Salute e fondamentalismo scientifico

Con la formazione del nuovo governo e l’avvicendamento al Ministero della salute, si rinverdiscono le mai sopite polemiche fra le diverse posizioni (pro vax e no vax; scientisti e antiscientisti) che tanto hanno agitato politica e pubblica opinione in questi anni. La sensazione è che spesso ci sia un approccio aprioristico e giacobino da entrambe le parti. Non solo da parte di chi vuole negare legittimità e traguardi alla scienza e alla medicina, ma anche da parte di chi – sull’altro fronte – liquida ogni dubbio o obiezione come ignoranza troglodita. Come in tutte le cose, ritengo che “in medio stat virtus” e vorrei spiegarmi meglio, portando come esempio una vicenda vissuta in prima persona.

Nel 2010 mio padre, allora 70enne, andò al San Raffaele, perché negli ospedali della nostra città non riuscivano a dargli una spiegazione dei disturbi di cui soffriva, fra cui la presenza di sangue nelle urine, malgrado un trascorso di tumore alla vescica di circa 15 anni prima. Al San Raffaele, quella che doveva essere una operazione di “ispezione” di quella che qui avevano identificato come “ciste” renale, diventa un intervento chirurgico complicatissimo, da cui mio padre si sveglia – trascorsi 3 giorni fra la vita e la morte – senza un rene (tolto); senza una parte dell’altro rene (resettato) e senza la milza (era completamente spappolata). Dentro la ciste, infatti, c’era un tumore maligno. Dopo due mesi di degenza, mio padre si riprende e continua la sua vita pressoché normale.

Trascorsi un paio di anni, i controlli periodici a cui è sottoposto, segnalano la presenza di una massa vicino al rene, in lenta ma costante crescita. Considerata la cartella clinica, appare ovvio e scontato ai medici di qui pensare ad una massa tumorale di nuova formazione. I medici pongono mio padre di fronte a due alternative: lasciare le cose come stanno (lui è anziano e la massa crescerebbe lentamente, anche se inesorabilmente) o affrontare una nuova cura sperimentale che dovrebbe, se non far regredire, almeno arrestare lo sviluppo della massa. Mio padre decide di sottoporsi alla terapia: per 12 mesi, una volta al mese, si sottopone ad una iniezione che gli comporta una serie di effetti collaterali molto negativi e che – pur non costando niente a lui in quanto soggetto esente – comporta una spesa per la sanità pubblica di circa 1.500 a singola iniezione.

Trascorso l’anno, gli esami dimostrano che la massa non è regredita, non si è arrestata nella crescita, ma anzi è aumentata di volume. Mio padre torna al San Raffaele e si sottopone ai controlli. Diagnosi? La massa non è un tumore, ma un pezzettino di milza, sfuggito all’operazione di qualche anno prima che – a dispetto dell’età avanzata di mio babbo, per quella sete primordiale che la vita ha di se stessa – si rigenera e cresce (milza e fegato lo fanno, come ci insegna Prometeo), semmai dando conferma di un buon quadro clinico generale. Tutti contenti, ovviamente, ma mio padre per un anno è stato trattato in un ospedale pubblico (non dal medico frichettone) in un reparto di oncologia, da personale affermato, come paziente oncologico e trattato con una terapia inutile e di cui peraltro non si conoscono ancora gli effetti tutti. Io non so per certo che quei medici non erano degli scienziati pazzi che volessero inoculare chissà che ad un paziente anziano, dato per perso e usato come cavia. Non pendo neanche fosse una questione di interessi economici.

Io credo che spesso nell’esercizio delle professioni (e quella medica non fa eccezione, anzi) ci sia la supponenza; la superficialità; i limiti umani intrinseci ed estrinseci (di certo al San Raffaele la casistica è ben maggiore di quella di altre realtà) le certezze granitiche che spesso nascondono competenze limitate; aggiornamenti mancati; la vanità professionale di vedere confermata un’idea preconcetta o una diagnosi già formulata. La medicina è una frontiera che si arricchisce ogni giorni di nuovi traguardi, alcuni dei quali smentiscono prassi e soluzioni precedentemente considerate efficaci.

