Promemoria per un ordine sociale secondo giustizia

La dottrina sociale della Chiesa ritiene che possano essere vissuti rapporti autenticamente umani, di amicizia e di socialità, di solidarietà e di reciprocità, anche all’interno dell’attività economica e non soltanto fuori di essa o “dopo” di essa. La sfera economica non è né eticamente neutrale né di sua natura disumana e antisociale. Essa appartiene all’attività dell’uomo e, proprio perché umana, deve essere strutturata e istituzionalizzata eticamente1.

La carità potrà portare certamente un qualche rimedio a molte ingiustizie sociali, ma non basta; anzitutto bisogna che fiorisca, domini e sia realmente applicata la virtù della giustizia2.

Di fronte alle molteplici crisi internazionali, che ridisegnano equilibri geopolitici, egemonie e modelli socio-economici, il pensiero sociale cattolico – in tema di capitale, lavoro, proprietà, moneta e via dicendo – è, oggi più che mai, l’unica risposta degna dell’uomo, della sua dignità personale e trascendente, ai problemi del vivere comune3.

Un articolo non può certo avere la presunzione di esaurire questioni tanto ampie quanto complesse, però può offrire un modestissimo spunto per riflettere su un ideale di ordine sociale frettolosamente accantonato in quanto ritenuto obsoleto per le sfide odierne del mondo globale.

La proposta cattolica ai problemi sociali, cioè l’applicazione concreta dei perenni insegnamenti del Magistero, la loro traduzione in indirizzi politici e norme giuridiche, si presenta – nella sua chiara identità – altra tanto dal liberalismo quanto dal socialcomunismo. Sì, altra – alternativa: non si tratta infatti di riformare dall’interno il sistema liberalcapitalista o di realizzarne una versione “compassionevole” quanto di superare la Weltanschauung politico-economica contemporanea e trovare quelle soluzioni strutturali, organiche, nella regolazione della vita economica, intrinsecamente conformi alla giustizia4 e alla legge morale.

Un modello di vita economica che voglia distinguersi dall’economicismo a-morale dominante dovrà incentrarsi su un inscindibile binomio etico-giuridico: a) la subordinazione della scienza economica all’etica e al diritto; b) il necessario primato della politica onde evitare che i pubblici poteri si rendano servi dei potentati economici-finanziari o loro docili strumenti.

Scrive Benedetto XVI: «l’attività economica non può risolvere tutti i problemi sociali mediante la semplice estensione della logica mercantile. Questa va finalizzata al perseguimento del bene comune, di cui deve farsi carico anche e soprattutto la comunità politica. Pertanto, va tenuto presente che è causa di gravi scompensi separare l’agire economico, a cui spetterebbe solo produrre ricchezza, da quello politico, a cui spetterebbe di perseguire la giustizia mediante la ridistribuzione» (Caritas in veritate, n. 36).

Il primato dell’etica: l’economia è un’attività umana, libera e responsabile finalizzata al bene (individuale, famigliare e comune) dell’uomo, alla sua natura normativa: l’uomo dev’esserne agente morale e non ridotto a mero fattore di produzione/consumo. Ha ricordato Giovanni Paolo II: «il principio sommo (…) in assenza del quale tutto il sistema economico è esposto al rischio di pericolose degenerazioni» afferma che «fine di tutta l’economica non è il profitto, ma la promozione della persona»5.

I rapporti tra capitale e lavoro devono essere conformi al diritto naturale e regolati dalla “legge della giustizia sociale” (Pio XI, Enciclica Quadragesimo Anno, n. 58), e non dalle forze cieche e violenti del mercato. Le teorie economiche della scuole liberali e marxiste hanno mostrato i loro limiti: «si avverte l’esigenza di coinvolgere anche i lavoratori nel processo di formazione del capitale e nelle decisioni che riguardano l’impresa secondo una concezione partecipativa dell’economia» volta al superamento «delle varie patologie di cui soffre il mondo»6. Partecipazione che richiede di riconoscere la natura consorziale dell’impresa economica (attività associata di capitale e lavoro, affermò Leone XIII nella Rerum novarum).

