La deformazione della realtà per adattarla a pulsioni e psicosi

Giovanni Iudice, Nudo allo specchio, olio su tela cm70x60, 2007

 

La sociopsicoanalisi si aggira tra le disfunzioni individuali e collettive della società senza trovare una diagnosi univoca per schedare il disagio generale. Del resto, ogni forma di catalogazione e di incastro nosografico si scontra con le singolarità degli individui, ed ogni espressione patologica è sempre mista, variamente associata con altri spunti e segnali di disfunzione.

Charles Melman tenta di operazione di riassunto dei variegati malesseri, ed in un suo saggio sintetizza questa denunciata condizione patologica in un titolo lampante: “L’uomo senza gravità”.

È questo il prototipo dell’attualità umana. Un essere fluttuante che ha reciso ogni legame ed estirpato le proprie radici illudendosi di perseguire una libertà illimitata, e invece si è trovato prigioniero delle proprie angosce e schiavo di bisogni artificialmente indotti e mai soddisfatti.

Un essere che ha preteso di superare ogni limite e di infrangere qualsiasi legge, precipitando in una irrealtà caotica ed in una totale assenza di orizzonti e di riferimenti.

Un essere che ha creduto – nell’allucinazione narcisistica e onnipotente delle “colomba di Kant” – di liberarsi dall’attrito per volare meglio, di disinnescare l’attrazione della gravità, e quindi della realtà, per trovarsi alla fine a ondeggiare nell’universo vacuo ed inconsistente del relativo, del transitorio e dell’effimero.

Questo soggetto mediocre, qualunquista, indifferenziato ha perso la sua dimensione specifica per trasformarsi in un individuo flessibile, malleabile e sostanzialmente sostituibile.

Mentre per Freud, ne “Il disagio della civiltà”, il soggetto si costruiva con la frustrazione delle sue pulsioni dato dall’impatto con la realtà circostante, ora questa realtà non solo permette, ma esige, il superamento di ogni frustrazione, il dovere del godimento – secondo il teorema di Lacan – la soddisfazione omologante delle voglie.

L’Io si definiva attraverso il limite delle richieste dell’Es ed il controllo del Super-Io interiorizzato. Ora, l’Es ha invaso l’Io tracimando oltre le barriere del Super-Io, e il risultato è quello di un individuo in balìa delle pulsioni, frammentato nelle sue rappresentazioni, totalmente incapace di sostenere il confronto con il reale attraverso la decifrazione del simbolico.

La condizione è simil-psicotica, dove tanti mondi egoistici vivono l’uno accanto all’altro senza opportunità di conoscenza; dove la distorsione ideativa e percettiva, attuata dopo anni di decostruzione della persona e di oggettivazione dell’umano, ha indotto a credere in una irrealtà diffusa e pervasiva. Senza più confini e prescrizioni ogni cosa è possibile, e se non è possibile ora bisogna applicarsi per farla rendere avverabile.

Basti pensare all’ideologia gender ed alla sovversione delle leggi della natura e della genetica.

In questo modo, alla psicotizzazione della realtà si è arrivati alla reificazione dell’uomo e, con essa, alla perversione dei rapporti interpersonali.

Allora, un tecnico affidabile, un esperto cultore del campo psichico e simbolico potrebbe chiedere: siamo di fronte ad una psicosi o ad una perversione della società e della realtà?

A questo proposito Melman offre una diagnosi ed una analisi che sembrerebbe paradossale: «La perversione, in questa storia, è l’unico ancoraggio contro la psicosi».

In altri termini, la questione si potrebbe spiegare così: dato che il perverso conosce le regole, le norme ed i divieti, ed è nella sua natura trasgredirli, con la sua attività violenta, ribelle e al limite anche sanguinaria, definisce con valenze seppur negative l’esistenza di proibizioni e tabù che lo psicotico ignora per mancanza di strumenti di conoscenza.

