Anche i petalosi piangono!

La reazione degli esponenti della sinistra radical-chic e petalosa all’annuncio della squadra di governo è emblematica.

Non una parola di elogio per uomini che – in nome della volontà popolare, che si concretizza nella maggioranza assoluta di cui godono alle camere – hanno tenuto la schiena dritta sfidando ricatti e minacce di potentati economici, della finanza, di potenze straniere concorrenti, come una “sinistra” seria (stavolta metto le virgolette, per rispetto alla storia della tradizione socialista ormai morta e sepolta) avrebbe altresì fatto a prescindere, ma accuse (lanciate ancora prima del giuramento stesso!) delle solite corbellerie che ripetono come un mantra: -sessismo, -omofobia, -razzismo,-ha stato putin,- trump 30 anni fa ha toccato il culo a un’attrice ecc ecc.

Consuete corbellerie che danno la misura di quello che è diventato lo schieramento progressista di ogni paese occidentale nel 2018: un mondo che si schiera dalla parte della reazione e della distruzione dei diritti sociali dei lavoratori, per precarizzarli e poi schiavizzarli del tutto (si sono indignati di più per l’annuncio di Fontana al ministero della famiglia di quanto non fecero per il jobs act!!). Diritti sociali in compenso sostituiti, nelle loro battaglie, dai cosiddetti “diritti civili”, che passo dopo passo porteranno alla distruzione del principio stesso di famiglia (società naturale formata dall’unione di uomo e donna, come cellula base della società). Principio, si badi bene, non proprio dei cattolici integralisti, ma sancito dalla Costituzione italiana all’art. 29. E ciò –sempre che non si inverta la rotta nichilista e laicista degli ultimi anni- a tutto vantaggio dei grandi potentati economici che avrebbero tutto da guadagnare dalla nascita di un “individuo monade”, privo di legami famigliari, comunitari, sociali. Insomma, non un uomo nel senso aristotelico del termine, cioè uno “zoon politikon”, ma in compenso un consumatore perfetto, ingranaggio del sistema economico totalizzante.

Se poi consideriamo che in realtà nel contratto di governo non c’è né la revisione della legge 194/78 né l’abrogazione del Cirinnà, possiamo affermare che l’isteria di lorsignori è, oltretutto immotivata, e appare quindi un attacco discriminatorio rivolto a un ministro (Lorenzo Fontana) che ha l’unica colpa di essere cattolico praticante. Nel contratto di governo- e concludo- è invece auspicata, tra le altre cose, una revisione del jobs’act e della Fornero, ed è sottintesa una critica alle politiche di austerità imposte dalla Germania, ma di questi aspetti si è parlato poco. Poi continuano a chiedersi perché “hanno vinto i populisti”. Registriamo però che qualcuno, da Fassina a Rampini, nel mondo giornalistico e politico della sinistra sembra quasi che stia ravvedendosi: forse, anche per loro, non tutto è perduto.

*Interessante, rispetto a questi ragli, sarebbe cercare di capire, ad esempio, il ruolo del governo Trump in quello che è successo in Italia nell’ultima settimana. Ma è una questione molto complessa, perché siamo nell’ambito dello scontro tra centri di potere in atto negli Usa e in quello tra gli usa stessi e la Merkel. Meglio aspettare nelle prossime settimane le considerazioni degli analisti più attenti.

L’anagrafe dei fantasmi: contrapposizioni a favore di chi?

L’immagine demoniaca di una minaccia fascista serve chiaramente come nuovo feticcio politico; feticcio nel senso freudiano del termine, ovvero di un’immagine affascinante la cui funzione è quella di offuscare il vero antagonismo”

Slavoj Zizek

A buona ragione e con decine di esempi probanti, ritengo che, oggi, al netto d’ignoranza (non reale conoscenza), pregiudizio, damnatio memoriae post-bellica e mistificazioni strumentali, gran parte (ovviamente non tutti) di coloro che si definiscono “fascisti”, e soprattutto “antifascisti”, starebbero sullo stesso fronte o lo cambierebbero tout-court.

Purtroppo, rimuovere le incrostazioni di settant’anni di divide et impera è un’impresa titanica che trova l’accanita resistenza di entrambi gli schieramenti (paradossalmente uniti in questo), a tutto vantaggio di un Sistema al quale cultura e tradizioni non interessano (se non in funzione manipolatoria).

Dinanzi al baratro politico e sociale e alla stringente necessità di una collaborazione, anche solo tematica e occasionale, si sceglie di buttare il bambino con l’acqua sporca, pur di non darsi la mano e rimanere in piedi entrambi. Mi sia dia pure pure del Don Chisciotte (gli applausi non m’interessano), ma non posso rassegnarmi all’autolesionismo della fiera dell’assurdo che stiamo vivendo, separati da una parola e dal suo contrario.

Larga parte del mondo cosiddetto democratico trova la sua ragion d’essere nell’antifascismo inteso come categoria astratta e onnicomprensiva – la bandiera sotto la quale marciano fazioni diverse che, senza questo nemico orwelliano agitato ad arte, semplicemente non esisterebbero o sarebbero acerrime nemiche.

Dare del fascista significa affibbiare a un’idea o a una persona un marchio d’infamia che richiede la pronta abiura da parte dell’accusato e la sua genuflessione alla religione civile dominante, pena la conventio ad excludendum immediata e l’oblio futuro.

Per non parlare delle uguaglianze “fascista-ignorante” – “compagno-colto”, fatte assurgere a pilastri della narrazione propinata da quelli che loro soltanto hanno capito la politica e la storia, da quelli che, nella dolosa ignoranza delle idee che mossero il mondo o del portato del blocco intellettuale morale, non solo dimenticano che gli estremi non di rado si toccano, ma, salvo affibiare qualifiche moralisteggianti, attuano un’operazione di discredito di davvero bassa statura culturale.

Questo è il frutto malato di una sconfitta militare, e di decenni di egemonia politico-culturale. Il suo uso è, oggi, esclusivamente e totalmente strumentale alla creazione indotta di divisioni e lacerazioni sociali.

Distrarre l’opinione pubblica dai reali problemi è una formidabile arma per sterilizzare il campo antagonista e ricompattare il consenso intorno alle oligarchie che gestiscono lo status quo.

Nonostante questo, intuizioni e soluzioni (principalmente in termini di anticapitalismo e dottrina sociale) partorite dalla galassia “fascista”, trovano oggi consenso e rivalutazione – de facto – non solo nella pur frantumata realtà sociale, ma anche ampia diffusione nel mondo cosiddetto “antifascista” (beninteso quello che avversa il Sistema, non l’antifascista salottiero), che le ha fatte proprie, scindendole dall’idea politica primigenia che le ha generate.

Quasi per una legge del contrappasso, tanto più si demonizza la storia e l’idea fascista, tanto più i suoi contenuti s’impongono nella modalità “anonime” e trasversali contemporanee.

Nel mondo dell’“estrema destra” (erroneamente onnicomprensivo anch’esso) l’autodefinizione di fascista ha assunto per lungo tempo un valore speculare e opposto. Elemento compattante da un lato e aggettivo qualificativo dall’altra. Anche in questo caso, ormai slegato da ogni reale riferimento dottrinario.

Fascismo diventa così tutto e il suo contrario, rendendo vuoto il termine e autolesionista il suo utilizzo. Non a caso, si fregiano del suo nome una miriade di gruppi e gruppuscoli, spesso in competizione tra loro, e su posizioni politiche discordanti.

L’unico elemento che li unisce è il positivo giudizio storico sul Ventennio, per le più disparate ragioni, e ripeto, spesso contrastanti anche su temi di non poco conto, quali ad esempio quelli etici. Esattamente come l’antifascismo unisce l’emisfero opposto.

 

Entrambe le posizioni non fanno che consolidare il Sistema e atrofizzare ogni possibile alternativa sostanziale, che può nascere solo dalla sintesi e dall’attualizzazione delle posizioni politiche, non dalla difesa ad oltranza di simboli ed etichette che finiscono per dividere ed agevolare il la parte avversa.

Si dia senso alla pratica e non alla predica sterile.

Si dia senso al contenuto e non al contenitore.

La guerra è di movimento e in troppi sono rimasti in trincea (o, peggio, chiusi nel museo della nostalgia), mentre il vero nemico è già (da troppo tempo!) padrone in casa nostra.

 

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.

Salvare i bambini dal “capitalismo della seduzione”

Negli ultimi anni stiamo assistendo sempre di più alla sessualizzazione infantile.

