Sotto il regime di Basaglia

Ogni volta che mi trovo a discutere di qualche fenomeno genericamente inteso come sociale, sia esso riguardante l’economia, la salute, la politica o l’ampia area della cultura, premetto sempre un avvertimento di Jünger: «Il tentativo di venire a capo di un’epoca con i soli mezzi offerti da questa, si consuma nel girare a vuoto intorno ai suoi luoghi comuni: non può riuscire».

Cito questa raccomandazione come un mantra, per tentare di distogliere lo sguardo ipnotizzato della maggioranza dal gioco di specchi delle interpretazioni e delle soluzioni offerte dal sistema da parte dell’informazione di massa, dagli spacciatori dell’ovvio dei popoli.

La questione della psichiatria basagliana, quella che ha da anni il massimo impatto mediatico grazie ad un apparato di propaganda e di lavaggio del cervello estremamente capillare e pervasivo, non può né deve sfuggire a questa attenzione.

La leva di cui usufruisce per attivare l’attenzione del pubblico è l’emotività, la ricerca capziosa della lacrima e della compassione, agitando immagini di manicomi, letti di contenzione e camice di forza. A questo impatto visivo vengono associate alcune demagogiche parole chiave come diritti del malato, centralità della persona, presa in cura ed altri ameni miraggi.

La realtà, invece, quella realtà che risulta a coloro che dei malati si occupano, e con essi delle loro famiglie e del contesto di appartenenza, è molto meno rosea e vincente dei proclami pressoché quotidiani divulgati dai sodali di Franco Basaglia.

È impossibile per lo spazio contestuale entrare nel merito degli specifici disastri che questo personaggio, e la legge 180 allo stesso erroneamente attribuita, hanno prodotto e producono, per cui è necessario focalizzare l’argomentazione sulla valenza politica di questo impianto ideologico.

Come il grande stratega von Clausewitz delineò la politica come una guerra condotta con altri mezzi, si può documentatamente affermare che l’impostazione della psichiatria basagliana è la politica condotta con altri mezzi. Perché è di politica che si occupano Basaglia e basagliani, e con essa di economia, di giurisprudenza e di affari sociali.

Troppi glissano volutamente sugli aspetti più tendenziosi e settari di questa strategia, e sempre troppi sono scarsamente informati dei contenuti più pericolosi che a questa fanno da indirizzo e da supporto.

Come nel celebre racconto di Edgar Allan Poe, “La lettera rubata”, la verità è davanti agli occhi di chi è predisposto a vedere, di chi decide di uscire dal gioco di specchi che rimanda sempre ad altro, confondendo tracce e distogliendo attenzione.

La nave che affonda” è un documento del 1977, ripubblicato nel 2008 e considerato«straordinariamente vicino a noi», nel quale un giornalista interroga i pilastri intellettuali della 180, e che è considerato il catechismo ideologico del basaglianesimo.

Si va dalla negazione della diagnosi, che «sottrae il senso politico», all’esaltazione della lotta di classe di cui «la base è espressa dall’internato psichiatrico», alla rivendicazione di creare «una situazione di difficoltà nella logica dell’ordine pubblico», fino ad affermazioni del tipo «lo psichiatra (…) un terrorista lui stesso», o «scardinare un certo tipo di società», o ancora «oggi dobbiamo sacrificarci per mettere un piedi una logica rivoluzionaria».

Insomma, un vademecum comportamentale che passa attraverso la qualifica della scienza e della psicologia, la denigrazione di ogni cultura clinica e, addirittura, alla diagnosi di delirante affibbiata al grande psichiatra e psicoanalista Giovanni Jervis, proprio da chi la rifiutava e la rifiuta come strumento stigmatizzante.

Questo è il basaglianesimo. Questo è l’impianto ideologico sul quale si basa la retorica sulle buone pratiche e sulla centralità della persona. Questo è l’obiettivo reale della tanto decantata prassi di presa in carico della sofferenza e dell’emarginazione.

Il progetto di Basaglia e dei suoi accoliti è stato applicato e continua ad applicarsi attraverso alcuni dispositivi mirati e perseguiti con una logica ed una metodologia inossidabili.

Esclusione, diffamazione e svalutazione di chiunque critichi e non si sottometta al pensiero unico basagliano e ai suoi codici settari. Rifiuto del minimo controllo e della più ragionevole verifica dell’operato messo in atto nella pratica concreta. Applicazione della più pressante e spesso falsificata propaganda attraverso operazioni cartacee e televisive. Occupazione pervasiva di spazi culturali, amministrativi, giudiziari e politici di affiliati e sodali che perseguano le medesime finalità di potere.

Ecco il perché del collegamento tra Basaglia e von Clausewitz, con tutto il rispetto per il grande stratega prussiano. Oltre l’illusionismo buonista e la retorica socioiatrica, il basaglianesimo è un apparato organizzativo che gestisce un enorme potere sia politico che economico, e di questo bisogna tenerne conto, soprattutto quando – giustamente – si intende porre mano al cambiamento della Legge 180, perché limitarsi al maquillage di tipo sanitario si finisce a «girare a vuoto», tanto per ripetere le parole di Jünger, e «non può riuscire», come ha sempre fallito fino ad ora.

 

Illustrazione di Grazia Roversi.

Se lo Stato asseconda il gioco d’azzardo

Sul gioco d’azzardo e le implicazioni patologiche e sociali che esso può determinare e determina, si è detto tanto e fatto poco. L’esame della situazione del gioco d’azzardo in Italia è sempre intrinsecamente collegato ad una valutazione di ordine morale, almeno etico, dal quale vogliamo discostarci per oggi. Per affrontare questo spinoso problema seguiamo una pista più pragmatica e meno mutevole a seconda della connotazione che si dia al gioco.