Il perverso avvisa il contesto societario della sua fatuità e lo costringe a confrontarsi con la realtà. Potremmo dire che il male mette in scena quel bene che pretende di disconoscerlo e di negarlo. Sta a lui, poi, porre il dovuto rimedio.

C’è una soluzione a tutto ciò nella condizione attuale di anestesia e di rassegnazione. Melman è pessimisticamente categorico: «In realtà non esiste forza, né culturale né sociale né psichica, che ci inviti ad uscire dal nostro malessere. […] Non c’è scelta, per noi, che tra il sembiante della realtà e il reale dell’inferno».

Riscrivere i libri di testo per inventarsi una nuova felicità

Le notizie negative fanno sempre più scalpore di quelle positive, colpiscono nel profondo incidendo una linea dalla direzione irreversibile ed è forse per questo che i notiziari di ogni tipo le riportano volentieri (funzione più che masochistica, di depistaggio).

Come ad esempio, l’intervento del Ministro Fedeli sulla necessità di riscrivere i testi scolastici in linea con un linguaggio che non si dimostri offensivo nei confronti dell’immigrato. Dunque un linguaggio rispettoso.

Che determina l’obbligatorietà di censurare chi ne è in disaccordo, che decide la correttezza dell’esposizione di una frase, che stabilisce la verità, oltre il linguaggio, che anticipa la verità nella parola purché questa si prefigga di nascondere la prima.

Tutto questo mi fa venire in mente che, davvero, la gnosi non è mai scomparsa ed è destinata a restare latente, finché l’uomo se ne farà primo difensore, con la sua stessa banalissima presenza sulla terra, presenza fine a se stessa, simulacro della divinità.

Capisco che pretendere che il ministero dell’istruzione si interessi di gnosticismo sia troppo, perché, al di là delle “competenze” istituzionali, sulle quali non mi permetto di dire alcunché, credo che se ciò accadesse, si cadrebbe in un sonoro conflitto di interessi e non va affatto bene, visto quello che si proferisce…

Comunque, la gnosi rappresenta una forma di pensiero resistente, che preferisce la conoscenza mediata a quella evidente, che vuole a tutti i costi fare a meno di quel circuito obbligato che, dall’esistenza del singolo uomo fino alla creazione del mondo e della sua “gestione”, passa attraverso la mano di Dio.

Serve, come una lettura di ieri mi ha suggerito, qualcuno che “faccia da apripista”, che si prenda la briga di occuparsi del nuovo orizzonte e di assimilarvi i criteri del nuovo evoluzionismo, quali: la negazione della creazione divina, dell’identità sessuale, dell’appartenenza ad una Nazione; la trasformazione della bioetica in biodiritto (su tutto, vita morte, salute); l’apoteosi dell’immigrato, che è necessariamente buono e portatore di un messaggio salvifico addirittura per l’economia dell’intero Paese, e insieme pioniere di una nuova storiografia politicamente, eticamente, demagogicamente corretta e incensurabile.

Il Ministro Fedeli, nella sua consapevole e astuta ignoranza, funge da apripista: mi ricorda tanto quel libro di Acquaviva dal titolo Il ministero della Felicità” che ad un certo punto, recita cosi: «L’opinione del potere, cioè del Partito dei Partiti, del governo, del parlamento, della magistratura, è la verità, altre verità fuori di queste non ne sono previste. La verità è quella che qui nel ministero produciamo ogni giorno……Quanto è fuori è soltanto falsità, per definizione e per necessità».

 

 

 

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.

Le zavorre dei tempi moderni e le rinunce come scelta di libertà: una testimonianza

Dante Fazzini, “Atlantis”. Il viaggio come percorso necessario del sè e del fuori. Il viaggio è epico, eroico e non è collegato ad una distanza da percorrere. Può svolgersi dentro il sogno o una cella di prigione, dentro il tempo di un secondo o di un esistere. Opera è in formato A4 e riprodotta digitalmente su cartoncino speciale in numero 10 copie firmate e numerate. Chi è interessato può contattare l’artista visitando il suo sito con un semplice click sull’immagine.

