Donne che odiano gli uomini: i limiti e l’ipocrisia delle battaglie per i diritti delle donne

Assistiamo, da qualche tempo a questa parte, ad una strana contraddizione di cui, pare, nessuno rilevi l’effettiva e paradossale portata. Se, infatti, da una parte istituzioni, politica e media tendono a far sbiadire in maniera costante e progressiva le “differenze di genere”, smentendo la retrograda distinzione fra due soli sessi (quello maschile e quello femminile) a vantaggio di differenziazioni molto più variegate e fantasiose, dall’altra gli stessi organi si fanno portatori di una martellante campagna volta a costruire artificiosamente dei “distinguo”, tesi – questa è la pretesa – ad una maggiore tutela delle appartenenti al genere femminile.

E così, nei giornali, nei proclami politici, nelle dissertazioni più o meno impegnate il tradizionale e femminile color rosa si tinge del nero della cronaca, per via delle violenze di cui le donne sarebbero quotidianamente vittime. Da qui l’orrendo neologismo, “femminicidio”, che individuerebbe il fenomeno, definito in preoccupante e costante aumento, dell’uccisione di una donna da parte di un uomo.

Senza alcuna volontà di sminuire la portata di violenze e delitti, chiunque ne sia la vittima, sarebbe opportuno chiarire che, dall’esame dei dati statistici, emerge che il fenomeno – così come dipinto dai media e dalle vestali post-femministe – in realtà non esiste: il numero delle donne vittime di omicidi e violenze è di gran lunga inferiore a quello degli uomini, né è dato ravvisare un aumento esponenziale, nel corso degli anni, di reati e delitti che abbiano come vittima una donna. Non solo.

La denuncia affranta e preoccupata di chi vorrebbe le donne destinatarie di comportamenti violenti, ossessivi e criminali da parte di uomini che quasi sempre sono fidanzati, mariti o ex compagni, ovvero spasimanti incapaci di accettare un rifiuto, passa inevitabilmente per la vulgata di un Paese, il nostro, retrogrado, maschilista e patriarcale, affetto da una mentalità che condanna la donna ad un ruolo subalterno e inferiore, che quasi la considera una pertinenza o una proprietà dell’uomo (padre, marito, amante che sia).

Eppure, un’indagine svolta dall’Agenzia per i Diritti Fondamentali della UE nell’ambito di violenze e omicidi ai danni delle donne dai 15 anni in poi ha dimostrato che i Paesi mediterranei (e cattolici…) dell’Europa Unita possono vantare un numero di violenze sessuali e “femminicidi” inferiore a quello degli altri Paesi, con un numero di simili reati che cresce man mano che si sale verso il Nord del Continente e diventa preoccupante proprio in quelle illuminate socialdemocrazie scandinave che tutti immaginiamo all’avanguardia per mentalità e sviluppo sociale1.

Un altro atteggiamento pseudo-protezionistico nei confronti del “gentil sesso”, che vive la ribalta nella stampa e nelle discussioni politiche e intellettuali, è quello delle cosiddette “quote rosa”, ovvero delle quote minime di presenza femminile all’interno degli organi politici e istituzionali, elettivi o meno.

È di questi giorni, ad esempio, la notizia che il consiglio regionale della Sardegna ha votato per l’inserimento del principio della “doppia preferenza di genere” nella legge elettorale statutaria e alle prossime elezioni regionali, dunque, i sardi avranno la possibilità di esprimere due preferenze (la seconda di genere diverso). La legge approvata introduce anche il principio che prevede la parità al 50% nella compilazione delle liste e, sempre a garanzia di una perfetta parità, un numero di candidati pari (maggiorato di un’unità) anche nelle circoscrizioni con seggi dispari.

Il ragionamento che sta alla base di certe pretese è quello che vorrebbe le donne tradizionalmente svantaggiate nell’accesso a ruoli preminenti in politica, ovvero nelle istituzioni: in tale contesto, le “pari opportunità” si raggiungerebbero unicamente concedendo alle donne un oggettivo “vantaggio”, che le preservi dall’esclusione o dall’emarginazione da parte dei colleghi di sesso maschile. Il ragionamento non può convincere chiunque ritenga che il criterio di preferenza nell’ambito di una competizione elettorale, ovvero nella scelta di un candidato ad un ruolo istituzionale, possa e debba essere esclusivamente quello del merito.

Un approccio alla politica condizionato dalla pregiudiziale delle “quote rosa” o della “doppia preferenza di genere” imporrebbe la necessaria presenza e rappresentanza femminile in determinati ambiti, anche a prescindere dell’effettiva legittimità in termini di preparazione, professionalità e credibilità di quella rappresentanza.

Ragionando per assurdo, inoltre, si riterrebbe premiato il criterio delle pari opportunità laddove quella rappresentanza numerica di genere fosse raggiunta, sebbene – all’interno di quel partito, di quel consiglio di amministrazione, di quella pubblica amministrazione – un’ulteriore presenza femminile, anche al di là della “quota” stabilita, potesse garantire una migliore efficienza e una maggiore funzionalità.

Senza considerare, peraltro, che il concetto di una quota riservata ad una categoria di individui e stabilita aprioristicamente non farebbe che incrementare la partecipazione alla vita politica e/o istituzionale di tante donne scelte fondamentalmente in quanto mogli di, amiche di, sorelle di, socie di.. né più e né meno come nel corso degli ultimi anni – con rilievo squisitamente bipartisan – è successo.

Ciò che sconforta di simili campagne che dovrebbero avere la finalità di tutelare il “sesso debole”, che vedono un coinvolgimento di tantissime personalità influenti, sia maschili che femminili, è il ritorno ossessivo su argomenti e problematiche che, a nostro avviso, nulla hanno a che vedere con i problemi reali e concreti delle donne italiane.

