantri di dimostrare la volontà di inclusione e il “servizio” reso dallo sventurato alla comunità, nonché una certa qualità dello stesso. Farebbe ridere se non facesse piangere, visto che per pulire un’aiuola non occorre essere ingegneri della NASA e la posa non restituisce nulla di morale o qualificante, ma solo un’umiliante costrizione per gli attori dell’esibizione.

Ci si chiede come mai i tanti suicidi di disoccupati, neodisoccupati e imprenditori non facciano notizia, non creino empatia, espressione come sono di una cultura imprenditoriale e del lavoro mal assimilata dalla società italiana, che tende a considerare un fallito uno che non ci ha saputo fare e un fallito suicida uno che non stava bene di testa. E forse è vero, ma cosa abbiamo fatto per arginare la sua inquietudine?

Un anno e passa fa si suicidava Tiziana Cantone, troppo poco acculturata per suscitare una parola di sdegno delle senoraquandiste indignatissime per le tresche amorose del Berlusconi. L’inquantodonnismo sconclusionato dinanzi alle vicende di questa donna è evaporato e con esso il rispetto e il silenzio. Se ne sono lette di ogni ogni su una donna che, da un certo momento in poi, ha opposto all’orgoglio puttano la voglia di dimostrare di essere migliore dei suoi errori.

A Tiziana – la chiamo per nome con tutta la vicinanza possibile seppur vana e non come fanno spesso i media che usano il confidenziale al solo fine di creare beniamini del pueblo presentandoli come cugini di campagna (ricordo la Clinton che, in periodo di campagna elettorale, era per tutti “Hillary”, mentre Donald Trump non fu mai e mai sarà Donald per ovvie ragioni) – non è stata possibile una vita altra.

Se avesse optato per una carriera nel porno l’avrebbero invitata nei salotti televisivi glorificandola. Invece è morta nella peggiore delle solitudini, quella di una vita resa un continuo riproporsi di un dolore da parte di tanti responsabili che messi insieme fanno nessun responsabile, quella di una vita senza rispetto, perché, appunto, uno è il nodo e ritorna: un conto è rispettare “le donne”, un conto è rispettare una donna con nome e cognome, che abita di fronte a te, con cui prendi l’aperitivo, con cui dividi l’ufficio, che mai dovrebbe diventare l’oggetto dei propri meschini sghignazzi.

Basta guardare i numeri “della depressione” per accorgersi come, nella società senza comunità, un solo è solo in termini assoluti, è solo anche in mezzo alla folla, essendo questa null’altro che l’insieme di tanti egoismi che viaggiano a ritmi diversissimi e non conoscono l’unisono.

Rispettare l’individualità comporta responsabilità, comporta implicarsi col nostro essere poco o molto, comporta misurarsi trovandosi poco o molto e da questa verifica “drizzare il tiro” dell’esistenza, comporta quindi riconoscersi attori di errori ma anche di perdono e di ‘guarigioni’, comporta “fare spazio” e per fare spazio talora occorre rinunciare a una parte del sé, alle pulsioni egoistiche, a ciò che fino a un attimo prima sentivamo come irrinunciabile, occorre trovarsi in mezzo, a metà strada, occorre emanciparsi dai propri dolori, ché non diventino del mondo.

Nell’epoca del “diritto a godere” e della vita senza adesione e senza sacrificio, questa impostazione è ovviamente perdente. Non è qualcosa di soffuso, ma di sedimentato: società non è sinonimo di comunità e oggi come mai prima lo si avverte pesantemente, nelle tante solitudini di gente che condivide i luoghi e i destini senza incontrarsi, senza volersi attraversare. La società che non sa essere comunità, che valorizza la massa informe e inconsistente e discapito della Persona con le sue peculiarità, soffoca, mentre è soltanto la sinergia degli slanci, l’empatia nelle preoccupazioni, l’adesione ad una visione comune che liberano, che non uccidono.

Facile è fare proprio un concetto astratto e difenderlo a spada tratta, meno facile è impugnare il gladio o deporlo quando si tratta di rispetto dell’altro dinanzi a te, di carne, sudore e visioni o dell’altro con la pochezza delle sue prospettive. Fa onore difendere i fratelli lontani, dell’Africa o delle favelas argentine, meno facile, ma altrettanto decorante è avere slanci tanto potenti, motivati e ponderati verso il fratello che abbiamo in casa e il dirimpettaio di pianerottolo e l’automobilista al semaforo, il padre.

Meno facile perché in quel caso, non essendo un’idea rappresentata, una proiezione, non basta più il pensiero, ma occorre compromettersi in un’azione, in atti di volontà, occorre abbandonare il terreno dell’impalpabile e mettersi in gioco con quello che siamo e non siamo e quello che potremmo ricevere in quello della realtà, impastata di mille sfumature e non tutte ci piacciono o potrebbero piacerci.

In questa implicazione non è detto che ne usciamo come vorremmo: la verità del fatto potrebbe fornire di noi la descrizione di umiliati, di cinici, di pezzenti, di mediocri, di brave persone, di uomini di grande animo e generosità, di anime senza coraggio, di individui plagiati o manipolatori…

Aderire ad una preoccupazione astratta ci evita il rischio di scoprire che l’altro non ci sta, non è d’accordo, non si beve un pace finta, non vuole un amore finto, ci evita il rischio di scoprirci diversi da come ci eravamo idealizzati, improvvisamente messi a nudo nella nostra sostanziale incapacità di rispettare nella concretezza del vivere la Persona accanto a noi a sua volta denudata dalla potenziale categoria che riuscivamo a difendere invece in astratto con tutta la violenza possibile.

Del resto, se anche solo una minima parte degli slanci “social” avesse una piccola corrispondenza nella vita reale, questo forse sarebbe il migliore mondo possibile, o forse sarebbe solo un inferno, giacché, richiamando Ida Magli, quando confutava “La pace perpetua” di Immanuel Kant, non esiste la pace (lei si riferiva a quella tra gli Stati, ma la metafora credo funzioni), ma il conflitto e la forza, esiste il ‘bellum’ che è in ciascuno col proprio portato di conflitti che non si risolvono ‘tecnicamente’, ma evolvono in conflitti superiori, e così l’individuo si fa degno della passeggiata della vita.

Se ci rendessimo conto di ciò, forse avremmo meno affetti dalla sindrome “del volontario di guerra”, guerra la sua personalissima che interessa ora i delfini, ora la violenza sulle donne, ora il cibo salutarissimo, ora le truffe in chirurgia estetica, guerra sempre distante da sé sia mai, almeno che non ne sia in qualche modo di qualche elemento un testimone quindi un vip della tragedia, e non avremmo tanta solitudine, tanti suicidi, tanti omicidi, tanto senso dell’incomunicabilità più atroce, tanta sporcizia davanti la porta di casa, e qualche volta, anche dentro.

