La Grecia è finita, andate in pace

Grecia. La cura ha funzionato, il paziente è morto

La festa è finita, andate in pace. 

Poche ore fa la Troika ha lasciato la Grecia: baci e abbracci, fotografie e flash per pochi avvoltoi imbellettati, festa grande ai piani alti. Ai piani bassi continuiamo invece a vedere lo stesso scenario che ci si prospetta di fronte da otto anni. Otto anni: tanto è durato il commissariamento della Grecia. 

Che prezzo ha pagato la culla della civiltà perché i vampiri sollevassero i denti dal suo collo? Un pacchetto di 88 riforme per completare “il terzo piano di aiuti dei creditori”. Bel nome, vero, riforme? Suona così pregno di speranza, di rinnovazione. Peccato che traducendolo nel piano pratico, riforme comincia ad avere un odore di carne, di sangue, qualcosa che si avvicina di più al ricatto. 

Già, perché le “riforme” che la Grecia dovrà affrontare comporta l’aumento delle tasse sugli immobili, un complesso di privatizzazioni nel settore energetico, e ovviamente l’immancabile taglio della spesa pubblica (fate presto!) che – manco a dirlo – andrà a gravare sulle pensioni e sul welfare del popolo. 

Però la Grecia otterrà, grazie a queste “riforme” ottenute dopo lunghe ore di negoziato, un pacchetto di 11 miliardi di aiuti da parte dell’Eurogruppo. 

Ok, ma il vampiro se ne va? La Troika ha deciso di lasciare la Grecia?

Macché. Ovviamente, pacche sulle spalle e sorrisi da rotocalco a latere, “le visite della Commissione continueranno sino a che la Grecia non avrà ripagato il 75% del suo debito da 230 miliardi di euro verso i suoi creditori comunitari” come riporta il Guardian. 

Accanimento terapeutico 

Gioite, la Grecia è salva. La Grecia ha chiuso l’anno passato con un superattivo pari al 3,7% del Pil. Non sbucato dal nulla, ovviamente: certo, la produzione industriale e le esportazioni sono leggermente in salita, anche se ci chiediamo chi se ne avvantaggerà. Già, chi? 

L’Eurostat ci offre su un piatto d’argento cifre secche e crude. Un film horror: dal 2010 il potere d’acquisto dei greci è crollato del 24%, il 21,2% della popolazione vive in povertà “estrema”. 130mila persone, lo scorso anno, hanno rinunciato alle eredità: non avevano soldi a sufficienza per pagare le tasse. 

Ricordiamo col cuore stretto i titoli di giornale del 2012 che riportavano storie da un Paese quasi del terzo mondo. Le insegnanti che denunciavano che i bambini svenivano in classe per la fame: non avevano da mangiare. 

Non avevano da mangiare. 

I minorenni poveri erano mezzo milione nel 2012, 1700 suicidi in due anni, gente costretta a passare da un lavoro dignitoso a rovistare nei cassonetti come cani randagi per trovare l’avanzo di un panino.

Sono numeri anche questi, no? Numeri numeri numeri, come quelli che ci rimbombano nelle orecchie: “La Grecia ha un debito di miliardi” “La Grecia deve tagliare la spesa pubblica” “La Grecia deve, deve, deve”. 

Il popolo paga gli errori e le speculazioni di chi è fuggito anni fa, annusando la crisi. 

Chi è rimasto a festeggiare la fine del commissariamento? Migliaia di morti, fantasmi nelle strade, vecchi abbandonati, bambini denutriti. 

All’Africa l’Occidente ha condonato miliardi di dollari di debito. La Grecia è troppo vicina per provare una qualsiasi empatia. 

Lo scenario pre-elezioni e l’ombra nera di Alba Dorata

C’è poco da scherzare in Grecia, specie per Tsipras. Nell’ottobre del 2019 ci saranno le elezioni e nel Paese sta crescendo sempre di più il movimento di estrema destra Alba Dorata, che supera il 10% delle preferenze. I giornali amano semplificare e sostenere che Alba Dorata regga il suo crescente consenso sull’insofferenza della popolazione verso il multiculturalismo e verso l’immigrazione. Almeno in parte è una narrazione vera; in un Paese piegato dalla povertà e nel quale il welfare è stato ridotto all’osso per far fronte alle misure dell’Austerity, la gente comune non sprizza di solidarietà verso gli stranieri che sono visti come una minaccia, considerato che in molti non riescono a mettere insieme il pranzo con la cena. 

Tuttavia il picco di Alba Dorata è dovuto piuttosto all’insofferenza dei greci verso le politiche di austerity, la macelleria sociale che ha spezzato le reni alla Grecia come nessun Mussolini avrebbe saputo fare. 

Il popolo greco è ridotto alla fame, e chi riesce a mangiare non può curarsi; la dignità ferita da pianto diventa ruggito, e il rischio che Alba Dorata ottenga percentuali più alte esiste.

Ma finché l’affaire Grecia resterà un servizio fotografico che immortala Tsipras mentre si diverte con una cravatta, e i riflettori saranno spenti su tutti i greci che la cravatta l’hanno usata per impiccarsi, questa storia di sangue e lacrime resterà l’asettica narrazione di un semplice debito da ripagare. Costi quel che costi. 

Il “reato” di povertà e la solidarietà selettiva

Aicha Elizabethe Ounnadi è l’operatrice ecologica licenziata qualche mese fa per aver preso un monopattino dal deposito della Cidiu Servizi di Collegno, il consorzio che si occupa della raccolta di rifiuti in alcuni quartieri di Torino. Per il giudice, presso cui la donna ha presentato ricorso, il licenziamento è risultato essere un provvedimento eccessivo, tuttavia, la condotta della dipendente – ad avviso del magistrato – era stata comunque scorretta ed equiparabile ad un furto.