Pier Paolo Baretta, sottosegretario all’Economia con delega ai giochi, ha recentemente sostenuto che ‘liberalizzare’ il gioco d’azzardo, togliere di mezzo regole in materia, avrebbe contrastato l’illegalità. I dati, oggi, ci dicono piuttosto il contrario: ci dicono che ogni tipo di liberalizzazione del gioco di azzardo ha favorito la partecipazione di sempre più persone al fenomeno. In conseguenza alla crescita dell’offerta, è aumentata anche la domanda.

Lo diceva già la Consulta Nazionale Antiusura nel 2000, parlando di uno “sconcertante tandem tra il gioco legalizzato e il crimine”. Oggi anche la Commissione antimafia ha denotato che la criminalità ha forti interessi a radicarsi sia nel gioco illecito che, al contrario di quello che molti credono, anche nel gioco lecito, soprattutto quello online e quello relativo al settore delle scommesse.

Esiste una connessione, sottolineata dalla stessa Commissione antimafia, fra aumento del gioco lecito e maggiore ricorso a quello illecito. Si tratta del fenomeno per cui molti giocatori, e molti ludopati, passano dal gioco controllato a quello illecito, attirati da offerte che sono indubbiamente economicamente più allettanti. Finiscono così nel giro degli strozzini, e finiscono per sprofondare sempre di più in una patologia disastrosa per loro stessi e per il tessuto sociale: senza contare che contestualmente forniscono denaro e rilievo ad attività criminali.

Non vogliamo entrare ora nel merito delle azioni programmate dalla Commissione antimafia, la quale ha un suo piano strategico di contrasto verso la criminalità nel gioco legale/illegale: detto ciò, l’analisi tocca piuttosto la dimensione etica del gioco, una volta dimostrato che il controllo del gioco legale non è sufficiente per spodestare quello illegale anzi, in alcuni casi, sembra fargli da spalla.

Dal 2005 al 2014 il ricorso ai giochi ha avuto un boom del +191%, il guadagno erariale è stato solamente del +30%. Nel 2014, si stima che ogni italiano (inclusi anziani e neonati) abbia speso a testa 1400 euro per il gioco d’azzardo. Nel panorama europeo deteniamo un merito di cui non possiamo essere fieri: siamo al primo posto nella graduatoria dei Paesi per la spesa nel gioco.

La domanda quindi sorge spontanea: che cosa guadagna lo Stato dal gioco d’azzardo?

Le casse statali ricavano (in media) intorno agli 8 miliardi di euro netti ogni anno: questo settore fa lavorare, in Italia, circa 120mila persone legalmente. Ai costi che lo Stato indubbiamente ricava dobbiamo togliere gli indubbi costi economico-sociali della ludopatia, che sono di diversi miliardi di euro. Secondo il Servizio Sanitario Nazionale un giocatore su 75 versa in uno stato patologico.

Inutile sottolineare qui che gli effetti della ludopatia sono pesanti sia sul bilancio familiare (in termini economici e affettivi, in quanto spesso portano alla rottura delle famiglie) sia in termini lavorativi e sociali. Ci sono circa 800mila giocatori patologici in Italia. Secondo uno studio di Eurispes, il 56% dei giocatori è disoccupato e appartiene ad una classe sociale medio-bassa. Il fenomeno non risparmia i giovani: dal 2000 al 2009, gli studi hanno evidenziato che gli studenti che dichiarano di giocare d’azzardo sono passati dal 39% al 50%.

La società civile, però, non è del tutto indifferente a questa piaga strisciante che si sta diffondendo a macchia d’olio. Esistono piccoli commercianti, titolari di bar e di locali che decidono di loro spontanea volontà di eliminare le macchinette, rinunciando ad un indubbio introito economico. Tuttavia, senza un vero supporto pubblico, la loro rimane una sorta di lotta di Davide contro Golia: dove Golia è lo Stato, che guarda senza fare nulla, in una sorta di bilico fra il contenimento dei danni della ludopatia e la totale indifferenza nei confronti di questa tragedia mascherata da slot colorate.

Il danno della ludopatia è sia di natura economica (diversi studi evidenziano che se i soldi spesi nel gioco venissero impiegati in modo diverso lo Stato avrebbe maggiori guadagni dall’IVA) e di natura morale. Lo Stato, assecondando la ludopatia, è costretto anche a cercare dei rimedi per una vera e propria piaga sociale non indifferente. Alcuni dei palliativi per la ludopatia sono gli sportelli dell’ASL di contrasto a questo problema, come anche il servizio svolto da altri enti che gratuitamente offrono la consulenza di professionisti per aiutare le persone ‘malate da gioco’. Tuttavia, questo non basta per sradicare il problema dal tessuto sociale.

Lo si può fare solamente riscoprendo un nuovo ruolo dello Stato nella disciplina del gioco d’azzardo: uno Stato presente, non asettico bilanciatore di interessi super partes, gestore del gioco pubblico e anche colui che paga le cure di chi per gioco s’ammala. Nella scommessa del gioco d’azzardo, indifferenti non si può rimanere: è ora che anche lo Stato, o meglio, le persone che lo compongono, comincino a giocare un ruolo in prima linea per la difesa della società, delle famiglie, e del benessere psico-fisico dei cittadini.

 

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.

Donne che odiano gli uomini: i limiti e l’ipocrisia delle battaglie per i diritti delle donne

Assistiamo, da qualche tempo a questa parte, ad una strana contraddizione di cui, pare, nessuno rilevi l’effettiva e paradossale portata. Se, infatti, da una parte istituzioni, politica e media tendono a far sbiadire in maniera costante e progressiva le “differenze di genere”, smentendo la retrograda distinzione fra due soli sessi (quello maschile e quello femminile) a vantaggio di differenziazioni molto più variegate e fantasiose, dall’altra gli stessi organi si fanno portatori di una martellante campagna volta a costruire artificiosamente dei “distinguo”, tesi – questa è la pretesa – ad una maggiore tutela delle appartenenti al genere femminile.

