Pentitevi e credete al #MeToo

Giovanni Iudice, Figure allo specchio, olio su tavola cm20x20, 2001

Innanzitutto sei sessista. 

Questo incipit è necessario, perché tu, o Lettore, ti possa fare un purificatore esame di coscienza prima di cominciare la lettura di questo articolo. 

Sei sessista: perché hai generalizzato anche tu, almeno una volta nella tua vita, circa le qualità dei sessi; perché hai adocchiato una donna, se sei un uomo, con fare malizioso (e le hai forse chiesto il consenso prima di guardarle quel bel sedere a mandolino? No? Ecco). 

Perché hai pensato “Quella donna non è adatta a ricoprire quel ruolo”, perché hai aperto la portiera alla tua fidanzata o l’hai fatta entrare prima di te al ristorante. 

Sì: sessista. Pentiti dei tuoi peccati.

L’hai fatto? Possiamo proseguire. 

Viviamo in un’epoca complicata, caro lettore: un’epoca di fraintendimenti, dove alla liberalizzazione sessuale è seguita – paradossalmente – la creazione di una ragnatela di convenzioni sociali talmente fitta che neppure i più acerrimi anti-sessisti riescono a non incappare in quell’infamante accusa. 

Siamo davanti a un’inquisizione che omologa i corpi anziché disciplinare le anime” diceva l’antropologo ed accademico Marino Nicola.  

Ed infatti, i puri vengono epurati da uno più puro di loro: ne abbiamo avuto la dimostrazione quando qualche giorno fa Eric Schneiderman, ministro della Giustizia dello Stato di New York e procuratore – colui che raccolse gli atti ed iniziò la causa contro quel porco sessista di Weinstein – è stato accusato da quattro donne di abusi sessuali e violenze fisiche. 

Del resto la testa di Robespierre non era mica ruzzolata per nulla: se hai l’ansia di salire sul podio del politicamente corretto, ne arriverà sempre qualcuno più politicamente corretto di te pronto a tagliarti la testa. In mondovisione, ovviamente. 

Ma torniamo al discorso dei rapporti fra sessi: è notorio che è sempre più difficile, in questi anni, improntare una relazione serena con l’altro sesso. 

Questo vale soprattutto per gli uomini, dato che un certo femminismo ha paventato l’idea che il maschio sia portatore di un peccato originale, quello dello stupro e del patriarcato. 

E così, la vita del maschio odierno è diventata un esercizio al negativo, ed egli è tutto preso da quella probatio diabolica per cui spetta a lui l’onere di dimostrare che no, non è portatore del gene dello stupro. 

Ti ricordi che sei sessista, vero? Tienilo a mente. Del resto “L’annientamento della personalità, dell’individualità e del carattere di una donna è un prerequisito del sesso maschile” diceva la teorica del femminismo ultra radicale Andrea Dworkin. 

L’uomo: cattivo per natura. E se l’uomo è cattivo per natura, chi è buono per natura? La donna, forse? 

Come dici, può essere un atteggiamento sessista definire la donna buona per natura? 

Taci, sessista. Non ho ancora finito. 

Se ti trovi in difficoltà nella relazione con una donna, probabilmente il problema è tuo: perché sei un maschio. E i maschi ragionano col pene, e di conseguenza hanno un intrinseco limite di comprensione. 

Sono poi, insegna il femminismo radicale, stupratori per natura: “Tutti gli uomini sono stupratori, questo è ciò che sono” diceva lapidaria Marilyn French. 

Certo, nel mondo reale è ancora semplice trovare tante donne sane di mente e tanti uomini sani di mente. Gli insegnamenti del femminismo radicale, quello che – ben lungi dal mirare alla mera emancipazione femminile, che ritengo sacrosanta – puntava piuttosto a seppellire profondamente il seme della misandria nelle donne, non hanno attecchito molto in realtà. 

O forse un po’ sì, magari oltreoceano? 

#MeToo e altre prelibatezze

Tutti conosciamo il fenomeno (mediatico) #MeToo. Una sorta di contro-crociata delle donne che lamentano di aver subito violenza o abusi sessuali, o ancora pesanti attenzioni non gradite, nel corso della loro carriera lavorativa. 

