Il “reato” di povertà e la solidarietà selettiva

Aicha Elizabethe Ounnadi è l’operatrice ecologica licenziata qualche mese fa per aver preso un monopattino dal deposito della Cidiu Servizi di Collegno, il consorzio che si occupa della raccolta di rifiuti in alcuni quartieri di Torino. Per il giudice, presso cui la donna ha presentato ricorso, il licenziamento è risultato essere un provvedimento eccessivo, tuttavia, la condotta della dipendente – ad avviso del magistrato – era stata comunque scorretta ed equiparabile ad un furto.

Per questo, sebbene abbia ordinato all’azienda di indennizzare l’ex dipendente con 18 mensilità, non ne ha disposto il reintegro.

La vicenda dovrebbe essere di pubblico dominio: la stampa – certo senza particolari fanfare – ne ha parlato, sia in occasione del licenziamento, sia più di recente, a seguito della pronuncia del giudice.

Tuttavia, ben poca solidarietà è stata manifestata alla (ex) lavoratrice.

Il fatto colpisce perché la pronuncia del tribunale del ricorso che ha negato il reintegro nel posto di lavoro, confermando la decisione di chi ha buttato per strada la moglie di un uomo disoccupato e la madre di due bambini piccoli, è giunta all’indomani di infuocate polemiche. Polemiche che avevano ad oggetto un eventuale provvedimento di licenziamento, bollato come “ideologico”, ai danni di un’altra lavoratrice. Non interessa qui soffermarsi sulla ben più nota vicenda dell’insegnante ripresa mentre inveisce contro i poliziotti, insultandoli e augurando loro la morte, nel corso di una manifestazione politica. Risultano però evidenti le differenze di approccio da parte della pubblica opinione, delle istituzioni, della stampa e persino della magistratura, nelle due vicende.

Nel caso della operatrice ecologica licenziata, infatti, a differenza di quanto avvenuto per l’insegnante sospesa, nessun comitato di giudici democratici ha vivisezionato comportamenti e motivazioni, valutato complessi combinati disposti, scomodato la giurisprudenza. E questo malgrado le testimonianze in sede giudiziale abbiano confermato che Aicha Elizabethe Ounnadi si sia limitata a portare a casa il fatale giocattolo, ricevendolo dalle mani di una collega che l’aveva prelevato dal deposito aziendale. Perché, ha spiegato la donna, colleghi e amici – consapevoli della sua difficile situazione – erano soliti regalarle vestiti dismessi e giochi per i suoi bambini.

Si obietterà che un conto è un licenziamento “per causa ideologica” un conto l’applicazione della “dura lex sed lex”. Eppure, non può non stupire la rigida interpretazione del magistrato rispetto alla condotta della (ex) lavoratrice: i giudici ci hanno abituato – in circostanze in cui la fattispecie di reato era da ritenersi ben più palese e inconfutabile – a fantasiose elucubrazioni e sentenze motivate da analisi così intrise di approccio soggettivo da rasentare la assoluta discrezionalità.

Non solo. Come è stato rilevato da alcuni, un approccio ideologico è riscontrabile anche nel provvedimento di chi stigmatizza il bisogno, l’indigenza e le difficoltà di una persona, forse ingenua, ma non certo disonesta.

Le difficoltà e il tentativo di affrontarle con una certa dignità diventano non più e non solo motivo di compassione ed empatia, ma, al contrario, di censura e di sanzione.

E se pensate che queste valutazioni siano esagerate e de-contestualizzate, pensate che è di questi giorni la decisione della giunta comunale di Genova di sanzionare coloro che rovistano tra i rifiuti. A dispetto dei mille distinguo e delle tante rassicurazioni fornite da sindaco e assessori, si resta basiti di fronte a un provvedimento che punisce con una sanzione pecuniaria chi si rende “colpevole” di un comportamento a cui può essere costretto solo dalla fame o dall’estremo bisogno. Stupisce e spaventa pensare che di fronte ad un simile comportamento, sia ritenuto prevalente l’interesse al decoro di strade e città, piuttosto che la tutela di un essere umano che deve ricorrere agli scarti altrui per sfamarsi. Qualunque siano i motivi che spingono qualcuno a rovistare nell’immondizia, sono le cause di quel comportamento che vanno individuate e risolte.

Ma tant’è: anche la notizia del provvedimento della giunta di Genova non ha avuto chissà quale risonanza. Il timore è che l’interesse, lo sdegno, le barricate e persino le manifestazioni di sostegno, siano fatalmente condizionate alla capacità di identificarsi con la vittima di un presunto abuso. Specie se tale abuso evoca concetti e richiami – quelli si profondamente ideologici e ideologizzati – che hanno un appeal irresistibile per chi si fa portatore di certe narrazioni politiche totalmente svincolate dalla realtà di ogni giorno.