La fede cieca e aprioristica nella medicina (e nella scienza in genere) dimentica che essa è revisionista per sua stessa natura: la ricerca scientifica ha proprio lo scopo di testare i risultati ottenuti e migliorarne gli effetti. La fede cieca nella medicina, dimentica che essa è fatta da uomini che come tali falliscono e sbagliano: anche in questo ambito, non esistono dogmi e postulati incontrovertibili ed è corretto documentarsi e valutare criticamente, anche con l’aiuto di professionisti che stimiamo, senza isterie o paranoie, ma anche senza lo zelo fideistico del novizio di una religione mistica e rivelata.

 

La foto in alto è dell’autrice del pezzo.

Il corpo è mio e me lo gestisco io: l’istituzionalizzazione del suicidio.

I protocolli d’intesa e le linee-guida che riguardano la libertà di scelta sulla propria esistenza li trovo sconvolgenti dal punto di vista dell’etica e pericolosi dal punto di vista della libertà individuale.

Quando, poi, osservo la perfida espressione di emozionata soddisfazione della nostra becchina nazionale, parlo di Emma Bonino, che tra aborti ed eutanasie trova l’apice del suo godimento necrofilo, ho la controprova di essere nel giusto. Inoltre, mi fa repulsione la grottesca pulizia linguistica nella definizione di “fine vita”: si chiama morte la conclusione di ogni viaggio terreno, in ambito vegetale e animale. Il resto è ipocrisia.

Quella morte che è stata scomunicata dall’immaginario collettivo, che è stata defraudata da ogni sacralità, quando non proposta volutamente alla diffusa curiosità generale in una angosciante e voluttuosa necroscopia, trova il suo ambito di esibizione nell’appagamento giurisprudenziale dei legulei.

La psicologia del profondo e quella archetipica indicano proprio nel confronto con la morte, quella simbolica e psichica innanzitutto, il passaggio essenziale per una maturazione interiore, per una valorizzazione trascendente della propria vita determinata.

Una vita eterna non avrebbe alcun senso, perché in un tempo dilatato all’infinito ogni iniziativa sarebbe sempre posticipabile, e quindi isterilita prima di iniziarla.

Quindi, la morte è una cosa seria perché definisce l’importanza di quell’impresa unica e irripetibile che ci è data da trascorrere su questa terra.

Il problema della codificazione della morte volontaria è legato indissolubilmente a quel “sogno biotecnologico” sul quale molto ha scritto Lucien Sfez, dove tutto è regolamentato all’insegna del perfezionismo tecnocratico e dell’illusione manipolatoria.

Viviamo in un’atmosfera di onnipotenza e di controllo da parte della Legge, e della Magistratura come suo braccio secolare, cosicché ogni decisione umana è sottoposta al vaglio di questo elemento metastatico dello Stato.

La Legge decide sui vaccini, sulle adozioni, sulle capacità genitoriali, sugli uteri in affitto, sui matrimoni omosessuali, sul rendimento scolastico e sulle bocciature, sul peso degli zaini e sulle merende negli asili.

Giovanni Iudice, Figura sulla spiaggia, matita su carta cm 30×40, 1998 (immagine tratta da catalogo)

La Legge decide anche sulle cittadinanze e sui soggiorni, sui gusti alimentari e sui giudizi religiosi o razziali, come se ogni personale idea o iniziativa fosse priva di valore se prima non venisse vagliata dalla norma prestabilita.

Adesso anche la morte finalmente è codificata. Già con la storia dei trapianti ogni decisione era stata rinviata ai tanatocrati, esperti di elettroencefalogrammi, di cuori battenti e di frattaglie utilizzabili. Finalmente si gioca in anticipo, e stabilisce che uno può decidere di curarsi o meno. Grazie per la comprensione.

In questo modo si è voluto istituzionalizzare quello che è l’ultimo anelito di libero arbitrio e di suprema volontà: il suicidio.

Decidere di morire è sempre stato un atto di libertà individuale. Nei tempi antichi, quando la politica era visione del mondo ed educazione del cittadino, la morte volontaria veniva ammessa solo agli uomini liberi; schiavi e debitori non ne avevano diritto.

Ora, in presenza di un totale vuoto della politica, il giudizio passa ai legulei, agli esperti dello stato di coscienza, ai valutatori della capacità di intendere e di volere. È questa la massima responsabilità che questo tempo di disgregazione e di inquietudine deve assumersi. È una responsabilità culturale, spirituale, che ha reso la morte un tabù, un nulla, esattamente come l’inutile esistenza mondanizzata che propone ed esalta.