E così, nei giornali, nei proclami politici, nelle dissertazioni più o meno impegnate il tradizionale e femminile color rosa si tinge del nero della cronaca, per via delle violenze di cui le donne sarebbero quotidianamente vittime. Da qui l’orrendo neologismo, “femminicidio”, che individuerebbe il fenomeno, definito in preoccupante e costante aumento, dell’uccisione di una donna da parte di un uomo.

Senza alcuna volontà di sminuire la portata di violenze e delitti, chiunque ne sia la vittima, sarebbe opportuno chiarire che, dall’esame dei dati statistici, emerge che il fenomeno – così come dipinto dai media e dalle vestali post-femministe – in realtà non esiste: il numero delle donne vittime di omicidi e violenze è di gran lunga inferiore a quello degli uomini, né è dato ravvisare un aumento esponenziale, nel corso degli anni, di reati e delitti che abbiano come vittima una donna. Non solo.

La denuncia affranta e preoccupata di chi vorrebbe le donne destinatarie di comportamenti violenti, ossessivi e criminali da parte di uomini che quasi sempre sono fidanzati, mariti o ex compagni, ovvero spasimanti incapaci di accettare un rifiuto, passa inevitabilmente per la vulgata di un Paese, il nostro, retrogrado, maschilista e patriarcale, affetto da una mentalità che condanna la donna ad un ruolo subalterno e inferiore, che quasi la considera una pertinenza o una proprietà dell’uomo (padre, marito, amante che sia).

Eppure, un’indagine svolta dall’Agenzia per i Diritti Fondamentali della UE nell’ambito di violenze e omicidi ai danni delle donne dai 15 anni in poi ha dimostrato che i Paesi mediterranei (e cattolici…) dell’Europa Unita possono vantare un numero di violenze sessuali e “femminicidi” inferiore a quello degli altri Paesi, con un numero di simili reati che cresce man mano che si sale verso il Nord del Continente e diventa preoccupante proprio in quelle illuminate socialdemocrazie scandinave che tutti immaginiamo all’avanguardia per mentalità e sviluppo sociale1.

Un altro atteggiamento pseudo-protezionistico nei confronti del “gentil sesso”, che vive la ribalta nella stampa e nelle discussioni politiche e intellettuali, è quello delle cosiddette “quote rosa”, ovvero delle quote minime di presenza femminile all’interno degli organi politici e istituzionali, elettivi o meno.

È di questi giorni, ad esempio, la notizia che il consiglio regionale della Sardegna ha votato per l’inserimento del principio della “doppia preferenza di genere” nella legge elettorale statutaria e alle prossime elezioni regionali, dunque, i sardi avranno la possibilità di esprimere due preferenze (la seconda di genere diverso). La legge approvata introduce anche il principio che prevede la parità al 50% nella compilazione delle liste e, sempre a garanzia di una perfetta parità, un numero di candidati pari (maggiorato di un’unità) anche nelle circoscrizioni con seggi dispari.

Il ragionamento che sta alla base di certe pretese è quello che vorrebbe le donne tradizionalmente svantaggiate nell’accesso a ruoli preminenti in politica, ovvero nelle istituzioni: in tale contesto, le “pari opportunità” si raggiungerebbero unicamente concedendo alle donne un oggettivo “vantaggio”, che le preservi dall’esclusione o dall’emarginazione da parte dei colleghi di sesso maschile. Il ragionamento non può convincere chiunque ritenga che il criterio di preferenza nell’ambito di una competizione elettorale, ovvero nella scelta di un candidato ad un ruolo istituzionale, possa e debba essere esclusivamente quello del merito.

Un approccio alla politica condizionato dalla pregiudiziale delle “quote rosa” o della “doppia preferenza di genere” imporrebbe la necessaria presenza e rappresentanza femminile in determinati ambiti, anche a prescindere dell’effettiva legittimità in termini di preparazione, professionalità e credibilità di quella rappresentanza.

Ragionando per assurdo, inoltre, si riterrebbe premiato il criterio delle pari opportunità laddove quella rappresentanza numerica di genere fosse raggiunta, sebbene – all’interno di quel partito, di quel consiglio di amministrazione, di quella pubblica amministrazione – un’ulteriore presenza femminile, anche al di là della “quota” stabilita, potesse garantire una migliore efficienza e una maggiore funzionalità.

Senza considerare, peraltro, che il concetto di una quota riservata ad una categoria di individui e stabilita aprioristicamente non farebbe che incrementare la partecipazione alla vita politica e/o istituzionale di tante donne scelte fondamentalmente in quanto mogli di, amiche di, sorelle di, socie di.. né più e né meno come nel corso degli ultimi anni – con rilievo squisitamente bipartisan – è successo.

Ciò che sconforta di simili campagne che dovrebbero avere la finalità di tutelare il “sesso debole”, che vedono un coinvolgimento di tantissime personalità influenti, sia maschili che femminili, è il ritorno ossessivo su argomenti e problematiche che, a nostro avviso, nulla hanno a che vedere con i problemi reali e concreti delle donne italiane.

Di tutte le donne, non di quella minoranza sfortunata (ma pur sempre minoranza) vittima di violenze, né di quella infinitesima porzione privilegiata che viene chiamata, da anfitrioni maschili più o meno disinteressati, a occupare ruoli di vertice e potere. Ci riferiamo a quelle donne che lottano ogni giorno – in casa e nel lavoro – per fare gli interessi della propria famiglia, senza alcun sostegno da parte delle istituzioni.

