Uso e abuso della “percezione”

«Io e te – spiega una scuola di psicologia e psicoterapia molto distante dalle fissità interpretative di Freud ed altri esponenti delle psicologia classica1siamo due organismi ed entriamo in contatto attraverso la nostra interazione che avviene attraverso ciò che viene definito “confine del contatto”», involucro che protegge il sé, inteso come «“organo” della persona, uno strumento che ha insita la capacità di regolare l’organismo che presiede e di risolvere i suoi problemi per mezzo della sua caratteristica principale che è quella di essere un “processo permanente di adattamento creativo” dell’uomo al proprio ambiente», e allo stesso tempo ‘stoffa’ di aderenza tra soggettività.2 Il sé quindi non è più l’anima, ma lo strumento che agevola la conoscenza e l’incontro ed è qualcosa che va plasmandosi nella continua verifica alla quale il reale lo obbliga. In questo senso ogni momento è crescita.

«Il termine tedesco Gestalt è il participio passato di von Augen gestellt che letteralmente significa posizionato davanti agli occhi, ciò che compare allo sguardo, ovvero forma». La Gestalt considera fondamentale e lavora sulla percezione della realtà anche attraverso i suoi dettagli facendo emergere dallo sfondo spesso indifferenziato la figura dettagliata.«Il motto per antonomasia dei gestaltisti è: “Il tutto è più della somma delle singole parti”, significa che la totalità del percepito è caratterizzato non solo dalla somma dalle singole attivazioni sensoriali, ma da qualcosa di più che permette di comprendere la forma nella sua totalità»3.

Il modello terapeutico in questione punta alla crescita della persona e alla sua “competenza relazionale”, “crescita” intesa «come costruire, attraverso un processo di confronto critico, una nuova integrazione tra Soggetto e Ambiente». La crescita dunque avviene attraverso i contatti con l’ambiente, ma «ogni contatto implica una fase conflittuale nella quale gli equilibri esistenti entrano in crisi (conflitto tra “vecchio” e “nuovo”, tra Organismo e Ambiente) ed una fase costruttiva, nella quale si perviene ad una nuova sintesi (cfr. la “fusione degli orizzonti” di H.G.Gadamer)»4.

Ci incuriosisce siffatta scuola di terapia, proprio perché sembra essere all’avanguardia nel trattare con serietà le sensazioni, i bisogni, i segnali del corpo, nel non “criminalizzare” il disagio, a non considerarlo imprinting insuperabile e a lavorare sugli istinti primari e le percezioni per restituirli alla consapevolezza della persona ed affermarli come forza creativa, in tempi in cui vi è un aumento di richieste di aiuto psicologico, un aumento delle psicosi e dei disagi (già in età adolescenziale5) legati soprattutto alle “nuove solitudini” che spingono alle dipendenze da sostanze e da santoni6, all’instaurazione di rapporti malsani, al rifiuto di relazioni significative con l’altro.

Il fatto che le scienze psicologiche siano diventate “di moda” e i loro contenuti accessibili a tutti, attraverso la rete e i reparti di librerie e biblioteche sempre più forniti di libri motivazionali e di crescita personale, ha portato con sé un retroaltare pericoloso, la pan-psicologizzazione sociale, ad opera di chi il più delle volte non ha adeguata formazione o ad opera di chi ce l’ha ma la utilizza non per la cura della persona, bensì per trarre profitti dalle consulenze o per i fini più disparati. Secondo un think thank del Pentagono «Il presidente russo Vladimir Putin sarebbe affetto da sindrome di Asperger, “un disturbo autistico che influenza ogni sua decisione”».

Le scienze psicologiche e psicocliniche si prestano purtroppo ad un uso deviato e deviante, che non risparmia nessuno e ancor più pericoloso è lo scimmiottamento di esse. In un simile clima, se la psicologia ‘assiste’ la persona, un qualche ‘medico’ deve occuparsi della comunità che nella sinergia crea il terreno ove la persona si sviluppa e nell’applicazione distorta di certi saperi lo ammorba di piante cattive.

È quanto accade nel tempo del politicamente corretto e delle memorie del bisogno, tempo in cui la proposizione di un problema “ambientale” è mutata e resa, nella sua narrazione, in percezione di qualcosa che si insinua esista soltanto nella dimensione appunto sensoriale del soggetto, presentato come influenzabile e fobico, schiavo di mediocri ossessioni, attaccato alla gonna della meschina paura.

È quanto avviene in tema di sicurezza e immigrazione con consequenziale messa la bando dei “seminatori di odio” e fomentatori di infondate paure, alias critici del sistema migratorio attuato, mentre la forza del reale della cronaca lacrime e sangue illumina silenziosa l’artata cecità. È ciò che accade sul versante dei “nuovi diritti” che, se non vanno a genio o suscitano perplessità stante la contemporanea concessa eliminazione di quelli sociali, comportano un immediato inserimento nel registro degli omofobi, dei retrogradi, dei bigotti, degli haters. Ma prima ancora dei temi spinosi, la questione riguarda il normale e l’ovvio, che sì con questi problemi si intreccia, ma non sempre.