A partire dagli anni ’70, con le lotte per la libertà sessuale contro la moralità e il bigottismo (che riguardavano adulti consenzienti), siamo arrivati oggi a tentare di sdoganare questo concetto anche tra i minori. Attraverso la difesa della libertà di esprimere la propria sessualità, si cerca di giustificare la pedofilia, facendola passare come una libera scelta dettata dal sentimento che comunemente chiamiamo amore.

Bisogna prima di tutto ribadire con fermezza che nella pedofilia non vi è alcun sentimento di amore, semmai vi è quello di dominare e abusare di minori tramite attrazione erotica o veri e propri atti sessuali.

Possiamo invece notare come oggi, per far accettare all’opinione pubblica lo sdoganamento della pedofilia, si tenda a propagandare la sessualità infantile, richiamandosi alle cinque fasi della libido descritte da Freud, elencando i vari processi che attraversa un bambino per imparare ad accettare e sviluppare la sua sessualità.

In realtà non esiste nessuna sessualità infantile, un bambino esplora il proprio corpo e quello dei suoi compagni, attraverso il gioco non per provare piacere sessuale (non sanno cosa significhi), ma per riuscire a conoscere e a conoscersi imparando così a comprendere le varie differenze che ci sono, soprattutto tra uomo e donna.

Oggi invece si vuole a tutti i costi, soprattutto verso i genitori, evidenziare l’importanza di insegnare ai bambini che la conoscenza della sessualità porta ad una sana crescita personale, fondamentale quanto camminare e parlare.

Quindi l’educazione sessuale che oggi viene imposta in molte scuole, a partire anche in tenera età, non solo è totalmente sbagliata, ma anche deleteria per il bambino, che tende a vivere nel presente e che non riuscirà mai a comprenderne appieno il significato.

Molto critico sull’argomento, lo psicologo e psicoterapeuta Alessandro Costantini: «Ritengo che la sessualità infantile non esista. Non esiste semplicemente perché la sessualità è una prerogativa di noi adulti: di sessuale il bambino ha solamente l’identità biologica e quella di genere, quindi sostanzialmente un pisellino ed una patatina e la consapevolezza di questa differenza. Essere un maschietto o una femminuccia e averne la consapevolezza non ritengo si possa definire “sessualità infantile”». (http://www.movimentoinfanzia.it/sessualita-infantile-l-invenzione-dei-pedofili/ )

Perché quindi tutta questa campagna a favore della sessualità infantile, creata da sessuologi e psicologi del settore, portata avanti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, che oltretutto è un Organo politico e non Medico e che ha redatto il documento OMS – Standard per l’Educazione Sessuale in Europa a cui tutti gli Stati europei devono attenersi? La risposta è semplice: per propagandare la pedofilia, cercando di farla apparire, agli occhi dell’opinione pubblica, come una normale e libera scelta sessuale.

Solo per fare un esempio, nel documento redatto, l’Oms scrive:

«Da 0 a 4 anni, apprendimento del godimento e piacere quando giochiamo con il nostro corpo: la masturbazione della prima infanzia.

Da 4 a 6 anni è l’età ideale, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, per parlare di questioni sessuali, esplorare le relazioni omosessuali e consolidare l’identità di genere».(Documento ufficiale OMS:

http://www.famigliearcobaleno.org/userfiles/file/educazione_sessuale_oms_europa.pdf )

(Articolo sulla provenienza e creazione del documento OMS: http://comitatoarticolo26.it/da-chi-proviene-lo-standard-di-educazione-sessuale-delloms/ ).

Pubblicizzare la pedofilia, facendola passare come libertà sessuale, non comprende comunque solo la sfera dell’istruzione primaria, ma anche molti altri settori: da quello cinematografico, tramite film o cartoni animati (come il lungometraggio “Chiamami con il tuo nome”, presentato come il miglior film del 2018, che narra la storia d’amore tra un 16enne e un 24enne negli anni ’80) a quello scientifico, dalla moda, fino ad arrivare alla politica (emblematiche le dichiarazioni della Santolini nel 2011, intervenendo in Aula durante la discussione generale sul testo di legge contro l’omofobia, disse: «Il mio orientamento sessuale è l’eterosessualità, ma ce ne sono anche altri, come l’omosessualità e la pedofilia»).

Un continuo e incessante bombardamento mediatico e culturale in senso lato, che ha il solo scopo di farci accettare quello che normalmente e naturalmente viene disprezzato dal sentire comune –

Negli Stati Uniti, l’Associazione degli psichiatri sdogana la pedofilia, facendola passare da malattia come orientamento sessuale. (https://www.medicinenon.it/psichiatria-e-pedofilia)

La North American Man-Boy Amore Association (più conosciuta come Nambla), è una Associazione con sede a New York e San Francisco, che si oppone alle leggi che vietano rapporti sessuali tra adulti e minori. Grazie al Primo emendamento (rispetto del culto della religione e il suo libero esercizio, nonché la libertà di parola e di stampa e il diritto di riunirsi pacificamente) dagli anni ’70 manifestano la libera scelta sessuale e il loro diritto ad esprimerla. Molte loro affiliati sono stati coinvolti in alcuni scandali e l’FBI continua a monitorare le azioni degli iscritti, nonostante oggi l’Associazione, dopo le molte critiche, si sia riorganizzata, continua ad essere considerata la più grande organizzazione facente parte del gruppo Ipce (formalmente International Pedophile and Child Emancipation).

La Nambla ha persino creato la “giornata di Alice”, che si svolge il 25 Aprile, che ha lo scopo di chiedere l’abolizione dei limiti di età per rapporti sessuali con i minori, richiedendo inoltre il rilascio di tutti gli uomini detenuti per reati di pedofilia.(https://citta-roma.it/w/NAMBLA/Sommario.html)

Il nostro compito deve essere quello di lottare contro questa deriva totalitaria, contro questo abbrutimento e imbarbarimento dell’uomo, che a detta della società capitalista deve poter soddisfare ogni suo piccolo capriccio, anche e soprattutto a livello sessuale.

Tutelare i bambini da questo “capitalismo della seduzione” dove tutto è consentito, anche distruggere l’innocenza di chi non ha altro che purezza nell’animo.

 

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.

Il politicamente corretto e le sue vittime

La “preoccupazione” più in voga in questo ultimo decennio, è sicuramente il politicamente corretto. Nel linguaggio contemporaneo l’applicazione di questa locuzione è diventata uno stile di vita, l’unico comportamento giustificato per poter essere accettato in questa società. Nato negli anni ’70 da un movimento politico statunitense che rivendicava il diritto delle minoranze (religiose, etniche, sociali) di esistere, anche tramite un diverso uso del linguaggio.

Con gli anni questa espressione idiomatica, grazie anche al potere sempre maggiore di molte Associazioni umanitarie, è riuscita a prevalere sul linguaggio comune, fino a stravolgerne il proprio significato. Se un tempo veniva usata solo per evitare di offendere o di mancare di rispetto ad altri individui, oggi si è costretti ad osservarla, altrimenti si corre il rischio di venire etichettati di essere degli omofobi, razzisti e molte altri aggettivi dispregiativi.

Per sapere che cosa sia e come funzioni il politicamente corretto, bisogna innanzitutto capire che viviamo in una società liberista, in cui il pensiero unico obbliga gli individui a dirigersi verso atteggiamenti che si ritengono gli unici civili e universali. Il pensiero unico non consente nessun tipo di critica, né analisi politica, sociologica o scientifica. Il pensiero unico domina sulla cultura e quindi sul nostro modo di vivere ed è proprio grazie a questo che oggi si è arrivati ad imporre un tipo di pensiero al singolo individuo, per evitare qualsiasi ribellione o dissenso futuri.

Per essere politicamente corretti si deve far attenzione a come si parla in pubblico, tra amici, parenti o semplici conoscenti, dove nessuno deve sentirsi escluso o sminuito. Una frase o una singola parola fuori posto, potrebbero causare contrasti e crescenti malumori. Attenzione anche a come ci si rivolge quando si interagisce con una persona sola. I termini da usare si differenziano in base al genere in cui la persona si ritrova in quel momento. Non sono ammessi termini maschili se ci si rivolge ad individuo femminile o viceversa. Se non si è sicuri di che genere sia o si sente di essere l’individuo a cui ci si rivolge, meglio tacere o chiedere direttamente all’interessato come vuole che ci si relazioni.