Di quelle donne che hanno visto trasformarsi l’obbligo imposto alle loro nonne di stare in casa a vegliare sul focolare domestico nell’imposizione moderna di essere necessariamente lavoratrici, stante la necessità imprescindibile di concorrere col proprio guadagno ai bisogni della famiglia. Sempre che – come purtroppo assai spesso accade – la donna non sia l’unica della famiglia a lavorare, a fronte della situazione di cassa integrazione o disoccupazione del marito.

Non fanno dunque notizia le vicende delle tante vedove, figlie o madri che hanno seppellito un marito, padre o figlio che ha deciso di togliersi la vita, sopraffatto dall’angoscia e forse anche dalla vergogna di non essere in grado di provvedere alla propria famiglia (quella dei suicidi per causa di indigenza o mancanza di lavoro è, questa sì, una vera emergenza del nostro Paese, in relazione alla quale, tuttavia, non si attivano campagne mediatiche, non si allestiscono task force, non si inscenano partecipati flash mob).

Si tenga, peraltro, conto che certe prese di posizione e certe artificiose battaglie hanno lo scopo, nemmeno tanto nascosto, di creare ed esasperare le contrapposizioni – in questo caso fra generi – alimentando divisioni e disgregazioni e dirottando interesse e preoccupazione della pubblica opinione su false problematiche, al fine di distoglierla da problemi reali e ben più urgenti.

È probabile che, più che dalle esponenti politiche, capaci di alzare voce e barricate unicamente a tutela delle proprie prerogative e dei propri privilegi, o di stracciarsi le vesti per emergenze artatamente sopravalutate, le donne italiane si sentano rappresentate da donne come Giuseppina Spagnoletti e Paola Clemente, rispettivamente di 39 e 49 anni, le braccianti tarantine stroncate da un malore e accasciatesi senza vita mentre era al lavoro nei campi per pochi euro al giorno.

O da Isabella Viola, 34 anni, madre di 4 bambini, che sosteneva col suo impiego la famiglia, alzandosi alle 4 del mattino e rientrando la sera tardi. Come molte altre, nella sua vita non ha avuto alcuna corsia preferenziale in quanto donna e anche lei è morta, non per mano di un uomo violento, ma stroncata da un collasso sulla banchina della metro, mentre – come tutte le mattine – si recava a lavoro.

 

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.

Quello che le femministe non dicono sull’aborto

È passata da circa un mese la “giornata nazionale per l’aborto libero e sicuro” in cui qualche gruppo ultrafemminista ha ribadito il proprio pensiero dell’aborto quale “diritto umano” che ogni Stato per dirsi civile dovrebbe garantire su richiesta e senza giustificazioni (“ond demand and without apologize” era uno degli slogan internazionali della giornata). Ma davvero “le donne” vogliono questo? Davvero le donne che dicono di volerlo sanno di che si tratta? Davvero lo sanno tutti quelli che ne discutono? Davvero tutti quelli che ne parlano come di una “conquista di civiltà” sanno che civiltà ne ha promosso la diffusione?

Proviamo a fare il punto, premettendo che sono una donna, madre, volontaria di un Centro di aiuto per la Vita in cui di storie così ne sono passate tantissime.

Parliamo di cos’è un aborto, innanzitutto. Una donna sospetta di essere incinta a circa 2-3 settimane di età di sviluppo embrionale quando ormai il figlio è ben impiantato nel suo utero. In teoria nel giro di pochi giorni può sottoporsi ad un aborto, normalmente però tra visite di conferma e tempi di attesa personali e del sistema sanitario la maggior parte degli aborti avvengono intorno tra le 8 e le 10 settimane.

A questo punto le opzioni sono tre, aborto chimico (RU 486) se eseguito prima della 7° settimana , aborto chirurgico per aspirazione o raschiamento, aborto per induzione di parto pretermine nel caso di aborto cosiddetto “terapeutico” dopo la 16° settimana. Vediamo in che cosa consistono.

Aborto chimico: alla donna viene fatta assumere una dose di Mifepristone (RU486) che uccide chimicamente l’embrione. Dopo alcune ore viene data una dose di prostaglandine che inducono contrazioni per il distacco dell’embrione morto e la sua espulsione nel giro di alcune ore o giorni, in modo diverso per ogni donna. Dopo alcuni giorni la donna deve sottoporsi a controlli medici per avere la conferma dell’avvenuto completamento dell’aborto. Questo processo comporta la diretta responsabilità della donna nella procedura abortiva, spesso provoca crampi ed emorragie importanti, talvolta la necessità di un aborto chirurgico per la non perfetta espulsione di tutto il contenuto dell’utero (non solo l’embrione ma anche annessi fetali) e la possibilità che la donna veda il corpicino di suo figlio espulso con le perdite ematiche.

Aborto chirurgico per aspirazione: nell’utero della donna viene infilata una cannula che aspira l’embrione sbriciolandolo grazie alla forza della pompa di aspirazione. Nel caso di gravidanze oltre un certo grado di sviluppo il personale sanitario deve controllare che tutti i pezzi del feto siano presenti nel materiale raccolto nel contenitore dell’aspiratore.

Aborto per raschiamento: nell’utero viene inserito una “curette” (uno strumento chirurgico a forma di anello) che stacca dall’utero la placenta e l’embrione, facendolo a pezzi in caso di aborto non proprio precoce. Anche qui va controllato che siano stati asportati tutti i frammenti.

Talvolta i due sistemi sono combinati.

Aborto per induzione di parto pre-termine: questo è l’aborto che si fa quando parliamo di “aborto terapeutico”. In pratica viene indotto un parto anticipato tra la 15° e la 23° settimana (attualmente termine in Italia considerato come limite perché un bambino nato poco dopo sopravvivrebbe quasi con certezza ma in alcuni Paesi anche oltre) e la donna ha un travaglio ed un parto “normali” da cui nasce un bambino estremamente prematuro, talvolta già deceduto ma spesso ancora vivo che morirà sul tavolo operatorio nel giro di qualche minuto ma anche diverse ore perché incapace di una respirazione autonoma efficace.

