Dalle fake news alla tutela del copyright: l’offensiva europea alla libera informazione

Per anni in tantissimi hanno ironizzato sul confronto e la discussione via etere, svilendo i social come delle sorte di gabbie dalle sbarre trasparenti, in cui incanalare, costringere e sostanzialmente annullare il dissenso e le velleità di cambiamento. I campioni olimpionici di questa disciplina erano quelli che dalle loro stesse home dei social, con condivisione compulsiva di post e link, ci spiegavano l’assurdità di essere su un social, l’inutilità e banalità delle polemiche che vi si scatenavano, la dabbenaggine di chi vi ravvisava un qualunque apporto al cambiamento. Che ci avvisavano su come i social snaturassero i rapporti fra le persone, facendone emergere il peggio.

Personalmente, ho sempre ritenuto che fossimo di fronte non a distorsioni della percezione o a sfogatoi virtuali, bensì a meri strumenti, come quelli più tradizionali di comunicazione: tutto dipende da come vengono utilizzati e per quale scopo. Ebbene, negli ultimi tempi abbiamo scoperto che addirittura l’elezione “dell’uomo più potente del mondo” è stata influenzata in modo determinante da web e social. Tramite i “pericolosissimi hacker russi”, sia ben chiaro.

L’invenzione delle categorie di “webete” e di “hater”, il ricorso al concetto di “fake news” sono stati le prime stupite e stupide reazioni alla consapevolezza della reale portata di questi strumenti. Forze politiche e ultra politiche – che dispongono dell’intero armamentario dei media mainstream – hanno lanciato la crociata contro i nuovi strumenti di contro-informazione, strillando isterici e ridicoli contro pericoli inesistenti. Oggi, facendosi più furbi, hanno trovato un modo più subdolo e silenzioso di rendere inservibili questi strumenti: la tutela del copyright.

In pochi hanno capito il reale rischio nella concreta applicazione della direttiva di cui il prossimo 4 luglio si discuterà l’approvazione al Parlamento Europeo: quello di tornare ad un livello di consapevolezza e informazione limitato a ciò che è utile e opportuno far conoscere alle masse. Perché, al netto delle storture terrapiattiste e rettiliane, della volgarità esasperata, delle polemiche pretestuose, quello del web (e dei social) resta l’unico strumento di comunicazione autenticamente democratico e libero Accessibile a chiunque o quasi, attribuisce a ciascuno la facoltà di informarsi e leggere, l’onere di valutare autonomamente la bontà e veridicità di quanto letto, elimina ogni alibi alla mancata conoscenza di risvolti e implicazioni che per lo più i mezzi tradizioni di informazione tendono a tacere.

E per questo è potenzialmente pericolosissimo, in quanto capace di svelare che le vere “fake news” erano quelle propinate dai media mainstream, veicolate e diffuse come verità inconfutabili. O di tradire la congiura del silenzio che copre tragedie reali e problematiche concrete, non “coperte” dall’informazione di tv e giornali. Congiura del silenzio che opera anche nei confronti della nuova direttiva europea sul copyright, di cui non si legge e non si sente parlare, se non da parte di quei siti e quelle fonti del web che da sempre fanno contro-informazione e cha sanno bene che saranno le prime vittime a cadere nell’ipocrita battaglia per la “tutela del diritto d’autore”.

 

La foto in alto è dell’autrice dell’articolo.

La Grecia è finita, andate in pace

Grecia. La cura ha funzionato, il paziente è morto

La festa è finita, andate in pace. 

Poche ore fa la Troika ha lasciato la Grecia: baci e abbracci, fotografie e flash per pochi avvoltoi imbellettati, festa grande ai piani alti. Ai piani bassi continuiamo invece a vedere lo stesso scenario che ci si prospetta di fronte da otto anni. Otto anni: tanto è durato il commissariamento della Grecia. 

Che prezzo ha pagato la culla della civiltà perché i vampiri sollevassero i denti dal suo collo? Un pacchetto di 88 riforme per completare “il terzo piano di aiuti dei creditori”. Bel nome, vero, riforme? Suona così pregno di speranza, di rinnovazione. Peccato che traducendolo nel piano pratico, riforme comincia ad avere un odore di carne, di sangue, qualcosa che si avvicina di più al ricatto. 