Altri principi cardine sono la destinazione universale dei beni materiali (a cui resta subordinata la stessa proprietà privata, che non è un assoluto)7 e la dignità personale e spirituale del lavoro, che non può essere ridotto a merce o sacrificato all’accrescimento indefinito del capitale: «il lavoro, per il suo carattere soggettivo o personale, è superiore ad ogni altro fattore di produzione: questo principio vale, in particolare, rispetto al capitale»8. Il lavoro non può essere equiparato a una merce (una cosa che si vende e si compra), così il salario non può essere fissato dalle oscillazioni del mercato: «la rimunerazione del lavoro non può essere abbandonata al gioco della domanda e dell’offerta; deve invece essere fissata secondo criteri di giustizia»9. Per essere giusto il salario dovrà garantire al lavoratore il necessarium personae (dignitoso mantenimento del nucleo famigliare e possibilità di formarsi una pur modesta proprietà privata).

Concludendo questi brevi cenni. Il mondo occidentale cosiddetto libero ha per decenni sbandierato uno stile di vita all’insegna dell’opulenza, producendo l’anti-civiltà consumistica. Il gusto piacevole della bevanda di un benessere facile è durato relativamente poco (in termini di libertà personale, tranquillità e prosperità) e i risvolti in termini di miseria e indigenza cui numerosi popoli sono costretti a causa di strutture organizzative inique che soffocano l’uomo e disgregano la società sono sotto l’occhio di tutti gli uomini di buona volontà. E’ il momento di cambiare paradigma. Termino con le parole di Papa Pio XI, scritte nel 1931 e più che mai attuali:

Ciò che ferisce gli occhi è che ai nostri tempi non vi è solo concentrazione della ricchezza, ma l’accumularsi altresì di una potenza enorme, di una dispotica padronanza dell’economia in mano di pochi, e questi sovente neppure proprietari, ma solo depositari e amministratori del capitale, di cui essi però dispongono a loro grado e piacimento. Questo potere diviene più che mai dispotico in quelli che, tenendo in pugno il danaro, la fanno da padroni; onde sono in qualche modo i distributori del sangue stesso, di cui vive l’organismo economico, e hanno in mano, per così dire, l’anima dell’economia, sicché nessuno, contro la loro volontà, potrebbe nemmeno respirare. Una tale concentrazione di forze e di potere, che è quasi la nota specifica della economia contemporanea, è il frutto naturale di quella sfrenata libertà di concorrenza che lascia sopravvivere solo i più forti, cioè, spesso i più violenti nella lotta e i meno curanti della coscienza10.

 

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.

1Benedetto XVI, Enciclica Caritas in veritate, n. 36.

2Pio XII, Enciclica Evangelii Praecones, n. 10.

3Pensiamo, ad esempio, all’iniquità monetaria, alle croniche crisi del debito, al dominio pervasivo di un potere finanziario senza volto, alla pressione fiscale che erode i risparmi virtuosi, e via dicendo.

4Così nella definizione del giurista romano Ulpiano: “la giustizia consiste nella costante e perpetua volontà di attribuire a ciascuno il suo diritto. Le regole del diritto sono queste: vivere onestamente, non recare danno ad altri, attribuire a ciascuno il suo”. E il Catechismo della Chiesa Cattolica asserisce: “la giustizia è la virtù morale che consiste nella costante e ferma volontà di dare a Dio e al prossimo ciò che è loro dovuto. La giustizia verso Dio è chiamata virtù di religione. La giustizia verso gli uomini dispone a rispettare i diritti di ciascuno e a stabilire nelle relazioni umane l’armonia che promuove l’equità nei confronti delle persone e del bene comune” (n. 1807).