Con una mamma lavoratrice che trova nella spazzatura un giocattolo rotto che non potrebbe permettersi di comprare nuovo per il suo bambino, evidentemente, non si identifica quasi nessuno.

Né col pensionato o col disoccupato che rovista nel cassonetto.

Loro evocano una narrazione contraria a quella fortemente voluta e spinta: smascherano la dimensione terribile di un Paese alla canna del gas, di una ripresa che non esiste se non nei titoli di alcune testate. Ricordano ai benpensanti quelli che sono i veri problemi che le persone normali, senza un posto pubblico, sindacati e ribalta mediatica patinata vivono ogni giorno. Loro non hanno accesso né a tutele legittime, né a manifestazioni di solidarietà, che vengano dal basso della pubblica opinione o dall’alto del mondo politico e intellettuale.

Possono solo sparire in silenzio, come avvenuto qualche giorno fa nel Salernitano ad un uomo di 48 anni, trovato cadavere nella sua casa, dove viveva senza energia elettrica e senza cibo, morto solo, ucciso dal freddo e della fame.

 

La foto in alto è dell’autrice dell’articolo, Federica Poddighe.

Donne che odiano gli uomini: i limiti e l’ipocrisia delle battaglie per i diritti delle donne

Assistiamo, da qualche tempo a questa parte, ad una strana contraddizione di cui, pare, nessuno rilevi l’effettiva e paradossale portata. Se, infatti, da una parte istituzioni, politica e media tendono a far sbiadire in maniera costante e progressiva le “differenze di genere”, smentendo la retrograda distinzione fra due soli sessi (quello maschile e quello femminile) a vantaggio di differenziazioni molto più variegate e fantasiose, dall’altra gli stessi organi si fanno portatori di una martellante campagna volta a costruire artificiosamente dei “distinguo”, tesi – questa è la pretesa – ad una maggiore tutela delle appartenenti al genere femminile.

E così, nei giornali, nei proclami politici, nelle dissertazioni più o meno impegnate il tradizionale e femminile color rosa si tinge del nero della cronaca, per via delle violenze di cui le donne sarebbero quotidianamente vittime. Da qui l’orrendo neologismo, “femminicidio”, che individuerebbe il fenomeno, definito in preoccupante e costante aumento, dell’uccisione di una donna da parte di un uomo.

Senza alcuna volontà di sminuire la portata di violenze e delitti, chiunque ne sia la vittima, sarebbe opportuno chiarire che, dall’esame dei dati statistici, emerge che il fenomeno – così come dipinto dai media e dalle vestali post-femministe – in realtà non esiste: il numero delle donne vittime di omicidi e violenze è di gran lunga inferiore a quello degli uomini, né è dato ravvisare un aumento esponenziale, nel corso degli anni, di reati e delitti che abbiano come vittima una donna. Non solo.

La denuncia affranta e preoccupata di chi vorrebbe le donne destinatarie di comportamenti violenti, ossessivi e criminali da parte di uomini che quasi sempre sono fidanzati, mariti o ex compagni, ovvero spasimanti incapaci di accettare un rifiuto, passa inevitabilmente per la vulgata di un Paese, il nostro, retrogrado, maschilista e patriarcale, affetto da una mentalità che condanna la donna ad un ruolo subalterno e inferiore, che quasi la considera una pertinenza o una proprietà dell’uomo (padre, marito, amante che sia).

Eppure, un’indagine svolta dall’Agenzia per i Diritti Fondamentali della UE nell’ambito di violenze e omicidi ai danni delle donne dai 15 anni in poi ha dimostrato che i Paesi mediterranei (e cattolici…) dell’Europa Unita possono vantare un numero di violenze sessuali e “femminicidi” inferiore a quello degli altri Paesi, con un numero di simili reati che cresce man mano che si sale verso il Nord del Continente e diventa preoccupante proprio in quelle illuminate socialdemocrazie scandinave che tutti immaginiamo all’avanguardia per mentalità e sviluppo sociale1.

Un altro atteggiamento pseudo-protezionistico nei confronti del “gentil sesso”, che vive la ribalta nella stampa e nelle discussioni politiche e intellettuali, è quello delle cosiddette “quote rosa”, ovvero delle quote minime di presenza femminile all’interno degli organi politici e istituzionali, elettivi o meno.

È di questi giorni, ad esempio, la notizia che il consiglio regionale della Sardegna ha votato per l’inserimento del principio della “doppia preferenza di genere” nella legge elettorale statutaria e alle prossime elezioni regionali, dunque, i sardi avranno la possibilità di esprimere due preferenze (la seconda di genere diverso). La legge approvata introduce anche il principio che prevede la parità al 50% nella compilazione delle liste e, sempre a garanzia di una perfetta parità, un numero di candidati pari (maggiorato di un’unità) anche nelle circoscrizioni con seggi dispari.