Per questo, sebbene abbia ordinato all’azienda di indennizzare l’ex dipendente con 18 mensilità, non ne ha disposto il reintegro.

La vicenda dovrebbe essere di pubblico dominio: la stampa – certo senza particolari fanfare – ne ha parlato, sia in occasione del licenziamento, sia più di recente, a seguito della pronuncia del giudice.

Tuttavia, ben poca solidarietà è stata manifestata alla (ex) lavoratrice.

Il fatto colpisce perché la pronuncia del tribunale del ricorso che ha negato il reintegro nel posto di lavoro, confermando la decisione di chi ha buttato per strada la moglie di un uomo disoccupato e la madre di due bambini piccoli, è giunta all’indomani di infuocate polemiche. Polemiche che avevano ad oggetto un eventuale provvedimento di licenziamento, bollato come “ideologico”, ai danni di un’altra lavoratrice. Non interessa qui soffermarsi sulla ben più nota vicenda dell’insegnante ripresa mentre inveisce contro i poliziotti, insultandoli e augurando loro la morte, nel corso di una manifestazione politica. Risultano però evidenti le differenze di approccio da parte della pubblica opinione, delle istituzioni, della stampa e persino della magistratura, nelle due vicende.

Nel caso della operatrice ecologica licenziata, infatti, a differenza di quanto avvenuto per l’insegnante sospesa, nessun comitato di giudici democratici ha vivisezionato comportamenti e motivazioni, valutato complessi combinati disposti, scomodato la giurisprudenza. E questo malgrado le testimonianze in sede giudiziale abbiano confermato che Aicha Elizabethe Ounnadi si sia limitata a portare a casa il fatale giocattolo, ricevendolo dalle mani di una collega che l’aveva prelevato dal deposito aziendale. Perché, ha spiegato la donna, colleghi e amici – consapevoli della sua difficile situazione – erano soliti regalarle vestiti dismessi e giochi per i suoi bambini.

Si obietterà che un conto è un licenziamento “per causa ideologica” un conto l’applicazione della “dura lex sed lex”. Eppure, non può non stupire la rigida interpretazione del magistrato rispetto alla condotta della (ex) lavoratrice: i giudici ci hanno abituato – in circostanze in cui la fattispecie di reato era da ritenersi ben più palese e inconfutabile – a fantasiose elucubrazioni e sentenze motivate da analisi così intrise di approccio soggettivo da rasentare la assoluta discrezionalità.

Non solo. Come è stato rilevato da alcuni, un approccio ideologico è riscontrabile anche nel provvedimento di chi stigmatizza il bisogno, l’indigenza e le difficoltà di una persona, forse ingenua, ma non certo disonesta.

Le difficoltà e il tentativo di affrontarle con una certa dignità diventano non più e non solo motivo di compassione ed empatia, ma, al contrario, di censura e di sanzione.

E se pensate che queste valutazioni siano esagerate e de-contestualizzate, pensate che è di questi giorni la decisione della giunta comunale di Genova di sanzionare coloro che rovistano tra i rifiuti. A dispetto dei mille distinguo e delle tante rassicurazioni fornite da sindaco e assessori, si resta basiti di fronte a un provvedimento che punisce con una sanzione pecuniaria chi si rende “colpevole” di un comportamento a cui può essere costretto solo dalla fame o dall’estremo bisogno. Stupisce e spaventa pensare che di fronte ad un simile comportamento, sia ritenuto prevalente l’interesse al decoro di strade e città, piuttosto che la tutela di un essere umano che deve ricorrere agli scarti altrui per sfamarsi. Qualunque siano i motivi che spingono qualcuno a rovistare nell’immondizia, sono le cause di quel comportamento che vanno individuate e risolte.

Ma tant’è: anche la notizia del provvedimento della giunta di Genova non ha avuto chissà quale risonanza. Il timore è che l’interesse, lo sdegno, le barricate e persino le manifestazioni di sostegno, siano fatalmente condizionate alla capacità di identificarsi con la vittima di un presunto abuso. Specie se tale abuso evoca concetti e richiami – quelli si profondamente ideologici e ideologizzati – che hanno un appeal irresistibile per chi si fa portatore di certe narrazioni politiche totalmente svincolate dalla realtà di ogni giorno.

Con una mamma lavoratrice che trova nella spazzatura un giocattolo rotto che non potrebbe permettersi di comprare nuovo per il suo bambino, evidentemente, non si identifica quasi nessuno.

Né col pensionato o col disoccupato che rovista nel cassonetto.

Loro evocano una narrazione contraria a quella fortemente voluta e spinta: smascherano la dimensione terribile di un Paese alla canna del gas, di una ripresa che non esiste se non nei titoli di alcune testate. Ricordano ai benpensanti quelli che sono i veri problemi che le persone normali, senza un posto pubblico, sindacati e ribalta mediatica patinata vivono ogni giorno. Loro non hanno accesso né a tutele legittime, né a manifestazioni di solidarietà, che vengano dal basso della pubblica opinione o dall’alto del mondo politico e intellettuale.

Possono solo sparire in silenzio, come avvenuto qualche giorno fa nel Salernitano ad un uomo di 48 anni, trovato cadavere nella sua casa, dove viveva senza energia elettrica e senza cibo, morto solo, ucciso dal freddo e della fame.

 

La foto in alto è dell’autrice dell’articolo, Federica Poddighe.