5Dal Discorso all’Unione cristiana imprenditori dirigenti del 14 dicembre 1985.

6Ibidem.

7“Il diritto alla proprietà privata (…) non elimina l’originaria donazione della terra all’insieme dell’umanità. La destinazione universale dei beni rimane primaria, anche se la promozione del bene comune esige il rispetto della proprietà privata, del diritto ad essa e del suo esercizio” (CCC, n. 2403).

8Dal Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, n. 276.

9Azione cattolica italiana, La Dottrina sociale cristiana, CENAC, Roma 1957, p. 180.

10Pio XI – Enciclica Quadragesimo Anno.

“Che mondo lasceremo in eredità alle nuove generazioni?”

È notte in una cittadina della provincia brianzola. Un cameriere viene investito da un fuoristrada, mentre sta tornando a casa in bicicletta, dopo aver lavorato alla cena di Natale di un istituto superiore. Il conducente non si ferma a prestare soccorso. Succede questo nel prologo di tre minuti de “Il capitale umano” di Paolo Virzì.

Si susseguono poi tre capitoli, dedicato ciascuno a un determinato personaggio, che raccontano vicende iniziate sei mesi prima dell’incidente, nella stessa giornata: Dino Ossola (Fabrizio Bentivoglio), piccolo immobiliarista della zona, accompagna la figlia a casa del suo fidanzato, Massimiliano, diventa compagno di doppio a tennis di Giovanni Bernaschi (Fabrizio Gifuni), il padre del ragazzo, ipoteca la casa e prende a prestito dalla banca una somma enorme, per poter entrare nel mitico fondo Bernaschi, che promette rendimenti stellari.

Carla (Valeria Bruni Tedeschi), la madre del ragazzo, nonché moglie dello squalo della finanza, si lancia nell’avventura di ridare vita a un vecchio teatro in rovina. Serena (Matilde Gioli), figlia di Dino, ha lasciato il fidanzato (ma nessuno lo sa) e conosce Luca (Giovanni Anzaldo), ragazzo molto sensibile e di talento, orfano di entrambi i genitori, molto fragile e con problemi con la giustizia (per colpe non sue).

Il colpevole (potrebbe essere Massimiliano, il proprietario dell’auto pirata, è il sospettato numero uno ma sarà stato veramente lui alla guida?) si scopre a una ventina di minuti dalla fine e l’opera si conclude con un capitolo finale (dal titolo “Il capitale umano”), di cui ovviamente non parlo.

Partendo da un romanzo del 2008 (dal titolo omonimo) dello statunitense Stephen Amidon, Virzì debutta con risultati eccellenti nel territorio del dramma. A parere di chi scrive, infatti, si tratta del miglior film italiano del 2014, nonché uno dei più significativi del decennio. Anche limitandosi a una visione superficiale, “Il capitale umano” si lascia guardare e stupisce per la notevole capacità del regista di dirigere con mano ferma e sapiente l’incastro dei piani temporali, operazione assolutamente non semplice. E oltre ad essere magistralmente diretto, il film è abitato da attori in stato di grazia, tutti decisamente in parte, con un paio di rivelazioni (Matilde Gioli e Giovanni Anzaldo).

E Virzì, uno dei migliori registi italiani degli ultimi anni, come in altre occasioni (basti pensare, ad esempio, a “Baci e abbracci”, “Caterina va in città”, “Tutta la vita davanti”) si conferma in grado di cogliere e raccontare aspetti del mondo contemporaneo e del Bel(?)paese. Ma allo stesso tempo di parlare dell’essere uomo e all’essere umano. E di realizzare così un grande film (anche se non perfetto), per la profondità e la molteplicità degli spunti e delle riflessioni che suggerisce.