Di tutte le donne, non di quella minoranza sfortunata (ma pur sempre minoranza) vittima di violenze, né di quella infinitesima porzione privilegiata che viene chiamata, da anfitrioni maschili più o meno disinteressati, a occupare ruoli di vertice e potere. Ci riferiamo a quelle donne che lottano ogni giorno – in casa e nel lavoro – per fare gli interessi della propria famiglia, senza alcun sostegno da parte delle istituzioni.

Di quelle donne che hanno visto trasformarsi l’obbligo imposto alle loro nonne di stare in casa a vegliare sul focolare domestico nell’imposizione moderna di essere necessariamente lavoratrici, stante la necessità imprescindibile di concorrere col proprio guadagno ai bisogni della famiglia. Sempre che – come purtroppo assai spesso accade – la donna non sia l’unica della famiglia a lavorare, a fronte della situazione di cassa integrazione o disoccupazione del marito.

Non fanno dunque notizia le vicende delle tante vedove, figlie o madri che hanno seppellito un marito, padre o figlio che ha deciso di togliersi la vita, sopraffatto dall’angoscia e forse anche dalla vergogna di non essere in grado di provvedere alla propria famiglia (quella dei suicidi per causa di indigenza o mancanza di lavoro è, questa sì, una vera emergenza del nostro Paese, in relazione alla quale, tuttavia, non si attivano campagne mediatiche, non si allestiscono task force, non si inscenano partecipati flash mob).

Si tenga, peraltro, conto che certe prese di posizione e certe artificiose battaglie hanno lo scopo, nemmeno tanto nascosto, di creare ed esasperare le contrapposizioni – in questo caso fra generi – alimentando divisioni e disgregazioni e dirottando interesse e preoccupazione della pubblica opinione su false problematiche, al fine di distoglierla da problemi reali e ben più urgenti.

È probabile che, più che dalle esponenti politiche, capaci di alzare voce e barricate unicamente a tutela delle proprie prerogative e dei propri privilegi, o di stracciarsi le vesti per emergenze artatamente sopravalutate, le donne italiane si sentano rappresentate da donne come Giuseppina Spagnoletti e Paola Clemente, rispettivamente di 39 e 49 anni, le braccianti tarantine stroncate da un malore e accasciatesi senza vita mentre era al lavoro nei campi per pochi euro al giorno.

O da Isabella Viola, 34 anni, madre di 4 bambini, che sosteneva col suo impiego la famiglia, alzandosi alle 4 del mattino e rientrando la sera tardi. Come molte altre, nella sua vita non ha avuto alcuna corsia preferenziale in quanto donna e anche lei è morta, non per mano di un uomo violento, ma stroncata da un collasso sulla banchina della metro, mentre – come tutte le mattine – si recava a lavoro.

 

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.

Promemoria per un ordine sociale secondo giustizia

La dottrina sociale della Chiesa ritiene che possano essere vissuti rapporti autenticamente umani, di amicizia e di socialità, di solidarietà e di reciprocità, anche all’interno dell’attività economica e non soltanto fuori di essa o “dopo” di essa. La sfera economica non è né eticamente neutrale né di sua natura disumana e antisociale. Essa appartiene all’attività dell’uomo e, proprio perché umana, deve essere strutturata e istituzionalizzata eticamente1.

La carità potrà portare certamente un qualche rimedio a molte ingiustizie sociali, ma non basta; anzitutto bisogna che fiorisca, domini e sia realmente applicata la virtù della giustizia2.

Di fronte alle molteplici crisi internazionali, che ridisegnano equilibri geopolitici, egemonie e modelli socio-economici, il pensiero sociale cattolico – in tema di capitale, lavoro, proprietà, moneta e via dicendo – è, oggi più che mai, l’unica risposta degna dell’uomo, della sua dignità personale e trascendente, ai problemi del vivere comune3.

Un articolo non può certo avere la presunzione di esaurire questioni tanto ampie quanto complesse, però può offrire un modestissimo spunto per riflettere su un ideale di ordine sociale frettolosamente accantonato in quanto ritenuto obsoleto per le sfide odierne del mondo globale.

La proposta cattolica ai problemi sociali, cioè l’applicazione concreta dei perenni insegnamenti del Magistero, la loro traduzione in indirizzi politici e norme giuridiche, si presenta – nella sua chiara identità – altra tanto dal liberalismo quanto dal socialcomunismo. Sì, altra – alternativa: non si tratta infatti di riformare dall’interno il sistema liberalcapitalista o di realizzarne una versione “compassionevole” quanto di superare la Weltanschauung politico-economica contemporanea e trovare quelle soluzioni strutturali, organiche, nella regolazione della vita economica, intrinsecamente conformi alla giustizia4 e alla legge morale.

Un modello di vita economica che voglia distinguersi dall’economicismo a-morale dominante dovrà incentrarsi su un inscindibile binomio etico-giuridico: a) la subordinazione della scienza economica all’etica e al diritto; b) il necessario primato della politica onde evitare che i pubblici poteri si rendano servi dei potentati economici-finanziari o loro docili strumenti.

Scrive Benedetto XVI: «l’attività economica non può risolvere tutti i problemi sociali mediante la semplice estensione della logica mercantile. Questa va finalizzata al perseguimento del bene comune, di cui deve farsi carico anche e soprattutto la comunità politica. Pertanto, va tenuto presente che è causa di gravi scompensi separare l’agire economico, a cui spetterebbe solo produrre ricchezza, da quello politico, a cui spetterebbe di perseguire la giustizia mediante la ridistribuzione» (Caritas in veritate, n. 36).

