C’è un’ipocrisia più tossica delle armi chimiche

Sgombriamo il campo da ogni possibile dubbio e ipocrisia: la guerra alla SIRIA (e alla Russia) è già in atto da 7 anni in maniera violentissima e indiretta. Se volete, assimetrica. Senza pretesti ridicoli, ma in maniera chiara e infinite volte provata. Ogni altra presunta ragione per scatenare un attacco diretto è legata al misero fallimento sul campo di ogni strategia per farla cadere e il suo bisogno cresce proporzionalmente all’avanzare e alle vittorie dell’esercito siriano.

Una storia non nuova, vista ad Aleppo, nel Ghouta e ora anche a Douma. Mai uno straccio di prova, mai un osservatore parziale o imparziale sul campo a raccogliere analisi e prove (nonostante gli inviti del governo e dei russi), ma solo un gridare compulsivo di bugie ai media e un’isterica fretta nel cercare uno spazio d’azione bellica fuori da ogni diritto e organizzazione internazionale.

Superato il casus belli del momento, va tutto nel dimenticatoio, in attesa di crearne uno nuovo. Ci si dimentica anche che le obsolete armi chimiche siriane sono state censite e fatte distruggere molti anni fa sotto supervisione internazionale, che ha coinvolto anche l’Italia. Non cosi quelle delle nazioni che foraggiano i “ribelli”, non così quelle in mano alle marionette jihadiste. Ci si dimentica anche che le potenze occidentali e arabe sono già illegittimamente presenti e combattenti in Siria. Turchi, Americani, Israeliani, Francesi e Britannici sono presenti con truppe e consiglieri militari per aiutare, addestrare e consigliare militarmente i ribelli.

Per invadere e occupare porzioni di territorio siriano. Spesso, finiscono anche per cadere nelle mani dei soldati siriani. Sono invasori di fatto, sono violatori di ogni diritto internazionale e bellico, sono invasori e assassini. Prove provate, azioni rivendicate, filmati e morti reali sul terreno. Mi spiegate, a monte di ogni manfrina, quale legittimità, diritto e credibilità possono avere questi stati nella questione interna siriana? Quale stortura mentale porta giornalisti, politicanti e popolo bue, a ripetere come verità palesi invenzioni mai provate in vece di vere omissioni su fatti certi, visibili e per giunta ammessi?

Il trionfo della malafede unito a quello della demenza di chi gli conferisce anche una qualche credibilità.

Casus belli, la scintilla che fa la differenza?

Per quale ragione si scatenano le guerre? Della dinamica dell’interazione tra individui in carne ed ossa o di entità sociali dotate di un’individualità giuridica o prammatica, il conflitto è una componente intrinseca; tuttavia, esso non sempre si traduce in guerra aperta, da intendersi come il ricorso sistematico e ragionato della forza all’uopo di risolvere il conflitto in favore della propria parte. Soffermandoci, per evidenti motivi, sullo sviluppo della questione in Europa a partire dall’Antichità, incontreremmo il contributo d’intelletti raffinatissimi quali: Tucidide, Virgilio, Vegezio, Agostino d’Ippona, Isidoro di Siviglia, Nicolò Machiavelli, Francesco Guicciardini, Carl von Clausewitz e via dicendo. Esiste da una parte, tanto nella comune morale quanto in esito del ragionamento dei filosofi, che il ricorso alla guerra sia giustificato, talvolta, a priori. Ad esempio, nel caso si subisca l’offensiva del nemico, o laddove costretti da circostanze estremamente sfavorevoli: «Iuxtum enim est bellum quibus necessarium, et pia arma ubi nulla nisi in armis spes est» (‘Legittima è infatti la guerra per coloro ai quali è necessaria, e sacre le armi laddove non è alcuna speranza fuorché nelle armi’).1