Protagonista degli eventi è il tema della finanza e delle sue mostruosità: “Noi abbiamo puntato sul crollo e invece non è successo” e soprattutto “Avete scommesso sulla rovina di questo paese e avete vinto” sono frasi iconiche e ben rappresentative del film. E le derive degli ultimi anni sono il frutto di una sorta di percorso in atto da tempo e che ha trovato terreno fertile in una caratteristica quasi innata nell’uomo, almeno in certi uomini, una avidità divorante di cui è affetto Dino che, già padre di una figlia maggiorenne, mentre è in attesa di due gemelli dalla seconda moglie, sa pensare solo ai bramati guadagni “facili” di una operazione iper speculativa.

Viviamo in un mondo dove si è ormai realizzato il travisamento del valore dell’essere umano, dove «Il valore di una vita umana, chiamato “capitale umano” dai periti assicurativi è calcolato sulla base di parametri specifici: “l’aspettativa di vita di una persona, la sua potenzialità di guadagno, la quantità e la qualità dei suoi legami affettivi”».

In realtà credo che il vero protagonista del film sia il rapporto genitori-figli. Non a caso il regista dedica i tre capitoli a un padre, una madre e una figlia. E tra i personaggi più significativi, a fianco dei tre “indagati” da Virzì, si possono citare Giovanni Bernaschi, Roberta e i due ragazzi, Massimiliano e Luca, che possono, tutti, essere letti e interpretati anche e soprattutto per il loro essere genitori e figli.

Il film ci presenta un campionario di genitori pessimi per non dir di peggio. Ci sono quelli che abbandonano i figli (Luca non ha mai visto il padre; Serena, da ragazzina, ha visto la madre partire col compagno per la Romania e da quel momento ci sono state solo “indimenticabili” telefonate di compleanno); c’è uno zio (di Luca) che, alla morte della sorella, diventa tutore ma è interessato solo ai soldi. C’è la compagna di un padre (Roberta, una meravigliosa Valeria Golino), che si sente a disagio a crescere una figlia non sua.

C’è un padre (Dino) inadeguato, avido, spregevole, che pur avendo tutto (un buon lavoro, una figlia con la testa sulle spalle, una seconda moglie praticamente perfetta, un paio di gemelli in arrivo), non è capace di avere un rapporto vero con la figlia e pensa solo a sé e ai soldi in qualsiasi situazione, anche quando la moglie, incinta, sta male oppure la figlia ha bisogno di supporto perché coinvolta, nonché provata anche emotivamente, dall’indagine della polizia. È significativo che abbia tradito gli insegnamenti e la saggezza, solida, del padre da cui ha ereditato l’attività di famiglia («Mio padre diceva sempre: “Case e bare, non possono mancare”») per lanciarsi in un azzardo finanziario più grande di lui.

Una mamma (Carla), incapace di comprendere il figlio: ha tutto ma non sta bene, quasi travolta da giornate piene di “impegni” (nuotate nella piscina privata, jogging, shiatsu, manicure, scarpe, tessuti per le tende, antiquariato: “sono arrivate delle bellissime cose dall’India e allora non me le voglio far scappare”) ma vuote di contenuto. Un padre (Giovanni) che quasi pretende che il figlio sia “il migliore” e neanche prende in considerazione la possibilità che non vinca il premio per il ragazzo dell’anno della scuola. E Roberta, psicoterapeuta in una struttura pubblica, osserva lucidamente: “questi ragazzi che sono angosciati di essere dei perdenti, me li ritrovo in terapia da me […]. Secondo me è dannoso. Io penso che a quest’età [la competizione] generi soprattutto insicurezza e ansia”.

Errori e colpe nel crescere e nell’educare i figli, che non possono poi per ripercuotersi nella formazione stessa dei ragazzi e nel loro futuro. E Massimiliano è un figlio che non riesce a sostenere le aspettative del padre. Altro tema portante ritengo sia il modo dei genitori di affrontare le colpe (vere o presunte) dei figli. E in questo senso sarebbe interessante una visione “congiunta” con “I nostri ragazzi” di Ivano de Matteo, uscito qualche mese dopo, che con “Il capitale umano” condivide un attore, Luigi Lo Cascio.