Il primato dell’etica: l’economia è un’attività umana, libera e responsabile finalizzata al bene (individuale, famigliare e comune) dell’uomo, alla sua natura normativa: l’uomo dev’esserne agente morale e non ridotto a mero fattore di produzione/consumo. Ha ricordato Giovanni Paolo II: «il principio sommo (…) in assenza del quale tutto il sistema economico è esposto al rischio di pericolose degenerazioni» afferma che «fine di tutta l’economica non è il profitto, ma la promozione della persona»5.

I rapporti tra capitale e lavoro devono essere conformi al diritto naturale e regolati dalla “legge della giustizia sociale” (Pio XI, Enciclica Quadragesimo Anno, n. 58), e non dalle forze cieche e violenti del mercato. Le teorie economiche della scuole liberali e marxiste hanno mostrato i loro limiti: «si avverte l’esigenza di coinvolgere anche i lavoratori nel processo di formazione del capitale e nelle decisioni che riguardano l’impresa secondo una concezione partecipativa dell’economia» volta al superamento «delle varie patologie di cui soffre il mondo»6. Partecipazione che richiede di riconoscere la natura consorziale dell’impresa economica (attività associata di capitale e lavoro, affermò Leone XIII nella Rerum novarum).

Altri principi cardine sono la destinazione universale dei beni materiali (a cui resta subordinata la stessa proprietà privata, che non è un assoluto)7 e la dignità personale e spirituale del lavoro, che non può essere ridotto a merce o sacrificato all’accrescimento indefinito del capitale: «il lavoro, per il suo carattere soggettivo o personale, è superiore ad ogni altro fattore di produzione: questo principio vale, in particolare, rispetto al capitale»8. Il lavoro non può essere equiparato a una merce (una cosa che si vende e si compra), così il salario non può essere fissato dalle oscillazioni del mercato: «la rimunerazione del lavoro non può essere abbandonata al gioco della domanda e dell’offerta; deve invece essere fissata secondo criteri di giustizia»9. Per essere giusto il salario dovrà garantire al lavoratore il necessarium personae (dignitoso mantenimento del nucleo famigliare e possibilità di formarsi una pur modesta proprietà privata).

Concludendo questi brevi cenni. Il mondo occidentale cosiddetto libero ha per decenni sbandierato uno stile di vita all’insegna dell’opulenza, producendo l’anti-civiltà consumistica. Il gusto piacevole della bevanda di un benessere facile è durato relativamente poco (in termini di libertà personale, tranquillità e prosperità) e i risvolti in termini di miseria e indigenza cui numerosi popoli sono costretti a causa di strutture organizzative inique che soffocano l’uomo e disgregano la società sono sotto l’occhio di tutti gli uomini di buona volontà. E’ il momento di cambiare paradigma. Termino con le parole di Papa Pio XI, scritte nel 1931 e più che mai attuali:

Ciò che ferisce gli occhi è che ai nostri tempi non vi è solo concentrazione della ricchezza, ma l’accumularsi altresì di una potenza enorme, di una dispotica padronanza dell’economia in mano di pochi, e questi sovente neppure proprietari, ma solo depositari e amministratori del capitale, di cui essi però dispongono a loro grado e piacimento. Questo potere diviene più che mai dispotico in quelli che, tenendo in pugno il danaro, la fanno da padroni; onde sono in qualche modo i distributori del sangue stesso, di cui vive l’organismo economico, e hanno in mano, per così dire, l’anima dell’economia, sicché nessuno, contro la loro volontà, potrebbe nemmeno respirare. Una tale concentrazione di forze e di potere, che è quasi la nota specifica della economia contemporanea, è il frutto naturale di quella sfrenata libertà di concorrenza che lascia sopravvivere solo i più forti, cioè, spesso i più violenti nella lotta e i meno curanti della coscienza10.

 

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.

1Benedetto XVI, Enciclica Caritas in veritate, n. 36.

2Pio XII, Enciclica Evangelii Praecones, n. 10.

3Pensiamo, ad esempio, all’iniquità monetaria, alle croniche crisi del debito, al dominio pervasivo di un potere finanziario senza volto, alla pressione fiscale che erode i risparmi virtuosi, e via dicendo.

4Così nella definizione del giurista romano Ulpiano: “la giustizia consiste nella costante e perpetua volontà di attribuire a ciascuno il suo diritto. Le regole del diritto sono queste: vivere onestamente, non recare danno ad altri, attribuire a ciascuno il suo”. E il Catechismo della Chiesa Cattolica asserisce: “la giustizia è la virtù morale che consiste nella costante e ferma volontà di dare a Dio e al prossimo ciò che è loro dovuto. La giustizia verso Dio è chiamata virtù di religione. La giustizia verso gli uomini dispone a rispettare i diritti di ciascuno e a stabilire nelle relazioni umane l’armonia che promuove l’equità nei confronti delle persone e del bene comune” (n. 1807).

5Dal Discorso all’Unione cristiana imprenditori dirigenti del 14 dicembre 1985.

6Ibidem.

7“Il diritto alla proprietà privata (…) non elimina l’originaria donazione della terra all’insieme dell’umanità. La destinazione universale dei beni rimane primaria, anche se la promozione del bene comune esige il rispetto della proprietà privata, del diritto ad essa e del suo esercizio” (CCC, n. 2403).

8Dal Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, n. 276.

9Azione cattolica italiana, La Dottrina sociale cristiana, CENAC, Roma 1957, p. 180.

10Pio XI – Enciclica Quadragesimo Anno.

