Quer pasticciaccio brutto de ’e mignotte finte

Se i mass-media fossero aerei da bombardamento, l’argomento «sesso» sarebbe una delle bombe sganciate più frequentemente. Negli ultimi mesi abbiamo subìto raid devastanti, soprattutto con il caso Weinstein e la controffensiva MeToo da parte delle attrici-attiviste. Senza giustificare i comportamenti di Weinstein e di alcuni suoi omologhi, ci si domanda quanto sia verosimile che le dive interessate (in tutti i sensi del termine) siano così ingenue da avere scoperto soltanto di persona casi di ricatti e proposte indecenti dietro le quinte ed esserne sconvolte. Asia Argento, attrice (e qui ci si dovrebbe scusare con Anna Magnani, Silvana Mangano, Lea Massari, Kathy Bates, Nicole Kidman, Kim Novak, Irene Papas, Meryl Streep…) e figlia d’arte, è una di queste femministe da red carpet, e proprio lei risulta avere molestato sessualmente tale Jimmy Bennett, «attore» diciassettenne, da lei infine «risarcito» (e zittito) con 380mila dollari.

Intanto, la “mia” Torino si è trovata al centro di quello che, se fosse un racconto di Carlo E. Gadda, si chiamerebbe «Quer pasticciaccio brutto de ’e mignotte finte». È stata la prima città d’Italia a ospitare quello che alcuni giornali on-line hanno definito «bordello con prostitute-robot»: in realtà si tratta di bambole, sette “femmine” e un “maschio”, con «uno scheletro metallico, mentre la carne e la pelle sono in termoplastica. Non stanno in piedi da sole e non si muovono», quindi «bisogna impegnarsi, oppure essere parafiliaci, che» – precisava l’articolista con una tempestività indicativa dello Zeitgeist in cui viviamo – «non è una malattia, né un crimine: il termine si usa quando si hanno pulsioni sessuali nei confronti degli oggetti». Il luogo avrebbe ottenuto il «tutto esaurito» a pochi giorni dall’apertura: «Tra i clienti in coda coppie, ma anche donne sole, e c’è pure chi ha prenotato un [sic] stanza per quattro ore». Ma tanta compiaciuta pubblicità è stata traditrice: dopo poche settimane, il «bordello» è stato chiuso dai Vigili Urbani per esercizio abusivo di albergo a ore (con tanto di docce «con musica e luci colorate») e mancata indicazione del Paese di fabbricazione sul corpo delle pu…pazze, nonché sottoposto ad accertamenti dell’Ufficio d’Igiene perché le “esercitatrici” (collocate, nelle ore di “riposo”, in un «deposito» simile a un «obitorio», su scaffali tristemente simili ai tavolacci a castello su cui dormivano i deportati nei lager nazisti) non sarebbero state sanificate a norma nei loro orifizi.

I social network, se usati cum grano salis, attraverso i post e i commenti aprono sovente una “finestra” sulla mentalità di gran parte della gente, famosa e non. Il giornalista Vittorio Feltri ha commentato su Twitter in modo non poco riduttivo: «Asia Argento ha fatto una figura pazzesca. Ma è pazzesco anche che un diciassettenne si spaventi davanti alla passera». D’altra parte, il commento di una lettrice era di questo tenore: o il ragazzo è un furbastro, che vuole spillare soldi ad Asia, o è un deficiente, come se non si fosse mai nemmeno masturbato! Come se essere giovani(ssimi), maschi ed eterosessuali equivalesse a essere disposti ai rapporti sessuali con qualsiasi donna, anche quando lei – come in questo caso – non è esattamente un esempio né di bellezza, né di vita. I commenti favorevoli al salotto con le donnine allegre artificiali, invece, recitavano i soliti “mantra” superficial-individualistici: «Se alcuni vogliono provarle, chi siete voi per giudicarli?!», «Ma perché vi accanite, mica siete obbligati a farlo anche voi?!», «Ma se ad altri piace, a voi che cosa toglie?!», «Ognuno ha i suoi gusti!». Le stesse frasi da seguaci del queer (benché non tutti… praticanti) leggibili riguardo alle “nozze” tra omosessuali, ma con l’aggiunta, talvolta, di un moralismo sui generis da parte di alcune donne, che reputano il bordello con le madamine in ferro-plastica un male minore o un ambiente auspicabile per quegli uomini che, altrimenti, in preda a quello che è ritenuto un impellente bisogno, violenterebbero le donne (loro compagne o estranee) o ricorrerebbero alle prostitute, alimentando il loro sfruttamento.