Rispondere al quesito non è facile, quanto definire un concetto di ratio belli ⸺ ovvero, della volontà di ricorrere alla guerra ⸺ che corrisponda a quello, ben circoscritto nel dibattito intorno alla legittimità della guerra, di casus belli. Se accettassimo l’opinione, diffusa e probabilmente accurata, che la guerra sia la prosecuzione della politica con altri mezzi, o viceversa, potremmo convenire sul fatto che sia il rapporto tra questi due ambiti a facilitarla, per non dire a renderla inevitabile. Per esempio, potremmo immaginare che due potenze contrapposte, Atene e Sparta, abbiano un contenzioso aperto nel merito, ad esempio, del possesso di alcuni territori. Atene, volendo contenere Sparta, punta tutto sul proprio vantaggio in termini di disponibilità economiche e diplomatiche per guadagnarsi il favore dei governanti di questi territori. Sparta, che sa di avere un esercito più efficiente di quello ateniese, decide a quel punto di giocarsela alla prima occasione sul campo di battaglia. Soltanto allora si può parlare, eventualmente, di casus belli; in ogni caso, la guerra è stata già decisa prima che questo si verifichi. Non è detto che vi si arrivi: Atene, a quel punto, per evitarne lo scoppio potrebbe ad esempio accordarsi con gli spartani sull’estensione delle rispettive aree d’influenza. In quel caso, non vi sarebbe effettivamente alcuna guerra combattuta, e tuttavia il potenziale ricorso al proprio apparato militare da parte di una delle due potenze risulterebbe altrettanto decisivo che se fosse impiegato.2

Nel provocare lo scatenarsi di una guerra, dunque, non è tanto determinante il verificarsi di incidenti e incomprensioni, ai quali in genere la politica è capace di rimediare, quanto la precisa volontà di utilizzarli come casus belli, come pretesti ad aprire le ostilità sul campo. Questa è una verità della storia che occorre saper distinguere tra le righe. Nel 1914 non fu l’attentato a Francesco Ferdinando a provocare la Prima Guerra mondiale, ma l’intenzione da parte austriaca di servirsene come una sorta di assegno in bianco per risolvere con le armi il confronto austro-serbo, che a sua volta fu un prodotto dell’inarrestabile declino e del disfacimento dell’Impero ottomano.3 Peraltro, senza un’idea precisa di come farlo. Il gran direttore del ‘Concerto delle Potenze’, Otto von Bismarck, l’aveva infatti previsto, nella sua proverbiale lucidità di statista, invitando i grandi d’Europa a spartirselo subito o a lasciarlo in pace, per non dovere un giorno esser trascinati in una guerra generale dall’infernale meccanismo delle alleanze e dei casus foederis. L’Austria aveva deciso da tempo d’intervenire a fermare l’attivismo di Belgrado, almeno dall’epoca delle Guerre Balcaniche; la pistola di Gavrilo Princip le diede finalmente il pretesto.

Talvolta, in ragione della grande disparità di forze esistente tra i due contendenti, la guerra può divenire ancora più conveniente di altri mezzi alla risoluzione del confronto. Ad esempio, in tutti quei casi in cui una grande potenza si confronti con uno stato piccolo e debole. Sul finire dell’Ottocento, mentre cadeva ormai il crepuscolo sui resti dell’Impero spagnolo, ci si domandava nelle grandi capitali cosa ne sarebbe stato di Cuba. Provvidenzialmente, nella serata del 15 febbraio 1898 la corazzata Maine saltò in aria per ragioni sconosciute nella rada dell’Avana: gli americani colsero la palla al balzo e sfruttarono il casus belli per scrivere la parola ‘fine’ sulla storia del Imperio donde nunca se pone el sol, bruciando le capitali europee sul tempo. Le Filippine, Cuba, Puerto Rico e Guam passarono col trattato di Parigi, in cambio di un indennizzo in denaro, sotto l’egida degli Stati Uniti. Un tempismo talmente provvidenziale che non poca gente ha dubitato, da un secolo a questa parte, della buona fede di Washington.4