Ricordo a tal proposito un gustoso commento alla foto che circolava su facebook presentando la famiglia del futuro già possibile, quella gender fluid e atipica, di una mamma transgender (mi si perdoni se non azzecco la sfumatura precisa), ormai esteticamente con sembianze maschili (barba e fisicità mascolina), la quale o il quale (chiedo sempre venia) allattava il suo bambino partorito “da uomo”. Alle constatazioni che ciò non sia esattamente il valzer della normalità mosse da più utenti, altri molto più aperti ribattevano con un politicamente correttissimo pensiero che suonava o meglio tuonava più o meno così: «non bisogna giudicare questo come il prodotto di cultura macabra e destabilizzante… Io vedo una mamma che nutre il proprio figlio».

La nostra attenzione deve fermarsi sul “io vedo”. Essendo l’oggetto della visione un qualcosa che logicamente e obiettivamente è da condursi almeno sul piano estetico a tutt’altro, vien da dire che questo “io vedo”, non è il vedere oggettivante di Tommaso che accetta la Verità della visione, ma è una costruzione soggettiva oltre la percezione fisica dell’occhio che si impone sul reale, svuotandolo, decostruendolo, sostituendolo con la farsa del “io vedo una madre”, mentre la visione che si presenta all’iride è quella di un uomo che sostituisce agli occhi innocenti del pargolo ‘l’archetipo della madre’ nell’atto che fa più madre di tutti: l’allattamento.

Il “io vedo” sottende l’accettazione pacifica dell’anormale, che non ha nulla di ovvio ed ha, a nostro avviso, molto di insalubre. Ecco così trasferito sul piano dell’ottimismo, della positività (finanche quella giuridica dell’”amore” che «vuol farsi diritto per realizzarsi pienamente»7), del buono e del bello, ciò che per natura è almeno “strano”, in un tempo peraltro che condanna il minorato e il diverso alla solitudine o ad essere un non nato (ci si chieda come mai nel politicamente correttissimo e civilissimo Occidente nascano sempre meno bambini con la trisonomia del cromosoma 218).

Di contro, ecco trasferito sul piano della ‘fobia’, della patologia, ciò che dovrebbe stare sul piano delle relazioni ‘più antiche’ e delle dinamiche essenziali alla vita. La vita che è relazione. É recintato quindi nell’ambito della scelta soggettiva ciò che non va apprezzato come fatto isolato e faccenda individuale, concernendo invece l’antropologia, la cattura delle dinamiche umane non come mera speculazione intellettuale, ma responsabilità nel cogliere i segni del tempo e non lasciarli alle pagine dei libri, soprattutto quando sono spie e sintomi di morbi pericolosi. La realtà fattuale è banalizzata e costretta nella bolla della psicosi, dell’astruseria, della singolarità, della pochezza. Chi si lamenta degli aspetti tragici del reale mettendo in discussione politiche e progetti è bollato come quello che per ignoranza “non ce la fa” ad accettare questo mondo petaloso.

La “migliore vecchia pazza dopo Oriana Fallaci” (C. Langone)9, l’antropologa Ida Magli, aveva più volte evidenziato quell’imbroglio moderno del collegare alla sfera psicologica quei problemi che, non soltanto per onestà intellettuale, andrebbero letti invece usando la lente dell’antropologia culturale, che dal modo di atteggiarsi degli individui nelle relazioni che intrattengono estrae il succo amaro delle dinamiche involutive e il miele dolce delle possibilità d’elevazione, e funge da strumento di anticipazione e precauzione.

Il metodo antropologico, avendo in qualche misura a cuore il benessere dell’uomo e il senso stesso dell’esistenza, una e breve, sembra implicare anche la considerazione di non essere capitati per caso nel mondo, ma dell’essere portatori di un senso che merita un riconoscimento e una cura, dell’essere fautori di dinamiche che modificano l’orizzonte degli eventi.

Usiamo poi la provocazione langoniana non perché riteniamo tale la professoressa, né tale la riteneva il giornalista che anzi ne sottolineava l’acume, ma riprendiamo l’epiteto proprio perché il boicottaggio delle intuizioni della Magli operato dagli intellettuali senza argomenti è passato proprio dallo screditamento nella semplicistica reazione di stomaco, quanto mai banale, secondo cui le donne che pensano fuori dal coro siano in fondo un po’ matte, soprattutto quando sono anche belle o quando anticipano i tempi.

Ancora più matte sono quando amano e vogliono portare la gonna e non i pantaloni, come vuole il femminismo più audace, che della donna nega quanto è già inscritto nel suo corpo: la maternità. Ciò viene realizzato nell’asserzione che la verità del corpo (il bacino non piatto che aiuta il sostegno del pancione, il seno che produce latte) sia in realtà una fallace percezione, o meglio, citando una ormai nota e comica definizione “un concetto antropologico”, sedimentato in anni di patriarcato.

