Un buio che abbaglia. Trittico del fuoco

    

Passi stanchi di catene

rimbombano,
e vocii sgolati da scatole parlanti:

paesaggi umani

desolanti!

Il denaro che nobilita tutto:
le frasche, lo sterco
ed anche gli insetti.

Commerci di carni
di uomini interi, piccoli e grandi,
oppure a pezzetti.

Locuste giganti ornate di scienza

alimentano il nero,
il nulla che avanza
e che ci avvolge

in un freddo incolore

che sa di muffa, di pane raffermo,

di un vuoto profondo

che si dilata e poi si assottiglia

spegnendo ogni fiamma.
Il muro di gomma
cambia il colore
e pure la forma
ma senza intermezzi
diviene più spesso.

Adesso
è un groviglio, un intruglio,

infimo travaglio
di popoli inerti, forse già morti
(a volte conviene),
ormai assuefatti e come soggetti
ad un buio che abbaglia.
Anime cupe, impuniti,

arroganti
i padroni del mondo,
in fondo,

persone perbene.

Intanto,

sempre più forti
rimbombano i cori

di passi stanchi

di catene.

 

 

Poesia di Alfio Santocono

Immagini di Monica Calà

Nuova vita alla terra spenta porterà il vento

 

 

 

 

 

 

 

Nuova vita alla terra spenta porterà il vento,
e i vecchi saranno giovani ancora una volta.

L’albero di Giuda, coppa d’agata, farà bere il giglio,
e l’occhio del narciso l’anemone guarderà ispirato.

Tanta nostalgia dei luoghi sofferta, volerà l’usignolo
nel giardino delle rose, tra le voci delle donne.

Se dalla moschea me ne vado alla taverna, non ti adirare:
lungamente si protrae l’Assemblea, e l’ora s’affretta.

Oh cuore! Se la gioia dell’oggi trattieni pel domani,
resterai senza nulla, che siffatto è il tempo.

Il mese avanti il digiuno le palme ricolma di vino:
tramonterà questo sole, e non ne vedrai a Ramazan!

Preziosa è la rosa: sfiorane i petali fin quando ne porta;
sicché, come viene, già se ne va, e più non ce ne avrà.

Oh menestrello! La festa è dell’amore: intona il tuo canto!
Cosa vale cantar le cose del passato, dell’avvenire?

Per te Hafez è tornato alla dimora dei viventi:
congedati da lui, solenne, che presto passerà alla morte!

— Hafez (Khāje Shams o-Dīn Moḥammad Ḥāfeẓ-e Shīrāzī, 1315-1390), Canto della Primavera. Resa italiana di Aleksandar Nursijski.

 

La foto in alto è di Grazia Roversi.

Astianatte – POESIA

 

Astianatte, gerundio

slabbrato che reggi

le trame, dimmi

 

la parola che schiuderà il mondo

all’epifania delle cose, l’esatta

misura del verso in cui tutto

tornerà carogna tra i denti

dell’angelo. E pregando,

 

pregando addestra le schiere

che mi renderanno l’altrove

promesso, che sole

sapranno il mio ultimo nome.

 

Astianatte, incendia

lo scudo che ti accolse quale

corpo, poiché corpo

fosti, e nient’altro che erede:

 

dalle mura per le mura che saranno,

ogni discendenza è ridere

o sputare alla radice.

 

 

Foto di Alfonsa Cirrincione