Evitare frasi o parole che possono arrecare danno al proprio o ai propri interlocutori se non li si conosce bene. Rischioso ad esempio, usare termini religiosi perché potrebbero offendere atei o persone di credenze diverse. Pericoloso anche parlare di etnia o di provenienza etnica, in questo caso meglio usare termini come “bianco” o “di colore”, dove vanno bene tutte le persone che non siano caucasiche (termine improprio per definire europei e/o occidentali in genere, ma molto usato nel gergo moderno). Stesso discorso quando si parla con persone con gravi disabilità sia fisiche, che mentali. Evitare di usare espressioni che possono denigrare o sminuire la persona che ne è affetta.

Vi sono anche frasi che non riguardano la religione o lo Stato di appartenenza che possono comunque creare disagio. Nel politicamente corretto non sono accettate frasi sessiste, anche quelle che riteniamo più innocue. Chiedere ad una donna se è sposata o fidanzata, se ha figli, potrebbe essere letto in maniera offensiva, sia perché non si conosce l’orientamento sessuale del proprio interlocutore, sia perché potrebbe essere visto come un attacco denigratorio o di sottomissione solo perché facente parte della categoria femminile.

Soppesare ogni singola parola e usare una sensibilità non dettata dall’empatia, ma da un finto perbenismo, permetterebbe di essere riconosciuti e accettati in questa società. Non si tratta solo di avere un finto rispetto per il prossimo, ma anche di evitare di venire etichettati come persone scorrette, di perdere il proprio lavoro, di perdere la propria reputazione, di incorrere in denunce per azioni scorrette, di essere isolati a livello sociale.

Questo strumento di controllo della comunicazione, attuato da tutti i Governi occidentali, è la forma più alta di discriminazione e di limitazione della libertà (di espressione e di pensiero), fatta passare come civile ma che in realtà distrugge e annienta l’umano, lo condiziona e lo vincola fino a non poter esercitare il proprio essere. Una forma totalitaria di pensiero che ci priva della personale caratteristica dell’uomo, facendoci assomigliare sempre di più a degli automi incapaci di provare alcuna emozione o sentimento.

 

Foto di Alfonsa Cirrincione.

Tacete! Il nemico vi usa!

Non vedo iattura maggiore del continuare, in assenza di entrambi, al riempirsi la bocca di antifascismo e anticomunismo, due facce della stessa medaglia.

Una maniera per opporsi al sistema unico capitalista, facendone di fatto il gioco. Ignoranza, malafede, sciocca riproposizione fuori tempo di slogan e pregiudizi fanno si che si continui a dare del comunista/fascista a vanvera, o peggio, a comando e necessità altrui, arrivando all’assurdo di ricondurre ogni male a sole due fonti onnicomprensive.

Così, la UE diventa Sovietica o Nazista, Obama comunista e Trump fascista, persino Berlusconi fascista e Renzi Comunista, i centri sociali e le sentinelle in piedi, i 5 stelle e i leghisti, nessuno rimane escluso. Tutto e il suo contrario. Un appellativo buono per tutte le diatribe, perché inadatto a tutte. Categorie irripetibili, fuori storia e contesto, tenute in vita solo come spauracchio per una società che ne ha imparato solo le storture della propaganda e poco la lezione profonda. Il tutto, solo per dividere e ingannare, per non far chiamare le mostruosità attuali con il proprio nome: capitalismo, liberismo, mondialismo!

Lo stesso capitalismo che seppe infiltrare e piegare, seppur in maniera diversa, sia il fascismo che il comunismo. Lo stesso nemico che seppe infiltrare e utilizzare al suo scopo i suoi eredi d’Occidente. Lo stesso capitalismo multiforme che ancora li utilizza per demonizzare i suoi attuali nemici. Tutti, indistintamente, usando ora una sponda e ora un’altra, ma rimanendo sempre saldamente in sella. Lo stesso nemico che ancora ne utilizza i simboli e i richiami per creare consenso attorno ad entità, che lo useranno a proprio favore e ne saranno inevitabilmente funzionali.

Non si tratta di rinnegare il proprio credo o cancellare i verdetti della storia. Non si tratta di rinunciare a ristabilire le verità storiche. Tutt’altro. Si tratta di rinforzarne la necessità assoluta, ricollocandone il bisogno nel suo alveo naturale, evitando strumentalizzazioni e interpretazioni ideologiche. Favorirne la storicizzazione, consentendone la piena comprensione e accettazione. Si tratta, in definitiva, di vivere pienamente il presente, comprendendo e superando il passato: di avere piedi e testa sull’oggi. Il “qui ed ora” politico.

Se non capiamo che questi usano la nostra storia, le divisioni sociali, con capacità di trasformismo e mimetizzazione mai viste prima; che s’impossessano di simboli e credi, riscrivendo la storia e il presente, manovrando e contrapponendo, usando proprio le nostre fideistiche “certezze” e indotte credenze, per non essere mai riconosciuti e banditi per ciò che realmente hanno cagionato e di cui ancora sono causa.

Il passato non ritorna mai uguale a se stesso, mentre il presente non aspetta e il futuro appare incerto come non mai. Il ritorno alla patria, all’identità dei popoli e alla sovranità, alla giustizia sociale, saranno sempre una chimera, senza sottrarci anche al subdolo gioco del lessico politico. Un lessico che è sostanza. Oggi, più che mai. Anche in questo caso, dove le parole si sono scollegate dal loro significato originario, per assumerne di nuovi, fuorvianti se non ingannevoli.

Solo quando anche la parola “capitalismo” diventerà un insulto, uno spauracchio per i popoli, e gli saranno quindi addebitate le sue autentiche responsabilità, non più scaricabili e mimetizzabili, saremmo arrivati ad un punto minimo di reale coscienza per aspirare a cambiare qualcosa nel profondo e non dare solo un’altra sfumatura di colore a chi si presta a perpetuare l’esistente gabbia ideologica.

Siamo infine coscienti che questa riflessione attirerà molte critiche di puristi vari e sapientini della puntualizzazione storico ideologica, ma il fine del nostro ragionamento è volutamente provocatorio e volutamente non storico analitico. L’eventuale fastidio di costoro sarà sola la riprova che il discorso sta in piedi: si finisce per incanalare l’odio del popolo insofferente su falsi obiettivi per arrivare a indisturbati ad ottenere quelli del sistema.

 

L’immagine è di Maura Bathory.

Assegnazione delle case popolari: diritti umani a intermittenza

Dante Fazzini, “La zona vecchia” Acquerello 40×50 cm – 2007. L’ultimo tramonto della settimana, spasmi di agonia rituale inondavano di un arancio vivido gli enormi palazzi dagli intonaci cadenti. Parallele-bipedi, senza nome, affastellati gli uni sugli altri, muri su muri, come corpi distrattamente dimenticati.

L’Ente Italiano IACP (Istituto Autonomo Case Popolari) ha lo scopo di gestire l’edilizia pubblica con il fine di assegnare case popolari ai meno abbienti, tramite affitti o canoni calmierati (un tetto massimo sui prezzi di consumo).

Creato nel 1903 dall’allora Ministro del Tesoro, Luigi Luzzatti, durante il Governo Giolitti, IACP ha contribuito a sistemare milioni di italiani in locali abitativi, impossibilitati a sostenere spese che andavano al di sopra delle loro possibilità.

Gli alloggi abitativi vengono dati dal Comune di residenza tramite un bando pubblico, al termine del quale vengono stilate delle graduatorie dove si assegnano alloggi abitativi a famiglie con il reddito più basso.

Ogni Comune ha la sua graduatoria in base alle richieste che ricevono, ed ognuno di loro fissa un tetto massimo di canone agevolato, consentito per legge.

I requisiti per accedere alle case popolari sono:

– avere la cittadinanza italiana o europea, oppure facente parte di un Paese estero (basti avere il permesso da almeno due anni);

– essere residente o attività lavorativa sita nel Comune in cui si fa richiesta;

– avere un reddito al di sotto dei 25.000 euro circa (dato che può differenziare da Comune a Comune).

Vengono assegnate alloggi abitativi comunali, a persone indigenti, invalidi, vedove, madri nubili o separati (che vengono seguiti da almeno sei-otto mesi da Assistenti sociali), famiglie con reddito minimo e con figli a carico o invalidi, Famiglie over 35 formatisi da oltre tre anni, persone che vivono con la pensione minima o che hanno problemi a pagare l’affitto o hanno ricevuto uno sfratto, famiglie che risiedono con più nuclei familiari nello stesso spazio abitativo o che abitano in alloggi di fortuna.