Le prime voci ad alzarsi contro l’abuso sono partite dal dorato quanto ipocrita mondo di Hollywood: da lì, infatti, dalle dolci colline con le lettere bianche, sono partite le prime denunce di quelle donne o ragazze che sostenevano di essere state plagiate da produttori privi di scrupoli e ninfomani. 

In lacrime ma col trucco waterproof, le dive hanno confessato di fronte ai riflettori di aver taciuto a lungo perché erano ricattate: ne andava della loro carriera. Insomma, queste attrici hanno in fin dei conti sostenuto di aver accettato atti di prostituzione, vale a dire atti sessuali con uomini a loro non graditi, in cambio della serena continuazione (o dello spicco) della loro carriera nel cinema. 

Ho detto prostituzione, lo so, perché sono sessista e non posso fare a meno di esserlo. 

In fondo, sono sessista perché sono profondamente anti-sessista. No, nessun paradosso: ho un tale rispetto dell’intelligenza umana, sia essa maschile o femminile, che mi rifiuto categoricamente di pensare che dieci, venti, trenta donne ricche, potenti, famose ed in carriera abbiano accettato con le lacrime agli occhi di avere rapporti di diversa natura con uomini altrettanto ricchi e potenti… senza aver scelta.  

Che ci volete fare: non riesco a capacitarmene. Perché rifuggo profondamente quella teoria che vorrebbe la donna matura-immatura, come una moneta con due facce diverse, a seconda della circostanza. 

Non ci riesco: la maturità, a mio parere, è a tutto tondo. 

Proprio mentre esplode su internet e sui media la “teoria del consenso” secondo quale la donna è consenziente al rapporto solamente se esprime chiaramente ed in modo assolutamente inequivoco, sterilizzato, asettico la sua volontà, io proprio non riesco ad immaginarmi queste signorine ricche e famose mentre fingono di acconsentire al cattivo Weinstein paralizzate dal terrore, terrore talmente traumatico che sono riuscite a risvegliarsene solamente vent’anni dopo. 

Infine, trovo irrispettoso il fenomeno da baraccone del #MeToo, che ha scatenato a colpi di hashtag le confessioni pericolose di migliaia di ragazze in tutto il mondo, da colei che aveva subito veramente una violenza da ragazzina a chi si era sentita molestata dall’occhiolino di un passante. 

Io non riesco a capirlo: ma del resto, dovremmo calarci nei panni di una società dove il consenso è diventata una tematica talmente combattuta che qualcuno ha proposto di firmare un documento prima di avere un rapporto sessuale. 

Perché una donna emancipata non dovrebbe essere in grado di esprimere un chiaro Sì, senza che esso diventi, dieci o quindici minuti dopo, un Nì o un netto No? 

Io non me ne capacito. Sono troppo a favore dell’uguaglianza fra uomini e donne da poter aspirare ad un protezionismo maschile 2.0 per cui la donna deve essere protetta anche da sé stessa, dai suoi consensi, dalla sua volontà, in definitiva. 

Ma io sono sessista. E non dovreste dare mai retta ad una sessista. 

La crisi dell’uomo occidentale

Certo, donna, tutto quello che dici è caro anche a me, ma avrei molta vergogna dei troiani e delle troiane dai lunghi pepli se restassi come un vile lontano dalla guerra. Né l’anima mia lo vuole: ho imparato a essere sempre coraggioso e a battermi nelle prime file dei troiani con grande gloria per mio padre e per me”.

I versi sopra riportati sono tratti da uno dei passi più celebri dell’Iliade: Ettore, il più valoroso tra i combattenti di Ilio, saluta per l’ultima volta la moglie e il figlioletto. I suoi doveri verso la patria e la famiglia, che gli derivano dall’essere uomo, soldato e principe, gli impongono di affrontare in prima persona il più temibile nemico, figlio di una dea. Nonostante le umane e comprensibili richieste della moglie Andromaca, Ettore non si tira indietro, anche se sa che il suo destino è segnato, e che da quello scontro non uscirà vivo. (1)