Quello che le femministe non dicono sull’aborto

È passata da circa un mese la “giornata nazionale per l’aborto libero e sicuro” in cui qualche gruppo ultrafemminista ha ribadito il proprio pensiero dell’aborto quale “diritto umano” che ogni Stato per dirsi civile dovrebbe garantire su richiesta e senza giustificazioni (“ond demand and without apologize” era uno degli slogan internazionali della giornata). Ma davvero “le donne” vogliono questo? Davvero le donne che dicono di volerlo sanno di che si tratta? Davvero lo sanno tutti quelli che ne discutono? Davvero tutti quelli che ne parlano come di una “conquista di civiltà” sanno che civiltà ne ha promosso la diffusione?

Proviamo a fare il punto, premettendo che sono una donna, madre, volontaria di un Centro di aiuto per la Vita in cui di storie così ne sono passate tantissime.

Parliamo di cos’è un aborto, innanzitutto. Una donna sospetta di essere incinta a circa 2-3 settimane di età di sviluppo embrionale quando ormai il figlio è ben impiantato nel suo utero. In teoria nel giro di pochi giorni può sottoporsi ad un aborto, normalmente però tra visite di conferma e tempi di attesa personali e del sistema sanitario la maggior parte degli aborti avvengono intorno tra le 8 e le 10 settimane.

A questo punto le opzioni sono tre, aborto chimico (RU 486) se eseguito prima della 7° settimana , aborto chirurgico per aspirazione o raschiamento, aborto per induzione di parto pretermine nel caso di aborto cosiddetto “terapeutico” dopo la 16° settimana. Vediamo in che cosa consistono.

Aborto chimico: alla donna viene fatta assumere una dose di Mifepristone (RU486) che uccide chimicamente l’embrione. Dopo alcune ore viene data una dose di prostaglandine che inducono contrazioni per il distacco dell’embrione morto e la sua espulsione nel giro di alcune ore o giorni, in modo diverso per ogni donna. Dopo alcuni giorni la donna deve sottoporsi a controlli medici per avere la conferma dell’avvenuto completamento dell’aborto. Questo processo comporta la diretta responsabilità della donna nella procedura abortiva, spesso provoca crampi ed emorragie importanti, talvolta la necessità di un aborto chirurgico per la non perfetta espulsione di tutto il contenuto dell’utero (non solo l’embrione ma anche annessi fetali) e la possibilità che la donna veda il corpicino di suo figlio espulso con le perdite ematiche.

Aborto chirurgico per aspirazione: nell’utero della donna viene infilata una cannula che aspira l’embrione sbriciolandolo grazie alla forza della pompa di aspirazione. Nel caso di gravidanze oltre un certo grado di sviluppo il personale sanitario deve controllare che tutti i pezzi del feto siano presenti nel materiale raccolto nel contenitore dell’aspiratore.

Aborto per raschiamento: nell’utero viene inserito una “curette” (uno strumento chirurgico a forma di anello) che stacca dall’utero la placenta e l’embrione, facendolo a pezzi in caso di aborto non proprio precoce. Anche qui va controllato che siano stati asportati tutti i frammenti.

Talvolta i due sistemi sono combinati.

Aborto per induzione di parto pre-termine: questo è l’aborto che si fa quando parliamo di “aborto terapeutico”. In pratica viene indotto un parto anticipato tra la 15° e la 23° settimana (attualmente termine in Italia considerato come limite perché un bambino nato poco dopo sopravvivrebbe quasi con certezza ma in alcuni Paesi anche oltre) e la donna ha un travaglio ed un parto “normali” da cui nasce un bambino estremamente prematuro, talvolta già deceduto ma spesso ancora vivo che morirà sul tavolo operatorio nel giro di qualche minuto ma anche diverse ore perché incapace di una respirazione autonoma efficace.

Si parla tanto di “consenso informato” ma le donne prima di abortire vengono informate su cosa sta per succedere loro e al figlio che portano in grembo? E sanno di avere, secondo la l.194, diritto a proposte di alternative concrete per superare le situazioni che le portano a questa decisione? Sanno dei rischi immediati dell’intervento e delle conseguenze sulla loro vita riproduttiva futura e su quella psicologica?

Sanno che se prendono la RU486 potrebbero vedere loro figlio cadere nel water durante dolorosi crampi che sono in realtà contrazioni espulsive? Sanno che l’aborto “terapeutico” consiste in un vero e proprio parto dopo il quale loro figlio (cui prima di sapere la diagnosi probabilmente hanno saputo il sesso e anche dato un nome) morirà per asfissia?

Sanno che il loro corpo “saprà” che hanno partorito e il loro seno produrrà latte e dovranno prendere altri farmaci per farlo andar via? Sanno dell’aumentato rischio di sterilità, di gravidanze extrauterine, di infezioni pelviche, di aborti spontanei in future gravidanze? Sanno della maggior incidenza di depressione nelle donne che hanno scelto di abortire rispetto a quelle che hanno accettato di portare avanti una gravidanza indesiderata?

Sanno che è maggiore anche il rischio suicidario in questo caso? Sanno di poter partorire in anonimato anche dopo essere state ospitate eventualmente in una struttura protetta e dare in adozione il bambino concedendo a lui di vivere ed ad una coppia sterile di diventare genitori? E di poter cambiare idea anche entro i due mesi?

Ecco, quando leggo articoli in cui si parla di aborto come un “diritto” delle donne mi domando se il “diritto” ad essere informate sull’orrore che quella decisione comporta ed ad essere aiutate a portare avanti la gravidanza non dovrebbe essere prioritario. E no, non sono diritti sullo stesso piano. Abortire non vuol dire eliminare i problemi che una gravidanza imprevista o una diagnosi prenatale negativa porteranno nella nostra vita. Vuol dire eliminare nostro figlio perché la sua vita ci creerà quei problemi.