Solitamente i bandi per fare richiesta di alloggi comunali, vengono fatti ogni 4 anni. Tutti possono farne richiesta, basta compilare il modulo che si può scaricare tramite internet o ritirarlo nel Comune di Residenza.

Fino a pochi anni fa le richieste di case popolari, erano inferiori alle vere necessità del cittadino. Purtroppo con l’avvento della crisi e l’aumento della povertà dovuta alla disoccupazione (si stimano – dati Istat – che il 6% degli italiani nel 2016 vivevano in condizioni di assoluta povertà, mentre il 12% in povertà relativa. Dati purtroppo in salita nel 2017), le richieste siano aumentate esponenzialmente, anche grazie all’entrata nel nostro territorio di circa 3.714.137 immigrati, solo quelli regolari (dati Istat).

Si è venuto a creare così un divario tra le richieste e il numero degli alloggi comunali presenti in Italia, questi ultimi di numero molto più basso, lasciando di fatto molti postulanti fuori dalle graduatoria, nonostante siano perfettamente idonei per farne domanda.

Negli ultimi tempi molti italiani si sono visti scavalcati da immigrati, perché questi ultimi presentano un reddito inferiore e hanno maggiori figli a carico.

Nonostante i vari Comuni cerchino di minimizzare il problema, questo viene costantemente portato alla luce dai dati che vengono forniti e che non fanno altro che aumentare una ingiustizia a carico dell’autoctono che nella maggior parte dei casi, non avendo fissa dimora, si ritrova costretto a vivere in strada o in macchina con la sua famiglia.

Si calcola in media che le case assegnate agli italiani si aggirino intorno al 45-50%.

Alcuni dati:

– nel Comune di Ferrara, il 38% degli italiani, usufruisce di una abitazione comunale, il restante 62% vanno agli immigrati, che però rappresentano solo il 10% della popolazione ferrarese;

– a Bologna, le case popolari, vengono assegnate all’82,7% agli stranieri (il 17% di questi con cittadinanza italiana, anche se nati all’estero);

– in Lombardia, in media, la metà degli alloggi viene assegnata a persone straniere, nonostante questi rappresentino il 13% di tutta la popolazione;

– a Cascina (Comune della Toscana) invece, il sindaco Susanna Ceccardi, nonostante le tante critiche e accuse ricevute, ha fatto applicare la legge, chiedendo agli immigrati (che facevano domanda per la richiesta di case popolari) di portare una certificazione autenticata dall’Ambasciata o dal Consolato, dove venga dichiarato di non essere in possesso di case di proprietà nel Paese natio. Il risultato è stato sorprendente. La maggior parte dei richiedenti, pur di non sottostare a leggi e controlli Amministrativi, hanno preferito rinunciare alla richiesta di alloggio comunale. Grazie al rispetto della legge, ora a Cascina, il 75% dei beneficiari delle abitazioni comunali vengono destinate agli italiani.

Il problema maggiore non riguarda l’immigrato, ma leggi che non vengono rispettate dalla maggior parte dei Comuni e dove a farne le spese sono maggiormente gli italiani.

Il compito primo di una Amministrazione comunale è quello di tutelare il proprio cittadino e non quella di creare ulteriori problemi o di fomentare ingiustizie, che normalmente nascono in questi casi.

La legge purtroppo oggi, nonostante la crescente disoccupazione e il continuo flusso migratorio, non consente a chi è nato in Italia di poter usufruire, in primis, di un bene primario come è quello di una unità abitativa, nonostante la maggior parte continuino a pagare quelle utenze che lo Stato richiede.

Il diritto inalienabile di ogni uomo è, tra le altre cose, quello di avere una casa, un tetto sulla testa che gli consenta di vivere degnamente. Questo diritto, grazie al capitalismo, oggi è diventato invece un’utopia per milioni di persone.

 

 

 

Cittadini non comunitari presenti in Italia: http://www.istat.it/it/archivio/204296

Povertà in Italia: https://www.istat.it/it/archivio/202338

Certificazioni Cascina: http://www.ilpopulista.it/news/19-Settembre-2016/5083/il-sindaco-leghista-di-cascina-la-casa-prima-agli-italiani-e-la-promessa-elettorale-diventa-realta.html

Promemoria per un ordine sociale secondo giustizia

La dottrina sociale della Chiesa ritiene che possano essere vissuti rapporti autenticamente umani, di amicizia e di socialità, di solidarietà e di reciprocità, anche all’interno dell’attività economica e non soltanto fuori di essa o “dopo” di essa. La sfera economica non è né eticamente neutrale né di sua natura disumana e antisociale. Essa appartiene all’attività dell’uomo e, proprio perché umana, deve essere strutturata e istituzionalizzata eticamente1.

La carità potrà portare certamente un qualche rimedio a molte ingiustizie sociali, ma non basta; anzitutto bisogna che fiorisca, domini e sia realmente applicata la virtù della giustizia2.

Di fronte alle molteplici crisi internazionali, che ridisegnano equilibri geopolitici, egemonie e modelli socio-economici, il pensiero sociale cattolico – in tema di capitale, lavoro, proprietà, moneta e via dicendo – è, oggi più che mai, l’unica risposta degna dell’uomo, della sua dignità personale e trascendente, ai problemi del vivere comune3.

Un articolo non può certo avere la presunzione di esaurire questioni tanto ampie quanto complesse, però può offrire un modestissimo spunto per riflettere su un ideale di ordine sociale frettolosamente accantonato in quanto ritenuto obsoleto per le sfide odierne del mondo globale.

La proposta cattolica ai problemi sociali, cioè l’applicazione concreta dei perenni insegnamenti del Magistero, la loro traduzione in indirizzi politici e norme giuridiche, si presenta – nella sua chiara identità – altra tanto dal liberalismo quanto dal socialcomunismo. Sì, altra – alternativa: non si tratta infatti di riformare dall’interno il sistema liberalcapitalista o di realizzarne una versione “compassionevole” quanto di superare la Weltanschauung politico-economica contemporanea e trovare quelle soluzioni strutturali, organiche, nella regolazione della vita economica, intrinsecamente conformi alla giustizia4 e alla legge morale.

Un modello di vita economica che voglia distinguersi dall’economicismo a-morale dominante dovrà incentrarsi su un inscindibile binomio etico-giuridico: a) la subordinazione della scienza economica all’etica e al diritto; b) il necessario primato della politica onde evitare che i pubblici poteri si rendano servi dei potentati economici-finanziari o loro docili strumenti.

Scrive Benedetto XVI: «l’attività economica non può risolvere tutti i problemi sociali mediante la semplice estensione della logica mercantile. Questa va finalizzata al perseguimento del bene comune, di cui deve farsi carico anche e soprattutto la comunità politica. Pertanto, va tenuto presente che è causa di gravi scompensi separare l’agire economico, a cui spetterebbe solo produrre ricchezza, da quello politico, a cui spetterebbe di perseguire la giustizia mediante la ridistribuzione» (Caritas in veritate, n. 36).

Il primato dell’etica: l’economia è un’attività umana, libera e responsabile finalizzata al bene (individuale, famigliare e comune) dell’uomo, alla sua natura normativa: l’uomo dev’esserne agente morale e non ridotto a mero fattore di produzione/consumo. Ha ricordato Giovanni Paolo II: «il principio sommo (…) in assenza del quale tutto il sistema economico è esposto al rischio di pericolose degenerazioni» afferma che «fine di tutta l’economica non è il profitto, ma la promozione della persona»5.

I rapporti tra capitale e lavoro devono essere conformi al diritto naturale e regolati dalla “legge della giustizia sociale” (Pio XI, Enciclica Quadragesimo Anno, n. 58), e non dalle forze cieche e violenti del mercato. Le teorie economiche della scuole liberali e marxiste hanno mostrato i loro limiti: «si avverte l’esigenza di coinvolgere anche i lavoratori nel processo di formazione del capitale e nelle decisioni che riguardano l’impresa secondo una concezione partecipativa dell’economia» volta al superamento «delle varie patologie di cui soffre il mondo»6. Partecipazione che richiede di riconoscere la natura consorziale dell’impresa economica (attività associata di capitale e lavoro, affermò Leone XIII nella Rerum novarum).