Quale vissuto interiore dell’erotismo, e quale percezione della femminilità hanno gli uomini attratti da fantocci privi di vita, che di femminile hanno soltanto la forma? Quale idea del maschile hanno quelle donne secondo cui un uomo può subire improvvisi raptus erotici da sfogare il più presto possibile, anche su un manichino pieghevole?
Guardiamo al contesto. Qua e là si pensa che, «per colpa della Chiesa cattolica», nelle scuole italiane «non c’è l’educazione sessuale», e che per questa ragione i giovani(ssimi) si “autoeducano” con i filmati pornografici su internet; ma la realtà è un’altra. Le categorie erotiche di non pochi adulti hanno origine appunto nello sdoganamento mediatico, sociale, psicologico ed etico della pornografia, indicata anche da Gianni Vattimo come «falsa liberazione sessuale», dal suo punto di vista una deformazione dell’«erotismo diffuso» auspicato negli anni ’60 del ’900 da Herbert Marcuse, che da parte sua condannava l’«apertura della camera da letto ai mezzi di comunicazione di massa». Molti sembra abbiano assimilato in quantità eccessive la versione pornografica dell’erotismo, fino a ritenerla uno specchio fedele della realtà umana, non percependo più le differenze tra questa e quella, e replicando inconsciamente l’indole dei personaggi e le relazioni tra essi: la minimizzazione di ogni sentimento reciproco a eccezione del desiderio sessuale, definita acutamente dal filosofo Michel Henry «autoerotismo a due» – laddove proprio il Cristianesimo, spesso e in parte ingiustamente giudicato sessuofobo, insegna esplicitamente che «[fa parte] della santità degli sposi anche [il] piacere carnale che gli sposi si donano a vicenda» – e la «trasgressione», che, volendo oltrepassare ogni ordine naturale, fatalmente oltrepassa anche la natura umana stessa dei due partner e la sostituisce con l’artificialità tecnologica: prima il sesso con il «giocattolo erotico», e poi l’intera persona con il simulacro senz’anima (e quindi, paradossalmente, senza una vera sessualità).

Ecco perché càpita di leggere commenti di alcuni uomini che ritengono ingiusto denigrare come «gay» un «marito» che si faccia «sodomizzare dalla moglie con lo strap-on» (la maggior parte delle coppie pratica abitualmente rapporti intimi di questa qualità?), quelli di alcune donne che sembrano reputare un hobby di massa penetrarsi con «giocattoli» falliformi, e quelli di altre secondo le quali è da stupidoni credere che certi preliminari e certi rapporti sessuali «fantasiosi» e «trasgressivi» siano praticati «soltanto dalle prostitute» (un’opinione espressa talvolta con toni tali da far pensare che sentano il dovere di rivendicare una proprietà intellettuale!). La domanda sorge spontanea: perché, mentre si proclama che nessuno ha il diritto di mettere il naso nel letto degli altri, sembra che molti sappiano tutto di ciò che gli altri fanno o non fanno nei propri letti, tanto da suggerire implicitamente che cosa tutti noi potremmo fare? Se non si vuole essere confusi con quanto di più criticabile c’è tra la gente, si è costretti a far presente alle probabili clienti di sexy-shop e ai sessuologi da tastiera che non tutti gli uomini sono bruti per i quali le donne «basta che respirino», o pseudo-esteti sperimentatori di sensazioni corporali bizzarre, così come non è affatto incontrovertibile che la maggior parte delle donne, pur non essendo prostitute o pornoattrici, attui abitualmente pratiche sessuali che è piuttosto imbarazzante menzionare esplicitamente. I comportamenti discutibili di alcuni, non dimostrano affatto quali siano i comportamenti abituali di tutti.