Perché il figlio ce l’abbiamo dal momento che restiamo incinte e se non è sempre una bella notizia, sempre di un figlio si tratta. E, che lo teniamo o lo uccidiamo (sì, l’aborto uccide un figlio non un “grumo di cellule” informe, a quell’età ci sono già un cuore che batte e un cervello che cresce), rimarremo madri di quel bambino per sempre con la differenza che saremo madri di un figlio morto per una decisione che, per quanto sofferta, è sempre e soprattutto nostra.

Quale società può dirsi civile se consente di eliminare i problemi dalla vita di qualcuno eliminando qualcun altro? Qualcun altro che è più debole, fragile e senza possibilità di far valere le sue ragioni? Quale società può dirsi civile se addossa ad una donna, in uno dei momenti più difficili e delicati della sua vita, la decisione di restare sola coi suoi problemi ed un figlio o la possibilità di uccidere il figlio nella speranza di risolvere i suoi problemi senza nemmeno la consapevolezza che ne avrà senz’altro altri, forse peggiori e senza alternative? Una civiltà in cui ad una coppia che aspetta un bambino con sindrome di Down o un’altra qualunque patologia viene prospettata come “normale” e spesso consigliata l’idea di farlo nascere perché muoia?

Qualunque altro modo di affrontare la questione senza tener conto di queste domande fondamentali, mettendo il focus sulla libertà, sulla scelta, sull’autonomia della donna è pura ipocrisia. L’aborto è un orrore da qualunque parti lo si guardi e le donne meritano di meglio.

 

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.

Se la comunità ci vuole soli

Uno degli inganni maggiori perpetrati dalla società occidentale moderna è quella di far credere al singolo individuo di godere di una libertà e di una autonomia propria. Di essere l’unico e il solo ad avere in gestione la propria vita, in grado di approvare o disapprovare ciò che lo circonda, evitando in questo modo di relazionarsi con gli altri in modo aperto e sincero. In realtà questo approccio obbliga il singolo individuo a vivere in completa solitudine, senza riuscire a possedere a pieno quella moralità che gli consente di discernere ciò che è bene dal male, giusto o sbagliato, lecito o illecito.

La base del vivere civile sta nel condividere con altri le proprie esperienze personali, di confrontarsi, di organizzarsi socialmente in modo da favorire la propria vita lavorativa, quella privata e affettiva. Oggi invece si richiede una esistenza atta a soddisfare le esigenze di pochi “eletti”, lasciandoci credere che ogni azione nasca dal nostro essere, mentre invece è imposta. Gunther Aders ne L’uomo è antiquato (Vol. II),

Giovanni Iudice, Figura allo specchio, olio su tavola cm20x20

spiega bene questo concetto: Sostenere che siamo «attivi» è giustificato soltanto ancora dal fatto che la nostra attività è mantenuta e usata, nella sua esistenza apparente, da quella élite del potere che ci desidera passivi; perché tale attività continua a esistere ancora solo come un costume (tuttavia indispensabile) che ci viene imposto per far si che noi mettiamo in atto, senza mormorare, la nostra passività.

Questa remissività e sottomissione involontaria, si ripercuote sulla nostra vita e sul nostro IO interiore e ci fa assumere comportamenti eccessivi, che non rispecchiano il nostro carattere e la nostra personalità. Uno di questi aspetti è quello che oggi chiamano egocentrismo o narcisismo, in merito a persone che tendono ad esporsi in maniera esagerata o impropria agli occhi degli altri. Quello che però incautamente e superficialmente viene definito tale, non è altro appunto che il frutto di un isolamento coercitivo di questa società, che ci obbliga a vivere in perenne contraddizione con noi stessi. Il trascendentalismo, in questo senso, ha aumentato questa esaltazione individuale, dovuta proprio da una passività indotta, mettendo in secondo piano la conoscenza del nostro essere, tramite la socializzazione e le diverse esperienze relazionali.

In una società nichilista come la nostra, è ovvio che ci siano individui altrettanto nichilisti, che non usano il raziocinio ma l’emotività, che non analizzano ma giudicano, che basano la propria esistenza su di una verità soggettiva, mai oggettiva.

Se la stessa comunità incita l’individuo alla solitudine, all’annullamento del proprio essere, al diniego delle leggi (naturali e/o divine che siano) e a misurarsi solo con se stesso, ecco che di fatto la società (e di rimando la collettività) non ha più ragione di esistere.

l’Io interiore si ritroverà quindi ad assumere comportamenti egoistici, a richiedere alle Istituzioni (di cui prova profonda disistima), leggi puramente individualistiche, atte solo al fine di aumentare il proprio ego e la propria stabilità individuale. Queste conseguenze, dovute alla passività indotta, citata poc’anzi, al contrario, non farà altro che aumentare disistima, caos e instabilità, portando lo stesso individuo a non assumersi nessun tipo di responsabilità e continuare a vivere illudendosi di essere consapevolmente libero.

Per cercare di combattere questa società e quindi di prendere coscienza del proprio IO, bisogna innanzitutto rendersi conto che quello che differenzia l’essere umano, dal resto degli altri mammiferi, è il raziocinio. L’uomo è in grado di pensare, di porsi domande e di avere una grande qualità, quella di dubitare. Pensare e dubitare di ciò che si è, ci eleva nella consapevolezza e nella ragione.