Guardando alla storia, non è difficile cogliervi almeno questa lezione: la ratio belli prevale, nel determinare un conflitto, su ogni altra ragione effettiva. Oggi le dinamiche del conflitto permanente tra le nazioni si sono trasformate rispetto alla Belle Epoque: non del tutto snaturate, si svolgono in contesti molteplici, vagamente connessi gli uni agli altri. L’opinione pubblica ha un peso molto più significativo rispetto al 1914; non tanto perché la gente s’informi e si faccia sentire di più, quanto perché l’informazione si svolge contemporaneamente attraverso canali molteplici, che è di volta in volta più facile o più difficile sfruttare a vantaggio dei grandi interessi. Soprattutto, è cambiata la guerra, trasformandosi nel confronto totale e senza quartiere che è stata l’ultima Guerra mondiale, o ‘Guerra civile europea’. Chi vince piglia tutto, e chi perde ⸺ Dio l’aiuti! Anche nella sua versione attenuata, di guerra fredda, l’arte bellica si è fatta sempre più dura e dispendiosa. Perché l’opinione pubblica l’accetti, è necessario che sia per un fine veramente giusto. Da qui la continua disumanizzazione del nemico, i tentativi di dipingerlo come arretrato, incivile, pericoloso; il che, oltre a costituire ipso facto una ragione più che legittima per muovergli guerra, funge da ottimo catalizzatore per la pubblica opinione ⸺ senza la quale, sin dai tempi dei faraoni, non si fa nulla. E’ necessario discutere ora dell’affaire Skripal? Degli episodi ormai già quasi dimenticati del golpe ucraino e della Crimea? Delle reiterate accuse che si rivolgono ai ‘dittatori’ che non piacciono o non fanno più comodo? Probabilmente sarebbe inutile. Per evitare di ritrovarsi coinvolti in una guerra per l’altrui interesse, occorre di tenere sempre a mente l’avvertimento della storia: le guerre avvengono per colpa di chi le vuole, non di chi impugna per primo le armi. Non necessariamente gli uni e gli altri coincidono.

 

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.

1 Tito Livio, Ab Urbe condita: 9,1. Cit. in Machiavelli, Il Principe: Esortazione a pigliare l’Italia e a liberarla dalle mani dei barbari, XXVI.

2 Con l’esempio di Atene e Sparta voglio intendere non nello specifico le due poleis elleniche, ma due potenze qualsiasi, siano esse USA e URSS, Francia e Spagna, Austria e Turchia. Ad esempio, la divisione del mondo in due blocchi e la dottrina della deterrenza nucleare, ovvero l’atteggiamento perenne di guerra fredda tra Mosca e Washington, senza mai venire allo scontro diretto tra le due capitali, assicurò al mondo cinquant’anni di relativa pace.

3 Con le due Guerre Balcaniche (1912-13) i residui possedimenti europei dell’Impero ottomano furono conquistati e spartiti tra Serbia, Montenegro, Bulgaria, Grecia e Romania. Il riassetto della penisola, soprattutto in favore della Serbia, preoccupò assai l’Austria, alle prese con la questione slava pure all’interno dei propri confini. Soprattutto, essa era problematica per le relazioni internazionali di Vienna: la questione delle compensazioni territoriali nei Balcani era un elemento fondamentale della Triplice Alleanza. L’Austria era intervenuta nel corso delle Guerre Balcaniche ad evitare che la Serbia acquisisse uno sbocco sull’Adriatico, del quale la privò con la costituzione di un’Albania indipendente, e poi appoggiando le rivendicazioni bulgare sulla Macedonia quando la Serbia la chiese in riparazione dello sbocco marittimo negatole.

4 Non fu dato sapere quali fossero le cause dell’affondamento. Gli Stati Uniti indicarono come responsabile una mina spagnola; gli spagnoli si dissero disposti a collaborare per chiarire le cause dell’accaduto, ma a Washington già risuonava il grido di guerra «Remember the Maine!» che chiamava a vendicare l’affronto. Questo fece da pendant al «Don’t forget the starving Cubans!» che la stampa aveva diffuso da tempo, accusando Madrid di maltrattamento della popolazione cubana nel reprimere la sollevazione dell’isola. L’incidente potrebbe esser stato causato da un guasto tecnico. Tuttora a Cuba è ufficiale l’opinione che si sia trattato di un false flag, come diremmo oggi.

 

L’anagrafe dei fantasmi: contrapposizioni a favore di chi?