Facendo leva sulle debolezze e gli aspetti psicologici queste nuove costruite percezioni mortificanti la natura, nel paesaggio del “io sono me stesso”, espressione ‘tammarica’ che significa niente, fanno “regola tra le parti”.

Prendendo l’universo social come uno dei più vividi schermi ove si proietta, spesso invero deformato, il comune sentire sociale, hanno in qualche modo impressionato i commenti di matrice ultra-femminista rivolte in un articolo all’artista Frida Kahlo, monumento intoccabile agli occhi una certa intellighenzia anche progressista, apostrofata “scendiletto”, “schiava d’amore”, “cagna” per avere dedicato al suo Diego Rivera, non esattamente il prototipo dell’uomo piacente, mielose parole di amore totale10.

Riconosciuto il proprio ombelico come centro del mondo, la propria esperienza, spesso falsata, è sentenza, è legge. La propria costruzione ideologica è bibbia. Chi non ha – magari per grazia del Signore – quella stessa esperienza allora deve tacere. Del lavoro in miniera parli solo chi ha svangato in miniera. Sia mai che chi non ha tirato fuori un chilo di carbone possa empaticamente abbozzare un’analisi.

La ricerca viene invece ridotta a complotto, l’oggettività dei dati sminuita a impressione, gli orrori di guerra a fake news, le false flag a verità. I revisionismi fisiologicamente al bando!

È, sul piano umano, la morte dell’empatia, dell’affettività, del senso del sangue e della continuazione del sé, dell’adesione fertile nell’amicizia, del desiderio di sperimentare i propri limiti e i propri eccessi nella crescita insieme. È la morte dell’altro, ammesso solo nella funzione di strumento di appagamento egoistico.

L’iper individualismo ci consegna un mondo molto povero di alterità, dove non possono così esistere, nemmeno della dimensione della visione letteraria, le tensioni più intime che sono la fiammella dei popoli e, in qualche senso, le caratteristiche dei Santi: il senso dell’ingiustizia, il coraggio della ribellione, il desiderio di comunità, le tensioni grandi e le inquietudini piccole, lo sguardo oggettivante che riconosce il vulnus e lo cura.

Non è più il tempo di Anna Karenina, del romanzo onnisciente soppiantato dal catino delle vomitate social, del sogno, della poesia e dei carteggi amorosi ove il pittore comunista scrive all’amata «sono avvolto in una dolce nuvola d’oro che si chiama Marta e fuori da questa nuvola mi sento solo e sperduto» e la Duse al Vate «Muoio di melanconia senza di te, Gabri».

 

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione, scattata alla Biennale di Venezia.

2http://www.igf-gestalt.it/2013/06/teoria-del-se-e-ciclo-del-contatto/ Mentre nella psicoanalisi come nella Psicologia analitica il “Sé”, scritto maiuscolo, rappresenta una struttura centrale, nucleare dell’individuo, molto profonda e fondamentale, al contrario in Gestalt la parola “sé” si scrive minuscola perché non ha niente a che fare, senza peraltro escluderne l’importanza e l’esistenza, con una qualche struttura particolarmente “nobile” di tipo archetipico come l’anima o lo spirito o con un qualche nucleo centrale e primario della persona che ne definisce la natura innata e specifica. Si potrebbe dire piuttosto che il sé è come un “organo” della persona, uno strumento che ha insita la capacità di regolare l’organismo che presiede e di risolvere i suoi problemi per mezzo della sua caratteristica principale che è quella di essere un “processo permanente di adattamento creativo” dell’uomo al proprio ambiente, interiore ed esteriore, come peraltro esso viene appunto definito da Goodman. In questo caso quindi per ”processo” non si intende più un qualcosa di statico, fermo, sempre uguale a se stesso, ma piuttosto qualcosa che è in movimento e che cambia continuamente col mutare delle situazioni interne ed esterne, attraverso questa sua funzione creativa di organizzarsi e riorganizzarsi in base alle diverse circostanze, con lo scopo di ristabilire l’integrità organismica. Questa è la funzione che ci permette di ritrovare il benessere quando lo perdiamo e che possiamo pertanto intendere come fondamentale nella spinta alla vita e alla salute.

4http://www.gestaltherapy.it/Gestalt-Psicoterapia-Modello.aspx?nav=itmModell

5https://www.tecnicadellascuola.it/alunni-fragili-famiglia-non-parlano-serve-uno-psicologo-scuola-li-faccia-aprire

6http://www.repubblica.it/cronaca/2018/02/27/news/le_sette_in_italia_testimonianze_numeri-189839775/

7http://astratto.info/rodota-lamore-si-libera-dal-predominio-del-diritto.html

8https://www.huffingtonpost.it/2017/08/22/in-islanda-non-nascono-quasi-piu-bambini-con-la-sindrome-di-down-i-genitori-chiedono-lo-screening-prenatale_a_23156663/

9https://www.ilfoglio.it/articoli/2014/01/01/news/per-non-ascoltare-mika-basterebbe-leggere-quella-vecchia-pazza-di-ida-magli-74088/

10 (La mia notte mi strema. Sa bene che mi manchi e tutta la sua oscurità non basta a nascondere quest’evidenza che brilla come una lama nel buio, la mia notte vorrebbe avere ali per volare fino a te, avvolgerti nel sonno e ricondurti a me).