 

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.

La deformazione della realtà per adattarla a pulsioni e psicosi

Giovanni Iudice, Nudo allo specchio, olio su tela cm70x60, 2007

 

La sociopsicoanalisi si aggira tra le disfunzioni individuali e collettive della società senza trovare una diagnosi univoca per schedare il disagio generale. Del resto, ogni forma di catalogazione e di incastro nosografico si scontra con le singolarità degli individui, ed ogni espressione patologica è sempre mista, variamente associata con altri spunti e segnali di disfunzione.

Charles Melman tenta di operazione di riassunto dei variegati malesseri, ed in un suo saggio sintetizza questa denunciata condizione patologica in un titolo lampante: “L’uomo senza gravità”.

È questo il prototipo dell’attualità umana. Un essere fluttuante che ha reciso ogni legame ed estirpato le proprie radici illudendosi di perseguire una libertà illimitata, e invece si è trovato prigioniero delle proprie angosce e schiavo di bisogni artificialmente indotti e mai soddisfatti.

Un essere che ha preteso di superare ogni limite e di infrangere qualsiasi legge, precipitando in una irrealtà caotica ed in una totale assenza di orizzonti e di riferimenti.

Un essere che ha creduto – nell’allucinazione narcisistica e onnipotente delle “colomba di Kant” – di liberarsi dall’attrito per volare meglio, di disinnescare l’attrazione della gravità, e quindi della realtà, per trovarsi alla fine a ondeggiare nell’universo vacuo ed inconsistente del relativo, del transitorio e dell’effimero.

Questo soggetto mediocre, qualunquista, indifferenziato ha perso la sua dimensione specifica per trasformarsi in un individuo flessibile, malleabile e sostanzialmente sostituibile.

Mentre per Freud, ne “Il disagio della civiltà”, il soggetto si costruiva con la frustrazione delle sue pulsioni dato dall’impatto con la realtà circostante, ora questa realtà non solo permette, ma esige, il superamento di ogni frustrazione, il dovere del godimento – secondo il teorema di Lacan – la soddisfazione omologante delle voglie.

L’Io si definiva attraverso il limite delle richieste dell’Es ed il controllo del Super-Io interiorizzato. Ora, l’Es ha invaso l’Io tracimando oltre le barriere del Super-Io, e il risultato è quello di un individuo in balìa delle pulsioni, frammentato nelle sue rappresentazioni, totalmente incapace di sostenere il confronto con il reale attraverso la decifrazione del simbolico.

La condizione è simil-psicotica, dove tanti mondi egoistici vivono l’uno accanto all’altro senza opportunità di conoscenza; dove la distorsione ideativa e percettiva, attuata dopo anni di decostruzione della persona e di oggettivazione dell’umano, ha indotto a credere in una irrealtà diffusa e pervasiva. Senza più confini e prescrizioni ogni cosa è possibile, e se non è possibile ora bisogna applicarsi per farla rendere avverabile.

Basti pensare all’ideologia gender ed alla sovversione delle leggi della natura e della genetica.

In questo modo, alla psicotizzazione della realtà si è arrivati alla reificazione dell’uomo e, con essa, alla perversione dei rapporti interpersonali.

Allora, un tecnico affidabile, un esperto cultore del campo psichico e simbolico potrebbe chiedere: siamo di fronte ad una psicosi o ad una perversione della società e della realtà?

A questo proposito Melman offre una diagnosi ed una analisi che sembrerebbe paradossale: «La perversione, in questa storia, è l’unico ancoraggio contro la psicosi».

In altri termini, la questione si potrebbe spiegare così: dato che il perverso conosce le regole, le norme ed i divieti, ed è nella sua natura trasgredirli, con la sua attività violenta, ribelle e al limite anche sanguinaria, definisce con valenze seppur negative l’esistenza di proibizioni e tabù che lo psicotico ignora per mancanza di strumenti di conoscenza.

Il perverso avvisa il contesto societario della sua fatuità e lo costringe a confrontarsi con la realtà. Potremmo dire che il male mette in scena quel bene che pretende di disconoscerlo e di negarlo. Sta a lui, poi, porre il dovuto rimedio.

C’è una soluzione a tutto ciò nella condizione attuale di anestesia e di rassegnazione. Melman è pessimisticamente categorico: «In realtà non esiste forza, né culturale né sociale né psichica, che ci inviti ad uscire dal nostro malessere. […] Non c’è scelta, per noi, che tra il sembiante della realtà e il reale dell’inferno».

Donne che odiano gli uomini: i limiti e l’ipocrisia delle battaglie per i diritti delle donne

Assistiamo, da qualche tempo a questa parte, ad una strana contraddizione di cui, pare, nessuno rilevi l’effettiva e paradossale portata. Se, infatti, da una parte istituzioni, politica e media tendono a far sbiadire in maniera costante e progressiva le “differenze di genere”, smentendo la retrograda distinzione fra due soli sessi (quello maschile e quello femminile) a vantaggio di differenziazioni molto più variegate e fantasiose, dall’altra gli stessi organi si fanno portatori di una martellante campagna volta a costruire artificiosamente dei “distinguo”, tesi – questa è la pretesa – ad una maggiore tutela delle appartenenti al genere femminile.

E così, nei giornali, nei proclami politici, nelle dissertazioni più o meno impegnate il tradizionale e femminile color rosa si tinge del nero della cronaca, per via delle violenze di cui le donne sarebbero quotidianamente vittime. Da qui l’orrendo neologismo, “femminicidio”, che individuerebbe il fenomeno, definito in preoccupante e costante aumento, dell’uccisione di una donna da parte di un uomo.

Senza alcuna volontà di sminuire la portata di violenze e delitti, chiunque ne sia la vittima, sarebbe opportuno chiarire che, dall’esame dei dati statistici, emerge che il fenomeno – così come dipinto dai media e dalle vestali post-femministe – in realtà non esiste: il numero delle donne vittime di omicidi e violenze è di gran lunga inferiore a quello degli uomini, né è dato ravvisare un aumento esponenziale, nel corso degli anni, di reati e delitti che abbiano come vittima una donna. Non solo.

La denuncia affranta e preoccupata di chi vorrebbe le donne destinatarie di comportamenti violenti, ossessivi e criminali da parte di uomini che quasi sempre sono fidanzati, mariti o ex compagni, ovvero spasimanti incapaci di accettare un rifiuto, passa inevitabilmente per la vulgata di un Paese, il nostro, retrogrado, maschilista e patriarcale, affetto da una mentalità che condanna la donna ad un ruolo subalterno e inferiore, che quasi la considera una pertinenza o una proprietà dell’uomo (padre, marito, amante che sia).

