La crisi dell’uomo occidentale

Certo, donna, tutto quello che dici è caro anche a me, ma avrei molta vergogna dei troiani e delle troiane dai lunghi pepli se restassi come un vile lontano dalla guerra. Né l’anima mia lo vuole: ho imparato a essere sempre coraggioso e a battermi nelle prime file dei troiani con grande gloria per mio padre e per me”.

I versi sopra riportati sono tratti da uno dei passi più celebri dell’Iliade: Ettore, il più valoroso tra i combattenti di Ilio, saluta per l’ultima volta la moglie e il figlioletto. I suoi doveri verso la patria e la famiglia, che gli derivano dall’essere uomo, soldato e principe, gli impongono di affrontare in prima persona il più temibile nemico, figlio di una dea. Nonostante le umane e comprensibili richieste della moglie Andromaca, Ettore non si tira indietro, anche se sa che il suo destino è segnato, e che da quello scontro non uscirà vivo. (1)

Nei poemi omerici, miti fondanti della civiltà europea, è già delineato un tipo umano maschile che avremmo ritrovato perpetuato nei secoli, soprattutto nel medioevo cristiano: il cavaliere. Coraggioso, padrone di sé, protettore dei deboli e avverso ai prepotenti. I cosiddetti “monaci guerrieri”, i religiosi che avevano il compito di proteggere i pellegrini cristiani in terra santa, sono state forse le figure più virili della storia: forti nello spirito, ma forti anche nel braccio, che all’occorrenza sguinava la spada. I più famosi furono i cavalieri templari, anche per le leggende più o meno interessanti sorte intorno alla loro tragica fine. Giusto per citare un’esperienza tra le tante.

Rispondere alla domanda “Cos’è rimasto nell’occidente post-moderno del vir, dell’uomo guerriero?” di certo non è facile, e necessiterebbe di un libro a sé e non di un breve articolo. Tuttavia possiamo rilevare che l’allarme lanciato da sociologi, psicologi e psichiatri (2) è che di questo uomo virile, “dominatore di sé prima che dominatore di altri”- per dirla con le parole di uno che di guerre se ne intendeva (3)- non è rimasto niente. O quasi.

Un caso che ha fatto discutere, e che può forse essere elevato a paradigma, è il fatto di cronaca avvenuto in alcune città tedesche la notte di Capodanno di due anni fa, e di cui “Le Fondamenta” si è già occupato (4): centinaia di donne vennero molestate da stranieri ubriachi, mentre gli uomini autoctoni risultarono… non pervenuti. Un caso limite, certo, ma indicativo di una tendenza. E’ mancato il richiamo dell’istinto, del naturale effetto del testosterone che porta alla difesa del territorio; ma anche e soprattutto della consapevolezza di dover difendere le figure più vulnerabili della proprio comunità di appartenenza, in base al ruolo che gli uomini avevano (avrebbero dovuto avere) nella comunità stessa.

Nella società occidentale attuale-senza generalizzare, ma rilevando una tendenza, come detto, già denunciata da più voci-si sta realizzando una crisi d’identità dell’uomo, nelle sue varie sfaccettature.

Se quella del cavaliere può sembrare una figura anacronistica (sebbene a volte, a quanto pare, potrebbe essercene ancora bisogno) la stessa cosa vale ad esempio per l’uomo visto come padre. Il numero sempre maggiore di divorzi ha fatto crescere un’intera generazione di figli, di fatto, senza la presenza costante della figura paterna. Stando ai numeri, infatti, in Europa occidentale molti nuclei famigliari sono composti solo da “ragazze madri” o donna divorziata con figli. Ciò, non senza danni per il sano sviluppo psicologico di questi bambini, che abbisognerebbero dell’esempio del padre per meglio confrontarsi col mondo esterno.

D’altronde, nel contesto di una società in cui imperversa un femminismo aggressivo, volto a colpevolizzare l’uomo in quanto tale, e in cui sta prendendo pericolosamente piede la cosiddetta “ideologia di genere”, che sostiene che non ci sono distinzioni tra i sessi, né legami tra il sesso e la natura, in quanto il sesso stesso non è appunto un dato naturale ma una costruzione sociale (5) che dipende dai capricci di ognuno, non ci stupiamo se l’uomo nelle sue declinazioni storiche e naturali più immediate, quelle di pater e milis, sia in crisi.

Non che gli uomini, però- e giungo alle conclusioni finali- non siano corresponsabili di quanto sta accadendo. Siamo noi- o forse tanti di noi, non tutti, deo gratias– che abbiamo abdicato al nostro ruolo, che abbiamo creduto che il principio di autorità equivalesse davvero all’autoritarismo (eh, è più facile non avere responsabilità); che la virilità non fosse controllare se stessi, le proprie pulsioni, le delusioni della vita; il misurarsi senza paura coi forti o il proteggere i deboli; ma al contrario che questo concetto si esaurisse nel depilarsi, nel palestrarsi, nel farsi le lampade.