COGITO ERGO SUM

La libertà di espressione sotto attacco

La libertà di espressione1, in tutte le sue forme, è tra quelle fondamentali dell’uomo nei paesi civili: cercare di limitarla è un pericolo che nessuna democrazia dovrebbe correre. Eppure nel momento massimo di innovazione tecnologica nei metodi di comunicazione assistiamo ovunque ad un tentativo di limitare la libertà di espressione con ogni mezzo: Facebook che censura foto di guerra che hanno vinto anche riconoscimenti internazionali perché urterebbero la sensibilità di qualcuno, nudi di opere d’arte che vengono coperti perché si immagina possano infastidire i sedicenti custodi di una presunta moralità pubblica (ricordate quando il Presidente dell’Iran venne in Italia e si dovettero coprire alcune statue?

Ricordate però pure che in UK la regina Vittoria, ai tempi, fece coprire le gambe dei tavoli, perché considerate indecenti!) sono solo due esempi di come in questi ultimi tempi la libertà di espressione sia stata messa a dura prova. Perfino nella terra della libertà e nella casa dei coraggiosi, l’America del Nord, il free speech – la libertà di espressione – è costantemente messa sotto attacco: le scene di guerriglia viste all’Università di Berkeley in occasione dell’annunciato discorso di Ann Coulter2 o l’aggressione in Vermont ai danni dell’anziano sociologo Murray o la messa a tacere di Heather MacDonald3 in California, dimostrano che si ha paura di idee alternative al “conformismo liberal” al “pensiero unico” che domina non solo nelle università statunitensi ma anche in quelle europee soprattutto inglesi.

«A Gesù Cristo, e ad altri ‘estremisti nonviolenti’, sarebbe vietato parlare nelle università se fosse vivo nel 2016» avrebbe detto il professore di Oxford, Timothy Garton Ash4 denunciando la troppa debolezza nel difendere la libertà di parola in UK. Di questi esempi poco edificanti ve ne sono purtroppo anche nella nostra Italia: il caso delle affermazioni dell’imprenditore Barilla sulla famiglia tradizionale che hanno scatenato la potentissima lobby gay americana contro la sua pasta o dello stilista Domenico Dolce sui “figli della chimica” che si è visto insultare anche dal cantante Elton John e tanti altri. Per non parlare poi della questione gender e di genitore 1 e genitore 2.

Poche settimane fa in un viaggio di lavoro a New York ho voluto rendermi conto che la statua del nostro Cristoforo Colombo fosse ancora li a Manhattan in Columbus Circle. C’era per fortuna! Per molti liberal, il free speech è sempre dissenso e il dissenso può appartenere soltanto alla sinistra, quello fuori dall’ideologia liberal va combattuto ferocemente. O se preferiamo, la libertà di parola non significa libertà di avere un’opinione a meno che non si tratti di un’opinione che appartenga ad una minoranza potente. Mi sembra di assistere alla dittatura delle minoranze e dico sembra perché per fortuna conservo ancora l’ottimismo di credere che siano veramente in pochi, anche se potenti e ben organizzati, a pensarla così.

Quando vi fu il vile attacco terroristico di matrice islamica a Charlie Hebdo, il mondo progressista tutto, il mondo democratico, il mondo civile, il mondo che siede dal lato giusto della storia, con qualche testimone anche tra i non progressisti, scese in strada e si riunì al grido “Je suis Charlie” per dimostrare la propria ribellione a qualsiasi tentativo di limitazione della libertà di espressione come quella satirica. Peccato poi che tempo dopo, quando Charlie Hebdo mise in copertina una vignetta satirica sul terremoto di Amatrice, parte di coloro che in Italia aveva dichiarato di essere “Je suis Charlie” ha manifestato il proprio sentimento di condanna per quella vignetta giudicata “irrispettosa”. Doppio standard, more solito. Senza la libertà di espressione non avremmo visto il pugno chiuso alzato in guanto nero di Smith e Carlos alle Olimpiadi del Messico nel 1968.

In questi giorni in Italia abbiamo assistito al dibattito sulla proposta di legge Fiano che vuole, di fatto, impedire “la propaganda” del regime fascista. Molti hanno già discusso sulla necessità di avere un’altra legge oltre quella Scelba e Mancino e non voglio parlare di questo; mentre il M5s ha parlato di iniziativa liberticida, io ritengo che il confine tra la libertà di manifestare la propria opinione e la propaganda sia un confine molto labile per lasciare che a decidere sia la magistratura.

Sicuramente l’onorevole Fiano ha pensato a questa nuova proposta per difendere nobilmente il popolo ebraico da future aggressioni razziste anche e soprattutto attraverso le nuove piattaforme virtuali di comunicazione ma il modo che ha proposto è alquanto pericoloso. Popper diceva che non bisogna tollerare gli intolleranti, ma un paese democratico come l’Italia non dovrebbe concentrare le sue energie politiche a reprimere le idee di questi sparuti gruppi di intolleranti quanto piuttosto le loro azioni. Sicuramente ci sono state eccezioni, soprattutto post seconda guerra mondiale dove di fatto fu impedita la propaganda di idee naziste e fasciste ma era un’eccezione.

Se l’eccezione si trasforma in regola, mettiamo a rischio uno dei valori più importanti della nostra democrazia e della nostra civiltà. Nessuno sano di mente, in Italia può pensare che ci sia la volontà di rifondare un partito fascista. Limitare la libertà di espressione è però il primo passo certo, perché dimostrato dalla storia, verso il totalitarismo più bieco. Qualcuno afferma che però i partiti di destra stanno prendendo piede in Europa (Germania, Polonia, Ungheria solo per citare qualche esempio) grazie a un sentimento diffuso di odio verso l’altro dove l’altro è l’immigrato. Io penso che non sia proprio vero.