Il politicamente corretto e le sue vittime

La “preoccupazione” più in voga in questo ultimo decennio, è sicuramente il politicamente corretto. Nel linguaggio contemporaneo l’applicazione di questa locuzione è diventata uno stile di vita, l’unico comportamento giustificato per poter essere accettato in questa società. Nato negli anni ’70 da un movimento politico statunitense che rivendicava il diritto delle minoranze (religiose, etniche, sociali) di esistere, anche tramite un diverso uso del linguaggio.

Con gli anni questa espressione idiomatica, grazie anche al potere sempre maggiore di molte Associazioni umanitarie, è riuscita a prevalere sul linguaggio comune, fino a stravolgerne il proprio significato. Se un tempo veniva usata solo per evitare di offendere o di mancare di rispetto ad altri individui, oggi si è costretti ad osservarla, altrimenti si corre il rischio di venire etichettati di essere degli omofobi, razzisti e molte altri aggettivi dispregiativi.

Per sapere che cosa sia e come funzioni il politicamente corretto, bisogna innanzitutto capire che viviamo in una società liberista, in cui il pensiero unico obbliga gli individui a dirigersi verso atteggiamenti che si ritengono gli unici civili e universali. Il pensiero unico non consente nessun tipo di critica, né analisi politica, sociologica o scientifica. Il pensiero unico domina sulla cultura e quindi sul nostro modo di vivere ed è proprio grazie a questo che oggi si è arrivati ad imporre un tipo di pensiero al singolo individuo, per evitare qualsiasi ribellione o dissenso futuri.

Per essere politicamente corretti si deve far attenzione a come si parla in pubblico, tra amici, parenti o semplici conoscenti, dove nessuno deve sentirsi escluso o sminuito. Una frase o una singola parola fuori posto, potrebbero causare contrasti e crescenti malumori. Attenzione anche a come ci si rivolge quando si interagisce con una persona sola. I termini da usare si differenziano in base al genere in cui la persona si ritrova in quel momento. Non sono ammessi termini maschili se ci si rivolge ad individuo femminile o viceversa. Se non si è sicuri di che genere sia o si sente di essere l’individuo a cui ci si rivolge, meglio tacere o chiedere direttamente all’interessato come vuole che ci si relazioni.

Evitare frasi o parole che possono arrecare danno al proprio o ai propri interlocutori se non li si conosce bene. Rischioso ad esempio, usare termini religiosi perché potrebbero offendere atei o persone di credenze diverse. Pericoloso anche parlare di etnia o di provenienza etnica, in questo caso meglio usare termini come “bianco” o “di colore”, dove vanno bene tutte le persone che non siano caucasiche (termine improprio per definire europei e/o occidentali in genere, ma molto usato nel gergo moderno). Stesso discorso quando si parla con persone con gravi disabilità sia fisiche, che mentali. Evitare di usare espressioni che possono denigrare o sminuire la persona che ne è affetta.

Vi sono anche frasi che non riguardano la religione o lo Stato di appartenenza che possono comunque creare disagio. Nel politicamente corretto non sono accettate frasi sessiste, anche quelle che riteniamo più innocue. Chiedere ad una donna se è sposata o fidanzata, se ha figli, potrebbe essere letto in maniera offensiva, sia perché non si conosce l’orientamento sessuale del proprio interlocutore, sia perché potrebbe essere visto come un attacco denigratorio o di sottomissione solo perché facente parte della categoria femminile.

Soppesare ogni singola parola e usare una sensibilità non dettata dall’empatia, ma da un finto perbenismo, permetterebbe di essere riconosciuti e accettati in questa società. Non si tratta solo di avere un finto rispetto per il prossimo, ma anche di evitare di venire etichettati come persone scorrette, di perdere il proprio lavoro, di perdere la propria reputazione, di incorrere in denunce per azioni scorrette, di essere isolati a livello sociale.

Questo strumento di controllo della comunicazione, attuato da tutti i Governi occidentali, è la forma più alta di discriminazione e di limitazione della libertà (di espressione e di pensiero), fatta passare come civile ma che in realtà distrugge e annienta l’umano, lo condiziona e lo vincola fino a non poter esercitare il proprio essere. Una forma totalitaria di pensiero che ci priva della personale caratteristica dell’uomo, facendoci assomigliare sempre di più a degli automi incapaci di provare alcuna emozione o sentimento.

 

Foto di Alfonsa Cirrincione.

