Il revisionismo ha bisogno di risposte, ma la censura rifiuta le domande

L’argomento è scottante e pericoloso, ma ritengo sia intellettualmente e moralmente necessario affrontarlo, quanto meno ponendo alcune domande.

Una legge votata dal Parlamento come aggravante della Legge Mancino prevede la reclusione da 2 a 6 anni, e oltre a 6.000€ di multa per “incitamento all’odio razziale che si fonda in tutto in parte sulla negazione della Shoah o dei crimini di genocidio o di guerra o contro l’umanità”.
Gli Armeni, i Nativi americani, i Curdi non fanno parte dell’umanità se rispetto alle loro tragedie è possibile ogni forma di riduzione, di dimenticanza o di negazione?

Quindi anche il dramma delle foibe è un evento storicamente riducibile a questioni non umane se oggi, 22 giugno, alle ore 21.00, presso il Palazzo del Municipio di Genova, si tiene l’incontro intitolato “Foibe: la grande menzogna”?

E se un altro convegno fosse intitolato “La Shoah: la grande menzogna”, cosa accadrebbe nella democrazia della parola e della scrittura?

Chiedo questo perché nell’ultimo libro di Lucarelli e Picozzi viene riportata, e condivisa, una dichiarazione del museo dell’Olocausto di Washington secondo il quale “a morire sterminati nei campi di concentramento nazisti non sono stati sei milioni di ebrei, ma dai quindici ai venti milioni, uccisi nelle oltre quarantaduemila strutture tra i campi tedeschi” e quelli diffusi in Europa. Non chiederò nessuna verifica di questa affermazione, perché la legge mi impedisce di parlarne, ma posso avere un mio pensiero o anche solo per questo devo aspettarmi una perquisizione, una denuncia e un arresto?

Per parafrasare una celebre citazione di Orwell: nel tempo della censura più feroce pensare diversamente è già un atto rivoluzionario. E il pensiero non è arrestabile, né multabile e né sopprimibile, se non con la morte del pensante.

 

Foto di Alfonsa Cirrincione.

Anche i petalosi piangono!

La reazione degli esponenti della sinistra radical-chic e petalosa all’annuncio della squadra di governo è emblematica.

Non una parola di elogio per uomini che – in nome della volontà popolare, che si concretizza nella maggioranza assoluta di cui godono alle camere – hanno tenuto la schiena dritta sfidando ricatti e minacce di potentati economici, della finanza, di potenze straniere concorrenti, come una “sinistra” seria (stavolta metto le virgolette, per rispetto alla storia della tradizione socialista ormai morta e sepolta) avrebbe altresì fatto a prescindere, ma accuse (lanciate ancora prima del giuramento stesso!) delle solite corbellerie che ripetono come un mantra: -sessismo, -omofobia, -razzismo,-ha stato putin,- trump 30 anni fa ha toccato il culo a un’attrice ecc ecc.

Consuete corbellerie che danno la misura di quello che è diventato lo schieramento progressista di ogni paese occidentale nel 2018: un mondo che si schiera dalla parte della reazione e della distruzione dei diritti sociali dei lavoratori, per precarizzarli e poi schiavizzarli del tutto (si sono indignati di più per l’annuncio di Fontana al ministero della famiglia di quanto non fecero per il jobs act!!). Diritti sociali in compenso sostituiti, nelle loro battaglie, dai cosiddetti “diritti civili”, che passo dopo passo porteranno alla distruzione del principio stesso di famiglia (società naturale formata dall’unione di uomo e donna, come cellula base della società). Principio, si badi bene, non proprio dei cattolici integralisti, ma sancito dalla Costituzione italiana all’art. 29. E ciò –sempre che non si inverta la rotta nichilista e laicista degli ultimi anni- a tutto vantaggio dei grandi potentati economici che avrebbero tutto da guadagnare dalla nascita di un “individuo monade”, privo di legami famigliari, comunitari, sociali. Insomma, non un uomo nel senso aristotelico del termine, cioè uno “zoon politikon”, ma in compenso un consumatore perfetto, ingranaggio del sistema economico totalizzante.

Se poi consideriamo che in realtà nel contratto di governo non c’è né la revisione della legge 194/78 né l’abrogazione del Cirinnà, possiamo affermare che l’isteria di lorsignori è, oltretutto immotivata, e appare quindi un attacco discriminatorio rivolto a un ministro (Lorenzo Fontana) che ha l’unica colpa di essere cattolico praticante. Nel contratto di governo- e concludo- è invece auspicata, tra le altre cose, una revisione del jobs’act e della Fornero, ed è sottintesa una critica alle politiche di austerità imposte dalla Germania, ma di questi aspetti si è parlato poco. Poi continuano a chiedersi perché “hanno vinto i populisti”. Registriamo però che qualcuno, da Fassina a Rampini, nel mondo giornalistico e politico della sinistra sembra quasi che stia ravvedendosi: forse, anche per loro, non tutto è perduto.

*Interessante, rispetto a questi ragli, sarebbe cercare di capire, ad esempio, il ruolo del governo Trump in quello che è successo in Italia nell’ultima settimana. Ma è una questione molto complessa, perché siamo nell’ambito dello scontro tra centri di potere in atto negli Usa e in quello tra gli usa stessi e la Merkel. Meglio aspettare nelle prossime settimane le considerazioni degli analisti più attenti.

Il nero è uscito dal gregge

Disclaimer: questo articolo è altamente provocatorio. Se siete liberali, se siete persone che inzuppano il politicamente corretto nel latte a colazione, se siete open-minded, se siete giovani fragili, questa lettura potrebbe essere dannosa. Ricordiamo che non ci sono safe-space nelle vicinanze dove rifugiarsi: leggete a vostro rischio e pericolo. 

Cosa è razzismo, cosa non è razzismo 

“È impossibile parlare del razzismo di oggi se non si ricorda il razzi­smo di ieri” diceva Gian Antonio Stella. 

Il razzismo: che tematica ampia. Certamente una delle più scottanti degli ultimi anni: accendiamo il telegiornale e sentiamo parlare di razzismo, apriamo i giornali ed ecco una disquisizione finissima sul razzismo, parliamo con qualche amico al bar ed ecco che ogni scusa è buona per blaterare di razzismo. 

L’uso indiscriminato di un termine ne comporta l’annacquamento, l’annacquamento fa sì che – in sintesi – se tutto è razzismo allora nulla è, davvero, razzismo. 

Ecco quindi che ad oggi ognuno pretende di spiegarci cosa sia e cosa non sia questo odioso (così ci hanno insegnato, almeno spero) fenomeno che, a quanto sembra, si annida potenzialmente anche in uno sguardo, in un gesto, in una frase detta o non detta. 

Cosa diamine è questo razzismo? Affidiamoci alla sapienza di Treccani, che ci dice che si tratta della “concezione fondata sul presupposto che esistano razze umane biologicamente e storicamente superiori ad altre razze”. Oh, è consolatorio: allora è come pensavo. Razzismo è credere che una razza possa essere considerata superiore ad un’altra. 

Quindi l’esercizio mentale del considerarsi superiore ad un ignorante è del tutto legittimo: ma esso diventa razzismo se pensiamo di essere superiori, che so, a tutti gli asiatici o a tutti i neri, solo in virtù del colore della nostra pelle. 

Finita questa brevissima disanima sul concetto di razzismo (del resto, sussiste un rapporto di proporzionalità inversa fra la semplicità del fenomeno e la complessità della sua narrazione nei media occidentali) concentriamoci su quest’ultima. 

Cos’è il razzismo, secondo i nostri media? Si direbbe un fenomeno intrinseco ad ogni movimento non-di-sinistra, non-democratico, non-open-minded, non diritti-per-tutti. 

Insomma, ve la farò breve: se sei di destra, sei uno zoticone razzista. O un imprenditore razzista (perché magari racconti qualche barzelletta sconcia sui neri o sulle rumene). 

Se sei di sinistra, le possibilità che tu sia razzista si avvicinano allo zero: perché sei in definitiva mentalmente aperto, ritieni che siamo tutti uguali sotto questo cielo ingiusto, e pensi che la libertà di espressione individuale sussista per tutti (tranne che per i razzisti, ovviamente). 

Ecco quindi che siamo di fronte ad una auto-legittimazione, alla creazione di una zona franca e di una zona minata: se ti riconosci in un movimento politico-culturale di destra, devi sempre stare attento a dove metti i piedi. 

Se invece pensi da uomo di sinistra liberale, allora puoi spostarti tranquillo nel campo minato del politicamente corretto: è davvero molto, molto difficile che un tuo comportamento possa essere ritenuto razzista. 

Non finisce qui: nel mondo odierno, infatti, questa “bontà aprioristica” e “incapacità di offendere” non riguarda idealmente chi milita o si riconosce nella sinistra liberale, ma anche le persone appartenenti a minoranze etniche. Se sei nero (anche sbiadito), giallo, verde è logico che tu in una società occidentale rappresenti la minoranza. E dato che la sinistra liberale non vuole offendere la minoranza, ella saluta in te, straniero, la tua eredità di sofferenze e di discriminazioni, cercando di fare il possibile per farti sentire a tuo agio. 

No, non gliene frega niente se sei afroamericano ma tuo zio era Tupac e quindi sei cresciuto ricco sfondato di soldi, circondato da donne, se hai studiato nelle migliori università e non dai l’elemosina ai barboni. 