Già, perché le “riforme” che la Grecia dovrà affrontare comporta l’aumento delle tasse sugli immobili, un complesso di privatizzazioni nel settore energetico, e ovviamente l’immancabile taglio della spesa pubblica (fate presto!) che – manco a dirlo – andrà a gravare sulle pensioni e sul welfare del popolo. 

Però la Grecia otterrà, grazie a queste “riforme” ottenute dopo lunghe ore di negoziato, un pacchetto di 11 miliardi di aiuti da parte dell’Eurogruppo. 

Ok, ma il vampiro se ne va? La Troika ha deciso di lasciare la Grecia?

Macché. Ovviamente, pacche sulle spalle e sorrisi da rotocalco a latere, “le visite della Commissione continueranno sino a che la Grecia non avrà ripagato il 75% del suo debito da 230 miliardi di euro verso i suoi creditori comunitari” come riporta il Guardian. 

Accanimento terapeutico 

Gioite, la Grecia è salva. La Grecia ha chiuso l’anno passato con un superattivo pari al 3,7% del Pil. Non sbucato dal nulla, ovviamente: certo, la produzione industriale e le esportazioni sono leggermente in salita, anche se ci chiediamo chi se ne avvantaggerà. Già, chi? 

L’Eurostat ci offre su un piatto d’argento cifre secche e crude. Un film horror: dal 2010 il potere d’acquisto dei greci è crollato del 24%, il 21,2% della popolazione vive in povertà “estrema”. 130mila persone, lo scorso anno, hanno rinunciato alle eredità: non avevano soldi a sufficienza per pagare le tasse. 

Ricordiamo col cuore stretto i titoli di giornale del 2012 che riportavano storie da un Paese quasi del terzo mondo. Le insegnanti che denunciavano che i bambini svenivano in classe per la fame: non avevano da mangiare. 

Non avevano da mangiare. 

I minorenni poveri erano mezzo milione nel 2012, 1700 suicidi in due anni, gente costretta a passare da un lavoro dignitoso a rovistare nei cassonetti come cani randagi per trovare l’avanzo di un panino.

Sono numeri anche questi, no? Numeri numeri numeri, come quelli che ci rimbombano nelle orecchie: “La Grecia ha un debito di miliardi” “La Grecia deve tagliare la spesa pubblica” “La Grecia deve, deve, deve”. 

Il popolo paga gli errori e le speculazioni di chi è fuggito anni fa, annusando la crisi. 

Chi è rimasto a festeggiare la fine del commissariamento? Migliaia di morti, fantasmi nelle strade, vecchi abbandonati, bambini denutriti. 

All’Africa l’Occidente ha condonato miliardi di dollari di debito. La Grecia è troppo vicina per provare una qualsiasi empatia. 

Lo scenario pre-elezioni e l’ombra nera di Alba Dorata

C’è poco da scherzare in Grecia, specie per Tsipras. Nell’ottobre del 2019 ci saranno le elezioni e nel Paese sta crescendo sempre di più il movimento di estrema destra Alba Dorata, che supera il 10% delle preferenze. I giornali amano semplificare e sostenere che Alba Dorata regga il suo crescente consenso sull’insofferenza della popolazione verso il multiculturalismo e verso l’immigrazione. Almeno in parte è una narrazione vera; in un Paese piegato dalla povertà e nel quale il welfare è stato ridotto all’osso per far fronte alle misure dell’Austerity, la gente comune non sprizza di solidarietà verso gli stranieri che sono visti come una minaccia, considerato che in molti non riescono a mettere insieme il pranzo con la cena. 

Tuttavia il picco di Alba Dorata è dovuto piuttosto all’insofferenza dei greci verso le politiche di austerity, la macelleria sociale che ha spezzato le reni alla Grecia come nessun Mussolini avrebbe saputo fare. 

Il popolo greco è ridotto alla fame, e chi riesce a mangiare non può curarsi; la dignità ferita da pianto diventa ruggito, e il rischio che Alba Dorata ottenga percentuali più alte esiste.

Ma finché l’affaire Grecia resterà un servizio fotografico che immortala Tsipras mentre si diverte con una cravatta, e i riflettori saranno spenti su tutti i greci che la cravatta l’hanno usata per impiccarsi, questa storia di sangue e lacrime resterà l’asettica narrazione di un semplice debito da ripagare. Costi quel che costi.