Il feticcio dell’onestà in politica: privi di macchia senza essere puliti

Il dibattito politico vive oggi una febbre senza precedenti, una febbre paralizzante che rende la discussione una sterile farsa. Per rendersi conto di ciò basta seguire uno dei tanti format televisivi di opinione, dove l’argomento più concreto su cui si discetta è la proposta dei sindacati di pensionare gli italiani a 66 anni e 11 mesi contro quella del Governo che spera di chiudere invece a 67 belli e tondi, mentre il resto degli elevati argomenti all’ordine del giorno si staglia sul piano glorioso della fuffa, termine di conio feisbuccaro, ma che ben rende il concetto di inconsistenza delle preoccupazioni dei rappresentanti.

Dante Fazzini, “San Pinocchio liberatore”, un’ironia sullo stato dell’informazione nel nostro paese. L’ambientazione è quella di un tipico borgo con la sua piazzetta, che fa da sfondo al “pollaio” metafora dei talk-show italiani , dove imperano pettegolezzo, menzogne e false verità. L’opera è in formato A4 ed è stata riprodotta in 10 copie firmate e numerate. Chi è interessato può contattare in privato l’artista, visitando il suo sito internet con un semplice click sull’immagine.

Certamente di più, infatti, si aspettano dalla sintesi politica di istanze lontane o talora opposte la casalinga, la mamma, l’artigiano, l’imprenditore, il precario…

Di contro, un’attenzione morbosa e non casuale è riservata a certi aspetti del politico, della narrazione delle cose della politica, la quale, se diligentemente gestita, ha il potenziale di trasformare il nulla in facile consenso elettorale o agevole messa fuori gioco del nemico politico, con l’ausilio immancabile dei media, nonché dei rivoluzionari da tastiera che del click han fatto la loro spada.

Da Mani Pulite a Calciopoli, dal Caso Ruby alle “molestate vent’anni fa” dei giorni nostri, sono moltissimi gli esempi di gestione di passaggi storici a colpi di scandalo, per distrarre o destrutturare, con conseguente immediata divisione del pueblo in sostenitori e detrattori della domenica, di commentatori cui poco importa se la vita dell’oggetto delle loro opinioni potrebbe essere segnata per sempre, che poco sanno di essere talvolta soltanto pedine di un sistema che utilizza la loro indignazione per facilmente imporre scelte difficilmente avallabili attraverso le dinamiche ordinarie della democrazia nella sua accezione più pura.

Una legge “antifascisti” passa meglio se intanto si ricama uno scandalino sulla vicenda di un gestore nostalgico del ventennio, una legge “antiomofobi” esce meglio se intanto i giornali ci parlano quotidianamente di violenza a danno degli lgbt in barba a statistiche molto meno preoccupanti. “Nessuno tocchi Caino”, nome di una ONG divenuto slogan fortunato delle campagne radicali sul trattamento dei condannati, va a farsi benedire nelle reazioni a caldo del pueblo manettaro dinanzi al delinquente schiaffato sui TG della giornata.

Giustizialismo d’accatto, quindi, e cultura del fango sono posti al servizio del pensiero del sospetto che crea la politica della sfiducia e fonda, senza ritorno, la sfiducia nella politica, più di quanto essa non riesca ad armarla da sé. Non più chiacchiera da bar, non più parlottata della domenica a pranzo coi parenti, non più imprecazione da fila alle Poste, sua maestà la campagna di fango è ormai uno scientifico strumento di governo, paragoverno e campagna elettorale.

Oggi poi si costruiscono partiti le cui sezioni “in affitto” non sono più al di là delle saracinesche che danno sulla piazza più bella del paese, ma sul web: candidati e “cittadini” si incontrano in stanze social e primarie a colpi di click, spesso “io, mammate e tu”, esprimono i candidati al Comune o alla presidenza della Regione.

In contrapposizione dialettica alle cronache giudiziarie infelici che toccano trasversalmente tutti i partiti ‘tradizionali’, siffatti utenti-cittadini tendono a considerare la nuova forma di partecipazione 2.0 l’unica ad essere democratica, facendo leva argomentativa sulla parità di peso delle opinioni espresse nel virtuale, sull’uniformità delle consultazioni, sulla possibilità di signor nessuno di intraprendere un’impresa – quella politica – costosa e di privilegio.

Un po’ come l’arbitro, almeno dalla mie parti, è sempre cornuto, allo stesso modo, il politico per narrazione e – ahi-noi! – spesso per cronaca, è sempre ladro (o comunque delinquente), ma non solo dalle mie parti. Così, quale trovata pubblicitaria e specificatamente elettorale potrà mai essere migliore di quella che frappone ladri per definizione a onesti per benedizione? La camicetta dell’onestà decora come una medaglia al valore quanti di buon slancio vogliano indossarla, e per avercela basta essere “presentabili”, presentabili cioè senza passato.