L’immagine demoniaca di una minaccia fascista serve chiaramente come nuovo feticcio politico; feticcio nel senso freudiano del termine, ovvero di un’immagine affascinante la cui funzione è quella di offuscare il vero antagonismo”

Slavoj Zizek

A buona ragione e con decine di esempi probanti, ritengo che, oggi, al netto d’ignoranza (non reale conoscenza), pregiudizio, damnatio memoriae post-bellica e mistificazioni strumentali, gran parte (ovviamente non tutti) di coloro che si definiscono “fascisti”, e soprattutto “antifascisti”, starebbero sullo stesso fronte o lo cambierebbero tout-court.

Purtroppo, rimuovere le incrostazioni di settant’anni di divide et impera è un’impresa titanica che trova l’accanita resistenza di entrambi gli schieramenti (paradossalmente uniti in questo), a tutto vantaggio di un Sistema al quale cultura e tradizioni non interessano (se non in funzione manipolatoria).

Dinanzi al baratro politico e sociale e alla stringente necessità di una collaborazione, anche solo tematica e occasionale, si sceglie di buttare il bambino con l’acqua sporca, pur di non darsi la mano e rimanere in piedi entrambi. Mi sia dia pure pure del Don Chisciotte (gli applausi non m’interessano), ma non posso rassegnarmi all’autolesionismo della fiera dell’assurdo che stiamo vivendo, separati da una parola e dal suo contrario.

Larga parte del mondo cosiddetto democratico trova la sua ragion d’essere nell’antifascismo inteso come categoria astratta e onnicomprensiva – la bandiera sotto la quale marciano fazioni diverse che, senza questo nemico orwelliano agitato ad arte, semplicemente non esisterebbero o sarebbero acerrime nemiche.

Dare del fascista significa affibbiare a un’idea o a una persona un marchio d’infamia che richiede la pronta abiura da parte dell’accusato e la sua genuflessione alla religione civile dominante, pena la conventio ad excludendum immediata e l’oblio futuro.

Per non parlare delle uguaglianze “fascista-ignorante” – “compagno-colto”, fatte assurgere a pilastri della narrazione propinata da quelli che loro soltanto hanno capito la politica e la storia, da quelli che, nella dolosa ignoranza delle idee che mossero il mondo o del portato del blocco intellettuale morale, non solo dimenticano che gli estremi non di rado si toccano, ma, salvo affibiare qualifiche moralisteggianti, attuano un’operazione di discredito di davvero bassa statura culturale.

Questo è il frutto malato di una sconfitta militare, e di decenni di egemonia politico-culturale. Il suo uso è, oggi, esclusivamente e totalmente strumentale alla creazione indotta di divisioni e lacerazioni sociali.

Distrarre l’opinione pubblica dai reali problemi è una formidabile arma per sterilizzare il campo antagonista e ricompattare il consenso intorno alle oligarchie che gestiscono lo status quo.

Nonostante questo, intuizioni e soluzioni (principalmente in termini di anticapitalismo e dottrina sociale) partorite dalla galassia “fascista”, trovano oggi consenso e rivalutazione – de facto – non solo nella pur frantumata realtà sociale, ma anche ampia diffusione nel mondo cosiddetto “antifascista” (beninteso quello che avversa il Sistema, non l’antifascista salottiero), che le ha fatte proprie, scindendole dall’idea politica primigenia che le ha generate.

Quasi per una legge del contrappasso, tanto più si demonizza la storia e l’idea fascista, tanto più i suoi contenuti s’impongono nella modalità “anonime” e trasversali contemporanee.

Nel mondo dell’“estrema destra” (erroneamente onnicomprensivo anch’esso) l’autodefinizione di fascista ha assunto per lungo tempo un valore speculare e opposto. Elemento compattante da un lato e aggettivo qualificativo dall’altra. Anche in questo caso, ormai slegato da ogni reale riferimento dottrinario.

Fascismo diventa così tutto e il suo contrario, rendendo vuoto il termine e autolesionista il suo utilizzo. Non a caso, si fregiano del suo nome una miriade di gruppi e gruppuscoli, spesso in competizione tra loro, e su posizioni politiche discordanti.

L’unico elemento che li unisce è il positivo giudizio storico sul Ventennio, per le più disparate ragioni, e ripeto, spesso contrastanti anche su temi di non poco conto, quali ad esempio quelli etici. Esattamente come l’antifascismo unisce l’emisfero opposto.