Il ragionamento che sta alla base di certe pretese è quello che vorrebbe le donne tradizionalmente svantaggiate nell’accesso a ruoli preminenti in politica, ovvero nelle istituzioni: in tale contesto, le “pari opportunità” si raggiungerebbero unicamente concedendo alle donne un oggettivo “vantaggio”, che le preservi dall’esclusione o dall’emarginazione da parte dei colleghi di sesso maschile. Il ragionamento non può convincere chiunque ritenga che il criterio di preferenza nell’ambito di una competizione elettorale, ovvero nella scelta di un candidato ad un ruolo istituzionale, possa e debba essere esclusivamente quello del merito.

Un approccio alla politica condizionato dalla pregiudiziale delle “quote rosa” o della “doppia preferenza di genere” imporrebbe la necessaria presenza e rappresentanza femminile in determinati ambiti, anche a prescindere dell’effettiva legittimità in termini di preparazione, professionalità e credibilità di quella rappresentanza.

Ragionando per assurdo, inoltre, si riterrebbe premiato il criterio delle pari opportunità laddove quella rappresentanza numerica di genere fosse raggiunta, sebbene – all’interno di quel partito, di quel consiglio di amministrazione, di quella pubblica amministrazione – un’ulteriore presenza femminile, anche al di là della “quota” stabilita, potesse garantire una migliore efficienza e una maggiore funzionalità.

Senza considerare, peraltro, che il concetto di una quota riservata ad una categoria di individui e stabilita aprioristicamente non farebbe che incrementare la partecipazione alla vita politica e/o istituzionale di tante donne scelte fondamentalmente in quanto mogli di, amiche di, sorelle di, socie di.. né più e né meno come nel corso degli ultimi anni – con rilievo squisitamente bipartisan – è successo.

Ciò che sconforta di simili campagne che dovrebbero avere la finalità di tutelare il “sesso debole”, che vedono un coinvolgimento di tantissime personalità influenti, sia maschili che femminili, è il ritorno ossessivo su argomenti e problematiche che, a nostro avviso, nulla hanno a che vedere con i problemi reali e concreti delle donne italiane.

Di tutte le donne, non di quella minoranza sfortunata (ma pur sempre minoranza) vittima di violenze, né di quella infinitesima porzione privilegiata che viene chiamata, da anfitrioni maschili più o meno disinteressati, a occupare ruoli di vertice e potere. Ci riferiamo a quelle donne che lottano ogni giorno – in casa e nel lavoro – per fare gli interessi della propria famiglia, senza alcun sostegno da parte delle istituzioni.

Di quelle donne che hanno visto trasformarsi l’obbligo imposto alle loro nonne di stare in casa a vegliare sul focolare domestico nell’imposizione moderna di essere necessariamente lavoratrici, stante la necessità imprescindibile di concorrere col proprio guadagno ai bisogni della famiglia. Sempre che – come purtroppo assai spesso accade – la donna non sia l’unica della famiglia a lavorare, a fronte della situazione di cassa integrazione o disoccupazione del marito.

Non fanno dunque notizia le vicende delle tante vedove, figlie o madri che hanno seppellito un marito, padre o figlio che ha deciso di togliersi la vita, sopraffatto dall’angoscia e forse anche dalla vergogna di non essere in grado di provvedere alla propria famiglia (quella dei suicidi per causa di indigenza o mancanza di lavoro è, questa sì, una vera emergenza del nostro Paese, in relazione alla quale, tuttavia, non si attivano campagne mediatiche, non si allestiscono task force, non si inscenano partecipati flash mob).

Si tenga, peraltro, conto che certe prese di posizione e certe artificiose battaglie hanno lo scopo, nemmeno tanto nascosto, di creare ed esasperare le contrapposizioni – in questo caso fra generi – alimentando divisioni e disgregazioni e dirottando interesse e preoccupazione della pubblica opinione su false problematiche, al fine di distoglierla da problemi reali e ben più urgenti.

È probabile che, più che dalle esponenti politiche, capaci di alzare voce e barricate unicamente a tutela delle proprie prerogative e dei propri privilegi, o di stracciarsi le vesti per emergenze artatamente sopravalutate, le donne italiane si sentano rappresentate da donne come Giuseppina Spagnoletti e Paola Clemente, rispettivamente di 39 e 49 anni, le braccianti tarantine stroncate da un malore e accasciatesi senza vita mentre era al lavoro nei campi per pochi euro al giorno.

O da Isabella Viola, 34 anni, madre di 4 bambini, che sosteneva col suo impiego la famiglia, alzandosi alle 4 del mattino e rientrando la sera tardi. Come molte altre, nella sua vita non ha avuto alcuna corsia preferenziale in quanto donna e anche lei è morta, non per mano di un uomo violento, ma stroncata da un collasso sulla banchina della metro, mentre – come tutte le mattine – si recava a lavoro.

 

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.