Facile se hai fatto l’artigiano o l’operaio, meno facile se hai fatto l’imprenditore, difficilissimo se nel tuo curriculum c’è più politica che lavoro.

Senza passato vuol dire senza macchia, senza macchia cioè senza precedenti, senza precedenti cioè senza errori. Senza macchia però senza essere necessariamente puliti. O ripuliti. O rinati. Perché passa di mezzo il mare tra l’essere senza precedenti e l’essere puliti. Non è una condanna che fa un uomo, ma lo fa ad esempio di certo l’avere pagato il dovuto.

È nata così l’onestà nella politica, urlata in piazza e sbandierata nei talk-show in un continuo contrapporre il proprio senzamacchismo alle macule degli altri, onestà che muore però a sprazzi in qualche inchiesta eccellente che colpisce persino i fautori della nuova politica “dei cittadini onesti”, espressione che come descrizione vale poco, o almeno vale fino a prova contraria, fino a che una delle tante vicende giudiziarie, appunto, a orologeria, non colpisca persino i puri più puri degli altri…

Tuttavia, a livello comunicativo, il meccanismo del patentino dell’onestà funziona, funziona finché il paladino dell’antiabusivismo edilizio non viene indagato per abusivismo edilizio, finché il protettore dei lavoratori del futuro non viene indagato per avere falsificato la busta-paga dei suoi dipendenti. Viene indagato, non certo condannato! Persino in questa distorsione della realtà un indagato è ancora senza macchia, ma ce lo siamo scordati. O meglio, a nessuno interessa ricordarlo perché la farsa si muove ovviamente su un piano di non verità, e nel teatro ciascuno deve fare il suo.

Non è un segreto per nessuno che il garantismo come tutela dell’individuo sottoposto ad azione giudiziaria (esplicato nelle formule di Ferrajoli “nessuna pena senza reato, nessun crimine senza legge, nessuna legge penale senza necessità, nessuna necessità di legge penale senza danno, nessun danno senza azione, nessuna azione senza colpa, nessuna colpa senza processo, nessun processo senza accusa, nessuna accusa senza prova, nessuna prova senza difesa”), valore principe dello stato di diritto, sia bell’e calpestato da un po’, e basta un’indagine, talvolta semplicemente obbligata dalle circostanze, a distruggere la reputazione e a trasformare in impresentabile chiunque. Complice ovviamente un sistema d’informazione che tiene in piedi il gioco squallido del fango, senza mostrare scrupoli nei confronti della persona, della sua famiglia, della sua storia che non sempre è quella del mostro da prima pagina.

Il cittadino 2.0 scopre così l’esistenza di un’alea sinora sconosciuta nella sua attività di moralizzatore virtuale del mondo politico ladro e poi di candidato e poi di eletto. Scopre in sostanza che l’impresentabile oggi è lui. E scopre – almeno questo auspichiamo – che quell’onestà tanto sbandierata, alla fine, è solo una malattia, la malattia dell’ipocondriaco. Essa è quindi un’astrazione, quando la si usa come arma dialettica, ma è anche un boomerang quando colpisce di ritorno e molto prima dell’accertamento giudiziario con relativa condanna per i reati imputati.

Per evitare equivoci, specifichiamo che non si sta certo negando, all’interno del nostro ragionamento, che chi sbaglia debba non rimanere impunito o che non si debba chiedere qualità nei profili di chi potrebbe andare a ricoprire incarichi pubblici, che sono oneri ed onori, ma questo profilo non può essere artatamente costruito quando la camicetta dell’onestà era pulita e artatamente distrutto quando si è macchiata e in modo non ancora definitivo. Dietro siffatte costruzioni c’è la Persona, nella sua dignità, nel suo essere di più del vociare più fastidioso che gli si innalza intorno o di un’inchiesta che deve fare la sua strada, anche quando ha sbagliato e qualunque sia stato il suo passato, ovunque sia partita.

Un ultimo appunto va fatto sullo strano concetto di democrazia tutto moderno, termine agghindato e restituito in una dimensione ‘morale’, a tratti ‘religiosa’. Democrazia significa, invece, soltanto “potere del popolo”, ed è solo una forma di governo, non progressismo-crazia, quindi potere dell’ideologia che decide chi è presentabile, chi può rappresentare e chi merita rappresentanza, sempre più spesso sulla stregua di percezioni e costruzioni e non secondo le leggi per le quali un indagato è solo un indagato e non certo un mostro.

Si finisce quindi per negare nella realtà dei fatti il valore vero della rappresentanza democratica, banale gioco di numeri, almeno quando bisogna contare i voti. E non c’è un voto più voto degli altri, che ne dicano quelli che vogliono fare votare solo i “democratici”.