Viviamo in una società e in un’epoca dove apparire conta di più dell’essere. Siamo assediati da immagini, situazioni, stereotipi a cui facciamo riferimento. L’immagine o l’apparenza, la proiezione, è la prima cosa che si usa nel porsi all’altro, cui appunto ci si “mostra” più di quanto si empatizzi.

Così, al fine di essere accettati, ammessi, legittimati ci predisponiamo ad un viatico che ci porta al travestimento, al recitare una parte, a mascherarci, a muoverci in schemi già scritti che facciamo nostri e che accettiamo per convenienza, per comodità, per non confrontarci con noi stessi e non abbiamo il coraggio di rifiutarli anche quando vanno contro la nostra natura, il nostro essere.

Di conseguenza, la solitudine ci opprime quando finiamo per organizzarci ad apparire come o meglio di altri, credendoci migliori, garantendoci l’illusione di essere meno soli, convinti che la maschera, la corazza che abbiamo costruito sia l’ideale per noi. Così tanti, troppi di noi, si adattano, fanno loro questo sistema ingannatorio con cui però, prima o dopo, dovranno fare i conti.

L’essere è la nostra identità, ciò che siamo, ciò che la nostra unicità ci chiede, quella vocina dentro di noi che ci dice sempre cosa sia meglio per noi, ma che spessissimo ignoriamo. L’essere se stessi è sinonimo di accettazione del proprio io , comprese quelle parti di noi stessi che non ci piacciono, ma sono proprio quelle che ci caratterizzano ed è forse da esse che occorre ripartire per un percorso di vita felice.

La felicità è il risultato del lavoro sul proprio essere. Più ci accettiamo, più ci perdoniamo, più ci amiamo e più saremo felici.

Cosa ci serve allora? Ci serve il cambiamento, soprattutto il coraggio di cambiare, mollare le paure, tagliare quello che non va bene per noi, persone cose, situazioni che ci opprimono, serve ascoltarsi, serve amarsi.

E come si fa tutto ciò nella pratica?

Ognuno di noi ha il suo percorso e quello che va bene per me non è detto che vada bene ad un altro, siamo unici, non inglobati come l’apparire ci impone. È un cambiamento che dobbiamo accettare e che ci porta allo scontro con noi stessi, a demolire convinzioni con cui avevamo convissuto fino ad un minuto prima.

È ricominciare, è rivivere, è rigenerarsi, è andare al fulcro delle cose, è avere il coraggio di rimettersi in gioco. Lo so, non è per niente facile ripartire di nuovo da zero, ma se lo si fa si apriranno opportunità che nemmeno si immaginavano e per avvallare tutto questo vorrei portare il mio vissuto, come esempio concreto, il mio cambiamento e il come sia migliorata la mia vita.

Ho vissuto i miei primi 50 anni dentro gli schemi, rincorrendo necessità fittizie e bisogni creati dal nostro comune pensare, convinto di fare bene, non ascoltando i messaggi che venivano dal mio essere, ma anche dal mio corpo, ero come imprigionato, imbrigliato e probabilmente non ne sarei uscito, convinto com’ero.

Poi la vita si presenta in tutta la sua crudezza e una malattia, un lutto improvviso e terribilmente doloroso, una martellata della vita – la sofferenza è un buon percorso per capire, si fa prima, ma non l’unico – mette davanti a delle domande.

Con queste domande io avevo convissuto tutta la vita, ma non avevo dato peso, preso com’ero nello smaltire necessità improbabili, dalla corsa e dalla frenesia.

Mi sono chiesto chi ero, che cosa volessi, e così, per la prima volta, ho dato ascolto alla mia anima che mi diceva di essere felice nonostante tutto, spingendomi ad agire. Ho mollato le paure e mi sono attivato per esserlo. Ho adattato la mia vita a questo proposito e quindi ho cambiato molte cose e sono cambiato.