 

Entrambe le posizioni non fanno che consolidare il Sistema e atrofizzare ogni possibile alternativa sostanziale, che può nascere solo dalla sintesi e dall’attualizzazione delle posizioni politiche, non dalla difesa ad oltranza di simboli ed etichette che finiscono per dividere ed agevolare il la parte avversa.

Si dia senso alla pratica e non alla predica sterile.

Si dia senso al contenuto e non al contenitore.

La guerra è di movimento e in troppi sono rimasti in trincea (o, peggio, chiusi nel museo della nostalgia), mentre il vero nemico è già (da troppo tempo!) padrone in casa nostra.

 

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.

C’è chi ama l’umanità per disprezzare meglio il prossimo

“C’è chi ama l’umanità per disprezzare meglio il prossimo”. Il nostro titolo provocatorio, nel salotto del politicamente corretto, potrebbe mandare al manicomio (o al pronto soccorso, a seconda della gravità della boldrinite) tutti gli amanti del linguaggio inclusivo e della moderazione, ma dimostreremo che la sostanza di questo gustoso coup de théâtre, in apparenza cosa di politica, riguardi in primis ciascuno e la sua dimensione più intima.

Amare l’umanità, avere uno sguardo sul mondo pulito e non sospettoso, credere nella bellezza delle emozioni è motivo di pregio, ma facile è rispettare un’idea, meno facile è rispettare una persona in carne e ossa che si pone dinnanzi a noi con le sue mancanze, i suoi slanci per noi intollerabili, la sua bellezza per noi incontenibile, perché – diciamolo – nell’altro ci sono io con il mio di più e il mio di meno.

Ora, non si vuole con siffatta affermazione asserire, come piace fare ad esempio a certuni sostenitori e fautori dell’ideologia omosessualista secondo i quali dietro ogni non omosessualista ci sarebbe un gay represso (assunto questo che per logica ci porterebbe a pensare che tutti siamo potenzialmente non eterosessuali, facendo certamente rivoltare Darwin nella tomba) che vi sia ‘fobia’ nel mancato riconoscimento dell’altro dinanzi a me come soggetto-oggetto di rispetto/”diritti”, ma si vuole porre invece l’attenzione sulla misura e sulle dinamiche di tal sentimento.

Spontanea e innocua è l’adesione emotiva ad una realtà distante che non ci appartiene né personalmente né come condizione ambientale in cui la nostra persona (il termine indica originariamente la “maschera”) andrebbe a svilupparsi e declinarsi, in cui mancano necessariamente due dimensioni: il ruolo nella comunità (che può essere poco o molto e tra poco diremo) e una motivazione, una volontà, una proiezione del proprio sé, un interesse.

In questo limbo sociale senza comunità in sostanza non esisterà mai il conflitto di interesse e la relativa necessità di limare le istanze di ciascuno per addivenire a una soluzione che scontenti il meno possibile tutti, non esiste competizione perché non esistono spazi comuni da dividere, risorse comuni da distribuire, egoismi da esaltare, bisogni da imporre come prioritari, meccanismi di potere relazionale da confermare.

Facile quindi è rispettare un’idea o una categoria astratta (i poveri, gli omosessuali, le donne, i bambini, gli anziani), meno facile è rispettare il povero in carne e ossa che rovista nei cassonetti e disturba il decoro, l’anziano in carne e ossa di età avanzata che si sbava o si lamenta in casa di riposo (le cronache di questi giorni hanno fornito uno spaccato terribile e tragico), il bambino che sì, in asilo vuole fare il bambino, ma alla maestra questo non va.

Mentre fioccano giornate internazionali della gentilezza, dei nonni, del minore, del bambino, del migrante, delle vittime di ogni disgrazia possibile, omaggiate con manifestazioni di piazza, cornici social, sconti dedicati, raccolte firme e manifesti, i problemi reali “della gente”, quale categoria informe e astratta, cui forse sì andrebbe sostituita l’espressione “della Persona”, soggetto fisico e psichico, portatore di intrinseca dignità, non sembrano trarre alcun giovamento da cotanta sensibile sensibilizzazione diffusa, proprio perché, un conto è rispettare un concetto, un conto è rispettare l’altro nella carne.