Si parla tanto di “consenso informato” ma le donne prima di abortire vengono informate su cosa sta per succedere loro e al figlio che portano in grembo? E sanno di avere, secondo la l.194, diritto a proposte di alternative concrete per superare le situazioni che le portano a questa decisione? Sanno dei rischi immediati dell’intervento e delle conseguenze sulla loro vita riproduttiva futura e su quella psicologica?

Sanno che se prendono la RU486 potrebbero vedere loro figlio cadere nel water durante dolorosi crampi che sono in realtà contrazioni espulsive? Sanno che l’aborto “terapeutico” consiste in un vero e proprio parto dopo il quale loro figlio (cui prima di sapere la diagnosi probabilmente hanno saputo il sesso e anche dato un nome) morirà per asfissia?

Sanno che il loro corpo “saprà” che hanno partorito e il loro seno produrrà latte e dovranno prendere altri farmaci per farlo andar via? Sanno dell’aumentato rischio di sterilità, di gravidanze extrauterine, di infezioni pelviche, di aborti spontanei in future gravidanze? Sanno della maggior incidenza di depressione nelle donne che hanno scelto di abortire rispetto a quelle che hanno accettato di portare avanti una gravidanza indesiderata?

Sanno che è maggiore anche il rischio suicidario in questo caso? Sanno di poter partorire in anonimato anche dopo essere state ospitate eventualmente in una struttura protetta e dare in adozione il bambino concedendo a lui di vivere ed ad una coppia sterile di diventare genitori? E di poter cambiare idea anche entro i due mesi?

Ecco, quando leggo articoli in cui si parla di aborto come un “diritto” delle donne mi domando se il “diritto” ad essere informate sull’orrore che quella decisione comporta ed ad essere aiutate a portare avanti la gravidanza non dovrebbe essere prioritario. E no, non sono diritti sullo stesso piano. Abortire non vuol dire eliminare i problemi che una gravidanza imprevista o una diagnosi prenatale negativa porteranno nella nostra vita. Vuol dire eliminare nostro figlio perché la sua vita ci creerà quei problemi.

Perché il figlio ce l’abbiamo dal momento che restiamo incinte e se non è sempre una bella notizia, sempre di un figlio si tratta. E, che lo teniamo o lo uccidiamo (sì, l’aborto uccide un figlio non un “grumo di cellule” informe, a quell’età ci sono già un cuore che batte e un cervello che cresce), rimarremo madri di quel bambino per sempre con la differenza che saremo madri di un figlio morto per una decisione che, per quanto sofferta, è sempre e soprattutto nostra.

Quale società può dirsi civile se consente di eliminare i problemi dalla vita di qualcuno eliminando qualcun altro? Qualcun altro che è più debole, fragile e senza possibilità di far valere le sue ragioni? Quale società può dirsi civile se addossa ad una donna, in uno dei momenti più difficili e delicati della sua vita, la decisione di restare sola coi suoi problemi ed un figlio o la possibilità di uccidere il figlio nella speranza di risolvere i suoi problemi senza nemmeno la consapevolezza che ne avrà senz’altro altri, forse peggiori e senza alternative? Una civiltà in cui ad una coppia che aspetta un bambino con sindrome di Down o un’altra qualunque patologia viene prospettata come “normale” e spesso consigliata l’idea di farlo nascere perché muoia?

Qualunque altro modo di affrontare la questione senza tener conto di queste domande fondamentali, mettendo il focus sulla libertà, sulla scelta, sull’autonomia della donna è pura ipocrisia. L’aborto è un orrore da qualunque parti lo si guardi e le donne meritano di meglio.

 

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.

Cosa abbiamo perso della bellezza delle tavolate rurali

 

Il cibo è fonte di sostentamento, senza di esso l’essere umano morirebbe. È universale, fa parte dell’uomo per l’uomo.

In base alla società in cui viviamo e in base agli alimenti che consumiamo, formiamo il nostro carattere, il nostro pensiero; è sinonimo di convivialità e la più rappresentativa è quella contadina.

Nelle tavole rurali, oltre che portare il cibo in tavola, si creavano rapporti umani, si discuteva di politica, si prendevano decisioni importanti, si educavano i figli, ma soprattutto il cibo veniva lavorato, preparato e cucinato da tutta la famiglia.

Dalla trebbiatura, al taglio della carne, dall’impasto del pane, alla cottura, ogni componente della famiglia aveva il proprio ruolo da svolgere e lo faceva con competenza e rispetto.

Con il tempo e con l’avvento della globalizzazione, tutto questo è andato perduto.

I cibi vengono trovati già pronti e imbustati negli scaffali dei supermercati.

La lavorazione del piatto si riduce a pochissimi passaggi e purtroppo la famiglia, che un tempo si riuniva in tavola per parlare, oggi è stata sostituita dalla televisione e da internet e i rapporti umani relegati a semplici saluti di circostanza.

Persino le feste, che da sempre sono un ritrovo per riunire il nucleo familiare, è ormai diventato un peso di cui si farebbe volentieri a meno.

Il cibo come rappresentanza di una cultura italica, anche cristiana e religiosa tutta, sta scomparendo ormai soffocata da ritmi sempre più frenetici, dovuti al capitalismo selvaggio.

Le famiglie si ritrovano a non sedersi neanche più in tavola, a dialogare, ad evitare quei rapporti di sangue che sono sempre stati il fulcro del nostro essere.

L’alimento, sacro simbolo di vita e di amore, onorato e rappresentato anche dai più grandi scrittori e filosofi, oggi viene visto solo come passaggio obbligatorio per riuscire a portare a termine quelle responsabilità fittizie che la società ci impone, privandoci del piacere di assaporare con gioia, quello che più ci caratterizza e ci definisce come esseri umani.