Altri principi cardine sono la destinazione universale dei beni materiali (a cui resta subordinata la stessa proprietà privata, che non è un assoluto)7 e la dignità personale e spirituale del lavoro, che non può essere ridotto a merce o sacrificato all’accrescimento indefinito del capitale: «il lavoro, per il suo carattere soggettivo o personale, è superiore ad ogni altro fattore di produzione: questo principio vale, in particolare, rispetto al capitale»8. Il lavoro non può essere equiparato a una merce (una cosa che si vende e si compra), così il salario non può essere fissato dalle oscillazioni del mercato: «la rimunerazione del lavoro non può essere abbandonata al gioco della domanda e dell’offerta; deve invece essere fissata secondo criteri di giustizia»9. Per essere giusto il salario dovrà garantire al lavoratore il necessarium personae (dignitoso mantenimento del nucleo famigliare e possibilità di formarsi una pur modesta proprietà privata).

Concludendo questi brevi cenni. Il mondo occidentale cosiddetto libero ha per decenni sbandierato uno stile di vita all’insegna dell’opulenza, producendo l’anti-civiltà consumistica. Il gusto piacevole della bevanda di un benessere facile è durato relativamente poco (in termini di libertà personale, tranquillità e prosperità) e i risvolti in termini di miseria e indigenza cui numerosi popoli sono costretti a causa di strutture organizzative inique che soffocano l’uomo e disgregano la società sono sotto l’occhio di tutti gli uomini di buona volontà. E’ il momento di cambiare paradigma. Termino con le parole di Papa Pio XI, scritte nel 1931 e più che mai attuali:

Ciò che ferisce gli occhi è che ai nostri tempi non vi è solo concentrazione della ricchezza, ma l’accumularsi altresì di una potenza enorme, di una dispotica padronanza dell’economia in mano di pochi, e questi sovente neppure proprietari, ma solo depositari e amministratori del capitale, di cui essi però dispongono a loro grado e piacimento. Questo potere diviene più che mai dispotico in quelli che, tenendo in pugno il danaro, la fanno da padroni; onde sono in qualche modo i distributori del sangue stesso, di cui vive l’organismo economico, e hanno in mano, per così dire, l’anima dell’economia, sicché nessuno, contro la loro volontà, potrebbe nemmeno respirare. Una tale concentrazione di forze e di potere, che è quasi la nota specifica della economia contemporanea, è il frutto naturale di quella sfrenata libertà di concorrenza che lascia sopravvivere solo i più forti, cioè, spesso i più violenti nella lotta e i meno curanti della coscienza10.

 

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.

1Benedetto XVI, Enciclica Caritas in veritate, n. 36.

2Pio XII, Enciclica Evangelii Praecones, n. 10.

3Pensiamo, ad esempio, all’iniquità monetaria, alle croniche crisi del debito, al dominio pervasivo di un potere finanziario senza volto, alla pressione fiscale che erode i risparmi virtuosi, e via dicendo.

4Così nella definizione del giurista romano Ulpiano: “la giustizia consiste nella costante e perpetua volontà di attribuire a ciascuno il suo diritto. Le regole del diritto sono queste: vivere onestamente, non recare danno ad altri, attribuire a ciascuno il suo”. E il Catechismo della Chiesa Cattolica asserisce: “la giustizia è la virtù morale che consiste nella costante e ferma volontà di dare a Dio e al prossimo ciò che è loro dovuto. La giustizia verso Dio è chiamata virtù di religione. La giustizia verso gli uomini dispone a rispettare i diritti di ciascuno e a stabilire nelle relazioni umane l’armonia che promuove l’equità nei confronti delle persone e del bene comune” (n. 1807).

5Dal Discorso all’Unione cristiana imprenditori dirigenti del 14 dicembre 1985.

6Ibidem.

7“Il diritto alla proprietà privata (…) non elimina l’originaria donazione della terra all’insieme dell’umanità. La destinazione universale dei beni rimane primaria, anche se la promozione del bene comune esige il rispetto della proprietà privata, del diritto ad essa e del suo esercizio” (CCC, n. 2403).

8Dal Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, n. 276.

9Azione cattolica italiana, La Dottrina sociale cristiana, CENAC, Roma 1957, p. 180.

10Pio XI – Enciclica Quadragesimo Anno.

Il feticcio dell’onestà in politica: privi di macchia senza essere puliti

Il dibattito politico vive oggi una febbre senza precedenti, una febbre paralizzante che rende la discussione una sterile farsa. Per rendersi conto di ciò basta seguire uno dei tanti format televisivi di opinione, dove l’argomento più concreto su cui si discetta è la proposta dei sindacati di pensionare gli italiani a 66 anni e 11 mesi contro quella del Governo che spera di chiudere invece a 67 belli e tondi, mentre il resto degli elevati argomenti all’ordine del giorno si staglia sul piano glorioso della fuffa, termine di conio feisbuccaro, ma che ben rende il concetto di inconsistenza delle preoccupazioni dei rappresentanti.

Dante Fazzini, “San Pinocchio liberatore”, un’ironia sullo stato dell’informazione nel nostro paese. L’ambientazione è quella di un tipico borgo con la sua piazzetta, che fa da sfondo al “pollaio” metafora dei talk-show italiani , dove imperano pettegolezzo, menzogne e false verità. L’opera è in formato A4 ed è stata riprodotta in 10 copie firmate e numerate. Chi è interessato può contattare in privato l’artista, visitando il suo sito internet con un semplice click sull’immagine.

Certamente di più, infatti, si aspettano dalla sintesi politica di istanze lontane o talora opposte la casalinga, la mamma, l’artigiano, l’imprenditore, il precario…

Di contro, un’attenzione morbosa e non casuale è riservata a certi aspetti del politico, della narrazione delle cose della politica, la quale, se diligentemente gestita, ha il potenziale di trasformare il nulla in facile consenso elettorale o agevole messa fuori gioco del nemico politico, con l’ausilio immancabile dei media, nonché dei rivoluzionari da tastiera che del click han fatto la loro spada.

Da Mani Pulite a Calciopoli, dal Caso Ruby alle “molestate vent’anni fa” dei giorni nostri, sono moltissimi gli esempi di gestione di passaggi storici a colpi di scandalo, per distrarre o destrutturare, con conseguente immediata divisione del pueblo in sostenitori e detrattori della domenica, di commentatori cui poco importa se la vita dell’oggetto delle loro opinioni potrebbe essere segnata per sempre, che poco sanno di essere talvolta soltanto pedine di un sistema che utilizza la loro indignazione per facilmente imporre scelte difficilmente avallabili attraverso le dinamiche ordinarie della democrazia nella sua accezione più pura.

Una legge “antifascisti” passa meglio se intanto si ricama uno scandalino sulla vicenda di un gestore nostalgico del ventennio, una legge “antiomofobi” esce meglio se intanto i giornali ci parlano quotidianamente di violenza a danno degli lgbt in barba a statistiche molto meno preoccupanti. “Nessuno tocchi Caino”, nome di una ONG divenuto slogan fortunato delle campagne radicali sul trattamento dei condannati, va a farsi benedire nelle reazioni a caldo del pueblo manettaro dinanzi al delinquente schiaffato sui TG della giornata.

Giustizialismo d’accatto, quindi, e cultura del fango sono posti al servizio del pensiero del sospetto che crea la politica della sfiducia e fonda, senza ritorno, la sfiducia nella politica, più di quanto essa non riesca ad armarla da sé. Non più chiacchiera da bar, non più parlottata della domenica a pranzo coi parenti, non più imprecazione da fila alle Poste, sua maestà la campagna di fango è ormai uno scientifico strumento di governo, paragoverno e campagna elettorale.

Oggi poi si costruiscono partiti le cui sezioni “in affitto” non sono più al di là delle saracinesche che danno sulla piazza più bella del paese, ma sul web: candidati e “cittadini” si incontrano in stanze social e primarie a colpi di click, spesso “io, mammate e tu”, esprimono i candidati al Comune o alla presidenza della Regione.

In contrapposizione dialettica alle cronache giudiziarie infelici che toccano trasversalmente tutti i partiti ‘tradizionali’, siffatti utenti-cittadini tendono a considerare la nuova forma di partecipazione 2.0 l’unica ad essere democratica, facendo leva argomentativa sulla parità di peso delle opinioni espresse nel virtuale, sull’uniformità delle consultazioni, sulla possibilità di signor nessuno di intraprendere un’impresa – quella politica – costosa e di privilegio.

Un po’ come l’arbitro, almeno dalla mie parti, è sempre cornuto, allo stesso modo, il politico per narrazione e – ahi-noi! – spesso per cronaca, è sempre ladro (o comunque delinquente), ma non solo dalle mie parti. Così, quale trovata pubblicitaria e specificatamente elettorale potrà mai essere migliore di quella che frappone ladri per definizione a onesti per benedizione? La camicetta dell’onestà decora come una medaglia al valore quanti di buon slancio vogliano indossarla, e per avercela basta essere “presentabili”, presentabili cioè senza passato.