I Demoni (non solo quelli di Dostoevskij) hanno infettato la nostra società

«Noi faremo morire il desiderio: diffonderemo le sbornie, i pettegolezzi, le denunce; spargeremo una corruzione inaudita, spegneremo ogni genio nelle fasce. Tutto allo stesso denominatore, l’eguaglianza perfetta». Così si esprimeva Verchovenski tampinando Stavroghin, il quale pensava che il suo accompagnatore si fosse solo riempito di cognac, mentre nelle sue parole c’era un sincero e autentico alito di nichilismo. E i Demoni, non solo quelli di Dostoevskij, hanno perfettamente infettato la nostra società.

Il brutto avanza, pervade e metastatizza ogni espressione umana. Dall’imbrattamento dei muri al turpiloquio diffuso, dall’assenza di stile all’omologazione della devianza, ogni cosa riporta ad una prevaricazione dell’informe e dell’anomalo.

Quando si fa notare a qualcuno – a molti – l’indecenza delle nostre città, di certi comportamenti e di talune condizioni individuali e sociali ci si sente rispondere: è solo una questione estetica. Già: solo una questione estetica. Peccato che è proprio sull’estetica che si fonda il senso stesso della vita.

Il percorso esistenziale al quale il nichilismo ci ha abituati è l’antitesi etimologica e concettuale dell’estetica, cioè della percezione attraverso i sensi. È l’anestesia, l’an-aisthesis, l’insensibilità di fronte alla deformazione del suono, sia nella sua armonia che nel criterio quantitativo di esclusione del silenzio; alla contraffazione delle immagini e dei colori, in composizioni deformate e aberranti; alla scomunica dello stile, con la sciatteria e il disordine spacciati come spontaneità e anticonformismo.

Il Brutto dilaga nella perversione dei piani regolatori, nella riduzione dell’uomo a strumento intercambiabile, nei rapporti interpersonali narcisistici e cinici, nella finanza usuraia ed estorsiva. E con il brutto avanza il Male, lo scadimento di ogni principio sostituito da piccole e untuose indecenze, con l’indifferenziazione di genere e il consenso informato delle trasgressioni, con l’ipocrisia dell’igienismo morale e con l’accettazione di subdoli peccati omologati.

L’antico kalòs kai agathòs, il bello e il buono, nella sua accezione di valoroso, virtuoso, aristocratico, sapiente e saggio, quindi di una tensione all’eccellenza umana e ambientale, è stato sostituito dal giusto limite della mediocrità e dalla proletarizzazione delle voglie. Mentre i comportamenti individuali manifestano la negazione di ogni stile e di ogni specifica personalità, e tutti gli ambienti replicano uguali punti di degrado e di abbandono estetico, un’operazione anestetizzante e distorsiva confonde il pensiero critico in un fuorviante gioco di specchi.

Ci troviamo di fronte ad un’unica strategia che punta alla rassegnazione diffusa e ad una euforica accettazione della realtà.

Le tattiche che questa strategia mette in atto sono molteplici e diversificate: da un lato puntano ad offuscare e ad alterare i dati reali della bruttura, spacciandoli per banali condizioni di transitoria trascuratezza, dall’altro esaltano una realtà virtuale che esorcizza il Male, lo nega e lo banalizza.

Philippe Muray parla di Società di Paccottiglia, dove la vita è ridotta ad apparenza, dove ogni verità è dissimulata in illusione ottica, dove ogni piacere rientra in una specie di malattia dei sensi, dove il decoro viene stigmatizzato a reperto retrogrado, dove la decenza è solo un orpello retrivo. Si dice che un espediente del diavolo per agire indisturbato è quello di far passare la notizia che non esiste. È questo il nichilismo attuale, del quale il Forestaro è la metafora jungheriana attualizzata.

Il Grande Feticcio della bontà, del benessere, dell’accoglienza, della solidarietà, della bellezza, del migliore dei mondi possibili, si scontra con la realtà – quella sì vera e diabolica – della cattiveria, del disagio, della perversione, della viltà, dell’orrore e dell’incubo. Ogni profilassi è falsa e perdente come colui o coloro che la propongono.

Al Forestaro, metafora di rovina, di illusionismo, di oscenità, di viltà, di paura, di passività e di confusione, ci si può opporre solo – paradossalmente – facendo leva sul nichilismo, su quella condizione estrema che, una volta raggiunta, determina il momento della decisione, del perseguimento del desiderio, dell’individuazione del nemico e della tensione all’Essere.

Forse, è un auspicio, solo la consapevolezza di essere assediati potrà determinare quel percorso in tre tappe esplicitato da Nietzsche come cammello, leone e fanciullo: trasformare, cioè, l’Io devo in Io voglio, e l’Io voglio in Io sono.

 

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.

L’inganno dei numeri

La matematica non è un’opinione: un’espressione tranchant, utilizzata da sempre per sancire, in senso perentorio, un dato o concetto non suscettibile di interpretazione.

Eppure in questi nostri tempi di inganni e mistificazioni, anche i numeri con la loro “testa dura”, hanno imparato prestarsi ai giochi di ricorre ai dati e alle statistiche al fine di conferire il crisma della inopponibilità alla propria interpretazione della realtà.

