Il politicamente corretto e le sue vittime

La “preoccupazione” più in voga in questo ultimo decennio, è sicuramente il politicamente corretto. Nel linguaggio contemporaneo l’applicazione di questa locuzione è diventata uno stile di vita, l’unico comportamento giustificato per poter essere accettato in questa società. Nato negli anni ’70 da un movimento politico statunitense che rivendicava il diritto delle minoranze (religiose, etniche, sociali) di esistere, anche tramite un diverso uso del linguaggio.

Con gli anni questa espressione idiomatica, grazie anche al potere sempre maggiore di molte Associazioni umanitarie, è riuscita a prevalere sul linguaggio comune, fino a stravolgerne il proprio significato. Se un tempo veniva usata solo per evitare di offendere o di mancare di rispetto ad altri individui, oggi si è costretti ad osservarla, altrimenti si corre il rischio di venire etichettati di essere degli omofobi, razzisti e molte altri aggettivi dispregiativi.

Per sapere che cosa sia e come funzioni il politicamente corretto, bisogna innanzitutto capire che viviamo in una società liberista, in cui il pensiero unico obbliga gli individui a dirigersi verso atteggiamenti che si ritengono gli unici civili e universali. Il pensiero unico non consente nessun tipo di critica, né analisi politica, sociologica o scientifica. Il pensiero unico domina sulla cultura e quindi sul nostro modo di vivere ed è proprio grazie a questo che oggi si è arrivati ad imporre un tipo di pensiero al singolo individuo, per evitare qualsiasi ribellione o dissenso futuri.

Per essere politicamente corretti si deve far attenzione a come si parla in pubblico, tra amici, parenti o semplici conoscenti, dove nessuno deve sentirsi escluso o sminuito. Una frase o una singola parola fuori posto, potrebbero causare contrasti e crescenti malumori. Attenzione anche a come ci si rivolge quando si interagisce con una persona sola. I termini da usare si differenziano in base al genere in cui la persona si ritrova in quel momento. Non sono ammessi termini maschili se ci si rivolge ad individuo femminile o viceversa. Se non si è sicuri di che genere sia o si sente di essere l’individuo a cui ci si rivolge, meglio tacere o chiedere direttamente all’interessato come vuole che ci si relazioni.

Evitare frasi o parole che possono arrecare danno al proprio o ai propri interlocutori se non li si conosce bene. Rischioso ad esempio, usare termini religiosi perché potrebbero offendere atei o persone di credenze diverse. Pericoloso anche parlare di etnia o di provenienza etnica, in questo caso meglio usare termini come “bianco” o “di colore”, dove vanno bene tutte le persone che non siano caucasiche (termine improprio per definire europei e/o occidentali in genere, ma molto usato nel gergo moderno). Stesso discorso quando si parla con persone con gravi disabilità sia fisiche, che mentali. Evitare di usare espressioni che possono denigrare o sminuire la persona che ne è affetta.

Vi sono anche frasi che non riguardano la religione o lo Stato di appartenenza che possono comunque creare disagio. Nel politicamente corretto non sono accettate frasi sessiste, anche quelle che riteniamo più innocue. Chiedere ad una donna se è sposata o fidanzata, se ha figli, potrebbe essere letto in maniera offensiva, sia perché non si conosce l’orientamento sessuale del proprio interlocutore, sia perché potrebbe essere visto come un attacco denigratorio o di sottomissione solo perché facente parte della categoria femminile.

Soppesare ogni singola parola e usare una sensibilità non dettata dall’empatia, ma da un finto perbenismo, permetterebbe di essere riconosciuti e accettati in questa società. Non si tratta solo di avere un finto rispetto per il prossimo, ma anche di evitare di venire etichettati come persone scorrette, di perdere il proprio lavoro, di perdere la propria reputazione, di incorrere in denunce per azioni scorrette, di essere isolati a livello sociale.

