A votare ci sono andato

Saranno state le sette di mattina quando il telefono di casa ha preso a squillare. Subito mi sono alzato e, ancora insonnolito, precipitato a rispondere.

— Pronto?

— Tovarišč Nursijskij? Sono il presidente Putin. Scatto sull’attenti.

— Jest’, tovarišč prezident. Agli ordini!

— Ascoltami bene: devi correre subito al seggio e votare… Una voce mi chiama.

Mi sveglio, per davvero. Che diavolaccio! — penso — Speravo almeno in Putin, ma non ha finito di dirmi chi votare. Quella di ieri è stata una lunga notte. Ho letto tutti i programmi, di tutti i partiti; tranne, ovviamente, di quello che non posso votare neanche se costretto.

Con la mente sono tornato più volte tra la fine degli anni ’80 e i primi ’90, ho rivisto gli ultimi comizi, le ultime riflessioni del mio Presidente. Il luogo del suo ultimo riposo è lontano da qui, all’ombra degli olivi e delle palme da dattero; accanto a un pozzo d’acqua, che è vita in quel deserto che è da sempre il ricovero dei saggi.

Qui abbiamo un Pinocchio, il conte Gentiloni-Silveri; abbiamo un Grillo parlante, abbiamo il Cavaliere di Arcore e una strega col turbante che mangia bambini e spaccia improbabili elisir e infusi nella sua grotta sul Monte Citorius. Abbiamo anche tanti gnomi nostalgici del Condottiero nero e tanti elfi con le stelline rosse che fanno muro contro i primi e contro incubi (spaventosi, ma eterei) di un passato mitologico che non sembrano conoscere. Sembrerebbe, il nostro, il paese delle favole. Invece è solo un grande paese nelle mani di governanti da barzelletta.

A votare ci sono andato.

Davanti alla scheda ho ripensato a una grande bandiera rossa che ogni Primo maggio gli operai di Terni issavano sulla montagna che sovrasta la città. Molti di quegli operai, quella forza dirompente che plasma le epoche, quelle braccia e quella volontà che imbrigliano l’acqua e forgiano l’acciaio, quelle coscienze rosse e immacolate come il Sol dell’avvenire — che mai tramonterà sulla Città dell’acciaio — voteranno in massa contro il ‘votate bene’. Voteranno in massa contro un partito erede di comunisti e democristiani, che un tempo si facevano giusta concorrenza a governare il paese; non come oggi a leccare per primi, sotto la stessa bandiera, i piedi dello stesso Padrone.

Probabilmente ha ragione l’intellighenzia: forse il popolo delle fabbriche, quello che si spezza la schiena durante otto ore per portare a casa la pagnotta, non capisce che precarietà, sacrifici e il cambiare lavoro ogni cinque minuti sono cose buone e nel loro interesse. Forse è colpa degli hacker russi se i vecchi operai ternani hanno la nostalgia di un tempo in cui, almeno, non bastava una scusa per licenziarli e per mandare i loro figli a elemosinare un posto di lavoro in giro per l’Europa. Forse Mentana non ha fatto in tempo a ‘blastarli’, e quelli obbediscono ancora al malvagio buonsenso.

Ho ripensato a una frase in greco che ho letto ieri, ritenendola un presagio: «ci vergognammo di aver noi tradito gli dei e gli uomini». Non ho idea di chi l’abbia detta, perché l’ho letta su una grammatica; ma descrive perfettamente quel che ho sentito nella cabina elettorale davanti alle mie schede, obbligato all’inevitabile decisione.

Uscito dal seggio, quelli del picchetto mi hanno chiesto:

— Hai votato bene, Lesà? Non so se ho votato bene.

— Sicuro! — E tanto basta.

— Ho votato in c**o a voialtri!

 

 

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.

Tacete! Il nemico vi usa!

Non vedo iattura maggiore del continuare, in assenza di entrambi, al riempirsi la bocca di antifascismo e anticomunismo, due facce della stessa medaglia.