Se i partiti di destra stanno prendendo spazio è perché la politica, certa politica di sinistra, ha fallito nel garantire sicurezza e protezione ai propri cittadini perché il politicamente corretto ha di fatto impedito anche che la libertà di parola fungesse da elemento liberatorio negli essere umani: chiamare le cose per come sono è un modo per affrontarle, impedire questo significa alimentare dubbi e bias che possono generare derive non volute.

«È una cosa stupenda, la distruzione delle parole» – scriveva G. Orwell nel suo capolavoro “1984”. E non è certo impedendo la manifestazione della propria opinione che la sinistra riconquisterà voti. Non ho mai visto accadere che una cosa resa proibita abbia perso fascino anzi: durante il proibizionismo l’alcol scorreva in America molto di più di quando era legale. Demonizzare quello che non rappresenta più alcuna minaccia seria ha il duplice scopo di far volgere lo sguardo lontano dai veri problemi del Paese e puntare un riflettore su qualcosa a cui non si pensava più ridandone nuova luce. Non un grande lavoro per un politico a mio avviso.

Laddove invece non c’è alcun limite alla libertà di espressione registriamo i progressi più importanti in tutti i campi dell’espressione umana: dal campo fisico-spaziale a quello medico-scientifico a quello sociale. Sempre di recente in un altro viaggio americano ho visitato l’Università di Chicago il cui rettore, Jay Ellison, ha recentemente detto rivolto alle matricole che una delle caratteristiche fondamentali del suo Ateneo è l’impegno a tutelare la libertà di ricerca e di espressione e che nella sua università tutti sono incoraggiati a parlare, a scrivere, ad ascoltare, a contestare e ad apprendere, senza temere alcuna censura alcuna. Ecco, questo dovrebbe essere il vero ruolo dell’insegnamento: fornire strumenti di confronto e critici senza aver paura che qualcuno ci censuri, quella qualità d’insegnamento che forse stiamo perdendo in Italia se si ha paura delle opinioni contrarie al pensiero unico.

Mi domando che cosa ci spinga a tale forma di autolesionismo qual è la limitazione della libertà di espressione soprattutto in questo momento in cui il nostro stile di vita, le nostre conquiste sociali e di diritti civili sono nel mirino dell’islam fondamentalista.

A mio avviso non è riducendo al silenzio tacciando del fascista, islamofobo, omofobo, razzista, chiunque la pensi in maniera diversa che ci salveremo. Anzi ci stiamo autocondannando a un inverno della civiltà. E dunque l’inverno si avvicina5 inteso come medioevo del mondo, ma per fortuna c’è prima l’autunno che mi auguro possa essere “caldo” per questo genere di riflessioni. Perché limitando gli altri, prima o poi, si finisce per limitare se stessi.

1 Costituzione della Repubblica Italiana art.21, Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948 art.19, Costituzione della Repubblica federale di Germania del 1949 art.5, Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali  art.10, Costituzione degli Stati Uniti primo ememdamento

2scrittrice e opinionista conservatrice statunitense sui temi sociali e politici

3Commentatrice di politica americana, saggista, e giornalista

4autore del libro : ““Free Speech: Ten Principles for a Connected World”

5Winter is coming la frase più famosa della serie cult Games of Thrones – Il trono di spade in italiano

La foto in alto è d Alfonsa Cirrincione.

La coscienza è come l’orologio…

La coscienza morale, per essere in grado di guidare rettamente la condotta umana, deve anzitutto basarsi sul solido fondamento della verità, deve cioè essere illuminata per riconoscere il vero valore delle azioni e la consistenza dei criteri di valutazione, così da sapere distinguere il bene dal male, anche laddove l’ambiente sociale, il pluralismo culturale e gli interessi sovrapposti non aiutino a ciò. La formazione di una coscienza vera, perché fondata sulla verità, e retta, perché determinata a seguirne i dettami, senza contraddizioni, senza tradimenti e senza compromessi, è oggi un’impresa difficile e delicata, ma imprescindibile. Ed è un’impresa ostacolata, purtroppo, da diversi fattori. Anzitutto, nell’attuale fase della secolarizzazione chiamata post-moderna e segnata da discutibili forme di tolleranza, non solo cresce il rifiuto della tradizione cristiana, ma si diffida anche della capacità della ragione di percepire la verità ci si allontana dal gusto della riflessione. Addirittura, secondo alcuni, la coscienza individuale, per essere libera, dovrebbe disfarsi sia dei riferimenti alle tradizioni, sia di quelli basati sulla ragione. Così la coscienza, che è atto della ragione mirante alla verità delle cose, cessa di essere luce e diventa un semplice sfondo su cui la società dei media getta le immagini e gli impulsi più contraddittori1.

Quando si parla di coscienza la confusione sotto il cielo è assai grande. Per la mentalità contemporanea la coscienza rappresenta il tribunale ultimo e ogni decisione presa in piena coscienza va rispettata.

L’egemone cultura liberal-radicale ha ipotecato un modo di pensare la coscienza come facoltà naturalistica: non un giudizio della ragione, ma un impulso vitalistico che svincola l’uomo da ogni responsabilità – puro sentire immediato non guidato dalla razionalità. La coscienza così intesa (come facoltà naturalistica) pretende di qualificare l’atto morale: il soggetto, apparentemente esaltato nella sua libertà, viene ridotto a un fascio di momentanee e contingenti pulsioni. Inoltre, non sarebbe possibile parlare di valori, se non in senso soggettivistico. Non esisterebbero valori indisponibili (non negoziabili), non dipendenti dalla volontà (e dall’arbitrio!) umana.