È Natale (potrebbe addirittura essere la Notte di Natale, dato il “Buon Natale, professore” che si sente a un certo punto) ma sembra quasi che nessuno se ne accorga. Non c’è traccia di spirito natalizio e non si vedono addobbi nelle case e nelle strade (a parte i pipistrelli disegnati da Luca sulle vetrate di un locale, giudicati poco natalizi dal proprietario).

Sullo sfondo c’è un teatro storico prima salvato (con un’operazione giustificata comunque da motivazioni poco nobili, i vantaggi fiscali derivanti dall’istituzione di una fondazione) ma destinato a lasciare tristemente il posto a un condominio. E proprio stamattina sono rabbrividito alla vista di un cinema/teatro a Venezia che, dopo essere stato per anni una sede dell’università (ricordo lezioni e pure esami sostenuto in quel palazzo!), oggi è diventato un supermercato. E c’è un’agenzia immobiliare che dimezza la sua metratura per lasciare il posto a un negozio con insegna cinese.

Che mondo lasceremo in eredità alle nuove generazioni?”, sembra interrogarsi Virzì. E simbolicamente due gemelli stanno per nascere. E in questo quadro agghiacciante c’è ancora una possibilità di redenzione, una goccia di speranza? Una risposta la possiamo leggere, forse, da alcuni sguardi dei protagonisti. Dino, un essere abietto che fa a gara con lo zio di Luca per il ruolo di personaggio più cattivo, nell’ultima parte non si vede e quasi non merita di essere “protagonista” di uno sguardo, è davvero difficile che per lui possa esserci una qualche redenzione. Un altro personaggio (non vi dico chi) si guarda allo specchio e i suoi occhi tradiscono l’inquietudine del non avere la coscienza a posto e del non sapere se si ha ancora la possibilità di un qualche riscatto.

Mentre l’ultimo fotogramma del film ci regala uno sguardo (anche in questo caso non vi svelo nulla) con cui il regista sembra quasi dirci che (forse), nonostante il quadro pessimo e desolante, c’è ancora una speranza di un mondo migliore. Nonostante il marcio e le difficoltà, c’è ancora spazio per l’Amore, come testimonia il personaggio di Roberta. E non è un caso che nel film gli adulti siano protagonisti di rapporti quasi glaciali (Carla e Giovanni), monodirezionali (Roberta e Dino), tradimenti, mentre l’unica storia d’Amore sana e bella nasca tra due ragazzi; non possiamo che riporre le nostre speranze sui giovani, infatti (mi viene da pensare anche all’incantevole “Piuma”).

Forse non è la prima volta nella filmografia del regista livornese che i pochi personaggi positivi siano femminili, qui in particolare Roberta e Serena (significativo il loro abbraccio in una scena). Persino l’ex segretaria di Dino, personaggio di contorno del film, si rivela essere una brava persona. E c’è un altro sguardo, che non si vede nel film, ma di cui ha parlato Virzì in un’intervista. Mentre girava “Il capitale umano”, il regista, che stava per diventare padre (particolare a parer mio da non sottovalutare nel commentare il film), mentre stava girando una scena, con la coda dell’occhio ha visto la moglie Micaela Ramazzotti, col pancione, tenere per mano Valeria Bruni Tedeschi (e quell’immagine l’ha ispirato per la sua opera successiva, “La pazza gioia”).

All’uscita de “Il capitale umano” Virzì fu accusato di aver dato una pessima immagine del Nordest ma credo che in realtà il regista abbia scelto queste zone semplicemente perché perfette dal punto di vista geografico e climatico per ospitare quelle vicende. Ma avrebbe potuto ambientare la stessa storia, sia pur con qualche leggera variazione, in qualsiasi altra zona dell’Italia.