Questa idea è più volte balenata nella mente quando abbiamo assistito ad episodi di sputi e offese gratuite su mamme e passeggini in fila per le veglie delle Sentinelle in piedi, veglie silenziose per rivendicare il diritto di un bambino ad avere un padre e una madre e la libertà di affermare ciò, ad opera nientepopodimeno dei fautori e sostenitori delle politiche del linguaggio inclusivo e dell’antidiscriminazione. Il diritto allo sputo però è parso troppo persino ai dirittologi più audaci.

Ci siamo più volti chiesti dove sia stata questa grande onda sensibilosa di massa quando politiche scellerate hanno ferito i nostri lavoratori, quando hanno umiliato i nostri malati, rendendo le cure un privilegio sempre più raro e ci siamo chiesti dove stia il rispetto, prima ancora del diritto alla privacy, del bambino africano schiaffato con i suoi occhi grandi sulle campagna pubblicitarie che di lui ci dicono il nome e ci raccontano ‘la fame’ al fine di spremerci il portafoglio. Tollereremmo qualcosa di lontanamente simile se Matoub fosse nostro figlio?

Sempre in tema di straniero, ci siamo chiesti quale sarebbe la tutelata dignità del migrante immortalato nell’aiuola con la scopa in mano, scatto che consente ai politicanti de noantri di dimostrare la volontà di inclusione e il “servizio” reso dallo sventurato alla comunità, nonché una certa qualità dello stesso. Farebbe ridere se non facesse piangere, visto che per pulire un’aiuola non occorre essere ingegneri della NASA e la posa non restituisce nulla di morale o qualificante, ma solo un’umiliante costrizione per gli attori dell’esibizione.

Ci si chiede come mai i tanti suicidi di disoccupati, neodisoccupati e imprenditori non facciano notizia, non creino empatia, espressione come sono di una cultura imprenditoriale e del lavoro mal assimilata dalla società italiana, che tende a considerare un fallito uno che non ci ha saputo fare e un fallito suicida uno che non stava bene di testa. E forse è vero, ma cosa abbiamo fatto per arginare la sua inquietudine?

Un anno e passa fa si suicidava Tiziana Cantone, troppo poco acculturata per suscitare una parola di sdegno delle senoraquandiste indignatissime per le tresche amorose del Berlusconi. L’inquantodonnismo sconclusionato dinanzi alle vicende di questa donna è evaporato e con esso il rispetto e il silenzio. Se ne sono lette di ogni ogni su una donna che, da un certo momento in poi, ha opposto all’orgoglio puttano la voglia di dimostrare di essere migliore dei suoi errori.

A Tiziana – la chiamo per nome con tutta la vicinanza possibile seppur vana e non come fanno spesso i media che usano il confidenziale al solo fine di creare beniamini del pueblo presentandoli come cugini di campagna (ricordo la Clinton che, in periodo di campagna elettorale, era per tutti “Hillary”, mentre Donald Trump non fu mai e mai sarà Donald per ovvie ragioni) – non è stata possibile una vita altra.

Se avesse optato per una carriera nel porno l’avrebbero invitata nei salotti televisivi glorificandola. Invece è morta nella peggiore delle solitudini, quella di una vita resa un continuo riproporsi di un dolore da parte di tanti responsabili che messi insieme fanno nessun responsabile, quella di una vita senza rispetto, perché, appunto, uno è il nodo e ritorna: un conto è rispettare “le donne”, un conto è rispettare una donna con nome e cognome, che abita di fronte a te, con cui prendi l’aperitivo, con cui dividi l’ufficio, che mai dovrebbe diventare l’oggetto dei propri meschini sghignazzi.

Basta guardare i numeri “della depressione” per accorgersi come, nella società senza comunità, un solo è solo in termini assoluti, è solo anche in mezzo alla folla, essendo questa null’altro che l’insieme di tanti egoismi che viaggiano a ritmi diversissimi e non conoscono l’unisono.