Specialmente nell’àmbito dell’erotismo, dunque, la «desublimazione repressiva» e la «mercificazione […] spesso volgare del simbolico» hanno avuto e hanno un enorme successo; ma proprio le persone «desublimate» ne sono i protagonisti inconsapevoli. È giustissimo scandalizzarsi per la pedofilia nella Chiesa e indignarsi per gli stupri sulle donne, ma è anche facile. Meno facile, o piuttosto molto scomodo, è riconoscere che un inquinamento dell’erotismo esiste, in forma e grado diversi, a macchia di leopardo in tutta la popolazione. Se una comunità necessita di fondamenta, e le fondamenta sono nelle persone, queste non possono ridursi a malriuscite fotocopie di pornostar e piccoli pervertiti, mossi – parafrasando quel proverbio contadino – più da un sesso di plastica che da un tiro di buoi.

Pentitevi e credete al #MeToo

Giovanni Iudice, Figure allo specchio, olio su tavola cm20x20, 2001

Innanzitutto sei sessista. 

Questo incipit è necessario, perché tu, o Lettore, ti possa fare un purificatore esame di coscienza prima di cominciare la lettura di questo articolo. 

Sei sessista: perché hai generalizzato anche tu, almeno una volta nella tua vita, circa le qualità dei sessi; perché hai adocchiato una donna, se sei un uomo, con fare malizioso (e le hai forse chiesto il consenso prima di guardarle quel bel sedere a mandolino? No? Ecco). 

Perché hai pensato “Quella donna non è adatta a ricoprire quel ruolo”, perché hai aperto la portiera alla tua fidanzata o l’hai fatta entrare prima di te al ristorante. 

Sì: sessista. Pentiti dei tuoi peccati.

L’hai fatto? Possiamo proseguire. 

Viviamo in un’epoca complicata, caro lettore: un’epoca di fraintendimenti, dove alla liberalizzazione sessuale è seguita – paradossalmente – la creazione di una ragnatela di convenzioni sociali talmente fitta che neppure i più acerrimi anti-sessisti riescono a non incappare in quell’infamante accusa. 

Siamo davanti a un’inquisizione che omologa i corpi anziché disciplinare le anime” diceva l’antropologo ed accademico Marino Nicola.  

Ed infatti, i puri vengono epurati da uno più puro di loro: ne abbiamo avuto la dimostrazione quando qualche giorno fa Eric Schneiderman, ministro della Giustizia dello Stato di New York e procuratore – colui che raccolse gli atti ed iniziò la causa contro quel porco sessista di Weinstein – è stato accusato da quattro donne di abusi sessuali e violenze fisiche. 

Del resto la testa di Robespierre non era mica ruzzolata per nulla: se hai l’ansia di salire sul podio del politicamente corretto, ne arriverà sempre qualcuno più politicamente corretto di te pronto a tagliarti la testa. In mondovisione, ovviamente. 

Ma torniamo al discorso dei rapporti fra sessi: è notorio che è sempre più difficile, in questi anni, improntare una relazione serena con l’altro sesso. 

Questo vale soprattutto per gli uomini, dato che un certo femminismo ha paventato l’idea che il maschio sia portatore di un peccato originale, quello dello stupro e del patriarcato. 

E così, la vita del maschio odierno è diventata un esercizio al negativo, ed egli è tutto preso da quella probatio diabolica per cui spetta a lui l’onere di dimostrare che no, non è portatore del gene dello stupro. 

Ti ricordi che sei sessista, vero? Tienilo a mente. Del resto “L’annientamento della personalità, dell’individualità e del carattere di una donna è un prerequisito del sesso maschile” diceva la teorica del femminismo ultra radicale Andrea Dworkin. 

L’uomo: cattivo per natura. E se l’uomo è cattivo per natura, chi è buono per natura? La donna, forse? 