Sei nero, dunque tu incarni la minoranza, sei minoranza. Come tale, avrai sempre diritto ad un trattamento di riguardo: il che non significa che la sinistra liberal ti stenderà il tappeto rosso, ma piuttosto che basta che tu salga su un piedistallo con in mano il discorso di Martin Luther King (se non te lo ricordi grida solamente “I have a dream” e la folla andrà in visibilio) perché il New York Times ti dedichi un articolo in prima pagina. 

Avete questo ritratto di fronte agli occhi? Bene, proseguiamo. 

Tutti i neri sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri” 

Questa noiosissima premessa apre il discorso ad un fenomeno (antropologicamente? Forse. Culturalmente di certo) interessante, da leggere alla luce delle premesse appena fatte. 

Ricordate? Ci sono due uomini, uno vive nella zona franca, l’altro nel campo minato. Partono da due situazioni di disuguaglianza mediatica: il primo rischia continuamente di essere frainteso, il secondo avrà sempre un’aureola di bontà e di progresso che lo illumina addolcendone i tratti. 

Ora, succede che ad un certo punto il meccanismo si ingrippa. E si ingrippa perché una pedina non va dove dovrebbe.

La pedina di oggi si chiama Kanye West. Kanye West (se non lo conoscete siete perdonati) è un musicista e cantautore di colore (questa premessa è importante) con milioni di follower sui social, sposato con la famosa Kim Kardashian. 

Ebbene, Kanye qualche giorno fa ha fatto una mossa che potrebbe costargli anche la carriera: ha elogiato il cattivissimo razzistissimo omofobissimo misogino e dittatore Donald Trump. Lo ha definito “un fratello”. Si è fatto pure firmare il cappellino della MAGA, lo stronzo.

Le conseguenze non si sono fatte attendere: Kanye ha perso 9 milioni di follower (secondo il Corriere della Sera) dopo l’elogio a Donald. 

“Kanye West ci ricasca” scrive il Corriere. “È ora di farla finita con Kanye West” scrive un lapidario The Submarine, demolendo il cantante e chiamandolo “troll dell’alt–right” poi parlando della “misoginia mai troppo domata di West” arrivando a dire che il suo ultimo disco trasuda “aggressività ipermascolina” (e che cosa significa, preferiamo non saperlo). 

Non solo: si sprecano anche gli insulti all’intelligenza di Kanye, arrivando a dire che “West è stato indotto a credere che la alt–right sia parte del suo brand perché attivisti e personalità hanno rivendicato la sua partecipazione in maniera sistematica”. 

Leggasi: West non è in grado di intendere e volere, è stato spinto a scrivere qualche frase di elogio a Trump da una non meglio precisata influenza esterna, e nel caso disperato in cui invece intendesse davvero farlo, sappiate che è un fallito, un misogino ed un maschilista. Così, a caso. 

Insomma, Kanye ha simpatizzato per il novello baffuto che sembra uscito da un’America dipinta da Roth? Shame on you. Shame a frotte, titoli schifati sui giornali, follower che svolgono il loro atto di indignazione quotidiano schiacciando il tasto “unfollow” sul loro iPhone, critici musicali che cominciano a trovarti meno geniale, artisti famosi che si rivendicano come alternativi dicendo quello che nessuno prima d’ora aveva mai detto: come può un nero simpatizzare per Trump? 

Già, come può? E come può Toni Iwobi, primo senatore di colore italiano – eletto dalla Lega dove milita da 25 anni, amico di Matteo Salvini – stare in un partito così razzista? 

Più di tutto, come si permette? Come si permettono? 

E anche per Iwobi, giù insulti del tipo “Negro da giardino” (nascondendosi dietro il fatto che questa frase è stata coniata da Malcom X per indicare i neri che, al tempo della schiavitù, per assicurarsi uno stile di vita migliore giungevano a tradire i loro “fratelli” e a diventare i lecchini dei bianchi). E la sinistra tace.

Come si permette un nero di pensare altrimenti? 

Già, come diavolo si permette un nero di pensarla diversamente da come io penso che sia giusto? 

A questo punto il lettore confuso mi farà notare che questo atteggiamento potrebbe essere definito razzista.

Ma io lo correggo subito: no, non è un atteggiamento razzista, perché chi esprime questi pensieri fa parte della sinistra liberal. Ricordate il discorso di prima? Zona franca dal razzismo. Potete sbizzarrirvi, potete dire quello che volete a quei due brutti negri che hanno osato tradire la loro razza, esercitando il loro pensiero al di fuori di quello stretto recinto della prevedibilità. 

Il nero o è di sinistra, liberale, anti-razzista, democratico, o non è. Altrimenti è solamente un troll dei bianchi, uno scemo, uno sfigato, oppure un traditore, un voltagabbana. 

Ma un voltagabbana per chi? Ma per la sua razza, ovviamente. 

No, no, pensarla così non è razzista, assolutamente. Pensare che un nero – proprio perché nero – debba avere precisissime idee culturali, politiche, economiche, è del tutto normale. È giusto punire il nero che esce dal gregge: parola di un bianco, ma di sinistra e liberal. 

 

L’immagine in alto è dell’autrice dell’articolo, Grazia Roversi.

Uso e abuso della “percezione”

«Io e te – spiega una scuola di psicologia e psicoterapia molto distante dalle fissità interpretative di Freud ed altri esponenti delle psicologia classica1siamo due organismi ed entriamo in contatto attraverso la nostra interazione che avviene attraverso ciò che viene definito “confine del contatto”», involucro che protegge il sé, inteso come «“organo” della persona, uno strumento che ha insita la capacità di regolare l’organismo che presiede e di risolvere i suoi problemi per mezzo della sua caratteristica principale che è quella di essere un “processo permanente di adattamento creativo” dell’uomo al proprio ambiente», e allo stesso tempo ‘stoffa’ di aderenza tra soggettività.2 Il sé quindi non è più l’anima, ma lo strumento che agevola la conoscenza e l’incontro ed è qualcosa che va plasmandosi nella continua verifica alla quale il reale lo obbliga. In questo senso ogni momento è crescita.

«Il termine tedesco Gestalt è il participio passato di von Augen gestellt che letteralmente significa posizionato davanti agli occhi, ciò che compare allo sguardo, ovvero forma». La Gestalt considera fondamentale e lavora sulla percezione della realtà anche attraverso i suoi dettagli facendo emergere dallo sfondo spesso indifferenziato la figura dettagliata.«Il motto per antonomasia dei gestaltisti è: “Il tutto è più della somma delle singole parti”, significa che la totalità del percepito è caratterizzato non solo dalla somma dalle singole attivazioni sensoriali, ma da qualcosa di più che permette di comprendere la forma nella sua totalità»3.

Il modello terapeutico in questione punta alla crescita della persona e alla sua “competenza relazionale”, “crescita” intesa «come costruire, attraverso un processo di confronto critico, una nuova integrazione tra Soggetto e Ambiente». La crescita dunque avviene attraverso i contatti con l’ambiente, ma «ogni contatto implica una fase conflittuale nella quale gli equilibri esistenti entrano in crisi (conflitto tra “vecchio” e “nuovo”, tra Organismo e Ambiente) ed una fase costruttiva, nella quale si perviene ad una nuova sintesi (cfr. la “fusione degli orizzonti” di H.G.Gadamer)»4.

Ci incuriosisce siffatta scuola di terapia, proprio perché sembra essere all’avanguardia nel trattare con serietà le sensazioni, i bisogni, i segnali del corpo, nel non “criminalizzare” il disagio, a non considerarlo imprinting insuperabile e a lavorare sugli istinti primari e le percezioni per restituirli alla consapevolezza della persona ed affermarli come forza creativa, in tempi in cui vi è un aumento di richieste di aiuto psicologico, un aumento delle psicosi e dei disagi (già in età adolescenziale5) legati soprattutto alle “nuove solitudini” che spingono alle dipendenze da sostanze e da santoni6, all’instaurazione di rapporti malsani, al rifiuto di relazioni significative con l’altro.

Il fatto che le scienze psicologiche siano diventate “di moda” e i loro contenuti accessibili a tutti, attraverso la rete e i reparti di librerie e biblioteche sempre più forniti di libri motivazionali e di crescita personale, ha portato con sé un retroaltare pericoloso, la pan-psicologizzazione sociale, ad opera di chi il più delle volte non ha adeguata formazione o ad opera di chi ce l’ha ma la utilizza non per la cura della persona, bensì per trarre profitti dalle consulenze o per i fini più disparati. Secondo un think thank del Pentagono «Il presidente russo Vladimir Putin sarebbe affetto da sindrome di Asperger, “un disturbo autistico che influenza ogni sua decisione”».

Le scienze psicologiche e psicocliniche si prestano purtroppo ad un uso deviato e deviante, che non risparmia nessuno e ancor più pericoloso è lo scimmiottamento di esse. In un simile clima, se la psicologia ‘assiste’ la persona, un qualche ‘medico’ deve occuparsi della comunità che nella sinergia crea il terreno ove la persona si sviluppa e nell’applicazione distorta di certi saperi lo ammorba di piante cattive.

È quanto accade nel tempo del politicamente corretto e delle memorie del bisogno, tempo in cui la proposizione di un problema “ambientale” è mutata e resa, nella sua narrazione, in percezione di qualcosa che si insinua esista soltanto nella dimensione appunto sensoriale del soggetto, presentato come influenzabile e fobico, schiavo di mediocri ossessioni, attaccato alla gonna della meschina paura.