Eppure, un’indagine svolta dall’Agenzia per i Diritti Fondamentali della UE nell’ambito di violenze e omicidi ai danni delle donne dai 15 anni in poi ha dimostrato che i Paesi mediterranei (e cattolici…) dell’Europa Unita possono vantare un numero di violenze sessuali e “femminicidi” inferiore a quello degli altri Paesi, con un numero di simili reati che cresce man mano che si sale verso il Nord del Continente e diventa preoccupante proprio in quelle illuminate socialdemocrazie scandinave che tutti immaginiamo all’avanguardia per mentalità e sviluppo sociale1.

Un altro atteggiamento pseudo-protezionistico nei confronti del “gentil sesso”, che vive la ribalta nella stampa e nelle discussioni politiche e intellettuali, è quello delle cosiddette “quote rosa”, ovvero delle quote minime di presenza femminile all’interno degli organi politici e istituzionali, elettivi o meno.

È di questi giorni, ad esempio, la notizia che il consiglio regionale della Sardegna ha votato per l’inserimento del principio della “doppia preferenza di genere” nella legge elettorale statutaria e alle prossime elezioni regionali, dunque, i sardi avranno la possibilità di esprimere due preferenze (la seconda di genere diverso). La legge approvata introduce anche il principio che prevede la parità al 50% nella compilazione delle liste e, sempre a garanzia di una perfetta parità, un numero di candidati pari (maggiorato di un’unità) anche nelle circoscrizioni con seggi dispari.

Il ragionamento che sta alla base di certe pretese è quello che vorrebbe le donne tradizionalmente svantaggiate nell’accesso a ruoli preminenti in politica, ovvero nelle istituzioni: in tale contesto, le “pari opportunità” si raggiungerebbero unicamente concedendo alle donne un oggettivo “vantaggio”, che le preservi dall’esclusione o dall’emarginazione da parte dei colleghi di sesso maschile. Il ragionamento non può convincere chiunque ritenga che il criterio di preferenza nell’ambito di una competizione elettorale, ovvero nella scelta di un candidato ad un ruolo istituzionale, possa e debba essere esclusivamente quello del merito.

Un approccio alla politica condizionato dalla pregiudiziale delle “quote rosa” o della “doppia preferenza di genere” imporrebbe la necessaria presenza e rappresentanza femminile in determinati ambiti, anche a prescindere dell’effettiva legittimità in termini di preparazione, professionalità e credibilità di quella rappresentanza.

Ragionando per assurdo, inoltre, si riterrebbe premiato il criterio delle pari opportunità laddove quella rappresentanza numerica di genere fosse raggiunta, sebbene – all’interno di quel partito, di quel consiglio di amministrazione, di quella pubblica amministrazione – un’ulteriore presenza femminile, anche al di là della “quota” stabilita, potesse garantire una migliore efficienza e una maggiore funzionalità.

Senza considerare, peraltro, che il concetto di una quota riservata ad una categoria di individui e stabilita aprioristicamente non farebbe che incrementare la partecipazione alla vita politica e/o istituzionale di tante donne scelte fondamentalmente in quanto mogli di, amiche di, sorelle di, socie di.. né più e né meno come nel corso degli ultimi anni – con rilievo squisitamente bipartisan – è successo.

Ciò che sconforta di simili campagne che dovrebbero avere la finalità di tutelare il “sesso debole”, che vedono un coinvolgimento di tantissime personalità influenti, sia maschili che femminili, è il ritorno ossessivo su argomenti e problematiche che, a nostro avviso, nulla hanno a che vedere con i problemi reali e concreti delle donne italiane.

Di tutte le donne, non di quella minoranza sfortunata (ma pur sempre minoranza) vittima di violenze, né di quella infinitesima porzione privilegiata che viene chiamata, da anfitrioni maschili più o meno disinteressati, a occupare ruoli di vertice e potere. Ci riferiamo a quelle donne che lottano ogni giorno – in casa e nel lavoro – per fare gli interessi della propria famiglia, senza alcun sostegno da parte delle istituzioni.

Di quelle donne che hanno visto trasformarsi l’obbligo imposto alle loro nonne di stare in casa a vegliare sul focolare domestico nell’imposizione moderna di essere necessariamente lavoratrici, stante la necessità imprescindibile di concorrere col proprio guadagno ai bisogni della famiglia. Sempre che – come purtroppo assai spesso accade – la donna non sia l’unica della famiglia a lavorare, a fronte della situazione di cassa integrazione o disoccupazione del marito.

Non fanno dunque notizia le vicende delle tante vedove, figlie o madri che hanno seppellito un marito, padre o figlio che ha deciso di togliersi la vita, sopraffatto dall’angoscia e forse anche dalla vergogna di non essere in grado di provvedere alla propria famiglia (quella dei suicidi per causa di indigenza o mancanza di lavoro è, questa sì, una vera emergenza del nostro Paese, in relazione alla quale, tuttavia, non si attivano campagne mediatiche, non si allestiscono task force, non si inscenano partecipati flash mob).

Si tenga, peraltro, conto che certe prese di posizione e certe artificiose battaglie hanno lo scopo, nemmeno tanto nascosto, di creare ed esasperare le contrapposizioni – in questo caso fra generi – alimentando divisioni e disgregazioni e dirottando interesse e preoccupazione della pubblica opinione su false problematiche, al fine di distoglierla da problemi reali e ben più urgenti.

È probabile che, più che dalle esponenti politiche, capaci di alzare voce e barricate unicamente a tutela delle proprie prerogative e dei propri privilegi, o di stracciarsi le vesti per emergenze artatamente sopravalutate, le donne italiane si sentano rappresentate da donne come Giuseppina Spagnoletti e Paola Clemente, rispettivamente di 39 e 49 anni, le braccianti tarantine stroncate da un malore e accasciatesi senza vita mentre era al lavoro nei campi per pochi euro al giorno.

O da Isabella Viola, 34 anni, madre di 4 bambini, che sosteneva col suo impiego la famiglia, alzandosi alle 4 del mattino e rientrando la sera tardi. Come molte altre, nella sua vita non ha avuto alcuna corsia preferenziale in quanto donna e anche lei è morta, non per mano di un uomo violento, ma stroncata da un collasso sulla banchina della metro, mentre – come tutte le mattine – si recava a lavoro.

 

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.

Promemoria per un ordine sociale secondo giustizia

La dottrina sociale della Chiesa ritiene che possano essere vissuti rapporti autenticamente umani, di amicizia e di socialità, di solidarietà e di reciprocità, anche all’interno dell’attività economica e non soltanto fuori di essa o “dopo” di essa. La sfera economica non è né eticamente neutrale né di sua natura disumana e antisociale. Essa appartiene all’attività dell’uomo e, proprio perché umana, deve essere strutturata e istituzionalizzata eticamente1.