Una maniera per opporsi al sistema unico capitalista, facendone di fatto il gioco. Ignoranza, malafede, sciocca riproposizione fuori tempo di slogan e pregiudizi fanno si che si continui a dare del comunista/fascista a vanvera, o peggio, a comando e necessità altrui, arrivando all’assurdo di ricondurre ogni male a sole due fonti onnicomprensive.

Così, la UE diventa Sovietica o Nazista, Obama comunista e Trump fascista, persino Berlusconi fascista e Renzi Comunista, i centri sociali e le sentinelle in piedi, i 5 stelle e i leghisti, nessuno rimane escluso. Tutto e il suo contrario. Un appellativo buono per tutte le diatribe, perché inadatto a tutte. Categorie irripetibili, fuori storia e contesto, tenute in vita solo come spauracchio per una società che ne ha imparato solo le storture della propaganda e poco la lezione profonda. Il tutto, solo per dividere e ingannare, per non far chiamare le mostruosità attuali con il proprio nome: capitalismo, liberismo, mondialismo!

Lo stesso capitalismo che seppe infiltrare e piegare, seppur in maniera diversa, sia il fascismo che il comunismo. Lo stesso nemico che seppe infiltrare e utilizzare al suo scopo i suoi eredi d’Occidente. Lo stesso capitalismo multiforme che ancora li utilizza per demonizzare i suoi attuali nemici. Tutti, indistintamente, usando ora una sponda e ora un’altra, ma rimanendo sempre saldamente in sella. Lo stesso nemico che ancora ne utilizza i simboli e i richiami per creare consenso attorno ad entità, che lo useranno a proprio favore e ne saranno inevitabilmente funzionali.

Non si tratta di rinnegare il proprio credo o cancellare i verdetti della storia. Non si tratta di rinunciare a ristabilire le verità storiche. Tutt’altro. Si tratta di rinforzarne la necessità assoluta, ricollocandone il bisogno nel suo alveo naturale, evitando strumentalizzazioni e interpretazioni ideologiche. Favorirne la storicizzazione, consentendone la piena comprensione e accettazione. Si tratta, in definitiva, di vivere pienamente il presente, comprendendo e superando il passato: di avere piedi e testa sull’oggi. Il “qui ed ora” politico.

Se non capiamo che questi usano la nostra storia, le divisioni sociali, con capacità di trasformismo e mimetizzazione mai viste prima; che s’impossessano di simboli e credi, riscrivendo la storia e il presente, manovrando e contrapponendo, usando proprio le nostre fideistiche “certezze” e indotte credenze, per non essere mai riconosciuti e banditi per ciò che realmente hanno cagionato e di cui ancora sono causa.

Il passato non ritorna mai uguale a se stesso, mentre il presente non aspetta e il futuro appare incerto come non mai. Il ritorno alla patria, all’identità dei popoli e alla sovranità, alla giustizia sociale, saranno sempre una chimera, senza sottrarci anche al subdolo gioco del lessico politico. Un lessico che è sostanza. Oggi, più che mai. Anche in questo caso, dove le parole si sono scollegate dal loro significato originario, per assumerne di nuovi, fuorvianti se non ingannevoli.

Solo quando anche la parola “capitalismo” diventerà un insulto, uno spauracchio per i popoli, e gli saranno quindi addebitate le sue autentiche responsabilità, non più scaricabili e mimetizzabili, saremmo arrivati ad un punto minimo di reale coscienza per aspirare a cambiare qualcosa nel profondo e non dare solo un’altra sfumatura di colore a chi si presta a perpetuare l’esistente gabbia ideologica.

Siamo infine coscienti che questa riflessione attirerà molte critiche di puristi vari e sapientini della puntualizzazione storico ideologica, ma il fine del nostro ragionamento è volutamente provocatorio e volutamente non storico analitico. L’eventuale fastidio di costoro sarà sola la riprova che il discorso sta in piedi: si finisce per incanalare l’odio del popolo insofferente su falsi obiettivi per arrivare a indisturbati ad ottenere quelli del sistema.

 

L’immagine è di Maura Bathory.