È quanto avviene in tema di sicurezza e immigrazione con consequenziale messa la bando dei “seminatori di odio” e fomentatori di infondate paure, alias critici del sistema migratorio attuato, mentre la forza del reale della cronaca lacrime e sangue illumina silenziosa l’artata cecità. È ciò che accade sul versante dei “nuovi diritti” che, se non vanno a genio o suscitano perplessità stante la contemporanea concessa eliminazione di quelli sociali, comportano un immediato inserimento nel registro degli omofobi, dei retrogradi, dei bigotti, degli haters. Ma prima ancora dei temi spinosi, la questione riguarda il normale e l’ovvio, che sì con questi problemi si intreccia, ma non sempre.

Ricordo a tal proposito un gustoso commento alla foto che circolava su facebook presentando la famiglia del futuro già possibile, quella gender fluid e atipica, di una mamma transgender (mi si perdoni se non azzecco la sfumatura precisa), ormai esteticamente con sembianze maschili (barba e fisicità mascolina), la quale o il quale (chiedo sempre venia) allattava il suo bambino partorito “da uomo”. Alle constatazioni che ciò non sia esattamente il valzer della normalità mosse da più utenti, altri molto più aperti ribattevano con un politicamente correttissimo pensiero che suonava o meglio tuonava più o meno così: «non bisogna giudicare questo come il prodotto di cultura macabra e destabilizzante… Io vedo una mamma che nutre il proprio figlio».

La nostra attenzione deve fermarsi sul “io vedo”. Essendo l’oggetto della visione un qualcosa che logicamente e obiettivamente è da condursi almeno sul piano estetico a tutt’altro, vien da dire che questo “io vedo”, non è il vedere oggettivante di Tommaso che accetta la Verità della visione, ma è una costruzione soggettiva oltre la percezione fisica dell’occhio che si impone sul reale, svuotandolo, decostruendolo, sostituendolo con la farsa del “io vedo una madre”, mentre la visione che si presenta all’iride è quella di un uomo che sostituisce agli occhi innocenti del pargolo ‘l’archetipo della madre’ nell’atto che fa più madre di tutti: l’allattamento.

Il “io vedo” sottende l’accettazione pacifica dell’anormale, che non ha nulla di ovvio ed ha, a nostro avviso, molto di insalubre. Ecco così trasferito sul piano dell’ottimismo, della positività (finanche quella giuridica dell’”amore” che «vuol farsi diritto per realizzarsi pienamente»7), del buono e del bello, ciò che per natura è almeno “strano”, in un tempo peraltro che condanna il minorato e il diverso alla solitudine o ad essere un non nato (ci si chieda come mai nel politicamente correttissimo e civilissimo Occidente nascano sempre meno bambini con la trisonomia del cromosoma 218).

Di contro, ecco trasferito sul piano della ‘fobia’, della patologia, ciò che dovrebbe stare sul piano delle relazioni ‘più antiche’ e delle dinamiche essenziali alla vita. La vita che è relazione. É recintato quindi nell’ambito della scelta soggettiva ciò che non va apprezzato come fatto isolato e faccenda individuale, concernendo invece l’antropologia, la cattura delle dinamiche umane non come mera speculazione intellettuale, ma responsabilità nel cogliere i segni del tempo e non lasciarli alle pagine dei libri, soprattutto quando sono spie e sintomi di morbi pericolosi. La realtà fattuale è banalizzata e costretta nella bolla della psicosi, dell’astruseria, della singolarità, della pochezza. Chi si lamenta degli aspetti tragici del reale mettendo in discussione politiche e progetti è bollato come quello che per ignoranza “non ce la fa” ad accettare questo mondo petaloso.

La “migliore vecchia pazza dopo Oriana Fallaci” (C. Langone)9, l’antropologa Ida Magli, aveva più volte evidenziato quell’imbroglio moderno del collegare alla sfera psicologica quei problemi che, non soltanto per onestà intellettuale, andrebbero letti invece usando la lente dell’antropologia culturale, che dal modo di atteggiarsi degli individui nelle relazioni che intrattengono estrae il succo amaro delle dinamiche involutive e il miele dolce delle possibilità d’elevazione, e funge da strumento di anticipazione e precauzione.

Il metodo antropologico, avendo in qualche misura a cuore il benessere dell’uomo e il senso stesso dell’esistenza, una e breve, sembra implicare anche la considerazione di non essere capitati per caso nel mondo, ma dell’essere portatori di un senso che merita un riconoscimento e una cura, dell’essere fautori di dinamiche che modificano l’orizzonte degli eventi.

Usiamo poi la provocazione langoniana non perché riteniamo tale la professoressa, né tale la riteneva il giornalista che anzi ne sottolineava l’acume, ma riprendiamo l’epiteto proprio perché il boicottaggio delle intuizioni della Magli operato dagli intellettuali senza argomenti è passato proprio dallo screditamento nella semplicistica reazione di stomaco, quanto mai banale, secondo cui le donne che pensano fuori dal coro siano in fondo un po’ matte, soprattutto quando sono anche belle o quando anticipano i tempi.

Ancora più matte sono quando amano e vogliono portare la gonna e non i pantaloni, come vuole il femminismo più audace, che della donna nega quanto è già inscritto nel suo corpo: la maternità. Ciò viene realizzato nell’asserzione che la verità del corpo (il bacino non piatto che aiuta il sostegno del pancione, il seno che produce latte) sia in realtà una fallace percezione, o meglio, citando una ormai nota e comica definizione “un concetto antropologico”, sedimentato in anni di patriarcato.

Facendo leva sulle debolezze e gli aspetti psicologici queste nuove costruite percezioni mortificanti la natura, nel paesaggio del “io sono me stesso”, espressione ‘tammarica’ che significa niente, fanno “regola tra le parti”.

Prendendo l’universo social come uno dei più vividi schermi ove si proietta, spesso invero deformato, il comune sentire sociale, hanno in qualche modo impressionato i commenti di matrice ultra-femminista rivolte in un articolo all’artista Frida Kahlo, monumento intoccabile agli occhi una certa intellighenzia anche progressista, apostrofata “scendiletto”, “schiava d’amore”, “cagna” per avere dedicato al suo Diego Rivera, non esattamente il prototipo dell’uomo piacente, mielose parole di amore totale10.

Riconosciuto il proprio ombelico come centro del mondo, la propria esperienza, spesso falsata, è sentenza, è legge. La propria costruzione ideologica è bibbia. Chi non ha – magari per grazia del Signore – quella stessa esperienza allora deve tacere. Del lavoro in miniera parli solo chi ha svangato in miniera. Sia mai che chi non ha tirato fuori un chilo di carbone possa empaticamente abbozzare un’analisi.

La ricerca viene invece ridotta a complotto, l’oggettività dei dati sminuita a impressione, gli orrori di guerra a fake news, le false flag a verità. I revisionismi fisiologicamente al bando!

È, sul piano umano, la morte dell’empatia, dell’affettività, del senso del sangue e della continuazione del sé, dell’adesione fertile nell’amicizia, del desiderio di sperimentare i propri limiti e i propri eccessi nella crescita insieme. È la morte dell’altro, ammesso solo nella funzione di strumento di appagamento egoistico.

L’iper individualismo ci consegna un mondo molto povero di alterità, dove non possono così esistere, nemmeno della dimensione della visione letteraria, le tensioni più intime che sono la fiammella dei popoli e, in qualche senso, le caratteristiche dei Santi: il senso dell’ingiustizia, il coraggio della ribellione, il desiderio di comunità, le tensioni grandi e le inquietudini piccole, lo sguardo oggettivante che riconosce il vulnus e lo cura.

Non è più il tempo di Anna Karenina, del romanzo onnisciente soppiantato dal catino delle vomitate social, del sogno, della poesia e dei carteggi amorosi ove il pittore comunista scrive all’amata «sono avvolto in una dolce nuvola d’oro che si chiama Marta e fuori da questa nuvola mi sento solo e sperduto» e la Duse al Vate «Muoio di melanconia senza di te, Gabri».

 

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione, scattata alla Biennale di Venezia.

2http://www.igf-gestalt.it/2013/06/teoria-del-se-e-ciclo-del-contatto/ Mentre nella psicoanalisi come nella Psicologia analitica il “Sé”, scritto maiuscolo, rappresenta una struttura centrale, nucleare dell’individuo, molto profonda e fondamentale, al contrario in Gestalt la parola “sé” si scrive minuscola perché non ha niente a che fare, senza peraltro escluderne l’importanza e l’esistenza, con una qualche struttura particolarmente “nobile” di tipo archetipico come l’anima o lo spirito o con un qualche nucleo centrale e primario della persona che ne definisce la natura innata e specifica. Si potrebbe dire piuttosto che il sé è come un “organo” della persona, uno strumento che ha insita la capacità di regolare l’organismo che presiede e di risolvere i suoi problemi per mezzo della sua caratteristica principale che è quella di essere un “processo permanente di adattamento creativo” dell’uomo al proprio ambiente, interiore ed esteriore, come peraltro esso viene appunto definito da Goodman. In questo caso quindi per ”processo” non si intende più un qualcosa di statico, fermo, sempre uguale a se stesso, ma piuttosto qualcosa che è in movimento e che cambia continuamente col mutare delle situazioni interne ed esterne, attraverso questa sua funzione creativa di organizzarsi e riorganizzarsi in base alle diverse circostanze, con lo scopo di ristabilire l’integrità organismica. Questa è la funzione che ci permette di ritrovare il benessere quando lo perdiamo e che possiamo pertanto intendere come fondamentale nella spinta alla vita e alla salute.