Come dici, può essere un atteggiamento sessista definire la donna buona per natura? 

Taci, sessista. Non ho ancora finito. 

Se ti trovi in difficoltà nella relazione con una donna, probabilmente il problema è tuo: perché sei un maschio. E i maschi ragionano col pene, e di conseguenza hanno un intrinseco limite di comprensione. 

Sono poi, insegna il femminismo radicale, stupratori per natura: “Tutti gli uomini sono stupratori, questo è ciò che sono” diceva lapidaria Marilyn French. 

Certo, nel mondo reale è ancora semplice trovare tante donne sane di mente e tanti uomini sani di mente. Gli insegnamenti del femminismo radicale, quello che – ben lungi dal mirare alla mera emancipazione femminile, che ritengo sacrosanta – puntava piuttosto a seppellire profondamente il seme della misandria nelle donne, non hanno attecchito molto in realtà. 

O forse un po’ sì, magari oltreoceano? 

#MeToo e altre prelibatezze

Tutti conosciamo il fenomeno (mediatico) #MeToo. Una sorta di contro-crociata delle donne che lamentano di aver subito violenza o abusi sessuali, o ancora pesanti attenzioni non gradite, nel corso della loro carriera lavorativa. 

Le prime voci ad alzarsi contro l’abuso sono partite dal dorato quanto ipocrita mondo di Hollywood: da lì, infatti, dalle dolci colline con le lettere bianche, sono partite le prime denunce di quelle donne o ragazze che sostenevano di essere state plagiate da produttori privi di scrupoli e ninfomani. 

In lacrime ma col trucco waterproof, le dive hanno confessato di fronte ai riflettori di aver taciuto a lungo perché erano ricattate: ne andava della loro carriera. Insomma, queste attrici hanno in fin dei conti sostenuto di aver accettato atti di prostituzione, vale a dire atti sessuali con uomini a loro non graditi, in cambio della serena continuazione (o dello spicco) della loro carriera nel cinema. 

Ho detto prostituzione, lo so, perché sono sessista e non posso fare a meno di esserlo. 

In fondo, sono sessista perché sono profondamente anti-sessista. No, nessun paradosso: ho un tale rispetto dell’intelligenza umana, sia essa maschile o femminile, che mi rifiuto categoricamente di pensare che dieci, venti, trenta donne ricche, potenti, famose ed in carriera abbiano accettato con le lacrime agli occhi di avere rapporti di diversa natura con uomini altrettanto ricchi e potenti… senza aver scelta.  

Che ci volete fare: non riesco a capacitarmene. Perché rifuggo profondamente quella teoria che vorrebbe la donna matura-immatura, come una moneta con due facce diverse, a seconda della circostanza. 

Non ci riesco: la maturità, a mio parere, è a tutto tondo. 

Proprio mentre esplode su internet e sui media la “teoria del consenso” secondo quale la donna è consenziente al rapporto solamente se esprime chiaramente ed in modo assolutamente inequivoco, sterilizzato, asettico la sua volontà, io proprio non riesco ad immaginarmi queste signorine ricche e famose mentre fingono di acconsentire al cattivo Weinstein paralizzate dal terrore, terrore talmente traumatico che sono riuscite a risvegliarsene solamente vent’anni dopo. 

Infine, trovo irrispettoso il fenomeno da baraccone del #MeToo, che ha scatenato a colpi di hashtag le confessioni pericolose di migliaia di ragazze in tutto il mondo, da colei che aveva subito veramente una violenza da ragazzina a chi si era sentita molestata dall’occhiolino di un passante. 

Io non riesco a capirlo: ma del resto, dovremmo calarci nei panni di una società dove il consenso è diventata una tematica talmente combattuta che qualcuno ha proposto di firmare un documento prima di avere un rapporto sessuale. 

Perché una donna emancipata non dovrebbe essere in grado di esprimere un chiaro Sì, senza che esso diventi, dieci o quindici minuti dopo, un Nì o un netto No? 