Facile se hai fatto l’artigiano o l’operaio, meno facile se hai fatto l’imprenditore, difficilissimo se nel tuo curriculum c’è più politica che lavoro.

Senza passato vuol dire senza macchia, senza macchia cioè senza precedenti, senza precedenti cioè senza errori. Senza macchia però senza essere necessariamente puliti. O ripuliti. O rinati. Perché passa di mezzo il mare tra l’essere senza precedenti e l’essere puliti. Non è una condanna che fa un uomo, ma lo fa ad esempio di certo l’avere pagato il dovuto.

È nata così l’onestà nella politica, urlata in piazza e sbandierata nei talk-show in un continuo contrapporre il proprio senzamacchismo alle macule degli altri, onestà che muore però a sprazzi in qualche inchiesta eccellente che colpisce persino i fautori della nuova politica “dei cittadini onesti”, espressione che come descrizione vale poco, o almeno vale fino a prova contraria, fino a che una delle tante vicende giudiziarie, appunto, a orologeria, non colpisca persino i puri più puri degli altri…

Tuttavia, a livello comunicativo, il meccanismo del patentino dell’onestà funziona, funziona finché il paladino dell’antiabusivismo edilizio non viene indagato per abusivismo edilizio, finché il protettore dei lavoratori del futuro non viene indagato per avere falsificato la busta-paga dei suoi dipendenti. Viene indagato, non certo condannato! Persino in questa distorsione della realtà un indagato è ancora senza macchia, ma ce lo siamo scordati. O meglio, a nessuno interessa ricordarlo perché la farsa si muove ovviamente su un piano di non verità, e nel teatro ciascuno deve fare il suo.

Non è un segreto per nessuno che il garantismo come tutela dell’individuo sottoposto ad azione giudiziaria (esplicato nelle formule di Ferrajoli “nessuna pena senza reato, nessun crimine senza legge, nessuna legge penale senza necessità, nessuna necessità di legge penale senza danno, nessun danno senza azione, nessuna azione senza colpa, nessuna colpa senza processo, nessun processo senza accusa, nessuna accusa senza prova, nessuna prova senza difesa”), valore principe dello stato di diritto, sia bell’e calpestato da un po’, e basta un’indagine, talvolta semplicemente obbligata dalle circostanze, a distruggere la reputazione e a trasformare in impresentabile chiunque. Complice ovviamente un sistema d’informazione che tiene in piedi il gioco squallido del fango, senza mostrare scrupoli nei confronti della persona, della sua famiglia, della sua storia che non sempre è quella del mostro da prima pagina.

Il cittadino 2.0 scopre così l’esistenza di un’alea sinora sconosciuta nella sua attività di moralizzatore virtuale del mondo politico ladro e poi di candidato e poi di eletto. Scopre in sostanza che l’impresentabile oggi è lui. E scopre – almeno questo auspichiamo – che quell’onestà tanto sbandierata, alla fine, è solo una malattia, la malattia dell’ipocondriaco. Essa è quindi un’astrazione, quando la si usa come arma dialettica, ma è anche un boomerang quando colpisce di ritorno e molto prima dell’accertamento giudiziario con relativa condanna per i reati imputati.

Per evitare equivoci, specifichiamo che non si sta certo negando, all’interno del nostro ragionamento, che chi sbaglia debba non rimanere impunito o che non si debba chiedere qualità nei profili di chi potrebbe andare a ricoprire incarichi pubblici, che sono oneri ed onori, ma questo profilo non può essere artatamente costruito quando la camicetta dell’onestà era pulita e artatamente distrutto quando si è macchiata e in modo non ancora definitivo. Dietro siffatte costruzioni c’è la Persona, nella sua dignità, nel suo essere di più del vociare più fastidioso che gli si innalza intorno o di un’inchiesta che deve fare la sua strada, anche quando ha sbagliato e qualunque sia stato il suo passato, ovunque sia partita.

Un ultimo appunto va fatto sullo strano concetto di democrazia tutto moderno, termine agghindato e restituito in una dimensione ‘morale’, a tratti ‘religiosa’. Democrazia significa, invece, soltanto “potere del popolo”, ed è solo una forma di governo, non progressismo-crazia, quindi potere dell’ideologia che decide chi è presentabile, chi può rappresentare e chi merita rappresentanza, sempre più spesso sulla stregua di percezioni e costruzioni e non secondo le leggi per le quali un indagato è solo un indagato e non certo un mostro.

Si finisce quindi per negare nella realtà dei fatti il valore vero della rappresentanza democratica, banale gioco di numeri, almeno quando bisogna contare i voti. E non c’è un voto più voto degli altri, che ne dicano quelli che vogliono fare votare solo i “democratici”.

«La lingua è dominio soprattutto della coscienza» – L’inganno

Ho trovato questo volume, scritto da Franco Fochi, linguista e saggista italiano, classe 1921, nella polverosa, gattara e famosa libreria Acqua Alta di Venezia di Luigi Frizzo. Mi incuriosisce per la copertina dell’architetto Silvio Coppola e il “Prologo forzato” che introduce quella che poi risulta essere una competente riflessione sulla lingua, competente e potente, avviluppata ad una profondo quanto brillante racconto delle vene aperte dell’Italia.

Le parole sono cose, le parole stanno accanto alle cose, oppure sono oltre le cose, decorano o denigrano, significano, amplificano, svuotano. «La lingua è uno specchio dell’anima assai più che il volto», mai ferma, cammina col popolo suo ed è il popolo a camminare con lei, perché, come diceva Cioran «non si abita un paese, ma una lingua; una patria è questo e nient’altro».

Lingua in rivoluzione fissa una pluralità di capriole linguistiche, solletica il perno di tante forzature dello scritto, del parlato, del ‘pensato’, sciorina una moltitudine di audaci fughe in avanti di una lingua di radici antiche, ma sempre più barbaramente posta al servizio delle ideologie, del potere costituito, cosicché la neolingua che vien da tal parto assurge a codice esclusivo e sostitutivo.

Già Pasolini, ricorda Fochi, aveva denunciato il misfatto delle dinamiche della “sola terminologia possibile”, «quella dell’industria culturale e della sociologia», ma va richiamato, dice Fochi, «per la sua coerenza (e per non risvegliare echi di un chiasso svanito), mentre ci prepariamo a chiedere che si disperda ogni reliquia e progenie della “lingua come espressione”, a gloria e gaudio della “lingua come comunicazione”».

«Alla guida della lingua – ribadisce – non sarà più la letteratura ma la tecnica» e lo scrive nel 1966, quando la Fiat stipulava col governo sovietico un contratto per la realizzazione di un’autovettura in Russia, quando a Pavia, ad una tavola rotonda sulla dottrina giuspositivistica, l’intervento di Norberto Bobbio, apriva ufficialmente la crisi del positivismo giuridico in Italia. La Costituzione è giovane, non sono ancora passati 20 anni dall’entrata in vigore e vivo è il ricordo del dibattito in seno alla Costituente, ove tanti dogmi moderni, erano forieri di enormi perplessità.

La dissolubilità matrimoniale, la laicità, la parità di genere, molte libertà, non perché non valide, ma perché considerate superflue nella contingenza di bisogni più urlanti, se non altro, almeno quello elettorale. «Non abbiamo sentito, come bisogno, la ricostruzione delle parole», perché nella realizzazione del calendario imminente, nel Paese spappolato delle due guerre, erano forse più funzionali gli slogan, «”Le solite balle”: così commenta il popolo, da noi costituito sovrano». Il capitoletto in questione, Fochi lo titola “Ricostruzione”, ripartenza dalle macerie.

«Sulla libertà ci siamo gettati con la leggerezza di un bimbo goloso: legittima la voglia, illegittimo il modo». Ventisette, conta Fochi sono gli articoli della Carta Fondamentale che contengono principi di libertà, «ma avrebbe fatto comodo un ventottesimo, che sancisse apertamente la libertà dal luogo comune» o un primo articolo così strutturato: «L’Italia è una Repubblica veramente democratica, fondata sulla sincerità». Sulla sincerità e non sull’insignificanza del lavoro, espressione tanto cara a Palmiro Togliatti, alla quale, «un eminente uomo di sinistra (aventiniano, perseguitato, coerentissimo) come Emilio Lusso» – riporta sempre Fochi – obiettava che «non aveva riscontro nell’attuale realtà italiana, e portava l’esempio della menzogna, consacrata nella Costituzione spagnola del 1931, che parlava d’una Repubblica dei lavoratori, la quale non esistevae cadde appunto perché non esisteva”».