Questo strumento di controllo della comunicazione, attuato da tutti i Governi occidentali, è la forma più alta di discriminazione e di limitazione della libertà (di espressione e di pensiero), fatta passare come civile ma che in realtà distrugge e annienta l’umano, lo condiziona e lo vincola fino a non poter esercitare il proprio essere. Una forma totalitaria di pensiero che ci priva della personale caratteristica dell’uomo, facendoci assomigliare sempre di più a degli automi incapaci di provare alcuna emozione o sentimento.

 

Foto di Alfonsa Cirrincione.

C’è chi ama l’umanità per disprezzare meglio il prossimo

“C’è chi ama l’umanità per disprezzare meglio il prossimo”. Il nostro titolo provocatorio, nel salotto del politicamente corretto, potrebbe mandare al manicomio (o al pronto soccorso, a seconda della gravità della boldrinite) tutti gli amanti del linguaggio inclusivo e della moderazione, ma dimostreremo che la sostanza di questo gustoso coup de théâtre, in apparenza cosa di politica, riguardi in primis ciascuno e la sua dimensione più intima.

Amare l’umanità, avere uno sguardo sul mondo pulito e non sospettoso, credere nella bellezza delle emozioni è motivo di pregio, ma facile è rispettare un’idea, meno facile è rispettare una persona in carne e ossa che si pone dinnanzi a noi con le sue mancanze, i suoi slanci per noi intollerabili, la sua bellezza per noi incontenibile, perché – diciamolo – nell’altro ci sono io con il mio di più e il mio di meno.

Ora, non si vuole con siffatta affermazione asserire, come piace fare ad esempio a certuni sostenitori e fautori dell’ideologia omosessualista secondo i quali dietro ogni non omosessualista ci sarebbe un gay represso (assunto questo che per logica ci porterebbe a pensare che tutti siamo potenzialmente non eterosessuali, facendo certamente rivoltare Darwin nella tomba) che vi sia ‘fobia’ nel mancato riconoscimento dell’altro dinanzi a me come soggetto-oggetto di rispetto/”diritti”, ma si vuole porre invece l’attenzione sulla misura e sulle dinamiche di tal sentimento.

Spontanea e innocua è l’adesione emotiva ad una realtà distante che non ci appartiene né personalmente né come condizione ambientale in cui la nostra persona (il termine indica originariamente la “maschera”) andrebbe a svilupparsi e declinarsi, in cui mancano necessariamente due dimensioni: il ruolo nella comunità (che può essere poco o molto e tra poco diremo) e una motivazione, una volontà, una proiezione del proprio sé, un interesse.

In questo limbo sociale senza comunità in sostanza non esisterà mai il conflitto di interesse e la relativa necessità di limare le istanze di ciascuno per addivenire a una soluzione che scontenti il meno possibile tutti, non esiste competizione perché non esistono spazi comuni da dividere, risorse comuni da distribuire, egoismi da esaltare, bisogni da imporre come prioritari, meccanismi di potere relazionale da confermare.

Facile quindi è rispettare un’idea o una categoria astratta (i poveri, gli omosessuali, le donne, i bambini, gli anziani), meno facile è rispettare il povero in carne e ossa che rovista nei cassonetti e disturba il decoro, l’anziano in carne e ossa di età avanzata che si sbava o si lamenta in casa di riposo (le cronache di questi giorni hanno fornito uno spaccato terribile e tragico), il bambino che sì, in asilo vuole fare il bambino, ma alla maestra questo non va.

Mentre fioccano giornate internazionali della gentilezza, dei nonni, del minore, del bambino, del migrante, delle vittime di ogni disgrazia possibile, omaggiate con manifestazioni di piazza, cornici social, sconti dedicati, raccolte firme e manifesti, i problemi reali “della gente”, quale categoria informe e astratta, cui forse sì andrebbe sostituita l’espressione “della Persona”, soggetto fisico e psichico, portatore di intrinseca dignità, non sembrano trarre alcun giovamento da cotanta sensibile sensibilizzazione diffusa, proprio perché, un conto è rispettare un concetto, un conto è rispettare l’altro nella carne.