Rispettare l’individualità comporta responsabilità, comporta implicarsi col nostro essere poco o molto, comporta misurarsi trovandosi poco o molto e da questa verifica “drizzare il tiro” dell’esistenza, comporta quindi riconoscersi attori di errori ma anche di perdono e di ‘guarigioni’, comporta “fare spazio” e per fare spazio talora occorre rinunciare a una parte del sé, alle pulsioni egoistiche, a ciò che fino a un attimo prima sentivamo come irrinunciabile, occorre trovarsi in mezzo, a metà strada, occorre emanciparsi dai propri dolori, ché non diventino del mondo.

Nell’epoca del “diritto a godere” e della vita senza adesione e senza sacrificio, questa impostazione è ovviamente perdente. Non è qualcosa di soffuso, ma di sedimentato: società non è sinonimo di comunità e oggi come mai prima lo si avverte pesantemente, nelle tante solitudini di gente che condivide i luoghi e i destini senza incontrarsi, senza volersi attraversare. La società che non sa essere comunità, che valorizza la massa informe e inconsistente e discapito della Persona con le sue peculiarità, soffoca, mentre è soltanto la sinergia degli slanci, l’empatia nelle preoccupazioni, l’adesione ad una visione comune che liberano, che non uccidono.

Facile è fare proprio un concetto astratto e difenderlo a spada tratta, meno facile è impugnare il gladio o deporlo quando si tratta di rispetto dell’altro dinanzi a te, di carne, sudore e visioni o dell’altro con la pochezza delle sue prospettive. Fa onore difendere i fratelli lontani, dell’Africa o delle favelas argentine, meno facile, ma altrettanto decorante è avere slanci tanto potenti, motivati e ponderati verso il fratello che abbiamo in casa e il dirimpettaio di pianerottolo e l’automobilista al semaforo, il padre.

Meno facile perché in quel caso, non essendo un’idea rappresentata, una proiezione, non basta più il pensiero, ma occorre compromettersi in un’azione, in atti di volontà, occorre abbandonare il terreno dell’impalpabile e mettersi in gioco con quello che siamo e non siamo e quello che potremmo ricevere in quello della realtà, impastata di mille sfumature e non tutte ci piacciono o potrebbero piacerci.

In questa implicazione non è detto che ne usciamo come vorremmo: la verità del fatto potrebbe fornire di noi la descrizione di umiliati, di cinici, di pezzenti, di mediocri, di brave persone, di uomini di grande animo e generosità, di anime senza coraggio, di individui plagiati o manipolatori…

Aderire ad una preoccupazione astratta ci evita il rischio di scoprire che l’altro non ci sta, non è d’accordo, non si beve un pace finta, non vuole un amore finto, ci evita il rischio di scoprirci diversi da come ci eravamo idealizzati, improvvisamente messi a nudo nella nostra sostanziale incapacità di rispettare nella concretezza del vivere la Persona accanto a noi a sua volta denudata dalla potenziale categoria che riuscivamo a difendere invece in astratto con tutta la violenza possibile.

Del resto, se anche solo una minima parte degli slanci “social” avesse una piccola corrispondenza nella vita reale, questo forse sarebbe il migliore mondo possibile, o forse sarebbe solo un inferno, giacché, richiamando Ida Magli, quando confutava “La pace perpetua” di Immanuel Kant, non esiste la pace (lei si riferiva a quella tra gli Stati, ma la metafora credo funzioni), ma il conflitto e la forza, esiste il ‘bellum’ che è in ciascuno col proprio portato di conflitti che non si risolvono ‘tecnicamente’, ma evolvono in conflitti superiori, e così l’individuo si fa degno della passeggiata della vita.

Se ci rendessimo conto di ciò, forse avremmo meno affetti dalla sindrome “del volontario di guerra”, guerra la sua personalissima che interessa ora i delfini, ora la violenza sulle donne, ora il cibo salutarissimo, ora le truffe in chirurgia estetica, guerra sempre distante da sé sia mai, almeno che non ne sia in qualche modo di qualche elemento un testimone quindi un vip della tragedia, e non avremmo tanta solitudine, tanti suicidi, tanti omicidi, tanto senso dell’incomunicabilità più atroce, tanta sporcizia davanti la porta di casa, e qualche volta, anche dentro.

 

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.