4http://www.gestaltherapy.it/Gestalt-Psicoterapia-Modello.aspx?nav=itmModell

5https://www.tecnicadellascuola.it/alunni-fragili-famiglia-non-parlano-serve-uno-psicologo-scuola-li-faccia-aprire

6http://www.repubblica.it/cronaca/2018/02/27/news/le_sette_in_italia_testimonianze_numeri-189839775/

7http://astratto.info/rodota-lamore-si-libera-dal-predominio-del-diritto.html

8https://www.huffingtonpost.it/2017/08/22/in-islanda-non-nascono-quasi-piu-bambini-con-la-sindrome-di-down-i-genitori-chiedono-lo-screening-prenatale_a_23156663/

9https://www.ilfoglio.it/articoli/2014/01/01/news/per-non-ascoltare-mika-basterebbe-leggere-quella-vecchia-pazza-di-ida-magli-74088/

10 (La mia notte mi strema. Sa bene che mi manchi e tutta la sua oscurità non basta a nascondere quest’evidenza che brilla come una lama nel buio, la mia notte vorrebbe avere ali per volare fino a te, avvolgerti nel sonno e ricondurti a me).

Il tramonto di Dixie: breve sintesi della guerra civile americana 1861-1865

-There was a land of cavalliers and cotonfields, called “Old South”- da “Via col vento”

Nei mesi scorsi si è avuta notizia della rimozione, in alcuni stati del sud degli Usa, di alcune statue di militari e politici della Confederazione. Non è mia intenzione, in questa sede, discorrere sull’assurdità del “politicamente corretto” che va a sfociare in atteggiamenti iconoclastici di negazione di una storia con la quale non si vuole fare i conti; vorrei altresì chiedermi, da un punto di vista storico, se davvero la guerra civile Usa è stata una guerra “giusta”, condotta dai buoni nordisti per “liberare gli schiavi del sud”, o se questa visione è, almeno in parte, riduttiva e forzata (1). D’altronde occuparsi di questa guerra è fondamentale, perchè si tratta di un evento di importanza epocale: il conflitto, che possiamo definire la prima guerra totale e moderna, ha visto impiegate, tanto per fare un esempio, la prima corazzata e il primo sommergibile . (2)

Tradizione e modernità

Un altro aspetto per noi importante, legato a questo evento, è che tra il 1861 e il 1865 negli Usa si sono affrontate due visioni del mondo, opposte ed inconciliabili: l’aristocrazia contro la borghesia, la tradizione contro il modernismo. Non è un caso che mentre in Europa tutte le sinistre, marxiste o liberal-progressiste che fossero, parteggiassero per gli uomini in blu dell’Unione (Marx mandò le sue felicitazioni a Lincoln) il cuore di tutti i conservatori, con in testa il Papa beato Pio IX, battè per la Confederazione degli stati del Sud. (3)

Verso il conflitto: le premesse ideologiche ed economiche

Vediamo ora come si arrivò al conflitto. Questo, di fatto, si aprì con le cannonate sparate il 12 aprile 1861 contro la base di Fort Sumter, un forte del governo federale di Washington situato nel territorio della Carolina del Sud, ma le premesse vanno ricercate molto più addietro, nelle differenze tra la società nordista e quella sudista. La prima, il mondo degli yankee, era moderna, industriale, capitalista, borghese e individualista. Il vecchio Sud era invece una società rurale, aristocratica, arcaica e tradizionalista. Scriveva uno dei padri della patria americana, il virginiano Thomas Jefferson, alla vigilia della guerra d’indipendenza “…la gente del nord ha la mente fredda. E’ sobria, laboriosa (…) Quella del Sud è fiera, indolente, più facile all’ira ed all’entusiasmo, più sensuale, gelosissima delle proprie libertà…”. (4) Queste differenze, alimentate anche dalla diversa cultura religiosa, calvinista e puritana al nord, in prevalenza anglicana e cattolica al sud, si riflettevano in interessi economici divergenti. I nordisti aspiravano a potenziare l’industria nazionale attraverso una politica mercantilista, basata su forti dazi doganali, e volevano al contempo potenziare il mercato interno, costruendo nuove strade, ponti, ferrovie. Ma per fare tutto questo servivano molti fondi, ed essi pensavano di reperirli, ancora una volta, con i dazi. Ma ciò cozzava con gli interessi del sud agricolo, liberoscambista per vocazione, che esportava il suo cotone in Europa, e in Europa acquistava i manufatti industriali di cui necessitava.(5) Molto rilevante fu la questione circa la struttura da dare ai nuovi stati acquisiti: sarebbero stati modellati sull’esempio degli stati del nord o del sud? E’ vero che fino alla seconda metà dell’800 al congresso federale il nord era stato maggioritario ed era riuscito ad imporre le sue istanze, a tutto danno degli interessi del sud, ma con l’affermarsi di nuovi stati liberoscambisti gli equilibri avrebbero potuto modificarsi (6) Inoltre è vero anche che, almeno fino al 1850, la classe politica federale aveva capito le differenza tra il nucleo virginiano e quello della Nuova Inghilterra e aveva governato con equilibrio. Il giocattolo iniziò a rompersi con lo sviluppo industriale: “…l’esplosione della rivoluzione industriale aveva mutato tutto: ora il nord era diventato un gigante in prepotente espansione e rapidamente andava asservendo, inglobando, rendendo simile a sé tutte le sezioni degli Stati Uniti” . (7) Ogni tentativo di giungere ad un accordo, negli ultimi mesi, era fallito. Così, quando nel 1860 venne eletto un rappresentante degli interessi industriali del nord come Lincoln, la Carolina del Sud proclamò la secessione, seguita a ruota da Alabama, Georgia e Mississippi. Alla fine, su un totale di 33 stati, 11 aderirono alla Confederazione del Sud.(8) Ma chi era Abram Lincoln? Di certo non l’eroico antischiavista di cui a volte si è parlato. Nel 1858 si era pubblicamente impegnato a “…non sostenere in alcun modo l’uguaglianza politica e sociale fra la razza bianca e quella nera. C’è fra le due una differenza fisica che, a parer mio, impedirà loro per sempre di vivere assieme su un piede di uguaglianza; e, se una differenza deve esserci, sono favorevole che la razza cui appartengo sia in posizione di superiorità..” (9) Possiamo dunque affermare che il nord fece la guerra perché aveva capito che solo invadendo il sud ed imponendogli la sua economia e mentalità “yankee”, gli Usa sarebbero diventati una superpotenza. Inoltre, in pieno sviluppo industriale, al nord serviva manodopera a basso costo: quale migliore idea che “liberare” i neri del sud? Si trattava di milioni di potenziali operai, che avrebbero anche garantito quell’ “esercito industriale di riserva” di cui ha parlato Marx. La questione dell’abolizione della schiavitù, da un punto di vista morale, di fatto ha interessato solo un pugno di puritani fanatici (10). A livello governativo fu sfruttata in modo importante solo dopo i primi anni di guerra, per dare alla stessa una giustificazione ideologica. “Il solo obiettivo è la preservazione dell’Unione: se per far questo occorre mantenere la schiavitù lo farò, se occorrerà abolirla la abolirò”, ripeteva Lincoln. Il Sud, dal canto suo, più che in difesa delle istituzioni schiaviste prese le armi perchè intuì che il protezionismo industriale avrebbe distrutto la sua civiltà, e si battè con eroica disperazione per salvare il suo mondo, e il sacrificio e la libertà di intere generazioni che sulla terra e sulla famiglia avevano scommesso tutto. “Not for slavery, for independence”: “Combattiamo per l’indipendenza, non per la schiavitù” fu il motto del Presidente della Confederazione, il senatore del Mississippi Jefferson Davis.

Due parole sulla schiavitù

Ora, prima di proseguire nella narrazione, è indispensabile spendere due parole sulle schiavitù. E’ naturale che questa a noi appaia un’istituzione sbagliata. Conta infatti relativamente poco che gli schiavi avessero un’istruzione, un’educazione religiosa, mangiassero e bevessero bene e venissero trattati ( nella maggior parte dei casi) con paternalistico affetto. E infatti anche nel vecchio Sud non in pochi lo avevano capito: probabilmente la schiavitù si sarebbe esaurita entro non molti anni, come era accaduto o stava accadendo in altri paesi, senza bisogno di scatenare una guerra da seicentomila morti. Per dirla con le parole di Raimondo Luraghi, da lì a poco, quella “…antiquata e repellente istituzione era destinata ad estinguersi…” (11). Ma se non è per affrancare i neri, visto che già Tocqueville notò che essi erano più discriminati al nord che al sud, cosa spinse il nord borghese a distruggere il Dixieland? Una risposta potrebbe essere che, oltre agli interessi economici contingenti cui abbiamo fatto riferimento, presso gli yankee vigeva già quella mentalità prevaricatrice che vede nella società capitalista la civiltà per eccellenza (12) , e porta a considerare barbaro il resto del mondo(13) . Sentiamo ancora come si è espresso, a questo proposito, Luraghi: “…con il crescere di una classe borghese moderna, forte, sicura di sé, era andata sviluppandosi nel nord una ideologia che considerava il capitalismo liberale (e la società liberale da esso generata) come il migliore dei mondi possibili…” (14)