Io non me ne capacito. Sono troppo a favore dell’uguaglianza fra uomini e donne da poter aspirare ad un protezionismo maschile 2.0 per cui la donna deve essere protetta anche da sé stessa, dai suoi consensi, dalla sua volontà, in definitiva. 

Ma io sono sessista. E non dovreste dare mai retta ad una sessista. 

L’amore ai tempi del colera virtuale

Da qualche anno a questa parte, complice un certo modus vivendi imitante una certa cultura progressista americanoide è tempo di scandali sessuali e vicende di letto che assurgono agli onori della cronaca, stante l’inconsistenza della loro stessa significatività. Se è vero che la storia è fatta anche di questo tipo di casus belli a tratti meramente gossippari ai quali si destina un’attenzione morbosa e moralisteggiante, è vero di riflesso che un problema serio in tema di relazioni sussista, oggi come in altre epoche: quello della fedeltà, pilastro dell’unione, base del rispetto, fattore di adesione al progetto del “due” e dell’”insieme”.
Tuttavia, chi di spada ferisce…

Donna, illustrazione di Paola Marinaccio

«Iniziava ad essere più distante. Fisicamente distante. Ho pensato fosse colpa del suo lavoro, forse diventato più pesante, perciò decisi di non infierire con le mie paranoie. Rimasi sorpresa per il suo improvviso interesse verso i social, vi trascorreva anche ore chiuso nel suo studio o in camera mentre io badavo ai ragazzi. Magari si distrae, pensai!Non avevo fatto i conti col mio essere moglie. Una moglie certe cose le percepisce nell’immediato. Misi un tappo a quelle sensazioni e andai avanti. EH NO! FERMI TUTTI!
Quelle sensazioni sono come un magma in azione costante, non c’è tappo che tenga! Iniziai a controllarlo, a monitorare anche i suoi piccoli gesti, anche quelli più insignificanti per vedere cosa fosse cambiato in lui, nel frattempo il suo attaccamento al PC, al cellulare, ai social, diventava sempre più morboso.
Un giorno decisi di rincasare prima del previsto e senza avvisare. Entrai come una ladra dalla finestra sul retro. Fui bravissima, nessun rumore. Non si sentiva nemmeno il respiro, forse perché per la paura non respiravo più. Nello studio non c’era, mi avvicinai alla nostra camera da letto, sapevo che qualsiasi cosa stesse succedendo in quella stanza, avrebbe cambiato la mia vita nel bene…o nel male.
L’immagine che mi trovai davanti fu devastante: mio marito si intratteneva in una video-chat erotica con un’altra donna conosciuta virtualmente. «Amore mio, non significa niente, tu sei mia moglie!». Rabbia e delusione erano così forti che non avevo la forza di parlare. Camminavo per la casa muovendomi come chi cammina nel fango fino alle ginocchia.
Lui continuava a seguirmi cercando di spiegarmi quanto quella cosa non avesse nessun significato, che era solo una sciocchezza virtuale e che non capiva il perché io me la stessi prendendo così tanto. Una sciocchezza? La rabbia diventava incontrollabile, i rumori erano ovattati e la sua voce fastidiosa. Smise di seguirmi quando iniziai a spaccare tutti gli oggetti che mi capitavano tra le mani.
I nostri figli erano da mia madre, uscii di casa sbattendo la porta e non vi tornai più».

La storia che racconta Anna (nome di fantasia), non è un unicum nel suo genere. Sono in molti, oggi, i “consumatori” del sesso virtuale, ambito in cui la fedeltà di declina in una veste nuova di difficile interpretazione persino per chi, ad esempio, la sussistenza del tassello “fedeltà coniugale”, deve valutarlo da professionista per decidere le sorti giuridiche delle unioni: addebito della separazione, assolvimento dei doveri coniugali, ecc. Non essendo però questo settore di nostra competenza, ci limitiamo ad esporre alcune analisi di tipo sociale del fenomeno e le loro implicazioni nella vita più intima, nell’anima dei protagonisti attivi e passivi.