«Non si può pensare bene, amare bene, dormire bene se non si ha mangiato bene»

Virginia Woolf

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.

“Che mondo lasceremo in eredità alle nuove generazioni?”

È notte in una cittadina della provincia brianzola. Un cameriere viene investito da un fuoristrada, mentre sta tornando a casa in bicicletta, dopo aver lavorato alla cena di Natale di un istituto superiore. Il conducente non si ferma a prestare soccorso. Succede questo nel prologo di tre minuti de “Il capitale umano” di Paolo Virzì.

Si susseguono poi tre capitoli, dedicato ciascuno a un determinato personaggio, che raccontano vicende iniziate sei mesi prima dell’incidente, nella stessa giornata: Dino Ossola (Fabrizio Bentivoglio), piccolo immobiliarista della zona, accompagna la figlia a casa del suo fidanzato, Massimiliano, diventa compagno di doppio a tennis di Giovanni Bernaschi (Fabrizio Gifuni), il padre del ragazzo, ipoteca la casa e prende a prestito dalla banca una somma enorme, per poter entrare nel mitico fondo Bernaschi, che promette rendimenti stellari.

Carla (Valeria Bruni Tedeschi), la madre del ragazzo, nonché moglie dello squalo della finanza, si lancia nell’avventura di ridare vita a un vecchio teatro in rovina. Serena (Matilde Gioli), figlia di Dino, ha lasciato il fidanzato (ma nessuno lo sa) e conosce Luca (Giovanni Anzaldo), ragazzo molto sensibile e di talento, orfano di entrambi i genitori, molto fragile e con problemi con la giustizia (per colpe non sue).

Il colpevole (potrebbe essere Massimiliano, il proprietario dell’auto pirata, è il sospettato numero uno ma sarà stato veramente lui alla guida?) si scopre a una ventina di minuti dalla fine e l’opera si conclude con un capitolo finale (dal titolo “Il capitale umano”), di cui ovviamente non parlo.

Partendo da un romanzo del 2008 (dal titolo omonimo) dello statunitense Stephen Amidon, Virzì debutta con risultati eccellenti nel territorio del dramma. A parere di chi scrive, infatti, si tratta del miglior film italiano del 2014, nonché uno dei più significativi del decennio. Anche limitandosi a una visione superficiale, “Il capitale umano” si lascia guardare e stupisce per la notevole capacità del regista di dirigere con mano ferma e sapiente l’incastro dei piani temporali, operazione assolutamente non semplice. E oltre ad essere magistralmente diretto, il film è abitato da attori in stato di grazia, tutti decisamente in parte, con un paio di rivelazioni (Matilde Gioli e Giovanni Anzaldo).

E Virzì, uno dei migliori registi italiani degli ultimi anni, come in altre occasioni (basti pensare, ad esempio, a “Baci e abbracci”, “Caterina va in città”, “Tutta la vita davanti”) si conferma in grado di cogliere e raccontare aspetti del mondo contemporaneo e del Bel(?)paese. Ma allo stesso tempo di parlare dell’essere uomo e all’essere umano. E di realizzare così un grande film (anche se non perfetto), per la profondità e la molteplicità degli spunti e delle riflessioni che suggerisce.

Protagonista degli eventi è il tema della finanza e delle sue mostruosità: “Noi abbiamo puntato sul crollo e invece non è successo” e soprattutto “Avete scommesso sulla rovina di questo paese e avete vinto” sono frasi iconiche e ben rappresentative del film. E le derive degli ultimi anni sono il frutto di una sorta di percorso in atto da tempo e che ha trovato terreno fertile in una caratteristica quasi innata nell’uomo, almeno in certi uomini, una avidità divorante di cui è affetto Dino che, già padre di una figlia maggiorenne, mentre è in attesa di due gemelli dalla seconda moglie, sa pensare solo ai bramati guadagni “facili” di una operazione iper speculativa.

Viviamo in un mondo dove si è ormai realizzato il travisamento del valore dell’essere umano, dove «Il valore di una vita umana, chiamato “capitale umano” dai periti assicurativi è calcolato sulla base di parametri specifici: “l’aspettativa di vita di una persona, la sua potenzialità di guadagno, la quantità e la qualità dei suoi legami affettivi”».

In realtà credo che il vero protagonista del film sia il rapporto genitori-figli. Non a caso il regista dedica i tre capitoli a un padre, una madre e una figlia. E tra i personaggi più significativi, a fianco dei tre “indagati” da Virzì, si possono citare Giovanni Bernaschi, Roberta e i due ragazzi, Massimiliano e Luca, che possono, tutti, essere letti e interpretati anche e soprattutto per il loro essere genitori e figli.

Il film ci presenta un campionario di genitori pessimi per non dir di peggio. Ci sono quelli che abbandonano i figli (Luca non ha mai visto il padre; Serena, da ragazzina, ha visto la madre partire col compagno per la Romania e da quel momento ci sono state solo “indimenticabili” telefonate di compleanno); c’è uno zio (di Luca) che, alla morte della sorella, diventa tutore ma è interessato solo ai soldi. C’è la compagna di un padre (Roberta, una meravigliosa Valeria Golino), che si sente a disagio a crescere una figlia non sua.

C’è un padre (Dino) inadeguato, avido, spregevole, che pur avendo tutto (un buon lavoro, una figlia con la testa sulle spalle, una seconda moglie praticamente perfetta, un paio di gemelli in arrivo), non è capace di avere un rapporto vero con la figlia e pensa solo a sé e ai soldi in qualsiasi situazione, anche quando la moglie, incinta, sta male oppure la figlia ha bisogno di supporto perché coinvolta, nonché provata anche emotivamente, dall’indagine della polizia. È significativo che abbia tradito gli insegnamenti e la saggezza, solida, del padre da cui ha ereditato l’attività di famiglia («Mio padre diceva sempre: “Case e bare, non possono mancare”») per lanciarsi in un azzardo finanziario più grande di lui.