La guerra

Alla vigilia del conflitto gli stati del nord contavano 22 milioni di abitanti e un potenziale umano pari a oltre 4 milioni di soldati. A queste cifre la Confederazione, abitata da 9 milioni di persone, poteva opporre un potenziale umano massimo di 1140000 soldati. In ambito industriale il divario tra nord e sud si ampliava drammaticamente: grazie alle loro 186mila industrie, gli yankee disponevano di 2283 cannoni e 441mila fucili; i confederati, forti di appena 18mila industrie ca, possedevano 464 cannoni e 150mila fucili.(15) Leggendo queste crude cifre, si potrebbe pensare che la guerra sarebbe finita ancora prima di iniziare, ma non fu così. I confederati supplirono alla carenza industriale con l’indomito valore, dovuto tanto al loro aristocratico orgoglio, quanto alla disperata convinzione che una volta vinti il loro mondo sarebbe scomparso “via col vento”, parafrasando un celebre romanzo ambientato sullo sfondo delle vicende belliche. Ed è riconosciuto che nei primi due anni di guerra la Confederazione avrebbe potuto vincere, sfruttando la migliore preparazione tattica dei suoi ufficiali e soprattutto l’entusiasmo che aveva coinvolto l’intera popolazione. La prima battaglia vera e propria venne combattuta nei pressi di un torrente chiamato “Bull Run” il 21 luglio 1861. I sudisti, meno di 22mila uomini guidati dal generale Beauregard, (che in “Via col Vento” è il comandante di Ashley Wilkes, il biondo sudista che aveva spezzato il cuore a Rossella O’Hara sposando Melania Hamilton, e che chiamerà suo figlio proprio Beauregard in onore del generale) sbaragliarono i nordisti, 30mila soldati impauriti e svogliati.(16) A Washington, nei giorni seguenti, si viveva nel panico: era diffusa addirittura la paura che i ribelli potessero conquistare la capitale nemica. Ed in effetti il Sud avrebbe potuto imporsi solo con una guerra lampo, sfruttando l’iniziale superiorità: il tempo infatti avrebbe di certo giocato a favore del Nord, come avevano capito i migliori ufficiali yankee, che avevano preparato un piano in tre fasi che prevedeva un lungo blocco navale, la conquista delle basi sul Mississippi e solo in ultima istanza un’offensiva contro Richmond, la capitale della Confederazione. Ma i politici, sia da una parte che dall’altra, non capirono tutto ciò, ed optarono entrambi per una tattica sbagliata.(17) Mentre Lincoln ordinò una campagna veloce, che poi fallì dopo i primi insuccessi, Davis avrebbe voluto logorare lentamente i nemici, sfruttando l’impopolarità della guerra negli stati del nord ed aspettando eventualmente l’ingresso in guerra di una potenza europea al suo fianco. Si sbagliava: gli yankee non avrebbero rinunciato per nessun motivo, se non costretti, ad invadere le regioni del sud, come avrebbe dimostrato il corso degli eventi. Nonostante il tentativo della spallata iniziale fosse fallito, durante la prima fase della guerra i sudisti vinsero la maggior parte delle battaglie, senza però riuscire mai a sferrare l’attacco decisivo, che avrebbe potuto mettere definitivamente alle corde gli unionisti. Accadde allora ciò che era stato previsto dai più illuminati elementi di ambo gli schieramenti all’inizio del conflitto: il tempo iniziò a giocare a favore del nord e del suo superiore potenziale umano, economico ed industriale. Forzare il blocco navale preparato dagli yankee risultò sempre più difficile, e la Confederazione si trovò così ben presto a corto di viveri e materie prime. Dopo due anni di guerra, apparve chiaro che solo l’intervento diretto di una potenza europea poteva salvare il destino del Vecchio Sud. Intervento diretto o, almeno, un riconoscimento ufficiale: così agli occhi dell’opinione pubblica mondiale non sarebbe più sembrato di assistere ad uno scontro tra uno stato sovrano ed un gruppo di ribelli ma ad una guerra tra due nazioni indipendenti e libere. E ci è mancato poco che ciò non accadesse: se il 4 luglio 1863 l’Armata della Virginia, guidata dal migliore generale sudista, il leggendario Robert Edward Lee, avesse vinto a Gettysburg, sembra sicuro che Francia ed Inghilterra avrebbero compiuto il grande passo. D’altronde le difficoltà economiche del sud, loro grande partner commerciale, avevano causato moltissimi disoccupati nei due paesi, che quindi da subito avevano tifato ufficiosamente per i confederati. E’ probabile che le sorti del conflitto si siano decise in questo cittadina della Pensylvania, ma anche durante l’anno successivo, il 1864, gli yankee sembrarono in più occasioni sul punto di farla finita e concedere l’agognata indipendenza ai ribelli. Ecco un esempio lampante, fornito dall’ottimo Pasolini Zanelli: se Atlanta non fosse stata conquistata prima delle elezioni presidenziali del 1864, Lincoln probabilmente non sarebbe stato rieletto, ed il nuovo presidente, dovendo fare i conti col malessere e l’impopolarità del conflitto che si respirava al nord, avrebbe probabilmente concesso al sud la libertà e l’indipendenza(18). Ma la storia, si sa, non si fa nè con i se nè con i ma. Atlanta cadde il 2 settembre 1864, e gli yankee poco dopo la distrussero completamente: in pochi minuti 1800 edifici furono bruciati . Era il prologo della sorte che sarebbe toccata all’intera Georgia, anzi all’intero sud: migliaia di case, piantagioni, giardini furono bruciati dai “liberatori” (19). Quando, il 12 aprile 1865 il generale Lee si arrese alle truppe di Grant, a sua volta il miglior generale nordista, la guerra era virtualmente finita, anche se rimanevano in armi alcuni stati. Il Vecchio Sud con le sue piantagioni, i suoi schiavi, i suoi gentiluomini, le sue dame, il suo tabacco ed il suo cotone era un mondo finito, per sempre, letteralmente bruciato dai vincitori. Ancora una volta, avevano vinto il progresso e la modernità.

I’m a old good rebel (still)

Possiamo chiederci un’ultima cosa: perché, vista l’inferiorità bellica, i sudisti non si ritirarono nelle immense foreste, negli enormi spazi ancora inesplorati del continente, per tentare da lì una lunga guerriglia? Una possibile riposta ce la fornisce ancora una volta il Luraghi: (20) “…il sud si preparava a morire nel mondo per sopravvivere nella storia…” Ciò significa che, compreso che il loro mondo era comunque destinato, prima o poi, a sparire, tanto valeva farlo nel migliore dei modi. Scegliendo di morire alla luce del sole, gloriosamente e con la spada in pugno, del mito di Dixieland i guerrieri sudisti hanno preservato in eterno almeno il ricordo.

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.

1) Così Luraghi sulla decisione del Sud di affrontare la guerra “…non esiste più nessuno che sia così ingenuo o così poco al corrente da ritenere che il mezzogiorno si fosse deciso al grave passo per difendere la schiavitù..” Fonte: R.Luraghi, “Gli Stati Uniti”, Storia universale dei popoli e delle civiltà, vol.16, unione tipografica-editrice torinese, 1974

2) Fonte:A.Pasolini Zanelli, “Dalla parte di Lee. La vera storia della guerra di secessione americana”, Leonardo Facco Editore, 2006, pag. 5

3) Fonte: ibidem, pag.6

4)Fonte: ibidem, pag.12

5) Fonte: ibidem, pag.16-17

6) Fonte: ibidem, pag.17

7) Fonte: R.Luraghi, op.cit.pag 303

8)Fonte:ibidem,pag.26

9) Fonte:ibidem, pag 20

10)Fonte: A.Pasolini Zanelli, op.cit,pag.32-33

11) Fonte: R.Luraghi, op. cit. pag.307

12) Questo tema, contestualizzato alla realtà odierna, è brillantemente approfondito da Massim Fini ne “Il vizio oscuro dell’occidente. Manifesto dell’antimodernità. Marsilio editore, 2004

13) Possiamo citare alcuni episodi della campagna ideologica operata dai nordisti contro gli abitanti del sud, presentati come trogloditi e crudeli verso i neri.: 1) alla vigilia della guerra il romanzo “La capanna dello zio Tom”, caso editoriale e sociale negli stati del nord, dipingeva gli abitanti del sud come persone spietate, ma ora si sa che la % di schiavi che tentò la fuga non fu in realtà mai superiore allo 0,025%. Pertanto risulta grottesco il fatto che l’associazione segreta “ferrovia sotterranea” , che era presente nel Sud e aveva come scopo proprio la liberazione degli schiavi, venisse descritta al nord addirittura come una “gigantesca associazione” filantropica 2) Anche il mito di John Browhn fu strumentalmente creato a tavolino: in realtà egli era un ufficiale dell’esercito, che nel 1859 aveva occupato un forte militare in Virginia per tentare (vanamente) di scatenare una rivolta di schiavi e per questo fu poi giustiziato. Tuttavia già in passato aveva compiuto atti terroristici intimidendo gli abitanti del Sud: la sua azione probabilmente Fonte: R.Luraghi, op.cit

14) Fonte: R.Luraghi, op.cit.pag 305

15) Fonte:A.Pasolini Zanelli, op. cit pag.33-34

16) Fonte:ibidem, pag.39

17) Fonte:ibidem, pag.35

18) Interessanti i retroscena della conquista di Atlanta: finchè la città fu difesa dal generale Johnston, astuto temporeggiatore, l’assedio degli yankee non ebbe fortuna. Ma quando il ruolo di comandante passò al generale Hood, questi ordinò un attacco frontale per spezzare l’assedio, che si risolse però, vista l’inferiorità di uomini e mezzi, nella disfatta che avrebbe consentito ai nordisti di espugnare la città. Fonte:ibidem, pag.156-157

19) Fonte: ibidem,pag 158

20) Fonte:R.Luraghi, op.cit. pag.336

Non è razzista negare la razza?