La carità potrà portare certamente un qualche rimedio a molte ingiustizie sociali, ma non basta; anzitutto bisogna che fiorisca, domini e sia realmente applicata la virtù della giustizia2.

Di fronte alle molteplici crisi internazionali, che ridisegnano equilibri geopolitici, egemonie e modelli socio-economici, il pensiero sociale cattolico – in tema di capitale, lavoro, proprietà, moneta e via dicendo – è, oggi più che mai, l’unica risposta degna dell’uomo, della sua dignità personale e trascendente, ai problemi del vivere comune3.

Un articolo non può certo avere la presunzione di esaurire questioni tanto ampie quanto complesse, però può offrire un modestissimo spunto per riflettere su un ideale di ordine sociale frettolosamente accantonato in quanto ritenuto obsoleto per le sfide odierne del mondo globale.

La proposta cattolica ai problemi sociali, cioè l’applicazione concreta dei perenni insegnamenti del Magistero, la loro traduzione in indirizzi politici e norme giuridiche, si presenta – nella sua chiara identità – altra tanto dal liberalismo quanto dal socialcomunismo. Sì, altra – alternativa: non si tratta infatti di riformare dall’interno il sistema liberalcapitalista o di realizzarne una versione “compassionevole” quanto di superare la Weltanschauung politico-economica contemporanea e trovare quelle soluzioni strutturali, organiche, nella regolazione della vita economica, intrinsecamente conformi alla giustizia4 e alla legge morale.

Un modello di vita economica che voglia distinguersi dall’economicismo a-morale dominante dovrà incentrarsi su un inscindibile binomio etico-giuridico: a) la subordinazione della scienza economica all’etica e al diritto; b) il necessario primato della politica onde evitare che i pubblici poteri si rendano servi dei potentati economici-finanziari o loro docili strumenti.

Scrive Benedetto XVI: «l’attività economica non può risolvere tutti i problemi sociali mediante la semplice estensione della logica mercantile. Questa va finalizzata al perseguimento del bene comune, di cui deve farsi carico anche e soprattutto la comunità politica. Pertanto, va tenuto presente che è causa di gravi scompensi separare l’agire economico, a cui spetterebbe solo produrre ricchezza, da quello politico, a cui spetterebbe di perseguire la giustizia mediante la ridistribuzione» (Caritas in veritate, n. 36).

Il primato dell’etica: l’economia è un’attività umana, libera e responsabile finalizzata al bene (individuale, famigliare e comune) dell’uomo, alla sua natura normativa: l’uomo dev’esserne agente morale e non ridotto a mero fattore di produzione/consumo. Ha ricordato Giovanni Paolo II: «il principio sommo (…) in assenza del quale tutto il sistema economico è esposto al rischio di pericolose degenerazioni» afferma che «fine di tutta l’economica non è il profitto, ma la promozione della persona»5.

I rapporti tra capitale e lavoro devono essere conformi al diritto naturale e regolati dalla “legge della giustizia sociale” (Pio XI, Enciclica Quadragesimo Anno, n. 58), e non dalle forze cieche e violenti del mercato. Le teorie economiche della scuole liberali e marxiste hanno mostrato i loro limiti: «si avverte l’esigenza di coinvolgere anche i lavoratori nel processo di formazione del capitale e nelle decisioni che riguardano l’impresa secondo una concezione partecipativa dell’economia» volta al superamento «delle varie patologie di cui soffre il mondo»6. Partecipazione che richiede di riconoscere la natura consorziale dell’impresa economica (attività associata di capitale e lavoro, affermò Leone XIII nella Rerum novarum).

Altri principi cardine sono la destinazione universale dei beni materiali (a cui resta subordinata la stessa proprietà privata, che non è un assoluto)7 e la dignità personale e spirituale del lavoro, che non può essere ridotto a merce o sacrificato all’accrescimento indefinito del capitale: «il lavoro, per il suo carattere soggettivo o personale, è superiore ad ogni altro fattore di produzione: questo principio vale, in particolare, rispetto al capitale»8. Il lavoro non può essere equiparato a una merce (una cosa che si vende e si compra), così il salario non può essere fissato dalle oscillazioni del mercato: «la rimunerazione del lavoro non può essere abbandonata al gioco della domanda e dell’offerta; deve invece essere fissata secondo criteri di giustizia»9. Per essere giusto il salario dovrà garantire al lavoratore il necessarium personae (dignitoso mantenimento del nucleo famigliare e possibilità di formarsi una pur modesta proprietà privata).

Concludendo questi brevi cenni. Il mondo occidentale cosiddetto libero ha per decenni sbandierato uno stile di vita all’insegna dell’opulenza, producendo l’anti-civiltà consumistica. Il gusto piacevole della bevanda di un benessere facile è durato relativamente poco (in termini di libertà personale, tranquillità e prosperità) e i risvolti in termini di miseria e indigenza cui numerosi popoli sono costretti a causa di strutture organizzative inique che soffocano l’uomo e disgregano la società sono sotto l’occhio di tutti gli uomini di buona volontà. E’ il momento di cambiare paradigma. Termino con le parole di Papa Pio XI, scritte nel 1931 e più che mai attuali:

Ciò che ferisce gli occhi è che ai nostri tempi non vi è solo concentrazione della ricchezza, ma l’accumularsi altresì di una potenza enorme, di una dispotica padronanza dell’economia in mano di pochi, e questi sovente neppure proprietari, ma solo depositari e amministratori del capitale, di cui essi però dispongono a loro grado e piacimento. Questo potere diviene più che mai dispotico in quelli che, tenendo in pugno il danaro, la fanno da padroni; onde sono in qualche modo i distributori del sangue stesso, di cui vive l’organismo economico, e hanno in mano, per così dire, l’anima dell’economia, sicché nessuno, contro la loro volontà, potrebbe nemmeno respirare. Una tale concentrazione di forze e di potere, che è quasi la nota specifica della economia contemporanea, è il frutto naturale di quella sfrenata libertà di concorrenza che lascia sopravvivere solo i più forti, cioè, spesso i più violenti nella lotta e i meno curanti della coscienza10.

 

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.

1Benedetto XVI, Enciclica Caritas in veritate, n. 36.

2Pio XII, Enciclica Evangelii Praecones, n. 10.

3Pensiamo, ad esempio, all’iniquità monetaria, alle croniche crisi del debito, al dominio pervasivo di un potere finanziario senza volto, alla pressione fiscale che erode i risparmi virtuosi, e via dicendo.