Lo esprime chiaramente Rousseau nell’Emilio: «tutto ciò che sento essere bene è bene, tutto ciò che sento essere male è male». Bene e male sarebbero il prodotto della coscienza la quale dipenderebbe esclusivamente dalla volontà. In altre parole, l’uomo non sarebbe soggetto a “una legge che non è lui a darsi” ma signore della legge morale, padrone di stabilire ciò che è bene e ciò che è male. La persona, secondo questa ideologia, non sarebbe chiamata a controllare e valutare passioni e desideri, ma dovrebbe “lasciarsi andare” (spontaneismo) realizzando con autenticità (sic!) la propria volontà, libera nel suo determinarsi da qualsiasi regola o magistero “esterno”.

Il soggetto, quindi, non riconosce alcun criterio che non sia… la sua opinione. In tal senso la coscienza risulta inevitabilmente autoreferenziale (non ha altra misura che se stessa), non richiede alcun fondamento obiettivo al di là dell’atto che la pone. È una coscienza “murata”, chiusa in se stessa, avalutativa e come tale soggettivisticamente nichilista – disperata presunzione di chi non accetta il proprio statuto ontologico e pretende di “farsi Dio”.

La coscienza, invece, (parliamo della coscienza morale, che è la “capacità di aprirsi all’appello della verità oggettiva”) è tale solamente se è subordinata alla legge naturale, che non è una costruzione umana, ma una legge oggettiva e universale.

La coscienza è come l’orologio che abbiamo al polso. Dobbiamo essere certi che sia in accordo con l’ora effettiva. In molti casi essa non è retta (per ignoranza, per pregiudizio o per passione); pertanto va regolata; essa è uno strumento della persona: è la norma prossima della moralità, vale a dire del credere e dell’agire. La norma superiore – la regula agendi – è la legge naturale e divina. Ad essa dobbiamo conformarci, adeguando il nostro intelletto alla realtà oggettiva.

Negando Dio, si nega anche l’esistenza di una legge etica esterna all’uomo ed immutabile, con l’impossibilità di parlare di principio morale. Scrive Romano Amerio: «Non è possibile che le radici della morale umana siano nell’uomo che non è un essere radicale e non può quindi essere radice di morale. La morale infatti è un ordine assoluto e l’uomo invece un ente contingente e relativo cui l’assoluto è presente e si impone, ma non ha certo le proprie radici in lui (…) Il vocabolo stesso di coscienza annuncia irrefragabilmente che non c’è con-scientia se l’io non si sente nella dualità con l’altro, e se l’uomo non vive la solidarietà con la legge, cui è congiunto e cui deve riverenza»2.

Pensiamo, ad esempio, alla questione della libertà di coscienza che è ben diversa dalla libertà della coscienza: non si tratta di un gioco di parole, ma di due modi radicalmente opposti di concepire la libertà: la prima, infatti, è la rivendicazione del diritto alla sola coerenza con se stessi (pura e semplice manifestazione della volontà, mera opzione avalutativa); la seconda è il dovere/diritto della testimonianza del soggetto di fronte a una legge non dipendente da alcuna volontà umana, in adesione ad un valore e ad una legge superiore alla coscienza stessa. Essa trova il suo fondamento nel bene, cioè nella verità (si pensi all’Antigone di Sofocle o ai martiri cristiani). La coscienza non è libera di affermare che è bene quello che vuole o ritiene sia bene: è vincolata al bene oggettivo, vale a dire al bene in sé (inscritto nella sua natura), il quale deve essere riconosciuto come tale. Al contrario, la libertà di coscienza, lungi dall’essere doverosa testimonianza di fedeltà a una legge non scritta, all’ordine etico delle “cose”, è in ultima analisi rivendicazione del diritto di fare tutto ciò che il soggetto ritiene di fare.

«La coscienza – ha scritto il prof. Danilo Castellano – non è la fonte della legge ma è il “luogo” ove la legge si manifesta. Non è la facoltà naturalistica che erroneamente si reputa strumento idoneo a creare le cosiddette “scale di valori” dalle quali dipenderebbero, poi, il bene e il male, il giusto e l’ingiusto. Non sono, infatti, le “misure” – tanto meno le misure soggettive – che creano la realtà ma è la realtà condizione delle misure. È per questo che condizione della coscienza è la legge (intesa non come norma positiva bensì come legge naturale), che la coscienza riflette in sé come lo specchio riflette la realtà davanti alla quale esso viene posto. Senza legge (naturale), perciò, non si può propriamente parlare di coscienza»3.

Per evitare di impantanarsi in concezioni erronee (e disumane) della coscienza occorre ritornare ad una metafisica realista, dove è l’essere che fonda il pensiero e non il contrario. Come ha scritto Marcel De Corte: «Essere nella verità significa conformare la propria intelligenza a una realtà che l’intelligenza non ha né costruita, né sognata, e che a lei si impone. Fare il bene non vuol dire abbandonarsi agli istinti, agli impulsi affettivi e alla volontà propria, ma ordinare e subordinare le proprie attività alle leggi prescritte dalla natura e dalla Divinità che la intelligenza scopre nella sua instancabile ricerca della felicità»4.

1Dal Discorso di Benedetto XVI alla Pontificia Accademia per la Vita, 24 febbraio 2007.

2R. Amerio, Iota unum, Lindau 2009, p. 420.

3D. Castellano, Instaurare omnia in Christo (rivista), anno XXXIX, n. 2, maggio-agosto 2010.

4M. De Corte, L’intelligenza in pericolo di morte, Volpe, Roma 1973).

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.