Argomento delicato, scivoloso, subdolo, paludoso, dove ogni parola sbagliata diviene una prova per condanne istantanee, senza appello e condizionale: la questione razziale.

Tuttavia, conto sulla clemenza del lettore per il fatto di non essere sul pezzo mentre il fuoco della polemica ancora arde vorace, bruciando tutto e tutti. Camminerò prudente sulle ceneri quasi spente, in punta di piedi, perché non m’interessa difendere o condannare la solita frase scandalosa pronunciata dal “razzista” di turno “tal dei tali”, quanto stigmatizzare il suo ennesimo uso strumentale e la solita sgradevole tendenza orwelliana a vietare le parole, falsandone il significato, per vietarne i contenuti e demonizzare il relatore.

Nondimeno, comincia a ripugnarmi non poco anche l’atteggiamento, ambiguo e scivoloso, di chi, non avendo il pieno coraggio di difendere le sue legittime posizioni, troppo ricondotte al “male assoluto”, finisce per annacquarle sempre più con improbabili distinguo, ridicoli sofismi e non migliori tentativi di ergersi “oltre il bene e il male”, finendo di fatto con il rinnegarle, per atterrare nella terra di nessuno.

Premetto anche che non ho né l’autorità del genetista o dell’antropologo, né la dotta favella del filosofo. Quindi, mi limiterò umilmente a cercare rifugio principalmente nel buon vecchio vocabolario della lingua italiana. Uno a caso, che non sia l’attualissimo Boldrini – Bonino o equipollenti. Un’ancora di salvezza accessibile a tutti, comprensibile da tutti , che non richiede smisurati trattati per essere esplicata e altisonanti titoli accademici per essere recepita. Pane al pane, vino al vino.

Chi fosse interessato ad altre ben più elevate vette di pensiero, può immediatamente cercare nelle numerosissime pagine messianiche di filosofi, intellettuali e dotti del pensiero corretto, del distinguo scientifico, del “io sono io e voi non siete un cazzo”. Oggi, merce abbondante, la cui offerta è ben superiore alla domanda. Scarseggiano gli ignoranti e io, convintamente uno di loro, a loro mi rivolgo. Non volendo, e non potendo, indagare e sindacare l’interno volere del poco “politicamente corretto” leghista di turno, partendo dalla sua frase, riporterò la querelle alla sua questione di fondo, tutta semantica e lessicale. Perché è ancora una volta il linguaggio ad essere attaccato e manipolato, messo sul banco degli imputati, secondo l’assioma che vuole delittuoso il chiamare le cose per quello che sono.

Partiamo, quindi, dall’analisi del testo, per quello che è e per quello che vuole comunicare, senza indugiare in processi alle intenzioni e tralasciando il politicamente corretto: “La razza bianca è a rischio scomparsa”.

La definizione di “razza”, secondo il vigente vocabolario Treccani, dovrebbe mettere fine ad ogni discussione sull’utilizzabilità o meno del termine per indicare un determinato “raggruppamento di individui che presentano un insieme di caratteri fisici ereditari comuni. Nel caso dell’uomo, tali caratteri si riferiscono a caratteristiche somatiche (colore della pelle, tipo di capelli, forma del viso, del naso, degli occhi ecc.)…”. In questo caso, quello genericamente definito “bianco”, nella cui generalità la popolazione italiana può ancora maggioritariamente riconoscersi.

In questo caso specifico, anche se non si concorda con l’esistenza delle “razze” biologicamente intese (ma, il vocabolario italiano lo riporta a tratti somatici non biologici), appare preferibile al concetto di Etnia, ribattuto da molti come “più corretto”. Infatti, sempre la Treccani, ci dice che la parola “etnia” indica un “raggruppamento umano (dal gr. ἔθνος «razza, popolo») distinto da altri sulla base di criteri razziali, linguistici e culturali”. Ossia, potrebbero aversi etnie diverse, per lingua e cultura, anche a parità di colore della pelle o “razza”, di cui quest’ultima ne costituisce solo un elemento.

Come si evince, in se stessa non compare nessun elemento definibile come “razzista” nel senso vigente del termine. Infatti, per razzismo si deve intendere la “concezione fondata sul presupposto che esistano razze umane biologicamente e storicamente superiori ad altre razze. È alla base di una prassi politica volta, con discriminazioni e persecuzioni, a garantire la ‘purezza’ e il predominio della ‘razza superiore’.”

Nella frase incriminata non v’è traccia di nulla di tutto questo; anzi, si sottolinea la necessità di preservare una diversità che si presume a “rischio scomparsa”. Una “diversità” che si esalta e cerca di preservare in tutto, dalle bestie all’agricoltura, dalle specie ittiche ai grani, ma che, se riguarda gli umani bianchi autoctoni, diviene razzismo. Non per chi, evidentemente, come me, ha sempre difeso il diritto di sopravvivere nei loro territori a tutte le diversità della natura, umani compresi: dai “Pellerossa americani” ai “neri d’Africa”. Razze, etnie e culture. Parimenti degne, rispettabili e diverse.

Quindi, lessicalmente parlando, se si vuole e con molti dubbi a riguardo, è stata una frase inopportuna, ingenua, persino dannosa per la causa che voleva sostenere, ma non certo il sintomo di chissà quale male o piaga della nostra società razzista, tale da giustificare il solito rito del lavaggio del cervello di massa, dei mea culpa e distinguo generalizzati e della demonizzazione ad uso e consumo.

Insomma, una querelle inutile, che sarebbe passata in secondo piano, se non ci fossimo abituati a guardare sempre il dito e mai la luna.

Andando ad analizzare i contenuti della dichiarazione, si coglie che lo sdegno è fuori luogo e fuori tempo, perché la stessa cosa (anche se in termini di soddisfazione, accettazione e auspicio) è stata innumerevoli volte rimarcata e riportata dagli stessi organi di stampa (e riferimento ideologico) che oggi se ne lagnano.

Tra i tanti articoli pseudoscientifici, si può ricordare quello di Repubblica “Gli italiani fra 50 anni? O meticci o scomparsi”1 o, per par condicio, quello del Giornale “L’Italia che non pensa ai figli tra 50 anni scomparsa o meticcia”2. Ancora liberi auspici e speranza in tal senso in “La mia Europa meticcia” dell’inossidabile Umberto Eco su Repubblica3 o in “C’è l’Africa nel nostro futuro” dell’infaticabile Eugenio Scalfari, che dalle colonne dell’Espresso afferma che “si profila come fenomeno positivo, il meticciato, la tendenza alla nascita di un popolo unico, che ha una ricchezza media, una cultura media, un sangue integrato. Questo è un futuro che dovrà realizzarsi entro due o tre generazioni e che va politicamente effettuato dall’Europa. E questo deve essere il compito della sinistra europea e in particolare di quella italiana”. Tutti da leggere e gustare.

Solo per “complottisti” e per completezza, si può aggiungere anche l’auspicio di Richard Nikolaus di Coudenhove-Kalergi, uno dei massimi ideologi alla base della nascita del processo di unificazione europea in corso, che nel suo libro «Praktischer Idealismus», dichiara, in tempi non sospetti, che gli abitanti dei futuri “Stati Uniti d’Europa” a guida tecnocratica4, non saranno i popoli originali del Vecchio continente, bensì una sorta mescolanza razziale. Egli afferma senza mezzi termini che è necessario incrociare i popoli europei con razze asiatiche e di colore, per creare un gregge multietnico senza qualità e facilmente dominabile dall’elite al potere: “L’uomo del futuro sarà di sangue misto. La razza futura eurasiatica-negroide, estremamente simile agli antichi egiziani, sostituirà la molteplicità dei popoli, con una molteplicità di personalità.”5

Infine, sempre per dimostrare che non si tratta di una preoccupazione razzista e campata in aria, si potrebbe richiamare anche l’ormai arcinoto dossier dell’ONU, dal titolo «Replacement Migration: is it a solution to declining and ageing populations?», dove si prospetta senza mezzi termini un progressivo ripopolamento dell’Europa a mezzo dei flussi migratori, fino a stimare, già nel 2050, la popolazione immigrata africana e i loro discendenti in italia in circa ventiseimilioni di persone su una popolazione autoctona che scenderebbe a 45 milioni circa.6

Insomma, tutto questo per dimostrare che se uno, basandosi anche su ciò che divulgano loro, dichiara di non gradire i loro auspici. è di per se un razzista. Punto e basta.

Il razzismo, anche quello basato sul colore della pelle, esiste ed esisterà sempre, sotto diverse forme. E’ inutile negarlo, mentre è certamente necessario prenderne le mosse e condannarlo, quando reale e da ogni parte esso provenga. Se vogliamo anche essere onesti, diciamo pure che razzisti sono anche molti neri (ieri e oggi, con i bianchi, i diversi o tra loro), i gialli o altri, ma nessuno (da noi) si sognerebbe mai di dare del razzista ad un nero che parla di difesa o orgoglio di razza nera (Elijah Mohammed, capo spirituale della Nation of Islam, la setta pseudoislamica all’interno della quale Malcolm X militò per dodici anni- parlava del dovere di “rimettere in piedi questa razza poderosa (nera)”. Anzi, oggi, sarebbe certamente sommerso da un coro di sentita solidarietà e approvazione.