4Così nella definizione del giurista romano Ulpiano: “la giustizia consiste nella costante e perpetua volontà di attribuire a ciascuno il suo diritto. Le regole del diritto sono queste: vivere onestamente, non recare danno ad altri, attribuire a ciascuno il suo”. E il Catechismo della Chiesa Cattolica asserisce: “la giustizia è la virtù morale che consiste nella costante e ferma volontà di dare a Dio e al prossimo ciò che è loro dovuto. La giustizia verso Dio è chiamata virtù di religione. La giustizia verso gli uomini dispone a rispettare i diritti di ciascuno e a stabilire nelle relazioni umane l’armonia che promuove l’equità nei confronti delle persone e del bene comune” (n. 1807).

5Dal Discorso all’Unione cristiana imprenditori dirigenti del 14 dicembre 1985.

6Ibidem.

7“Il diritto alla proprietà privata (…) non elimina l’originaria donazione della terra all’insieme dell’umanità. La destinazione universale dei beni rimane primaria, anche se la promozione del bene comune esige il rispetto della proprietà privata, del diritto ad essa e del suo esercizio” (CCC, n. 2403).

8Dal Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, n. 276.

9Azione cattolica italiana, La Dottrina sociale cristiana, CENAC, Roma 1957, p. 180.

10Pio XI – Enciclica Quadragesimo Anno.

I Demoni (non solo quelli di Dostoevskij) hanno infettato la nostra società

«Noi faremo morire il desiderio: diffonderemo le sbornie, i pettegolezzi, le denunce; spargeremo una corruzione inaudita, spegneremo ogni genio nelle fasce. Tutto allo stesso denominatore, l’eguaglianza perfetta». Così si esprimeva Verchovenski tampinando Stavroghin, il quale pensava che il suo accompagnatore si fosse solo riempito di cognac, mentre nelle sue parole c’era un sincero e autentico alito di nichilismo. E i Demoni, non solo quelli di Dostoevskij, hanno perfettamente infettato la nostra società.

Il brutto avanza, pervade e metastatizza ogni espressione umana. Dall’imbrattamento dei muri al turpiloquio diffuso, dall’assenza di stile all’omologazione della devianza, ogni cosa riporta ad una prevaricazione dell’informe e dell’anomalo.

Quando si fa notare a qualcuno – a molti – l’indecenza delle nostre città, di certi comportamenti e di talune condizioni individuali e sociali ci si sente rispondere: è solo una questione estetica. Già: solo una questione estetica. Peccato che è proprio sull’estetica che si fonda il senso stesso della vita.

Il percorso esistenziale al quale il nichilismo ci ha abituati è l’antitesi etimologica e concettuale dell’estetica, cioè della percezione attraverso i sensi. È l’anestesia, l’an-aisthesis, l’insensibilità di fronte alla deformazione del suono, sia nella sua armonia che nel criterio quantitativo di esclusione del silenzio; alla contraffazione delle immagini e dei colori, in composizioni deformate e aberranti; alla scomunica dello stile, con la sciatteria e il disordine spacciati come spontaneità e anticonformismo.

Il Brutto dilaga nella perversione dei piani regolatori, nella riduzione dell’uomo a strumento intercambiabile, nei rapporti interpersonali narcisistici e cinici, nella finanza usuraia ed estorsiva. E con il brutto avanza il Male, lo scadimento di ogni principio sostituito da piccole e untuose indecenze, con l’indifferenziazione di genere e il consenso informato delle trasgressioni, con l’ipocrisia dell’igienismo morale e con l’accettazione di subdoli peccati omologati.

L’antico kalòs kai agathòs, il bello e il buono, nella sua accezione di valoroso, virtuoso, aristocratico, sapiente e saggio, quindi di una tensione all’eccellenza umana e ambientale, è stato sostituito dal giusto limite della mediocrità e dalla proletarizzazione delle voglie. Mentre i comportamenti individuali manifestano la negazione di ogni stile e di ogni specifica personalità, e tutti gli ambienti replicano uguali punti di degrado e di abbandono estetico, un’operazione anestetizzante e distorsiva confonde il pensiero critico in un fuorviante gioco di specchi.

Ci troviamo di fronte ad un’unica strategia che punta alla rassegnazione diffusa e ad una euforica accettazione della realtà.

Le tattiche che questa strategia mette in atto sono molteplici e diversificate: da un lato puntano ad offuscare e ad alterare i dati reali della bruttura, spacciandoli per banali condizioni di transitoria trascuratezza, dall’altro esaltano una realtà virtuale che esorcizza il Male, lo nega e lo banalizza.

Philippe Muray parla di Società di Paccottiglia, dove la vita è ridotta ad apparenza, dove ogni verità è dissimulata in illusione ottica, dove ogni piacere rientra in una specie di malattia dei sensi, dove il decoro viene stigmatizzato a reperto retrogrado, dove la decenza è solo un orpello retrivo. Si dice che un espediente del diavolo per agire indisturbato è quello di far passare la notizia che non esiste. È questo il nichilismo attuale, del quale il Forestaro è la metafora jungheriana attualizzata.

Il Grande Feticcio della bontà, del benessere, dell’accoglienza, della solidarietà, della bellezza, del migliore dei mondi possibili, si scontra con la realtà – quella sì vera e diabolica – della cattiveria, del disagio, della perversione, della viltà, dell’orrore e dell’incubo. Ogni profilassi è falsa e perdente come colui o coloro che la propongono.

Al Forestaro, metafora di rovina, di illusionismo, di oscenità, di viltà, di paura, di passività e di confusione, ci si può opporre solo – paradossalmente – facendo leva sul nichilismo, su quella condizione estrema che, una volta raggiunta, determina il momento della decisione, del perseguimento del desiderio, dell’individuazione del nemico e della tensione all’Essere.

Forse, è un auspicio, solo la consapevolezza di essere assediati potrà determinare quel percorso in tre tappe esplicitato da Nietzsche come cammello, leone e fanciullo: trasformare, cioè, l’Io devo in Io voglio, e l’Io voglio in Io sono.

 

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.

«La lingua è dominio soprattutto della coscienza» – L’inganno

Ho trovato questo volume, scritto da Franco Fochi, linguista e saggista italiano, classe 1921, nella polverosa, gattara e famosa libreria Acqua Alta di Venezia di Luigi Frizzo. Mi incuriosisce per la copertina dell’architetto Silvio Coppola e il “Prologo forzato” che introduce quella che poi risulta essere una competente riflessione sulla lingua, competente e potente, avviluppata ad una profondo quanto brillante racconto delle vene aperte dell’Italia.

Le parole sono cose, le parole stanno accanto alle cose, oppure sono oltre le cose, decorano o denigrano, significano, amplificano, svuotano. «La lingua è uno specchio dell’anima assai più che il volto», mai ferma, cammina col popolo suo ed è il popolo a camminare con lei, perché, come diceva Cioran «non si abita un paese, ma una lingua; una patria è questo e nient’altro».