In conclusione non posso che “promuovere a pieni voti”, dunque, “Il capitale umano”, film che a distanza di quasi quattro anni dall’uscita nelle sale, si conferma opera da vedere e rivedere, ricca di stimoli e di riflessioni su cui meditare con la mente e col cuore.

 

La foto in alto, “Teatro Italia”, è di Alfonsa Cirrincione.

Lo sfratto degli dei

Tutti, o quasi, preoccupati per gli sgomberi forzati da abitazioni abusive e da spazi pubblici illegalmente occupati, ma non si percepisce nessuna angoscia per la sommessa espulsione delle divinità familiari dalle abitazioni dei moderni cittadini. Abituati da tempo a limitarsi alla realtà e alle sue misurazioni meccaniche, anche la casa, come altri innumerevoli elementi della vita dell’uomo, è stata desimbolizzata e ridotta ad edifico di residenza.

Giovanni Iudice, Il bagno, olio su tavola 30x20cm

Gli anglosassoni, tuttora, distinguono linguisticamente l’abitazione con due vocaboli di concetto diverso: house, per indicare la struttura tecnica, la composizione geometrica, la costruzione misurabile, e home, per significare nido familiare, focolare domestico, luogo affettivo.

La solidificazione del mondo – per dirla alla Guénon –, in complice connivenza con la sua mercificazione, ha creato un vuoto che non è solo culturale, ma una vera e propria scomunica di quel vissuto simbolico che è il dispositivo vitale per comprendere il senso stesso della vita nella sue componenti personali e comunitarie. Del resto, basti pensare all’abuso linguistico alla quale è sottoposta l’economia – che etimologicamente deriva da oikos, casa enomos, norma o legge, quindi gestione della casa –, deformata nella pratica a finanza e burocrazia fiscale globalizzata e spesso anonima. Oppure alla tanto perversa quanto mistificante sinonimia tra abitare e risiedere, concetti non sono non equiparabili, ma diametralmente opposti: abitare, come dimensione esistenziale secondo Heidegger ed etologica secondo Lorenz, una condizione trascendente e di carattere storico-spirituale; risiedere, come situazione contingente, di carattere pratico, di precaria opportunità.

Parlare di casa, oggi, non ha alcun senso se non si entra nel dispositivo simbolico e ci si limita a quello funzionale e pratico proposto dalle agenzie immobiliari.

Prendere o lasciare: non ci sono terze opzioni per affrontare questo argomento. O si ha la percezione del Daimon, direbbe Hillman, della vocazione a sentire in un certo modo, oppure ogni argomentazione appare fuori tempo e fuori luogo.

Ascoltiamo il Daimon, quindi, e cominciamo a definire il concetto di casa secondo una coscienza metafisica, secondo un’intuizione che si elevi dalla realtà manipolata che viene proposta.

La casa è uno spazio che custodisce un tempo personalizzato, fatto di memoria, di esperienze e di immaginazione. Questo spazio, e questo tempo, si inseriscono nell’interiorità dei suoi abitanti, che può essere a volte condivisa e altre volte tenuta religiosamente occultata nel segreto di ciascuno, ma che comunque permea l’atmosfera complessiva dell’ambiente e delle persone che lo vivono. Oggi, nella deformazione complessiva della lingua – anzi del suo fantasma, secondo l’interpretazione di Richard Millet1 – si continua a parlare di location, quando si vuole circoscrivere un luogo secondo certe caratteristiche utili, perché si è «smarrito il senso di un “sito” complessivo dove materiale ed immateriale si incontrano in una festa di spiriti e di corpi, di colori, di luci, di odori, e di sapori, e di visioni dai panorami impalpabili e profondissimi»2.