Questa idea è più volte balenata nella mente quando abbiamo assistito ad episodi di sputi e offese gratuite su mamme e passeggini in fila per le veglie delle Sentinelle in piedi, veglie silenziose per rivendicare il diritto di un bambino ad avere un padre e una madre e la libertà di affermare ciò, ad opera nientepopodimeno dei fautori e sostenitori delle politiche del linguaggio inclusivo e dell’antidiscriminazione. Il diritto allo sputo però è parso troppo persino ai dirittologi più audaci.

Ci siamo più volti chiesti dove sia stata questa grande onda sensibilosa di massa quando politiche scellerate hanno ferito i nostri lavoratori, quando hanno umiliato i nostri malati, rendendo le cure un privilegio sempre più raro e ci siamo chiesti dove stia il rispetto, prima ancora del diritto alla privacy, del bambino africano schiaffato con i suoi occhi grandi sulle campagna pubblicitarie che di lui ci dicono il nome e ci raccontano ‘la fame’ al fine di spremerci il portafoglio. Tollereremmo qualcosa di lontanamente simile se Matoub fosse nostro figlio?

Sempre in tema di straniero, ci siamo chiesti quale sarebbe la tutelata dignità del migrante immortalato nell’aiuola con la scopa in mano, scatto che consente ai politicanti de noantri di dimostrare la volontà di inclusione e il “servizio” reso dallo sventurato alla comunità, nonché una certa qualità dello stesso. Farebbe ridere se non facesse piangere, visto che per pulire un’aiuola non occorre essere ingegneri della NASA e la posa non restituisce nulla di morale o qualificante, ma solo un’umiliante costrizione per gli attori dell’esibizione.

Ci si chiede come mai i tanti suicidi di disoccupati, neodisoccupati e imprenditori non facciano notizia, non creino empatia, espressione come sono di una cultura imprenditoriale e del lavoro mal assimilata dalla società italiana, che tende a considerare un fallito uno che non ci ha saputo fare e un fallito suicida uno che non stava bene di testa. E forse è vero, ma cosa abbiamo fatto per arginare la sua inquietudine?

Un anno e passa fa si suicidava Tiziana Cantone, troppo poco acculturata per suscitare una parola di sdegno delle senoraquandiste indignatissime per le tresche amorose del Berlusconi. L’inquantodonnismo sconclusionato dinanzi alle vicende di questa donna è evaporato e con esso il rispetto e il silenzio. Se ne sono lette di ogni ogni su una donna che, da un certo momento in poi, ha opposto all’orgoglio puttano la voglia di dimostrare di essere migliore dei suoi errori.

A Tiziana – la chiamo per nome con tutta la vicinanza possibile seppur vana e non come fanno spesso i media che usano il confidenziale al solo fine di creare beniamini del pueblo presentandoli come cugini di campagna (ricordo la Clinton che, in periodo di campagna elettorale, era per tutti “Hillary”, mentre Donald Trump non fu mai e mai sarà Donald per ovvie ragioni) – non è stata possibile una vita altra.

Se avesse optato per una carriera nel porno l’avrebbero invitata nei salotti televisivi glorificandola. Invece è morta nella peggiore delle solitudini, quella di una vita resa un continuo riproporsi di un dolore da parte di tanti responsabili che messi insieme fanno nessun responsabile, quella di una vita senza rispetto, perché, appunto, uno è il nodo e ritorna: un conto è rispettare “le donne”, un conto è rispettare una donna con nome e cognome, che abita di fronte a te, con cui prendi l’aperitivo, con cui dividi l’ufficio, che mai dovrebbe diventare l’oggetto dei propri meschini sghignazzi.

Basta guardare i numeri “della depressione” per accorgersi come, nella società senza comunità, un solo è solo in termini assoluti, è solo anche in mezzo alla folla, essendo questa null’altro che l’insieme di tanti egoismi che viaggiano a ritmi diversissimi e non conoscono l’unisono.