Troppo spesso abbiamo sorvolato sulle parole perché ci interessavano più i fatti, abbiamo preferito porle a supporto, mascherarle per la causa, sicché ad un certo punto, per ridare loro il senso antico, le fattezze delle origini, non sono più bastati aggettivi. Abbiamo aggettivato – nota Fochi – pure la coscienza, stradale, calcistica, veneatoria, antitumore, ma essa «è una sola; morale; ma l’aggettivo è superfluo appunto perché l’idea è nel nome». Per non parlare poi di tutti i danni delle esagerazioni, dei gonfiamenti, delle banalizzazioni del professionismo politico e del giornalismo professionista, di cui disquisisce nel capitolo “La bianca coltre”, quindi balletti con l’eterno ritorno delle figure: obiettivo, urgente, concreto, contesto, atmosfera, vigilia.

La lingua muta, ma mai da sé. La manomissione delle parole, per usare l’espressione di Gianrico Carofiglio, predispone di volta in volta ad un mondo nuovo, aiuta ad avvicinarvisi. «La serva – scrive Fochi nel capitolo “Novissimo dizionario d’arti e mestieri” – se n’è andata, e ha fatto bene. Ma la servitù (intendo il collettivo concreto, però senza trascurare l’astratto) è rimasta» coccolata e finanche protetta dalla parvenza del suo superamento.

La donna di servizio è stata così “ritogata” – ironizza Fochi – “lavoratrice domestica” «col risultato, molteplice, d’una romana dignità, d’un richiamo preciso (e ammonitore) alla Repubblica “fondata sul lavoro”, e di “una opportuna” scomodità per la datrice di lavoro, la quale d’ora in poi non avrebbe più potuto affermare seccamemte e rapidamemte la propria condizione (“è la mia serva”), dovendo dire invece: “è la mia lavoratrice domestica” (una bella fatica, oltre che una certa, e giusta, umiliazione)».

Che la lingua muti non è un male in sé.«Rinnovarsi vuol dire vivere. Ma noi, oggi, abbiamo una strana maniera d’intendere il nuovo, dimenticando che il progresso spontaneo e schietto, non solo fa a meno di stravaganze, per affermarsi, ma se ne tiene scrupolosamente lontano per non giocare nella partita della novità il bene della dignità, e perdere la partita in tutti i modi».

Resta poi da affrontare il problema della democrazia della lingua e della lingua “per tutti”, concetti talora ideologicamente sovrapposti come tra i sostenitori della nervosa anglofonia tutta occidentale. L’operaio di Latina e quello di Manchester finalmente potranno dialogare, approntava qualcuno un ragionamento che suonava più o meno così. Che non siano infatti “Troppe lingue per una democrazia?” è il titolo-domanda del libro di Tullio De Mauro, recensito da Franco Lo Piparo, filosofo del linguaggio, il quale nota come l’Europa non disponga di una lingua che permetta ad “un idraulico calabrese di intendersi col collega tedesco o finlandese”.

In tema di problemi del mestiere, e non che quello sulla comunicazione operaia non sia rilevante, vediamo molto più sul pezzo Franco Fochi, quando evidenzia che parole nuove non novano in nessun verso la fatica che si deve per onorare il lavoro: «Il panificatore doveva alzarsi all’alba, quando suo padre era semplice fornaio. Non che gli sia risparmiata la levataccia; ma nella toga […] – di braccio della “panificazione italiana” – sta più fresco. Così gli ufficiali di quel reggimento sentivano meno il prurito, essendo esso cutaneo, che i sottufficiali con la scabbia o, peggio, i soldati con la rogna. Anche il fabbro, quando s’arrovella e s’ammazza come artigiano del ferro, suda meno».

Due proposte di legge di cui una del 1959, presto ritirata dai proponenti, e una del 1960, sulla cui sorte Fochi non era informato, intendevano trasformare la qualifica di “bidello” delle scuole in “usciere” o ”commesso scolastico”, poi in “ausiliario”. Oggi l’uso del termine bidello è riservato al cantuccio della vergogna, non si usa che nei bisbigli, nei dialoghi al riparo da orecchi troppo politicamente corretti che possano sussultare.

La “coscienza linguistica”, questa sì ammessa da Fochi nel ventaglio delle coscienze aggettivate, in quanto nella sua cifra spirituale e per il suo «indissolubile legame con gli uomini che parlano» è senz’altro, dice Fochi, conferma che «la lingua è dominio soprattutto della coscienza». La coscienza della lingua, del codice, sembra confondersi oggi con la visione ideologica che ha la meglio nella scena del potere, e la ‘manomissione’ delle parole così avviene in modalità più aderenti alla logica della posa che allo slancio ‘mistico’ dell’uomo in ricerca.

Tuttavia, se esse sono cose, le parole che adoperiamo, non solo raccontano un mondo, ma ci preparano ad un mondo, ad una visione, ci predispongono ad un sentimento e insieme lo suscitano, lo anticipano, lo sviscerano, lo rendono meno fuggevole. «Io ricordo – scrive Maria Montessori nel saggio La scoperta del bambino – una bambina di due anni, che, messa davanti ad una statuina del Bambino Gesù, disse: “Questa non è una bambola”». Concetto, parola, associazione, dissociazione.

In talune fasi storiche, in qualcuna in particolare, sembra essere nata la propaganda, fenomeno invero sempre esistito, ma l’attribuzione della sua creazione a una fazione precisa che “distorceva” per definizione, ha agevolato le successive narrazioni della fazione che “raddrizzava” per costituzione e dello sfoggio di siffatto sforzo ortodosso si nutriva, perché «le opinioni su questa scottante materia della moralità nazionale preferiscono il vaglio della censura di parte, e quasi sempre tacciono: nelle parole o negli stessi pensieri. Questa è la nostra “coscienza democratica”: il non saper pensare o esprimersi che sotto una bandiera. O il non osare, che è peggio. Ognuno (rosso, bianco, nero, verde) ha in sé un elenco, più o meno lungo e via via adattato, di giudizi che non può pronunciare, di istituzioni che non può toccare, di persone che non può scalfire: perché non ne venga danno all’idea (quando va bene). E così l’idea stessa, ridotta a strumento, opposta a quella verità che dovrebbe esserne il sostegno, si svuota. E con essa, anche la parola cessa di essere verbo: ombra vana senza soggetto, sventolata come un qualunque fazzoletto che non prema di perdere». Titolo del capitolo contenente questo magistrale je accuse è sempre “Ricostruzione”, ossia ripartenza dalle radici, dalle parole, dal loro legame autentico con la base, con le cose.

 

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.

L’inganno cosciente della democrazia

“Drapeau tirè” è un ironia sulla bandiera, sulla Patria. Quasi come un familiare cuscino di colori abbottonati. Un vessillo bandiera che sa di famiglia e di giocoso sogno. La tensione delle asole è la componente drammatica che la rendono eroica. Il dipinto è materico, in rilievo e fu acquistato dalla Provincia, misura 50 x 70 cm. Realizzato nel 1980 e fa parte di una serie che io chiamavo “abbottonature”.

L’inganno è ovunque. Dentro di noi, intorno a noi. Ne siamo parte inconsapevole, mezzo e strumento, utenti finali. Perché fin da piccoli, siamo portati a formare coscienze errate, recitare ruoli indotti, ragionare e formare opinioni su racconti e assiomi, che poco hanno a che fare con la verità fattuale e molto con la sua utilitaristica deformazione. Nel migliore dei casi, ne siamo portatori sani.

L’idea stessa di noi, di natura, è costantemente messa in discussione nel sacro nome dell’ideologia dominante, del suo progetto totalizzante di “nuova società”. Anche i concetti veri, se manipolati, azzoppati, diventano inganno, falsità, stortura, che produce inevitabilmente altre storture. Impossibile, in poche righe, riportare la cosa ad un campo definito perché, a ben vedere, li permea tutti. L’epoca in cui viviamo è complessa, difficile e per molti aspetti addirittura oscura: siamo infatti in Kali Yuga, l’era della discordia e dell’ipocrisia, dell’inganno per eccellenza.