In tutto questo bailamme, qualcuno ha parlato di parole dette “come se fossimo in Alabama negli anni ’30”, dimenticandosi che da quelle latitudini si sarebbero attagliate molto meglio le parole della “sorosiana” Emma Bonino sulla vitale necessità dei migranti “per raccogliere i pomodori nei nostri campi” (a costo servile?!). Si, proprio una ragione economica e una moderna importazione schiavile, come in Alabama negli anni ’30 (ma del 1800), senza nemmeno le tutele sociali dello schiavismo di allora7.

Ben più razzista, per me, è concepire la pianificata scomparsa dei “bianchi”, da fondere allo scopo con i neri d’importazione, auspicata dal vecchio saggio del mondialismo Eugenio Scalfari con la sua alternativa di meticciato mondiale. Perché diventare di pelle più scura, pare ci renda persone migliori a prescindere. Certamente più omologati e malleabili, nel nome della dittatura del capitale mondiale. Invece, non migliori sono le posizioni di chi, sempre bianco candido di vergogna, si rifiuta di concepire un bimbo bianco.

Ben più razziste, riportate da mezzo mondo senza alcuna condanna, di Ali Michael, una professoressa americana della University of Pennsylvania’s (Penn) Graduate School of Education), che ha dichiarato: “Non mi piace la mia bianchità, ma la bianchità degli altri mi disgusta ancora di più (…) decisi di non avere figli biologici perché non volevo diffondere il mio “privilegio” biologico” per la vergogna di esserlo”.

Che dire anche del doppiopesismo basato sul colore della pelle nel (non)giudicare e non raccontare le stragi silenziose dei bianchi nelle isolate farms sudafricane? Quali paure e quali ipocrisie nel tacerle sistematicamente? Dal 1990 il numero dei morti (donne, uomini e bambini) ammonta a 1.762 (cifra aggiornata al 1/3/2015 ) uccisi nel corso di 3465 assalti alle proprie fattorie8. Secondo una inchiesta indipendente (Genocide Watch) è un vero e proprio genocidio per odio razziale: lo dicono le spaventose modalità delle stragi :”donne e bambini violentati prima di essere uccisi; uomini torturati per ore; famiglie intere aperte coi machete, le loro interiora asse come festoni alle porte; altri legati ai loro stessi automezzi e trascinati per chilometri, fino alla morte”9. Ne avete mai sentito parlare? No. Solo esempi, tra i tanti possibili. Continuate voi.

Tornando a casa nostra, Europa o Italia che sia, che dire del doppiopesismo nel giudicare reati uguali in modo diverso, a seconda del colore e della provenienza etnica dell’autore, grandemente in voga nei nostri media, nei nostri giudici, nei nostri giudizi politicamente corretti. Ancor peggio, il prevedere diritti e assistenze sociali differenti a seconda della pelle e provenienza, non del reddito o dello stato di necessità (casa, mantenimento, posti riservati, assunzioni dirette, incentivi economici). Grandi o piccoli che siano, sarebbero una forma di apartheid, se fatti al contrario.

Tutto questo, non ce lo chiede nessun governo o popolo africano, che anzi ci implora di smettere di depredare la sua forza lavoro e le sue risorse, necessarie e vitali alla stessa Africa. Nessun africano, non occidentalizzato, avrebbe remore nel definirsi di “razza nera” e definire i bianchi di “razza bianca”. Non certo per definirsi migliore o peggiore, ma per rimarcare la propria appartenenza e diversità naturale. Queste finezze le impara da noi. I suoi problemi e le priorità, sono ben altre, come le nostre.

In definitiva, la guerra delle parole che tanto ci appassiona in occidente, è parte di una guerra ideologica che deve portare su ben altri lidi. Lidi, dove ai possibili diritti per molti si dovranno sostituire i non diritti per tutti. Alle diversità etniche, somatiche e culturali, si dovrà sostituire l’unica razza, l’unica (in)cultura, l’unico produttore e l’unico consumatore, apolide e mondiale. Perché unico sarà il dominio del sistema capitalista e unica sarà l’oligarchia economico finanziaria che se ne dovrà beneficiare.

La realtà del razzismo è, dunque, lo sfruttamento di classe. Lo sfruttamento degli Afroamericani avviene nel processo produttivo: essi sono alla stregua di un “esercito di riserva” di lavoratori marginali, manodopera remunerata a livelli inferiori a quelli ottenuti nelle contrattazioni sindacali. I neri non sono sfruttati solo in quanto neri, ma anche e soprattutto in quanto proletari. “Siamo neri perché siamo poveri e siamo poveri perché siamo neri…come funziona meglio per il potere” [Malcolm X].

 

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.

4Pan-Europa. Un grande progetto per l’Europa unita, Il Cerchio, Rimini 2006 “Progressivamente il progetto vede l’appoggio o l’interessamento da parte di politici ed intellettuali di estrazione politico-ideologica molto differenti fra loro, e fra questi Hjalmar Schacht, Konrad Adenauer, Paul Valery, Seán MacBride, Thomas Mann, Stefan Zweig, Rainer Maria Rilke, Nicholas Murray Butler, Edvard Beneš, Francesco Saverio Nitti, Carlo Sforza, Sigmund Freud, Albert Einstein, Jean Monnet, John Maynard Keynes e molti altri”

5 Praktischer Idealismus (1925) (Tedesco) Copertina flessibile – ott 2012 di Kalergi R. N. Coudenhove

6http://www.un.org/esa/population/publications/migration/execsum.pdf in https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=49827

7Non a caso, già allora, chi viveva le bellezze del capitalismo industriale, affermava provocatoriamente che “

8http://www.lintellettualedissidente.it/societa/societa-del-malessere-il-sud-africa/

9https://www.rischiocalcolato.it/2017/05/sudafrica-via-tutti-i-bianchi-in-5-anni-massacrati-a-quando-anche-da-noi.html

Il politicamente corretto e le sue vittime

La “preoccupazione” più in voga in questo ultimo decennio, è sicuramente il politicamente corretto. Nel linguaggio contemporaneo l’applicazione di questa locuzione è diventata uno stile di vita, l’unico comportamento giustificato per poter essere accettato in questa società. Nato negli anni ’70 da un movimento politico statunitense che rivendicava il diritto delle minoranze (religiose, etniche, sociali) di esistere, anche tramite un diverso uso del linguaggio.

Con gli anni questa espressione idiomatica, grazie anche al potere sempre maggiore di molte Associazioni umanitarie, è riuscita a prevalere sul linguaggio comune, fino a stravolgerne il proprio significato. Se un tempo veniva usata solo per evitare di offendere o di mancare di rispetto ad altri individui, oggi si è costretti ad osservarla, altrimenti si corre il rischio di venire etichettati di essere degli omofobi, razzisti e molte altri aggettivi dispregiativi.

Per sapere che cosa sia e come funzioni il politicamente corretto, bisogna innanzitutto capire che viviamo in una società liberista, in cui il pensiero unico obbliga gli individui a dirigersi verso atteggiamenti che si ritengono gli unici civili e universali. Il pensiero unico non consente nessun tipo di critica, né analisi politica, sociologica o scientifica. Il pensiero unico domina sulla cultura e quindi sul nostro modo di vivere ed è proprio grazie a questo che oggi si è arrivati ad imporre un tipo di pensiero al singolo individuo, per evitare qualsiasi ribellione o dissenso futuri.

Per essere politicamente corretti si deve far attenzione a come si parla in pubblico, tra amici, parenti o semplici conoscenti, dove nessuno deve sentirsi escluso o sminuito. Una frase o una singola parola fuori posto, potrebbero causare contrasti e crescenti malumori. Attenzione anche a come ci si rivolge quando si interagisce con una persona sola. I termini da usare si differenziano in base al genere in cui la persona si ritrova in quel momento. Non sono ammessi termini maschili se ci si rivolge ad individuo femminile o viceversa. Se non si è sicuri di che genere sia o si sente di essere l’individuo a cui ci si rivolge, meglio tacere o chiedere direttamente all’interessato come vuole che ci si relazioni.

Evitare frasi o parole che possono arrecare danno al proprio o ai propri interlocutori se non li si conosce bene. Rischioso ad esempio, usare termini religiosi perché potrebbero offendere atei o persone di credenze diverse. Pericoloso anche parlare di etnia o di provenienza etnica, in questo caso meglio usare termini come “bianco” o “di colore”, dove vanno bene tutte le persone che non siano caucasiche (termine improprio per definire europei e/o occidentali in genere, ma molto usato nel gergo moderno). Stesso discorso quando si parla con persone con gravi disabilità sia fisiche, che mentali. Evitare di usare espressioni che possono denigrare o sminuire la persona che ne è affetta.

Vi sono anche frasi che non riguardano la religione o lo Stato di appartenenza che possono comunque creare disagio. Nel politicamente corretto non sono accettate frasi sessiste, anche quelle che riteniamo più innocue. Chiedere ad una donna se è sposata o fidanzata, se ha figli, potrebbe essere letto in maniera offensiva, sia perché non si conosce l’orientamento sessuale del proprio interlocutore, sia perché potrebbe essere visto come un attacco denigratorio o di sottomissione solo perché facente parte della categoria femminile.

Soppesare ogni singola parola e usare una sensibilità non dettata dall’empatia, ma da un finto perbenismo, permetterebbe di essere riconosciuti e accettati in questa società. Non si tratta solo di avere un finto rispetto per il prossimo, ma anche di evitare di venire etichettati come persone scorrette, di perdere il proprio lavoro, di perdere la propria reputazione, di incorrere in denunce per azioni scorrette, di essere isolati a livello sociale.