L’uomo non educato a essere uomo, però, può essere anche molto pericoloso e non solo per gli effetti a lungo termine che può subire una società devirilizzata. Non voglio addentrarmi nella questione sociologica del femminicidio (molti contestano il termine stesso, in quanto la maggior parte dei morti ammazzati sono uomini), ma certo i casi di uomini-eunuchi, bamboccioni non in grado di accettare con forza le avversità della vita (un rifiuto, un abbandono) che uccidono la compagna/moglie sono tanti e sono all’ordine del giorno (6). Anche questo potrebbe essere messo nel conto delle conseguenze di quella che ormai possiamo chiamare crisi dell’uomo occidentale.

 

 

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.

(1) dal canto VI dell”Iliade

(2) Alcuni titoli in ordine sparso: C.Risè, “Il maschio selvatico”; R. Cortina, M.Recalcati “Cosa resta del padre”; L. Zoja, “Il gesto di Ettore”

(3) tratto da “Militia” di Leon Degrelle

(4) http://www.lefondamenta.it/2018/01/14/violenze-sessuali-colonia-doverano-gli-uomini/

(5) ideologia di genere che di certo non dispiace alle lobby economiche mondialiste, che dalla nascita di un essere privato non solo dell’identità etnica e religiosa, ma anche di quella sessuale, cioè di un individuo monade, privo di legami, avrebbero solo da guadagnare, in quanto rappresenterebbe il prototipo del perfetto consumatore. Sul tema tra l’altro si può leggere “Unisex” di G. Marletta

(6) tema delicato e discutibile, ma qui affrontato con lucidità da M. Blondet http://www.iltimone.org/news-timone/il-mostro-palestrato-e-abbronzato-in-noi-perch-il/

Donne che odiano gli uomini: i limiti e l’ipocrisia delle battaglie per i diritti delle donne

Assistiamo, da qualche tempo a questa parte, ad una strana contraddizione di cui, pare, nessuno rilevi l’effettiva e paradossale portata. Se, infatti, da una parte istituzioni, politica e media tendono a far sbiadire in maniera costante e progressiva le “differenze di genere”, smentendo la retrograda distinzione fra due soli sessi (quello maschile e quello femminile) a vantaggio di differenziazioni molto più variegate e fantasiose, dall’altra gli stessi organi si fanno portatori di una martellante campagna volta a costruire artificiosamente dei “distinguo”, tesi – questa è la pretesa – ad una maggiore tutela delle appartenenti al genere femminile.

E così, nei giornali, nei proclami politici, nelle dissertazioni più o meno impegnate il tradizionale e femminile color rosa si tinge del nero della cronaca, per via delle violenze di cui le donne sarebbero quotidianamente vittime. Da qui l’orrendo neologismo, “femminicidio”, che individuerebbe il fenomeno, definito in preoccupante e costante aumento, dell’uccisione di una donna da parte di un uomo.

Senza alcuna volontà di sminuire la portata di violenze e delitti, chiunque ne sia la vittima, sarebbe opportuno chiarire che, dall’esame dei dati statistici, emerge che il fenomeno – così come dipinto dai media e dalle vestali post-femministe – in realtà non esiste: il numero delle donne vittime di omicidi e violenze è di gran lunga inferiore a quello degli uomini, né è dato ravvisare un aumento esponenziale, nel corso degli anni, di reati e delitti che abbiano come vittima una donna. Non solo.

La denuncia affranta e preoccupata di chi vorrebbe le donne destinatarie di comportamenti violenti, ossessivi e criminali da parte di uomini che quasi sempre sono fidanzati, mariti o ex compagni, ovvero spasimanti incapaci di accettare un rifiuto, passa inevitabilmente per la vulgata di un Paese, il nostro, retrogrado, maschilista e patriarcale, affetto da una mentalità che condanna la donna ad un ruolo subalterno e inferiore, che quasi la considera una pertinenza o una proprietà dell’uomo (padre, marito, amante che sia).

Eppure, un’indagine svolta dall’Agenzia per i Diritti Fondamentali della UE nell’ambito di violenze e omicidi ai danni delle donne dai 15 anni in poi ha dimostrato che i Paesi mediterranei (e cattolici…) dell’Europa Unita possono vantare un numero di violenze sessuali e “femminicidi” inferiore a quello degli altri Paesi, con un numero di simili reati che cresce man mano che si sale verso il Nord del Continente e diventa preoccupante proprio in quelle illuminate socialdemocrazie scandinave che tutti immaginiamo all’avanguardia per mentalità e sviluppo sociale1.

Un altro atteggiamento pseudo-protezionistico nei confronti del “gentil sesso”, che vive la ribalta nella stampa e nelle discussioni politiche e intellettuali, è quello delle cosiddette “quote rosa”, ovvero delle quote minime di presenza femminile all’interno degli organi politici e istituzionali, elettivi o meno.

È di questi giorni, ad esempio, la notizia che il consiglio regionale della Sardegna ha votato per l’inserimento del principio della “doppia preferenza di genere” nella legge elettorale statutaria e alle prossime elezioni regionali, dunque, i sardi avranno la possibilità di esprimere due preferenze (la seconda di genere diverso). La legge approvata introduce anche il principio che prevede la parità al 50% nella compilazione delle liste e, sempre a garanzia di una perfetta parità, un numero di candidati pari (maggiorato di un’unità) anche nelle circoscrizioni con seggi dispari.