Lingua in rivoluzione fissa una pluralità di capriole linguistiche, solletica il perno di tante forzature dello scritto, del parlato, del ‘pensato’, sciorina una moltitudine di audaci fughe in avanti di una lingua di radici antiche, ma sempre più barbaramente posta al servizio delle ideologie, del potere costituito, cosicché la neolingua che vien da tal parto assurge a codice esclusivo e sostitutivo.

Già Pasolini, ricorda Fochi, aveva denunciato il misfatto delle dinamiche della “sola terminologia possibile”, «quella dell’industria culturale e della sociologia», ma va richiamato, dice Fochi, «per la sua coerenza (e per non risvegliare echi di un chiasso svanito), mentre ci prepariamo a chiedere che si disperda ogni reliquia e progenie della “lingua come espressione”, a gloria e gaudio della “lingua come comunicazione”».

«Alla guida della lingua – ribadisce – non sarà più la letteratura ma la tecnica» e lo scrive nel 1966, quando la Fiat stipulava col governo sovietico un contratto per la realizzazione di un’autovettura in Russia, quando a Pavia, ad una tavola rotonda sulla dottrina giuspositivistica, l’intervento di Norberto Bobbio, apriva ufficialmente la crisi del positivismo giuridico in Italia. La Costituzione è giovane, non sono ancora passati 20 anni dall’entrata in vigore e vivo è il ricordo del dibattito in seno alla Costituente, ove tanti dogmi moderni, erano forieri di enormi perplessità.

La dissolubilità matrimoniale, la laicità, la parità di genere, molte libertà, non perché non valide, ma perché considerate superflue nella contingenza di bisogni più urlanti, se non altro, almeno quello elettorale. «Non abbiamo sentito, come bisogno, la ricostruzione delle parole», perché nella realizzazione del calendario imminente, nel Paese spappolato delle due guerre, erano forse più funzionali gli slogan, «”Le solite balle”: così commenta il popolo, da noi costituito sovrano». Il capitoletto in questione, Fochi lo titola “Ricostruzione”, ripartenza dalle macerie.

«Sulla libertà ci siamo gettati con la leggerezza di un bimbo goloso: legittima la voglia, illegittimo il modo». Ventisette, conta Fochi sono gli articoli della Carta Fondamentale che contengono principi di libertà, «ma avrebbe fatto comodo un ventottesimo, che sancisse apertamente la libertà dal luogo comune» o un primo articolo così strutturato: «L’Italia è una Repubblica veramente democratica, fondata sulla sincerità». Sulla sincerità e non sull’insignificanza del lavoro, espressione tanto cara a Palmiro Togliatti, alla quale, «un eminente uomo di sinistra (aventiniano, perseguitato, coerentissimo) come Emilio Lusso» – riporta sempre Fochi – obiettava che «non aveva riscontro nell’attuale realtà italiana, e portava l’esempio della menzogna, consacrata nella Costituzione spagnola del 1931, che parlava d’una Repubblica dei lavoratori, la quale non esistevae cadde appunto perché non esisteva”».

Troppo spesso abbiamo sorvolato sulle parole perché ci interessavano più i fatti, abbiamo preferito porle a supporto, mascherarle per la causa, sicché ad un certo punto, per ridare loro il senso antico, le fattezze delle origini, non sono più bastati aggettivi. Abbiamo aggettivato – nota Fochi – pure la coscienza, stradale, calcistica, veneatoria, antitumore, ma essa «è una sola; morale; ma l’aggettivo è superfluo appunto perché l’idea è nel nome». Per non parlare poi di tutti i danni delle esagerazioni, dei gonfiamenti, delle banalizzazioni del professionismo politico e del giornalismo professionista, di cui disquisisce nel capitolo “La bianca coltre”, quindi balletti con l’eterno ritorno delle figure: obiettivo, urgente, concreto, contesto, atmosfera, vigilia.

La lingua muta, ma mai da sé. La manomissione delle parole, per usare l’espressione di Gianrico Carofiglio, predispone di volta in volta ad un mondo nuovo, aiuta ad avvicinarvisi. «La serva – scrive Fochi nel capitolo “Novissimo dizionario d’arti e mestieri” – se n’è andata, e ha fatto bene. Ma la servitù (intendo il collettivo concreto, però senza trascurare l’astratto) è rimasta» coccolata e finanche protetta dalla parvenza del suo superamento.

La donna di servizio è stata così “ritogata” – ironizza Fochi – “lavoratrice domestica” «col risultato, molteplice, d’una romana dignità, d’un richiamo preciso (e ammonitore) alla Repubblica “fondata sul lavoro”, e di “una opportuna” scomodità per la datrice di lavoro, la quale d’ora in poi non avrebbe più potuto affermare seccamemte e rapidamemte la propria condizione (“è la mia serva”), dovendo dire invece: “è la mia lavoratrice domestica” (una bella fatica, oltre che una certa, e giusta, umiliazione)».

Che la lingua muti non è un male in sé.«Rinnovarsi vuol dire vivere. Ma noi, oggi, abbiamo una strana maniera d’intendere il nuovo, dimenticando che il progresso spontaneo e schietto, non solo fa a meno di stravaganze, per affermarsi, ma se ne tiene scrupolosamente lontano per non giocare nella partita della novità il bene della dignità, e perdere la partita in tutti i modi».

Resta poi da affrontare il problema della democrazia della lingua e della lingua “per tutti”, concetti talora ideologicamente sovrapposti come tra i sostenitori della nervosa anglofonia tutta occidentale. L’operaio di Latina e quello di Manchester finalmente potranno dialogare, approntava qualcuno un ragionamento che suonava più o meno così. Che non siano infatti “Troppe lingue per una democrazia?” è il titolo-domanda del libro di Tullio De Mauro, recensito da Franco Lo Piparo, filosofo del linguaggio, il quale nota come l’Europa non disponga di una lingua che permetta ad “un idraulico calabrese di intendersi col collega tedesco o finlandese”.

In tema di problemi del mestiere, e non che quello sulla comunicazione operaia non sia rilevante, vediamo molto più sul pezzo Franco Fochi, quando evidenzia che parole nuove non novano in nessun verso la fatica che si deve per onorare il lavoro: «Il panificatore doveva alzarsi all’alba, quando suo padre era semplice fornaio. Non che gli sia risparmiata la levataccia; ma nella toga […] – di braccio della “panificazione italiana” – sta più fresco. Così gli ufficiali di quel reggimento sentivano meno il prurito, essendo esso cutaneo, che i sottufficiali con la scabbia o, peggio, i soldati con la rogna. Anche il fabbro, quando s’arrovella e s’ammazza come artigiano del ferro, suda meno».