Mi sono licenziato, ho tagliato persone e situazioni negative, ho mollato le paure gli schemi e sono diventato una delle persone più ricche e felici al mondo, in quanto possessore di salute e titolare del mio tempo.

Ho chiuso delle porte, ma se ne sono aperte molte altre ricche di opportunità migliori di quelle che avevo lasciato e a misura della mia natura (anche scrivere qui è una di queste).

Per evitare di essere frainteso premetto che la scelta di licenziarmi, evitando così i ritmi della fabbrica, non ha significato per me non lavorare più, ma anche grazie alle tante opportunità che offre la montagna e la sua gente oggi posso permettermi di lavorare come dove e quando voglio io ed in sintonia col mio essere appunto.

Faccio molte cose, anche cose mai fatte, come scrivere, ma cose che scelgo, che mi appagano, che mi rendono felice e di tutto questo Ringrazio! Scelta coraggiosa? No ho ascoltato il mio essere.

In questo nuovo tratto di vita è mutato anche il mio rapporto con “i soldi”. Mi capita sempre più spesso di pattuire ad esempio un’ora di lavoro per 1 quintale di legna. Per avere lavorato circa 200 ore ho ricevuto 200 quintali di legna, quanto mi basta per 5 anni, ma se mio zio ne vuole 30 quintali all’anno, gliela cedo e me la paga scalandomi i costi delle tinte e delle vernici che compro da lui e quindi continuo a non usare soldi, mentre coltivo i rapporti umani e ritorno ai valori della parola data e della concreta cooperazione.

Quando vado a fare i lavori la signora, che ha solo una piccola pensione, mi paga con due conigli e due borse di verdura: a me va benissimo e anche lei non usa soldi, ma entrambi “usiamo la comunità” e la sua bellezza sinergica.

Sgomberando il campo dalle nuove visioni new age, vorrei poi precisare che non ho mollato tutto per “girare il mondo”, non sono un “figlio dei fiori” o un figlio di papà, ma ho semplicemente scelto di ritrovare armonia con me stesso e con l’ambiente in cui vivo, facendo una scelta che comunque comporta impegno e responsabilità e coraggio.

 

Il capitalismo struttura la psiche individuale – L’inganno

Elaborazione tecnica del “suminagashi” antica metodo di marmorizzazione, risalente alle origini dello Scintoismo. Ne realizzai una serie ritoccate ad acquerello. Evocano movimento ed eleganza e la fluidità dell’acqua. Si realizzano con carta di riso, fiele di bue, acqua fredda, immobile e china sgocciolata sulla superficie. 30 x 40 cm su carta di riso – 2000 circa.

C’è una pervasiva frustrazione che insegue l’uomo nella sua esistenza e che lo condanna ad una ricerca tanto pressante quanto invalidante: è la felicità, il miraggio di una beatitudine terrena che va dalla pretesa di salute alla soddisfazione di qualsivoglia indotto bisogno. In tutti i casi la responsabilità è politica, politica intesa come arte di educazione dell’uomo e del cittadino, e come tale fallita. Oggi, i due paradigmi che pretendono il massimo dalla felicità è la visione edenica della salute e la pretesa soddisfazione di qualsiasi bisogno.

Per quanto riguarda la questione salute, è la stessa Costituzione della Repubblica che con l’articolo 32 compie un passo decisivo verso una distorsione collettiva. Questa proclama come fondamentale il «diritto [al]la salute». Lo psicanalista junghiano Luigi Zoja sottolinea che: «In tal modo chi è malato è invitato a sentirsi vittima di un’ingiustizia, non quando manchino le cure, ma quando manchi la salute. La paranoia completa così il suo ciclo».