Questo strumento di controllo della comunicazione, attuato da tutti i Governi occidentali, è la forma più alta di discriminazione e di limitazione della libertà (di espressione e di pensiero), fatta passare come civile ma che in realtà distrugge e annienta l’umano, lo condiziona e lo vincola fino a non poter esercitare il proprio essere. Una forma totalitaria di pensiero che ci priva della personale caratteristica dell’uomo, facendoci assomigliare sempre di più a degli automi incapaci di provare alcuna emozione o sentimento.

 

Foto di Alfonsa Cirrincione.

La libertà di espressione sotto attacco

La libertà di espressione1, in tutte le sue forme, è tra quelle fondamentali dell’uomo nei paesi civili: cercare di limitarla è un pericolo che nessuna democrazia dovrebbe correre. Eppure nel momento massimo di innovazione tecnologica nei metodi di comunicazione assistiamo ovunque ad un tentativo di limitare la libertà di espressione con ogni mezzo: Facebook che censura foto di guerra che hanno vinto anche riconoscimenti internazionali perché urterebbero la sensibilità di qualcuno, nudi di opere d’arte che vengono coperti perché si immagina possano infastidire i sedicenti custodi di una presunta moralità pubblica (ricordate quando il Presidente dell’Iran venne in Italia e si dovettero coprire alcune statue?

Ricordate però pure che in UK la regina Vittoria, ai tempi, fece coprire le gambe dei tavoli, perché considerate indecenti!) sono solo due esempi di come in questi ultimi tempi la libertà di espressione sia stata messa a dura prova. Perfino nella terra della libertà e nella casa dei coraggiosi, l’America del Nord, il free speech – la libertà di espressione – è costantemente messa sotto attacco: le scene di guerriglia viste all’Università di Berkeley in occasione dell’annunciato discorso di Ann Coulter2 o l’aggressione in Vermont ai danni dell’anziano sociologo Murray o la messa a tacere di Heather MacDonald3 in California, dimostrano che si ha paura di idee alternative al “conformismo liberal” al “pensiero unico” che domina non solo nelle università statunitensi ma anche in quelle europee soprattutto inglesi.

«A Gesù Cristo, e ad altri ‘estremisti nonviolenti’, sarebbe vietato parlare nelle università se fosse vivo nel 2016» avrebbe detto il professore di Oxford, Timothy Garton Ash4 denunciando la troppa debolezza nel difendere la libertà di parola in UK. Di questi esempi poco edificanti ve ne sono purtroppo anche nella nostra Italia: il caso delle affermazioni dell’imprenditore Barilla sulla famiglia tradizionale che hanno scatenato la potentissima lobby gay americana contro la sua pasta o dello stilista Domenico Dolce sui “figli della chimica” che si è visto insultare anche dal cantante Elton John e tanti altri. Per non parlare poi della questione gender e di genitore 1 e genitore 2.

Poche settimane fa in un viaggio di lavoro a New York ho voluto rendermi conto che la statua del nostro Cristoforo Colombo fosse ancora li a Manhattan in Columbus Circle. C’era per fortuna! Per molti liberal, il free speech è sempre dissenso e il dissenso può appartenere soltanto alla sinistra, quello fuori dall’ideologia liberal va combattuto ferocemente. O se preferiamo, la libertà di parola non significa libertà di avere un’opinione a meno che non si tratti di un’opinione che appartenga ad una minoranza potente. Mi sembra di assistere alla dittatura delle minoranze e dico sembra perché per fortuna conservo ancora l’ottimismo di credere che siano veramente in pochi, anche se potenti e ben organizzati, a pensarla così.

Quando vi fu il vile attacco terroristico di matrice islamica a Charlie Hebdo, il mondo progressista tutto, il mondo democratico, il mondo civile, il mondo che siede dal lato giusto della storia, con qualche testimone anche tra i non progressisti, scese in strada e si riunì al grido “Je suis Charlie” per dimostrare la propria ribellione a qualsiasi tentativo di limitazione della libertà di espressione come quella satirica. Peccato poi che tempo dopo, quando Charlie Hebdo mise in copertina una vignetta satirica sul terremoto di Amatrice, parte di coloro che in Italia aveva dichiarato di essere “Je suis Charlie” ha manifestato il proprio sentimento di condanna per quella vignetta giudicata “irrispettosa”. Doppio standard, more solito. Senza la libertà di espressione non avremmo visto il pugno chiuso alzato in guanto nero di Smith e Carlos alle Olimpiadi del Messico nel 1968.

In questi giorni in Italia abbiamo assistito al dibattito sulla proposta di legge Fiano che vuole, di fatto, impedire “la propaganda” del regime fascista. Molti hanno già discusso sulla necessità di avere un’altra legge oltre quella Scelba e Mancino e non voglio parlare di questo; mentre il M5s ha parlato di iniziativa liberticida, io ritengo che il confine tra la libertà di manifestare la propria opinione e la propaganda sia un confine molto labile per lasciare che a decidere sia la magistratura.

Sicuramente l’onorevole Fiano ha pensato a questa nuova proposta per difendere nobilmente il popolo ebraico da future aggressioni razziste anche e soprattutto attraverso le nuove piattaforme virtuali di comunicazione ma il modo che ha proposto è alquanto pericoloso. Popper diceva che non bisogna tollerare gli intolleranti, ma un paese democratico come l’Italia non dovrebbe concentrare le sue energie politiche a reprimere le idee di questi sparuti gruppi di intolleranti quanto piuttosto le loro azioni. Sicuramente ci sono state eccezioni, soprattutto post seconda guerra mondiale dove di fatto fu impedita la propaganda di idee naziste e fasciste ma era un’eccezione.

Se l’eccezione si trasforma in regola, mettiamo a rischio uno dei valori più importanti della nostra democrazia e della nostra civiltà. Nessuno sano di mente, in Italia può pensare che ci sia la volontà di rifondare un partito fascista. Limitare la libertà di espressione è però il primo passo certo, perché dimostrato dalla storia, verso il totalitarismo più bieco. Qualcuno afferma che però i partiti di destra stanno prendendo piede in Europa (Germania, Polonia, Ungheria solo per citare qualche esempio) grazie a un sentimento diffuso di odio verso l’altro dove l’altro è l’immigrato. Io penso che non sia proprio vero.

Se i partiti di destra stanno prendendo spazio è perché la politica, certa politica di sinistra, ha fallito nel garantire sicurezza e protezione ai propri cittadini perché il politicamente corretto ha di fatto impedito anche che la libertà di parola fungesse da elemento liberatorio negli essere umani: chiamare le cose per come sono è un modo per affrontarle, impedire questo significa alimentare dubbi e bias che possono generare derive non volute.

«È una cosa stupenda, la distruzione delle parole» – scriveva G. Orwell nel suo capolavoro “1984”. E non è certo impedendo la manifestazione della propria opinione che la sinistra riconquisterà voti. Non ho mai visto accadere che una cosa resa proibita abbia perso fascino anzi: durante il proibizionismo l’alcol scorreva in America molto di più di quando era legale. Demonizzare quello che non rappresenta più alcuna minaccia seria ha il duplice scopo di far volgere lo sguardo lontano dai veri problemi del Paese e puntare un riflettore su qualcosa a cui non si pensava più ridandone nuova luce. Non un grande lavoro per un politico a mio avviso.

Laddove invece non c’è alcun limite alla libertà di espressione registriamo i progressi più importanti in tutti i campi dell’espressione umana: dal campo fisico-spaziale a quello medico-scientifico a quello sociale. Sempre di recente in un altro viaggio americano ho visitato l’Università di Chicago il cui rettore, Jay Ellison, ha recentemente detto rivolto alle matricole che una delle caratteristiche fondamentali del suo Ateneo è l’impegno a tutelare la libertà di ricerca e di espressione e che nella sua università tutti sono incoraggiati a parlare, a scrivere, ad ascoltare, a contestare e ad apprendere, senza temere alcuna censura alcuna. Ecco, questo dovrebbe essere il vero ruolo dell’insegnamento: fornire strumenti di confronto e critici senza aver paura che qualcuno ci censuri, quella qualità d’insegnamento che forse stiamo perdendo in Italia se si ha paura delle opinioni contrarie al pensiero unico.

Mi domando che cosa ci spinga a tale forma di autolesionismo qual è la limitazione della libertà di espressione soprattutto in questo momento in cui il nostro stile di vita, le nostre conquiste sociali e di diritti civili sono nel mirino dell’islam fondamentalista.

A mio avviso non è riducendo al silenzio tacciando del fascista, islamofobo, omofobo, razzista, chiunque la pensi in maniera diversa che ci salveremo. Anzi ci stiamo autocondannando a un inverno della civiltà. E dunque l’inverno si avvicina5 inteso come medioevo del mondo, ma per fortuna c’è prima l’autunno che mi auguro possa essere “caldo” per questo genere di riflessioni. Perché limitando gli altri, prima o poi, si finisce per limitare se stessi.

1 Costituzione della Repubblica Italiana art.21, Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948 art.19, Costituzione della Repubblica federale di Germania del 1949 art.5, Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali  art.10, Costituzione degli Stati Uniti primo ememdamento

2scrittrice e opinionista conservatrice statunitense sui temi sociali e politici

3Commentatrice di politica americana, saggista, e giornalista

4autore del libro : ““Free Speech: Ten Principles for a Connected World”

5Winter is coming la frase più famosa della serie cult Games of Thrones – Il trono di spade in italiano

La foto in alto è d Alfonsa Cirrincione.