Due proposte di legge di cui una del 1959, presto ritirata dai proponenti, e una del 1960, sulla cui sorte Fochi non era informato, intendevano trasformare la qualifica di “bidello” delle scuole in “usciere” o ”commesso scolastico”, poi in “ausiliario”. Oggi l’uso del termine bidello è riservato al cantuccio della vergogna, non si usa che nei bisbigli, nei dialoghi al riparo da orecchi troppo politicamente corretti che possano sussultare.

La “coscienza linguistica”, questa sì ammessa da Fochi nel ventaglio delle coscienze aggettivate, in quanto nella sua cifra spirituale e per il suo «indissolubile legame con gli uomini che parlano» è senz’altro, dice Fochi, conferma che «la lingua è dominio soprattutto della coscienza». La coscienza della lingua, del codice, sembra confondersi oggi con la visione ideologica che ha la meglio nella scena del potere, e la ‘manomissione’ delle parole così avviene in modalità più aderenti alla logica della posa che allo slancio ‘mistico’ dell’uomo in ricerca.

Tuttavia, se esse sono cose, le parole che adoperiamo, non solo raccontano un mondo, ma ci preparano ad un mondo, ad una visione, ci predispongono ad un sentimento e insieme lo suscitano, lo anticipano, lo sviscerano, lo rendono meno fuggevole. «Io ricordo – scrive Maria Montessori nel saggio La scoperta del bambino – una bambina di due anni, che, messa davanti ad una statuina del Bambino Gesù, disse: “Questa non è una bambola”». Concetto, parola, associazione, dissociazione.

In talune fasi storiche, in qualcuna in particolare, sembra essere nata la propaganda, fenomeno invero sempre esistito, ma l’attribuzione della sua creazione a una fazione precisa che “distorceva” per definizione, ha agevolato le successive narrazioni della fazione che “raddrizzava” per costituzione e dello sfoggio di siffatto sforzo ortodosso si nutriva, perché «le opinioni su questa scottante materia della moralità nazionale preferiscono il vaglio della censura di parte, e quasi sempre tacciono: nelle parole o negli stessi pensieri. Questa è la nostra “coscienza democratica”: il non saper pensare o esprimersi che sotto una bandiera. O il non osare, che è peggio. Ognuno (rosso, bianco, nero, verde) ha in sé un elenco, più o meno lungo e via via adattato, di giudizi che non può pronunciare, di istituzioni che non può toccare, di persone che non può scalfire: perché non ne venga danno all’idea (quando va bene). E così l’idea stessa, ridotta a strumento, opposta a quella verità che dovrebbe esserne il sostegno, si svuota. E con essa, anche la parola cessa di essere verbo: ombra vana senza soggetto, sventolata come un qualunque fazzoletto che non prema di perdere». Titolo del capitolo contenente questo magistrale je accuse è sempre “Ricostruzione”, ossia ripartenza dalle radici, dalle parole, dal loro legame autentico con la base, con le cose.

 

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.

L’inganno cosciente della democrazia

“Drapeau tirè” è un ironia sulla bandiera, sulla Patria. Quasi come un familiare cuscino di colori abbottonati. Un vessillo bandiera che sa di famiglia e di giocoso sogno. La tensione delle asole è la componente drammatica che la rendono eroica. Il dipinto è materico, in rilievo e fu acquistato dalla Provincia, misura 50 x 70 cm. Realizzato nel 1980 e fa parte di una serie che io chiamavo “abbottonature”.

L’inganno è ovunque. Dentro di noi, intorno a noi. Ne siamo parte inconsapevole, mezzo e strumento, utenti finali. Perché fin da piccoli, siamo portati a formare coscienze errate, recitare ruoli indotti, ragionare e formare opinioni su racconti e assiomi, che poco hanno a che fare con la verità fattuale e molto con la sua utilitaristica deformazione. Nel migliore dei casi, ne siamo portatori sani.

L’idea stessa di noi, di natura, è costantemente messa in discussione nel sacro nome dell’ideologia dominante, del suo progetto totalizzante di “nuova società”. Anche i concetti veri, se manipolati, azzoppati, diventano inganno, falsità, stortura, che produce inevitabilmente altre storture. Impossibile, in poche righe, riportare la cosa ad un campo definito perché, a ben vedere, li permea tutti. L’epoca in cui viviamo è complessa, difficile e per molti aspetti addirittura oscura: siamo infatti in Kali Yuga, l’era della discordia e dell’ipocrisia, dell’inganno per eccellenza.

Gli antichi testi vedici parlano di questo periodo storico, come il periodo in cui «La terra sarà venerata soltanto per i suoi tesori materiali, le vesti sacerdotali sostituiranno le qualità del sacerdote, i matrimoni cesseranno di essere un rito e ogni ordine di vita sarà simile promiscuamente per tutti, colui che possederà piú denaro sarà padrone degli uomini che concentreranno i loro desideri sull’acquisto anche disonesto della ricchezza». E ancora «I capi che regneranno sulla terra saranno dei violenti; s’impadroniranno dei beni dei loro soggetti. (…)I capi, sotto pretesti fiscali, deruberanno e spoglieranno i loro sudditi e distruggeranno la proprietà dei privati. La sanità morale e la legge diminuiranno di giorno in giorno, finché il mondo sarà totalmente pervertito e l’empietà prevarrà tra gli uomini…»1

Difficile non riconoscere in un tale nefasto quadro il modello attuale di società liberal – capitalista e i suoi inganni, spacciati come droga di libertà e benessere, di cui siamo diventati ampi consumatori e dipendenti. Eppure, altro paradosso tra i paradossi, questa sarebbe l’era delle “democrazie”, del presunto governo dei popoli. Una negazione in termini, il sommo inganno per eccellenza. Perché mai nella storia dell’uomo il popolo è stato reso così fautore delle proprie disgrazie, divenendo egli stesso il mezzo principe per attuare i disegni oligarchici ad esso contrari, la propria “scomparsa” e marginalizzazione come variabile politica. Per giunta, con il proprio convinto assenso.

Atomizzato, disgregato, ridotto a consumatore “tout court” di prodotti preconfezionati, tanto culturali quanto materiali. Impossibilitato a distinguere il vero dal falso, il bene dal male, viene illuso di una decisionalità e libertà, che è la stessa di un pesce cresciuto in un acquario trasparente; di un topolino in gabbia, dove la libertà di andare a destra o a sinistra, girare su una ruota, non è una scelta, ma una possibilità circoscritta dalle quattro pareti della gabbia. Così cresciuto, sarà egli stesso a volerci rimanere, anche quando la porta della gabbia sarà stata dimenticata aperta. Una gabbia trasparente, dove la limitazione e manipolazione delle conoscenze, delle informazioni e delle possibilità, costituisce la base di un limite percepito come invalicabile, seppur inesistente.