Questa è la casa della tradizione e del simbolo. Un luogo vivente, un organismo animato, un interno che definisce il confine con il fuori. È il simbolo non solo della sicurezza fisica, ma anche quello del principio primigenio del fuoco – focolare – attorno al quale si sviluppano gli ambienti e verso il quale si attiva la protezione degli dei domestici, della famiglia e degli antenati. Essa rappresenta – nel linguaggio della psicologia archetipica – l’interiorità dell’immaginazione, dove «consumare i pasti, bere il vino, abitare [significa] avere l’intera psiche immersa nel luogo, tanto da poter capire cosa il luogo voleva, “come” cercava di esprimere se stesso»3.

La casa, infine, non era solo il domicilio, un punto di incontro quotidiano, un contenitore di oggetti e di funzioni, una residenza burocratica, ma una abitazione. E non è un caso linguistico se da questo vocabolo è stato dedotto il termine habitus, un carattere acquisito ma radicato che orienta le nostre sensazioni, i nostri desideri e, di conseguenza, le nostre condotte. Un’abitazione vivente i cui componenti adulti recepivano la trasmissione degli antenati e la tramandavano alle nuove generazioni. In cui il pater familias era il custode dell’eredità psichica e morale ma, contemporaneamente, il difensore fisico dell’integrità del luogo e del focolare.

Tutto questo impianto simbolico si è smarrito nella «marcia infernale del progresso»4, dove tutto dev’essere pratico, funzionale e consumabile. Bisogna badare alla sostanza, dicono i praticoni della modernità, cioè, etimologicamente, a ciò che sta sotto. Noi preferiamo, invece, occuparci dell’essenza, perché la spiegazione delle cose procede dall’alto verso il basso, e non viceversa. E nell’inversione di questa procedura, gli dei si sono defilati. Non più i Lari e i Penati a tutelare il territorio attorno alla casa e a vigilare sulla dispensa della famiglia, né capifamiglia a difendere l’uscio con l’accetta in mano.

Ma il fuoco non si è spento, è solo custodito segretamente in attesa di un tempo propizio a venire.

1 Cfr. R. MILLET, Lingua fantasma, trad. it., Liberilibri, Macerata 2014.

2 L. URBANI, Habitat, Sellerio, Palermo 2003, p. 344.

3 J. HILLMAN, L’anima dei luoghi, trad. it., Rizzoli, Milano 2004, p. 94.

4 Cfr. O. REY, Dismisura, trad. it., Controcorrente, Napoli 2016.

L’inganno dei numeri

La matematica non è un’opinione: un’espressione tranchant, utilizzata da sempre per sancire, in senso perentorio, un dato o concetto non suscettibile di interpretazione.

Eppure in questi nostri tempi di inganni e mistificazioni, anche i numeri con la loro “testa dura”, hanno imparato prestarsi ai giochi di ricorre ai dati e alle statistiche al fine di conferire il crisma della inopponibilità alla propria interpretazione della realtà.

Una delle statistiche spesso portate avanti, ad esempio, da chi vorrebbe ridimensionare le istanze di sicurezza e ordine pubblico che da ogni parte del Paese si levano a fronte di un pericolo che si pretende solo “percepito” e non effettivo, è quella del presunto “calo percentuale dei reati”. Che, in alcune città, autorità politiche e di controllo pretendono si attesti anche su percentuali a due cifre.

Le statistiche sono fasulle? Esiste davvero, un’ondata di isteria che coinvolge larghe fette della popolazione, magari anche in virtù di una “galoppante xenofobia” di fronte al massiccio ingresso di stranieri, che falsa totalmente la percezione della realtà ?

Non esattamente.

Il fatto è che il dato nudo e crudo, riportato in modo fine a stesso non è indicativo della dimensione di certi fenomeni, se non lo si contestualizza e lo si approfondisce.

Nel rivendicare la diminuzione dei crimini, ad esempio, non si tiene conto del fatto che – a partire dal mese di febbraio dello scorso anno (2016) sono state decine le fattispecie di reato soggette a depenalizzazione.