Una delle statistiche spesso portate avanti, ad esempio, da chi vorrebbe ridimensionare le istanze di sicurezza e ordine pubblico che da ogni parte del Paese si levano a fronte di un pericolo che si pretende solo “percepito” e non effettivo, è quella del presunto “calo percentuale dei reati”. Che, in alcune città, autorità politiche e di controllo pretendono si attesti anche su percentuali a due cifre.

Le statistiche sono fasulle? Esiste davvero, un’ondata di isteria che coinvolge larghe fette della popolazione, magari anche in virtù di una “galoppante xenofobia” di fronte al massiccio ingresso di stranieri, che falsa totalmente la percezione della realtà ?

Non esattamente.

Il fatto è che il dato nudo e crudo, riportato in modo fine a stesso non è indicativo della dimensione di certi fenomeni, se non lo si contestualizza e lo si approfondisce.

Nel rivendicare la diminuzione dei crimini, ad esempio, non si tiene conto del fatto che – a partire dal mese di febbraio dello scorso anno (2016) sono state decine le fattispecie di reato soggette a depenalizzazione.

La flessione percentuale del numero dei reati – e in particolare di determinate fattispecie delittuose – è in buona parte dovuta al semplice fatto che ciò che in passato era censito come reato penale, è stato derubricato a illecito amministrativo.

Non sono poche e non di lieve impatto le fattispecie che sono state interessate da tale intervento; solo per citarne alcune:

  • art. 635 c.p. – danneggiamento;

  • art. 527 c.p. – atti osceni;

  • art. 94 c.p. – ingiuria;

  • art. 726 c.p. – atti contrari alla pubblica decenza.

A partire dall’entrata in vigore del provvedimento di depenalizzazione, pertanto, qualora un individuo si denudi di fronte a una donna, a una ragazza o anche a un minore (atti osceni), quel comportamento non integra più una fattispecie di reato.

Allo stesso modo, laddove qualcuno urini o defechi per strada, ovvero cammini nudo per le vie di una città (atti contrari alla pubblica decenza), non potrà farsi valere nei suoi confronti la contestazione di un illecito penale e lo stesso sarà destinatario di una sola sanzione amministrativa.

Tutti questi e altri comportamenti spariscono dalle statistiche sui reati semplicemente perché non possono essere più inseriti fra le fattispecie penalmente perseguibili, non certo perché il loro verificarsi sia venuto meno o anche solo diminuito.

È, inoltre, opportuno ricordare che la ‘diminuzione statistica’ dei reati sconta anche l’oramai consolidata rassegnazione di molte vittime a non procedere con la denuncia dell’illecito subito, soprattutto per i piccoli furti e le molestie, in considerazione della sempre crescente sfiducia nella capacità della giustizia di punire adeguatamente il colpevole e – soprattutto – di tutelare la vittima dal doversi nuovamente confrontare con lo stesso nel giro di pochissimo tempo.

Una simile situazione si verifica anche con i dati relativi all’occupazione, spesso spesi e rilanciati al fine di giustificare l’ottimismo sulla “ripresa” dell’economia e sull’efficacia delle riforme giuslavoristiche varate dal Governo.

Anche in questo caso, l’aumento dell’occupazione e il calo della disoccupazione che di volta in volta vengono registrati e segnalati meriterebbero un approfondimento che non si fermi al semplice dato percentuale.

Da una parte in relazione alla composizione interna del dato: per quanto aumentino gli occupati, tale incremento ha riguardo ai soli contratti a termine, mentre il dato sui contratti a tempo indeterminato è in costante calo dall’approvazione del Jobs Act.

Dall’altra, in relazione al confronto con gli altri dati: in relazione a quasi tutti i mesi di analisi, si riscontra accanto al dato della diminuzione dei disoccupati, l’aumento degli “inattivi”, ovvero di coloro che non lavorano e non cercano un lavoro. Categoria questa la cui crescita dovrebbe rappresentare una concreta preoccupazione, anziché ispirare ottimismo.

Peraltro, le statistiche confermano che l’occupazione aumenta tra gli over 50, mentre diminuisce nelle altre classi di età: il ruolo giocato dagli ultracinquantenni nell’effetto positivo sui dati in materia di occupazione nasconde il meccanismo tutt’altro che positivo dell’aumento dell’età pensionabile che, ormai appare ufficiale e definitivo, nel 2019 sarà portata 67 anni, anche per le donne.

Si potrebbe aggiungere che l’utilizzo strumentale di dati e statistiche trova, d’altro canto, il corrispettivo contrario nelle mancate analisi dei numeri che ci spiegano come gli immigrati delinquano con incidenza percentuale molto maggiore rispetto agli indigeni o in relazione ai dati che dimostrano come in Italia il numero di violenze e omicidi con vittime di sesso femminile sia di gran lunga inferiore a quello delle illuminate socialdemocrazie nordiche.

Ma queste sono altre statistiche, queste sono altre strumentalizzazioni, questi sono altri inganni.

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.