«In Oceania si continua a correggere la storia passata per allinearla con quella divulgata nel presente dal Grande Fratello [leggi sul divieto di revisionismo? Legge Fiano? Etc..]; i testi vengono scritti da macchine assai simili ai computer [veline internazionali? uniche fonti mondiali e mancanza di fonti testimoniali dirette nell’ informazione di massa? etc..], e gli intellettuali sono tutti impegnati al Ministero della Verità, cioè nel luogo dove si fabbricano le menzogne. La letteratura è morta, non esiste più come espressione di libero pensiero. Questa fine della cultura è dovuta (anche) alla mancanza di parole per esprimere i concetti: la Neolingua ne contempla un numero di molto inferiore a quello dell’Archeolingua ,che sta per scomparire [politicamente corretto? Linguaggio boldriniano?, etc..]».2

La Neolingua si fonda sul fatto che l’individuo subisca una serie di microlesioni dei centri nervosi cerebrali preposti all’attività del pensiero e del linguaggio; l’effetto finale dovrebbe essere, nelle intenzioni del Partito dominante, la riduzione dell’attività mentale degli individui a una serie di coppie ‘stimolo-risposta predeterminata dal Potere’. Quante analogie, mutatis mutandis, con la realtà corrente? Non credo serva dilungarsi per trovare fin troppe affinità con la nostra quotidianità.

Quante mostruosità contradditorie abbiamo conosciuto come la “democrazia interventista”, la “guerra umanitaria”, “il profugo/migrante economico”, “la difesa preventiva”, etc..etc… Pensiamo anche al ruolo dell’intellettuale (il Saviano di turno) che, secondo lo scrittore, dovrebbe essere il tramite ideale fra la cultura e le persone, e sempre libero di esprimere il proprio pensiero, «si trasforma in Oceania in strumento utilizzato dal Potere. In un universo in cui vige la dittatura, la corruzione della parola e l’impossibilità di espressione conducono a opere stereotipate e standardizzate, costantemente sottoposte al controllo, e messe al bando se giudicate contrarie ai dettami del regime».3

Ancora illuminante è rimarcare come la regola del processo totalitario consiste nell’usare un inganno cosciente e nello stesso tempo mantenere una fermezza di proposito che dimostri una totale onestà: spacciare deliberate menzogne e credervi, ignorare ogni avvenimento scomodo, in definitiva negare l’esistenza della realtà. Quante false flag abbiamo visto divenire “verità” causa di morte e distruzione, di rapina e disgregazione? Quanti dati falsi, spacciati per veri, sono diventati innegabile realtà diffusa?

Tornando alla “democrazia”, come sommo inganno, il compianto C. Preve sottolineava giustamente come «democrazia significa, in senso statico, potere del popolo, ed in senso dinamico, accesso del popolo al potere (…). Chi si accontenta del significato statico, dirà che viviamo in democrazia (sia pure ovviamente limitata, imperfetta, minacciata, ed altri aggettivi compromissori che hanno come compito quello di impedire un’analisi radicale della questione), perché il popolo è coincidente con il corpo elettorale, il corpo elettorale può votare a scadenze regolari, se qualcuno si astiene la colpa è solo sua perché rinuncia unilateralmente ad un diritto che gli è garantito chi passa al significato dinamico, si renderà conto che l’accesso del demos al suffragio universale ed alle garanzie liberali per il dissenso (più esattamente, per il raggio del dissenso ferreamente perimetrato dalla dittatura del partito del pensiero unico), non ha assolutamente significato l’accesso del demos alla sovranità politica. Sovranità politica significa sovranità decisionale sui temi fondamentali della propria esistenza sociale. Cosa assolutamente negata, perché profondamente perimetrata».4

Su questo, dovremo riflettere non poco. Infatti, il voto appare un inutile esercizio, un “ludo cartaceo”, se chi deve esprimerlo non è messo nella condizione di farlo con a monte le dovute conoscenze e l’accesso alle informazioni corrette. Se è legittimo solo quando inserito nel quadro delineato dal sistema, se può essere eluso o bypassato, ignorato o limitato nella sostanza e nella sua formazione. Così interpretato è mera legittimazione di decisioni già assunte dalle élites. Parvenza, non sostanza.

Ancora più grave e limitata, se si amplia il quadro di riferimento e si legge il fenomeno in maniera globale e sovranazionale (oggi, nell’occidente politico, hanno ancora una qualche sovranità le nazioni?..) Infatti, in prima ragione, «qualunque decisione prendano i popoli o i partiti che si presentano alle elezioni (non importa se di centro, sinistra e destra, la cui differenza c’è, ma solo nei due parametri minori della simbologia sportiva e della torchiatura differenziata fra ceti sociali interni) viene svuotata automaticamente da entità metafisiche (direbbe Marx, “sensibilmente soprasensibili”) come i mercati finanziari, le agenzie di rating» e non solo.

Ed, in seconda ragione, «è il dominio imperiale americano, la cui rete di basi militari sparse per il mondo comporta un ricatto atomico permanente, che svuota di fatto ogni sovranità nazionale. Senza sovranità militare non c’è infatti sovranità nazionale (…)».

Concludendo, sempre con le parole di Preve, «chi oggi parla di democrazia in atto, di democrazia sia pur fragile, minacciata o imperfetta, eccetera, o è un ingenuo in buonafede o è un mentitore in mala fede. A volte i confini fra i due gruppi sono labili e le posizioni si mescolano. L’ingenuo in buona fede diventa talvolta un mentitore in malafede, pur non avendo all’inizio questa intenzione, perché rifiutando di prendere in considerazione la realtà, e decidendo appunto di “non sapere”, scivola inavvertitamente dalla prima alla seconda posizione. Una volta che lo scivolamento è avvenuto, esso diventa purtroppo un avversario, mentre prima era un legittimo interlocutore».

 

1 http://altrarealta.blogspot.it/2014/03/vivere-in-un-epoca-di-decadenza-kali.html

2 johnpilger.com

3 Op.cit

4 Costanzo Preve , “Libertà, democrazia e sovranità”, Eretica n.1/2005

“Drapeau tirè” di Dante Fazzini, è un ironia sulla bandiera, sulla Patria. Quasi come un familiare cuscino di colori abbottonati. Un vessillo bandiera che sa di famiglia e di giocoso sogno. La tensione delle asole è la componente drammatica che la rendono eroica. Il dipinto è materico, in rilievo e fu acquistato dalla Provincia, misura 50 x 70 cm. Realizzato nel 1980 e fa parte di una serie che io chiamavo “abbottonature”.