Iniziamo subito col descrivere le cause del tradimento virtuale. Sono, infatti, varie le motivazioni che spingono una persona ad addentrarsi ed a portare avanti un tradimento virtuale. Alcuni di questi motivi possono essere:
1) la possibilità di agire in completo anonimato e quindi sfuggire al giudizio morale della società e meno rischi circa la segretezza del rapporto;
2)l’adrenalina offerta dalla fuga dalla realtà tipica del rapporto on-line, in tempi per altro di sempre più diffusi siti di incontri, scambismo, pornografia a portata di click;
3) il rapporto virtuale non sottintende obblighi emotivi e sentimentali con la persona dall’altra parte dello schermo e un’implicazione reale della persona: da un lato aiuta i timidi o i disfunzionali nella relazione, dall’altro distrugge gli aspetti più sani della corporeità “dell’affetto”, il bacio, l’abbraccio.

Secondo un articolo riportato da State of Mind, il giornale delle scienze psicologiche esiste un modello che spiega «i motivi che accompagnano un individuo a ricercare una relazione virtuale», è il modello AAA proposto da Cooper (2002). Secondo questo modello, una relazione online è basata su una buona accessibilità (A), data dal fatto che al giorno d’oggi è notevolmente più semplice procurarsi a poco prezzo apparecchi quali computer, smartphone o tablet; inoltre, una relazione online è affidabile (A) in quanto entrambi i membri si ritrovano nella medesima situazione, il che è probabile che porti a rispecchiarsi; infine, vige la regola dell’anonimato (A) (dall’articolo).

Accessibilità, affidabilità, anonimato.

Premesso ciò, ci addentriamo quindi nelle conseguenze di questo tipo di infedeltà, ritenuta ora più ora meno pericolosa della sua versione “ordinaria”.

Come il tradimento classico, invero, quello virtuale infligge profonde fratture, se non rotture, come nel caso di Anna riportato più sopra, all’interno della coppia. Chi subisce il tradimento viene improvvisamente investito da una marea di emozioni negative quali: sconforto, umiliazione, rabbia e persino odio. Viene a mancare il terreno sotto i piedi, crollano mille certezze. Da quel momento in poi, sarà sicuramente difficile, a volte impossibile, ritrovare la fiducia nel proprio partner. Quando ci sono i figli, spesso anche loro si sentono traditi.

Anche chi commette il tradimento, di contro, può subire traumi emotivi. Spesso può essere colto da sensi di colpa per aver ferito il partner, o da sentimenti di inadeguatezza nel momento in cui si diventa consapevoli che non si riuscirà a riconquistare la sua fiducia. Proprio per i motivi esposti e dopo attenta valutazione, molti ritengono opportuno rivolgersi ad un terapeuta che li aiuti a proseguire il cammino come coppia.

Volendo sintetizzare, il bisogno di sentirsi sessualmente attivi, l’incapacità di controllare il proprio impulso sessuale ma soprattutto la mancanza di rispetto e amore nei confronti dell’altro, la mancanza di adesione totale al progetto del “due”, al senso della vita che è insito nel compiersi come uomini/donne, mariti/mogli, padri/madri, sono elementi che conducono al tradimento. Virtuale e non, anche se oggi virtuale sembra più facile e sembrerebbe “meno tradimento”, anche se fa male uguale.

Eppure, e a prescindere dalla religiosità di una persona, che quando esistente dovrebbe costituire un ulteriore deterrente alla rinuncia alla sincerità dei rapporti, esiste un aspetto che dovrebbe essere considerato. La professoressa Margherita Hack ci da un’ottima indicazione: «Noi atei crediamo di dover agire secondo coscienza per un principio morale, non perché ci aspettiamo il paradiso». Nessun moralismo, ma concretezza e trasparenza nei principi. In fondo basterebbe applicare, in ogni tipo di relazione umana, una regola importantissima: fate agli altri ciò che volete gli altri facciano a voi. Oppure: non fate agli altri ciò che non volete gli altri non facciano a voi.