Una mamma (Carla), incapace di comprendere il figlio: ha tutto ma non sta bene, quasi travolta da giornate piene di “impegni” (nuotate nella piscina privata, jogging, shiatsu, manicure, scarpe, tessuti per le tende, antiquariato: “sono arrivate delle bellissime cose dall’India e allora non me le voglio far scappare”) ma vuote di contenuto. Un padre (Giovanni) che quasi pretende che il figlio sia “il migliore” e neanche prende in considerazione la possibilità che non vinca il premio per il ragazzo dell’anno della scuola. E Roberta, psicoterapeuta in una struttura pubblica, osserva lucidamente: “questi ragazzi che sono angosciati di essere dei perdenti, me li ritrovo in terapia da me […]. Secondo me è dannoso. Io penso che a quest’età [la competizione] generi soprattutto insicurezza e ansia”.

Errori e colpe nel crescere e nell’educare i figli, che non possono poi per ripercuotersi nella formazione stessa dei ragazzi e nel loro futuro. E Massimiliano è un figlio che non riesce a sostenere le aspettative del padre. Altro tema portante ritengo sia il modo dei genitori di affrontare le colpe (vere o presunte) dei figli. E in questo senso sarebbe interessante una visione “congiunta” con “I nostri ragazzi” di Ivano de Matteo, uscito qualche mese dopo, che con “Il capitale umano” condivide un attore, Luigi Lo Cascio.

È Natale (potrebbe addirittura essere la Notte di Natale, dato il “Buon Natale, professore” che si sente a un certo punto) ma sembra quasi che nessuno se ne accorga. Non c’è traccia di spirito natalizio e non si vedono addobbi nelle case e nelle strade (a parte i pipistrelli disegnati da Luca sulle vetrate di un locale, giudicati poco natalizi dal proprietario).

Sullo sfondo c’è un teatro storico prima salvato (con un’operazione giustificata comunque da motivazioni poco nobili, i vantaggi fiscali derivanti dall’istituzione di una fondazione) ma destinato a lasciare tristemente il posto a un condominio. E proprio stamattina sono rabbrividito alla vista di un cinema/teatro a Venezia che, dopo essere stato per anni una sede dell’università (ricordo lezioni e pure esami sostenuto in quel palazzo!), oggi è diventato un supermercato. E c’è un’agenzia immobiliare che dimezza la sua metratura per lasciare il posto a un negozio con insegna cinese.

Che mondo lasceremo in eredità alle nuove generazioni?”, sembra interrogarsi Virzì. E simbolicamente due gemelli stanno per nascere. E in questo quadro agghiacciante c’è ancora una possibilità di redenzione, una goccia di speranza? Una risposta la possiamo leggere, forse, da alcuni sguardi dei protagonisti. Dino, un essere abietto che fa a gara con lo zio di Luca per il ruolo di personaggio più cattivo, nell’ultima parte non si vede e quasi non merita di essere “protagonista” di uno sguardo, è davvero difficile che per lui possa esserci una qualche redenzione. Un altro personaggio (non vi dico chi) si guarda allo specchio e i suoi occhi tradiscono l’inquietudine del non avere la coscienza a posto e del non sapere se si ha ancora la possibilità di un qualche riscatto.

Mentre l’ultimo fotogramma del film ci regala uno sguardo (anche in questo caso non vi svelo nulla) con cui il regista sembra quasi dirci che (forse), nonostante il quadro pessimo e desolante, c’è ancora una speranza di un mondo migliore. Nonostante il marcio e le difficoltà, c’è ancora spazio per l’Amore, come testimonia il personaggio di Roberta. E non è un caso che nel film gli adulti siano protagonisti di rapporti quasi glaciali (Carla e Giovanni), monodirezionali (Roberta e Dino), tradimenti, mentre l’unica storia d’Amore sana e bella nasca tra due ragazzi; non possiamo che riporre le nostre speranze sui giovani, infatti (mi viene da pensare anche all’incantevole “Piuma”).

Forse non è la prima volta nella filmografia del regista livornese che i pochi personaggi positivi siano femminili, qui in particolare Roberta e Serena (significativo il loro abbraccio in una scena). Persino l’ex segretaria di Dino, personaggio di contorno del film, si rivela essere una brava persona. E c’è un altro sguardo, che non si vede nel film, ma di cui ha parlato Virzì in un’intervista. Mentre girava “Il capitale umano”, il regista, che stava per diventare padre (particolare a parer mio da non sottovalutare nel commentare il film), mentre stava girando una scena, con la coda dell’occhio ha visto la moglie Micaela Ramazzotti, col pancione, tenere per mano Valeria Bruni Tedeschi (e quell’immagine l’ha ispirato per la sua opera successiva, “La pazza gioia”).

All’uscita de “Il capitale umano” Virzì fu accusato di aver dato una pessima immagine del Nordest ma credo che in realtà il regista abbia scelto queste zone semplicemente perché perfette dal punto di vista geografico e climatico per ospitare quelle vicende. Ma avrebbe potuto ambientare la stessa storia, sia pur con qualche leggera variazione, in qualsiasi altra zona dell’Italia.

In conclusione non posso che “promuovere a pieni voti”, dunque, “Il capitale umano”, film che a distanza di quasi quattro anni dall’uscita nelle sale, si conferma opera da vedere e rivedere, ricca di stimoli e di riflessioni su cui meditare con la mente e col cuore.

 

La foto in alto, “Teatro Italia”, è di Alfonsa Cirrincione.