Gli antichi testi vedici parlano di questo periodo storico, come il periodo in cui «La terra sarà venerata soltanto per i suoi tesori materiali, le vesti sacerdotali sostituiranno le qualità del sacerdote, i matrimoni cesseranno di essere un rito e ogni ordine di vita sarà simile promiscuamente per tutti, colui che possederà piú denaro sarà padrone degli uomini che concentreranno i loro desideri sull’acquisto anche disonesto della ricchezza». E ancora «I capi che regneranno sulla terra saranno dei violenti; s’impadroniranno dei beni dei loro soggetti. (…)I capi, sotto pretesti fiscali, deruberanno e spoglieranno i loro sudditi e distruggeranno la proprietà dei privati. La sanità morale e la legge diminuiranno di giorno in giorno, finché il mondo sarà totalmente pervertito e l’empietà prevarrà tra gli uomini…»1

Difficile non riconoscere in un tale nefasto quadro il modello attuale di società liberal – capitalista e i suoi inganni, spacciati come droga di libertà e benessere, di cui siamo diventati ampi consumatori e dipendenti. Eppure, altro paradosso tra i paradossi, questa sarebbe l’era delle “democrazie”, del presunto governo dei popoli. Una negazione in termini, il sommo inganno per eccellenza. Perché mai nella storia dell’uomo il popolo è stato reso così fautore delle proprie disgrazie, divenendo egli stesso il mezzo principe per attuare i disegni oligarchici ad esso contrari, la propria “scomparsa” e marginalizzazione come variabile politica. Per giunta, con il proprio convinto assenso.

Atomizzato, disgregato, ridotto a consumatore “tout court” di prodotti preconfezionati, tanto culturali quanto materiali. Impossibilitato a distinguere il vero dal falso, il bene dal male, viene illuso di una decisionalità e libertà, che è la stessa di un pesce cresciuto in un acquario trasparente; di un topolino in gabbia, dove la libertà di andare a destra o a sinistra, girare su una ruota, non è una scelta, ma una possibilità circoscritta dalle quattro pareti della gabbia. Così cresciuto, sarà egli stesso a volerci rimanere, anche quando la porta della gabbia sarà stata dimenticata aperta. Una gabbia trasparente, dove la limitazione e manipolazione delle conoscenze, delle informazioni e delle possibilità, costituisce la base di un limite percepito come invalicabile, seppur inesistente.

«In Oceania si continua a correggere la storia passata per allinearla con quella divulgata nel presente dal Grande Fratello [leggi sul divieto di revisionismo? Legge Fiano? Etc..]; i testi vengono scritti da macchine assai simili ai computer [veline internazionali? uniche fonti mondiali e mancanza di fonti testimoniali dirette nell’ informazione di massa? etc..], e gli intellettuali sono tutti impegnati al Ministero della Verità, cioè nel luogo dove si fabbricano le menzogne. La letteratura è morta, non esiste più come espressione di libero pensiero. Questa fine della cultura è dovuta (anche) alla mancanza di parole per esprimere i concetti: la Neolingua ne contempla un numero di molto inferiore a quello dell’Archeolingua ,che sta per scomparire [politicamente corretto? Linguaggio boldriniano?, etc..]».2

La Neolingua si fonda sul fatto che l’individuo subisca una serie di microlesioni dei centri nervosi cerebrali preposti all’attività del pensiero e del linguaggio; l’effetto finale dovrebbe essere, nelle intenzioni del Partito dominante, la riduzione dell’attività mentale degli individui a una serie di coppie ‘stimolo-risposta predeterminata dal Potere’. Quante analogie, mutatis mutandis, con la realtà corrente? Non credo serva dilungarsi per trovare fin troppe affinità con la nostra quotidianità.

Quante mostruosità contradditorie abbiamo conosciuto come la “democrazia interventista”, la “guerra umanitaria”, “il profugo/migrante economico”, “la difesa preventiva”, etc..etc… Pensiamo anche al ruolo dell’intellettuale (il Saviano di turno) che, secondo lo scrittore, dovrebbe essere il tramite ideale fra la cultura e le persone, e sempre libero di esprimere il proprio pensiero, «si trasforma in Oceania in strumento utilizzato dal Potere. In un universo in cui vige la dittatura, la corruzione della parola e l’impossibilità di espressione conducono a opere stereotipate e standardizzate, costantemente sottoposte al controllo, e messe al bando se giudicate contrarie ai dettami del regime».3

Ancora illuminante è rimarcare come la regola del processo totalitario consiste nell’usare un inganno cosciente e nello stesso tempo mantenere una fermezza di proposito che dimostri una totale onestà: spacciare deliberate menzogne e credervi, ignorare ogni avvenimento scomodo, in definitiva negare l’esistenza della realtà. Quante false flag abbiamo visto divenire “verità” causa di morte e distruzione, di rapina e disgregazione? Quanti dati falsi, spacciati per veri, sono diventati innegabile realtà diffusa?

Tornando alla “democrazia”, come sommo inganno, il compianto C. Preve sottolineava giustamente come «democrazia significa, in senso statico, potere del popolo, ed in senso dinamico, accesso del popolo al potere (…). Chi si accontenta del significato statico, dirà che viviamo in democrazia (sia pure ovviamente limitata, imperfetta, minacciata, ed altri aggettivi compromissori che hanno come compito quello di impedire un’analisi radicale della questione), perché il popolo è coincidente con il corpo elettorale, il corpo elettorale può votare a scadenze regolari, se qualcuno si astiene la colpa è solo sua perché rinuncia unilateralmente ad un diritto che gli è garantito chi passa al significato dinamico, si renderà conto che l’accesso del demos al suffragio universale ed alle garanzie liberali per il dissenso (più esattamente, per il raggio del dissenso ferreamente perimetrato dalla dittatura del partito del pensiero unico), non ha assolutamente significato l’accesso del demos alla sovranità politica. Sovranità politica significa sovranità decisionale sui temi fondamentali della propria esistenza sociale. Cosa assolutamente negata, perché profondamente perimetrata».4

Su questo, dovremo riflettere non poco. Infatti, il voto appare un inutile esercizio, un “ludo cartaceo”, se chi deve esprimerlo non è messo nella condizione di farlo con a monte le dovute conoscenze e l’accesso alle informazioni corrette. Se è legittimo solo quando inserito nel quadro delineato dal sistema, se può essere eluso o bypassato, ignorato o limitato nella sostanza e nella sua formazione. Così interpretato è mera legittimazione di decisioni già assunte dalle élites. Parvenza, non sostanza.

Ancora più grave e limitata, se si amplia il quadro di riferimento e si legge il fenomeno in maniera globale e sovranazionale (oggi, nell’occidente politico, hanno ancora una qualche sovranità le nazioni?..) Infatti, in prima ragione, «qualunque decisione prendano i popoli o i partiti che si presentano alle elezioni (non importa se di centro, sinistra e destra, la cui differenza c’è, ma solo nei due parametri minori della simbologia sportiva e della torchiatura differenziata fra ceti sociali interni) viene svuotata automaticamente da entità metafisiche (direbbe Marx, “sensibilmente soprasensibili”) come i mercati finanziari, le agenzie di rating» e non solo.

Ed, in seconda ragione, «è il dominio imperiale americano, la cui rete di basi militari sparse per il mondo comporta un ricatto atomico permanente, che svuota di fatto ogni sovranità nazionale. Senza sovranità militare non c’è infatti sovranità nazionale (…)».

Concludendo, sempre con le parole di Preve, «chi oggi parla di democrazia in atto, di democrazia sia pur fragile, minacciata o imperfetta, eccetera, o è un ingenuo in buonafede o è un mentitore in mala fede. A volte i confini fra i due gruppi sono labili e le posizioni si mescolano. L’ingenuo in buona fede diventa talvolta un mentitore in malafede, pur non avendo all’inizio questa intenzione, perché rifiutando di prendere in considerazione la realtà, e decidendo appunto di “non sapere”, scivola inavvertitamente dalla prima alla seconda posizione. Una volta che lo scivolamento è avvenuto, esso diventa purtroppo un avversario, mentre prima era un legittimo interlocutore».

 

1 http://altrarealta.blogspot.it/2014/03/vivere-in-un-epoca-di-decadenza-kali.html

2 johnpilger.com

3 Op.cit

4 Costanzo Preve , “Libertà, democrazia e sovranità”, Eretica n.1/2005

“Drapeau tirè” di Dante Fazzini, è un ironia sulla bandiera, sulla Patria. Quasi come un familiare cuscino di colori abbottonati. Un vessillo bandiera che sa di famiglia e di giocoso sogno. La tensione delle asole è la componente drammatica che la rendono eroica. Il dipinto è materico, in rilievo e fu acquistato dalla Provincia, misura 50 x 70 cm. Realizzato nel 1980 e fa parte di una serie che io chiamavo “abbottonature”.