Il ragionamento che sta alla base di certe pretese è quello che vorrebbe le donne tradizionalmente svantaggiate nell’accesso a ruoli preminenti in politica, ovvero nelle istituzioni: in tale contesto, le “pari opportunità” si raggiungerebbero unicamente concedendo alle donne un oggettivo “vantaggio”, che le preservi dall’esclusione o dall’emarginazione da parte dei colleghi di sesso maschile. Il ragionamento non può convincere chiunque ritenga che il criterio di preferenza nell’ambito di una competizione elettorale, ovvero nella scelta di un candidato ad un ruolo istituzionale, possa e debba essere esclusivamente quello del merito.

Un approccio alla politica condizionato dalla pregiudiziale delle “quote rosa” o della “doppia preferenza di genere” imporrebbe la necessaria presenza e rappresentanza femminile in determinati ambiti, anche a prescindere dell’effettiva legittimità in termini di preparazione, professionalità e credibilità di quella rappresentanza.

Ragionando per assurdo, inoltre, si riterrebbe premiato il criterio delle pari opportunità laddove quella rappresentanza numerica di genere fosse raggiunta, sebbene – all’interno di quel partito, di quel consiglio di amministrazione, di quella pubblica amministrazione – un’ulteriore presenza femminile, anche al di là della “quota” stabilita, potesse garantire una migliore efficienza e una maggiore funzionalità.

Senza considerare, peraltro, che il concetto di una quota riservata ad una categoria di individui e stabilita aprioristicamente non farebbe che incrementare la partecipazione alla vita politica e/o istituzionale di tante donne scelte fondamentalmente in quanto mogli di, amiche di, sorelle di, socie di.. né più e né meno come nel corso degli ultimi anni – con rilievo squisitamente bipartisan – è successo.

Ciò che sconforta di simili campagne che dovrebbero avere la finalità di tutelare il “sesso debole”, che vedono un coinvolgimento di tantissime personalità influenti, sia maschili che femminili, è il ritorno ossessivo su argomenti e problematiche che, a nostro avviso, nulla hanno a che vedere con i problemi reali e concreti delle donne italiane.

Di tutte le donne, non di quella minoranza sfortunata (ma pur sempre minoranza) vittima di violenze, né di quella infinitesima porzione privilegiata che viene chiamata, da anfitrioni maschili più o meno disinteressati, a occupare ruoli di vertice e potere. Ci riferiamo a quelle donne che lottano ogni giorno – in casa e nel lavoro – per fare gli interessi della propria famiglia, senza alcun sostegno da parte delle istituzioni.

Di quelle donne che hanno visto trasformarsi l’obbligo imposto alle loro nonne di stare in casa a vegliare sul focolare domestico nell’imposizione moderna di essere necessariamente lavoratrici, stante la necessità imprescindibile di concorrere col proprio guadagno ai bisogni della famiglia. Sempre che – come purtroppo assai spesso accade – la donna non sia l’unica della famiglia a lavorare, a fronte della situazione di cassa integrazione o disoccupazione del marito.

Non fanno dunque notizia le vicende delle tante vedove, figlie o madri che hanno seppellito un marito, padre o figlio che ha deciso di togliersi la vita, sopraffatto dall’angoscia e forse anche dalla vergogna di non essere in grado di provvedere alla propria famiglia (quella dei suicidi per causa di indigenza o mancanza di lavoro è, questa sì, una vera emergenza del nostro Paese, in relazione alla quale, tuttavia, non si attivano campagne mediatiche, non si allestiscono task force, non si inscenano partecipati flash mob).

Si tenga, peraltro, conto che certe prese di posizione e certe artificiose battaglie hanno lo scopo, nemmeno tanto nascosto, di creare ed esasperare le contrapposizioni – in questo caso fra generi – alimentando divisioni e disgregazioni e dirottando interesse e preoccupazione della pubblica opinione su false problematiche, al fine di distoglierla da problemi reali e ben più urgenti.

È probabile che, più che dalle esponenti politiche, capaci di alzare voce e barricate unicamente a tutela delle proprie prerogative e dei propri privilegi, o di stracciarsi le vesti per emergenze artatamente sopravalutate, le donne italiane si sentano rappresentate da donne come Giuseppina Spagnoletti e Paola Clemente, rispettivamente di 39 e 49 anni, le braccianti tarantine stroncate da un malore e accasciatesi senza vita mentre era al lavoro nei campi per pochi euro al giorno.

O da Isabella Viola, 34 anni, madre di 4 bambini, che sosteneva col suo impiego la famiglia, alzandosi alle 4 del mattino e rientrando la sera tardi. Come molte altre, nella sua vita non ha avuto alcuna corsia preferenziale in quanto donna e anche lei è morta, non per mano di un uomo violento, ma stroncata da un collasso sulla banchina della metro, mentre – come tutte le mattine – si recava a lavoro.

 

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.