Per il problema inerente l’appagamento dei bisogni, l’apripista è stata la Dichiarazione d’indipendenza americana del 4 luglio1776, nella quale si stabilisce per tutti gli uomini il diritto al perseguimento della felicità, come se uno stato d’animo, una condizione interiore potesse e possa essere definita per legge.

In questa velleitaria pretesa è andato a nozze il sistema dei consumi che, come aveva esposto alla Statale di Milano il 12 maggio del 1972 Jacques Lacan ne Il discorso del capitalismo, crea artatamente un vuoto di infelicità, che lo stesso invoca il suo riempimento attraverso una costante rincorsa ad oggetti di sostituzione psichica. Ora, gli antichi, molto più profondi e saggi dei moderni, avevano distinto due stati d’animo per certi versi antinomici: il beatus, l’eudaimon, l’essere in armonia con la propria vocazione, in buona coscienza, e il felix, l’olbios, colui che persegue la tranquillità materiale.

È evidente che nel primo dispositivo ciò che interessa è lo stato interiore, quella serenità endogena che non è acquistabile, ma si raggiunge con un percorso di consapevolezza e di integrazione del sé, quell’allenamento il cui obiettivo è sintetizzato nella famosa allocuzione di Julius Evola: «Fa in modo che ciò su cui nulla puoi nulla possa su di te».

Il resto, tutto ciò che è esogeno, che deriva dalla precaria prosperità materiale, dall’instabile benessere fisico, dall’interessato giudizio dell’altro, è un surrogato superficiale e di scarsa tenuta, se non causa più o meno accidentale della diffusa infelicità. Lacan imposta un concetto molto importante che può essere acquisito nella rappresentazione della diversità tra il mondo classico e quello moderno di intendere la questione della felicità. È il problema del Desiderio in opposizione al perseguimento delle voglie.

Il capitalismo è intervenuto nella stessa strutturazione della psiche individuale e collettiva introducendo, in maniera subdola e subliminale, il tarlo inesauribile delle voglie e, con esso, il meccanismo perverso ed altrettanto inestinguibile del loro soddisfacimento. Per dirla con Massimo Fini: il sistema liberal-capitalista ha bisogno del bisogno, quindi lo crea. E questo si è verificato. Un uomo ed una società condannata ad una perpetua insoddisfazione e ad un sentimento di angosciosa mancanza sempre di qualcosa.

La visione organica della persona e della comunità, invece, era un invito ad individuare il proprio specifico Desiderio, simbolicamente traducibile con il daimon, con la chiamata, con la vocazione, con il destino, e concretizzabile nella funzione. Un mondo, un cosmo – nel senso di pulito, mundus, e di bello, kosmos, da cui cosmesi, in cui forma, bellezza, armonia, ordine si compenetrano e si rinforzano per un accordo interno ed esterno.

In questa modernità in cui tutto è drogato – il lavoro, l’economia, il tempo, la comunicazione – anche la felicità è drogata, e si passa dai picchi dell’euforia all’estraneamento della rassegnazione, senza un centro interiore a cui fare riferimento. La virtù come cura di sé è stata scomunicata e l’unica strada concessa è quella dell’eccesso di godimento.

Nella post- o ipermodernità, la ricerca della felicità è diventata agitata, confusa e spasmodica, e mentre gli individui atomizzati – come annota Byung-Chul Han – fanno «zapping tra le “possibilità di vita”», questa passa inesorabilmente da un vuoto all’altro, senza riuscire ad assaporare neppure un attimo di autentica serenità.

 

L’opera in alto è “La forma” di Dante Fazzini. Elaborazione tecnica del “suminagashi” antica metodo di marmorizzazione, risalente alle origini dello Scintoismo. Ne realizzai una serie ritoccate ad acquerello. Evocano movimento ed eleganza e la fluidità dell’acqua. Si realizzano con carta di riso, fiele di bue, acqua fredda, immobile e china sgocciolata sulla superfice. 30 x 40 cm su carta di riso – 2000 circa.