Lo sfratto degli dei

Tutti, o quasi, preoccupati per gli sgomberi forzati da abitazioni abusive e da spazi pubblici illegalmente occupati, ma non si percepisce nessuna angoscia per la sommessa espulsione delle divinità familiari dalle abitazioni dei moderni cittadini. Abituati da tempo a limitarsi alla realtà e alle sue misurazioni meccaniche, anche la casa, come altri innumerevoli elementi della vita dell’uomo, è stata desimbolizzata e ridotta ad edifico di residenza.

Giovanni Iudice, Il bagno, olio su tavola 30x20cm

Gli anglosassoni, tuttora, distinguono linguisticamente l’abitazione con due vocaboli di concetto diverso: house, per indicare la struttura tecnica, la composizione geometrica, la costruzione misurabile, e home, per significare nido familiare, focolare domestico, luogo affettivo.

La solidificazione del mondo – per dirla alla Guénon –, in complice connivenza con la sua mercificazione, ha creato un vuoto che non è solo culturale, ma una vera e propria scomunica di quel vissuto simbolico che è il dispositivo vitale per comprendere il senso stesso della vita nella sue componenti personali e comunitarie. Del resto, basti pensare all’abuso linguistico alla quale è sottoposta l’economia – che etimologicamente deriva da oikos, casa enomos, norma o legge, quindi gestione della casa –, deformata nella pratica a finanza e burocrazia fiscale globalizzata e spesso anonima. Oppure alla tanto perversa quanto mistificante sinonimia tra abitare e risiedere, concetti non sono non equiparabili, ma diametralmente opposti: abitare, come dimensione esistenziale secondo Heidegger ed etologica secondo Lorenz, una condizione trascendente e di carattere storico-spirituale; risiedere, come situazione contingente, di carattere pratico, di precaria opportunità.

Parlare di casa, oggi, non ha alcun senso se non si entra nel dispositivo simbolico e ci si limita a quello funzionale e pratico proposto dalle agenzie immobiliari.

Prendere o lasciare: non ci sono terze opzioni per affrontare questo argomento. O si ha la percezione del Daimon, direbbe Hillman, della vocazione a sentire in un certo modo, oppure ogni argomentazione appare fuori tempo e fuori luogo.

Ascoltiamo il Daimon, quindi, e cominciamo a definire il concetto di casa secondo una coscienza metafisica, secondo un’intuizione che si elevi dalla realtà manipolata che viene proposta.

La casa è uno spazio che custodisce un tempo personalizzato, fatto di memoria, di esperienze e di immaginazione. Questo spazio, e questo tempo, si inseriscono nell’interiorità dei suoi abitanti, che può essere a volte condivisa e altre volte tenuta religiosamente occultata nel segreto di ciascuno, ma che comunque permea l’atmosfera complessiva dell’ambiente e delle persone che lo vivono. Oggi, nella deformazione complessiva della lingua – anzi del suo fantasma, secondo l’interpretazione di Richard Millet1 – si continua a parlare di location, quando si vuole circoscrivere un luogo secondo certe caratteristiche utili, perché si è «smarrito il senso di un “sito” complessivo dove materiale ed immateriale si incontrano in una festa di spiriti e di corpi, di colori, di luci, di odori, e di sapori, e di visioni dai panorami impalpabili e profondissimi»2.

Questa è la casa della tradizione e del simbolo. Un luogo vivente, un organismo animato, un interno che definisce il confine con il fuori. È il simbolo non solo della sicurezza fisica, ma anche quello del principio primigenio del fuoco – focolare – attorno al quale si sviluppano gli ambienti e verso il quale si attiva la protezione degli dei domestici, della famiglia e degli antenati. Essa rappresenta – nel linguaggio della psicologia archetipica – l’interiorità dell’immaginazione, dove «consumare i pasti, bere il vino, abitare [significa] avere l’intera psiche immersa nel luogo, tanto da poter capire cosa il luogo voleva, “come” cercava di esprimere se stesso»3.

La casa, infine, non era solo il domicilio, un punto di incontro quotidiano, un contenitore di oggetti e di funzioni, una residenza burocratica, ma una abitazione. E non è un caso linguistico se da questo vocabolo è stato dedotto il termine habitus, un carattere acquisito ma radicato che orienta le nostre sensazioni, i nostri desideri e, di conseguenza, le nostre condotte. Un’abitazione vivente i cui componenti adulti recepivano la trasmissione degli antenati e la tramandavano alle nuove generazioni. In cui il pater familias era il custode dell’eredità psichica e morale ma, contemporaneamente, il difensore fisico dell’integrità del luogo e del focolare.

Tutto questo impianto simbolico si è smarrito nella «marcia infernale del progresso»4, dove tutto dev’essere pratico, funzionale e consumabile. Bisogna badare alla sostanza, dicono i praticoni della modernità, cioè, etimologicamente, a ciò che sta sotto. Noi preferiamo, invece, occuparci dell’essenza, perché la spiegazione delle cose procede dall’alto verso il basso, e non viceversa. E nell’inversione di questa procedura, gli dei si sono defilati. Non più i Lari e i Penati a tutelare il territorio attorno alla casa e a vigilare sulla dispensa della famiglia, né capifamiglia a difendere l’uscio con l’accetta in mano.

Ma il fuoco non si è spento, è solo custodito segretamente in attesa di un tempo propizio a venire.

1 Cfr. R. MILLET, Lingua fantasma, trad. it., Liberilibri, Macerata 2014.

2 L. URBANI, Habitat, Sellerio, Palermo 2003, p. 344.

3 J. HILLMAN, L’anima dei luoghi, trad. it., Rizzoli, Milano 2004, p. 94.

4 Cfr. O. REY, Dismisura, trad. it., Controcorrente, Napoli 2016.