Rispettare l’individualità comporta responsabilità, comporta implicarsi col nostro essere poco o molto, comporta misurarsi trovandosi poco o molto e da questa verifica “drizzare il tiro” dell’esistenza, comporta quindi riconoscersi attori di errori ma anche di perdono e di ‘guarigioni’, comporta “fare spazio” e per fare spazio talora occorre rinunciare a una parte del sé, alle pulsioni egoistiche, a ciò che fino a un attimo prima sentivamo come irrinunciabile, occorre trovarsi in mezzo, a metà strada, occorre emanciparsi dai propri dolori, ché non diventino del mondo.

Nell’epoca del “diritto a godere” e della vita senza adesione e senza sacrificio, questa impostazione è ovviamente perdente. Non è qualcosa di soffuso, ma di sedimentato: società non è sinonimo di comunità e oggi come mai prima lo si avverte pesantemente, nelle tante solitudini di gente che condivide i luoghi e i destini senza incontrarsi, senza volersi attraversare. La società che non sa essere comunità, che valorizza la massa informe e inconsistente e discapito della Persona con le sue peculiarità, soffoca, mentre è soltanto la sinergia degli slanci, l’empatia nelle preoccupazioni, l’adesione ad una visione comune che liberano, che non uccidono.

Facile è fare proprio un concetto astratto e difenderlo a spada tratta, meno facile è impugnare il gladio o deporlo quando si tratta di rispetto dell’altro dinanzi a te, di carne, sudore e visioni o dell’altro con la pochezza delle sue prospettive. Fa onore difendere i fratelli lontani, dell’Africa o delle favelas argentine, meno facile, ma altrettanto decorante è avere slanci tanto potenti, motivati e ponderati verso il fratello che abbiamo in casa e il dirimpettaio di pianerottolo e l’automobilista al semaforo, il padre.

Meno facile perché in quel caso, non essendo un’idea rappresentata, una proiezione, non basta più il pensiero, ma occorre compromettersi in un’azione, in atti di volontà, occorre abbandonare il terreno dell’impalpabile e mettersi in gioco con quello che siamo e non siamo e quello che potremmo ricevere in quello della realtà, impastata di mille sfumature e non tutte ci piacciono o potrebbero piacerci.

In questa implicazione non è detto che ne usciamo come vorremmo: la verità del fatto potrebbe fornire di noi la descrizione di umiliati, di cinici, di pezzenti, di mediocri, di brave persone, di uomini di grande animo e generosità, di anime senza coraggio, di individui plagiati o manipolatori…

Aderire ad una preoccupazione astratta ci evita il rischio di scoprire che l’altro non ci sta, non è d’accordo, non si beve un pace finta, non vuole un amore finto, ci evita il rischio di scoprirci diversi da come ci eravamo idealizzati, improvvisamente messi a nudo nella nostra sostanziale incapacità di rispettare nella concretezza del vivere la Persona accanto a noi a sua volta denudata dalla potenziale categoria che riuscivamo a difendere invece in astratto con tutta la violenza possibile.

Del resto, se anche solo una minima parte degli slanci “social” avesse una piccola corrispondenza nella vita reale, questo forse sarebbe il migliore mondo possibile, o forse sarebbe solo un inferno, giacché, richiamando Ida Magli, quando confutava “La pace perpetua” di Immanuel Kant, non esiste la pace (lei si riferiva a quella tra gli Stati, ma la metafora credo funzioni), ma il conflitto e la forza, esiste il ‘bellum’ che è in ciascuno col proprio portato di conflitti che non si risolvono ‘tecnicamente’, ma evolvono in conflitti superiori, e così l’individuo si fa degno della passeggiata della vita.

Se ci rendessimo conto di ciò, forse avremmo meno affetti dalla sindrome “del volontario di guerra”, guerra la sua personalissima che interessa ora i delfini, ora la violenza sulle donne, ora il cibo salutarissimo, ora le truffe in chirurgia estetica, guerra sempre distante da sé sia mai, almeno che non ne sia in qualche modo di qualche elemento un testimone quindi un vip della tragedia, e non avremmo tanta solitudine, tanti suicidi, tanti omicidi, tanto senso dell’incomunicabilità più atroce, tanta sporcizia davanti la porta di casa, e qualche volta, anche dentro.

 

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.