La flessione percentuale del numero dei reati – e in particolare di determinate fattispecie delittuose – è in buona parte dovuta al semplice fatto che ciò che in passato era censito come reato penale, è stato derubricato a illecito amministrativo.

Non sono poche e non di lieve impatto le fattispecie che sono state interessate da tale intervento; solo per citarne alcune:

  • art. 635 c.p. – danneggiamento;

  • art. 527 c.p. – atti osceni;

  • art. 94 c.p. – ingiuria;

  • art. 726 c.p. – atti contrari alla pubblica decenza.

A partire dall’entrata in vigore del provvedimento di depenalizzazione, pertanto, qualora un individuo si denudi di fronte a una donna, a una ragazza o anche a un minore (atti osceni), quel comportamento non integra più una fattispecie di reato.

Allo stesso modo, laddove qualcuno urini o defechi per strada, ovvero cammini nudo per le vie di una città (atti contrari alla pubblica decenza), non potrà farsi valere nei suoi confronti la contestazione di un illecito penale e lo stesso sarà destinatario di una sola sanzione amministrativa.

Tutti questi e altri comportamenti spariscono dalle statistiche sui reati semplicemente perché non possono essere più inseriti fra le fattispecie penalmente perseguibili, non certo perché il loro verificarsi sia venuto meno o anche solo diminuito.

È, inoltre, opportuno ricordare che la ‘diminuzione statistica’ dei reati sconta anche l’oramai consolidata rassegnazione di molte vittime a non procedere con la denuncia dell’illecito subito, soprattutto per i piccoli furti e le molestie, in considerazione della sempre crescente sfiducia nella capacità della giustizia di punire adeguatamente il colpevole e – soprattutto – di tutelare la vittima dal doversi nuovamente confrontare con lo stesso nel giro di pochissimo tempo.

Una simile situazione si verifica anche con i dati relativi all’occupazione, spesso spesi e rilanciati al fine di giustificare l’ottimismo sulla “ripresa” dell’economia e sull’efficacia delle riforme giuslavoristiche varate dal Governo.

Anche in questo caso, l’aumento dell’occupazione e il calo della disoccupazione che di volta in volta vengono registrati e segnalati meriterebbero un approfondimento che non si fermi al semplice dato percentuale.

Da una parte in relazione alla composizione interna del dato: per quanto aumentino gli occupati, tale incremento ha riguardo ai soli contratti a termine, mentre il dato sui contratti a tempo indeterminato è in costante calo dall’approvazione del Jobs Act.

Dall’altra, in relazione al confronto con gli altri dati: in relazione a quasi tutti i mesi di analisi, si riscontra accanto al dato della diminuzione dei disoccupati, l’aumento degli “inattivi”, ovvero di coloro che non lavorano e non cercano un lavoro. Categoria questa la cui crescita dovrebbe rappresentare una concreta preoccupazione, anziché ispirare ottimismo.

Peraltro, le statistiche confermano che l’occupazione aumenta tra gli over 50, mentre diminuisce nelle altre classi di età: il ruolo giocato dagli ultracinquantenni nell’effetto positivo sui dati in materia di occupazione nasconde il meccanismo tutt’altro che positivo dell’aumento dell’età pensionabile che, ormai appare ufficiale e definitivo, nel 2019 sarà portata 67 anni, anche per le donne.

Si potrebbe aggiungere che l’utilizzo strumentale di dati e statistiche trova, d’altro canto, il corrispettivo contrario nelle mancate analisi dei numeri che ci spiegano come gli immigrati delinquano con incidenza percentuale molto maggiore rispetto agli indigeni o in relazione ai dati che dimostrano come in Italia il numero di violenze e omicidi con vittime di sesso femminile sia di gran lunga inferiore a quello delle illuminate socialdemocrazie nordiche.

Ma queste sono altre statistiche, queste sono altre strumentalizzazioni, questi sono altri inganni.

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.