Nei poemi omerici, miti fondanti della civiltà europea, è già delineato un tipo umano maschile che avremmo ritrovato perpetuato nei secoli, soprattutto nel medioevo cristiano: il cavaliere. Coraggioso, padrone di sé, protettore dei deboli e avverso ai prepotenti. I cosiddetti “monaci guerrieri”, i religiosi che avevano il compito di proteggere i pellegrini cristiani in terra santa, sono state forse le figure più virili della storia: forti nello spirito, ma forti anche nel braccio, che all’occorrenza sguinava la spada. I più famosi furono i cavalieri templari, anche per le leggende più o meno interessanti sorte intorno alla loro tragica fine. Giusto per citare un’esperienza tra le tante.

Rispondere alla domanda “Cos’è rimasto nell’occidente post-moderno del vir, dell’uomo guerriero?” di certo non è facile, e necessiterebbe di un libro a sé e non di un breve articolo. Tuttavia possiamo rilevare che l’allarme lanciato da sociologi, psicologi e psichiatri (2) è che di questo uomo virile, “dominatore di sé prima che dominatore di altri”- per dirla con le parole di uno che di guerre se ne intendeva (3)- non è rimasto niente. O quasi.

Un caso che ha fatto discutere, e che può forse essere elevato a paradigma, è il fatto di cronaca avvenuto in alcune città tedesche la notte di Capodanno di due anni fa, e di cui “Le Fondamenta” si è già occupato (4): centinaia di donne vennero molestate da stranieri ubriachi, mentre gli uomini autoctoni risultarono… non pervenuti. Un caso limite, certo, ma indicativo di una tendenza. E’ mancato il richiamo dell’istinto, del naturale effetto del testosterone che porta alla difesa del territorio; ma anche e soprattutto della consapevolezza di dover difendere le figure più vulnerabili della proprio comunità di appartenenza, in base al ruolo che gli uomini avevano (avrebbero dovuto avere) nella comunità stessa.

Nella società occidentale attuale-senza generalizzare, ma rilevando una tendenza, come detto, già denunciata da più voci-si sta realizzando una crisi d’identità dell’uomo, nelle sue varie sfaccettature.

Se quella del cavaliere può sembrare una figura anacronistica (sebbene a volte, a quanto pare, potrebbe essercene ancora bisogno) la stessa cosa vale ad esempio per l’uomo visto come padre. Il numero sempre maggiore di divorzi ha fatto crescere un’intera generazione di figli, di fatto, senza la presenza costante della figura paterna. Stando ai numeri, infatti, in Europa occidentale molti nuclei famigliari sono composti solo da “ragazze madri” o donna divorziata con figli. Ciò, non senza danni per il sano sviluppo psicologico di questi bambini, che abbisognerebbero dell’esempio del padre per meglio confrontarsi col mondo esterno.

D’altronde, nel contesto di una società in cui imperversa un femminismo aggressivo, volto a colpevolizzare l’uomo in quanto tale, e in cui sta prendendo pericolosamente piede la cosiddetta “ideologia di genere”, che sostiene che non ci sono distinzioni tra i sessi, né legami tra il sesso e la natura, in quanto il sesso stesso non è appunto un dato naturale ma una costruzione sociale (5) che dipende dai capricci di ognuno, non ci stupiamo se l’uomo nelle sue declinazioni storiche e naturali più immediate, quelle di pater e milis, sia in crisi.

Non che gli uomini, però- e giungo alle conclusioni finali- non siano corresponsabili di quanto sta accadendo. Siamo noi- o forse tanti di noi, non tutti, deo gratias– che abbiamo abdicato al nostro ruolo, che abbiamo creduto che il principio di autorità equivalesse davvero all’autoritarismo (eh, è più facile non avere responsabilità); che la virilità non fosse controllare se stessi, le proprie pulsioni, le delusioni della vita; il misurarsi senza paura coi forti o il proteggere i deboli; ma al contrario che questo concetto si esaurisse nel depilarsi, nel palestrarsi, nel farsi le lampade.

L’uomo non educato a essere uomo, però, può essere anche molto pericoloso e non solo per gli effetti a lungo termine che può subire una società devirilizzata. Non voglio addentrarmi nella questione sociologica del femminicidio (molti contestano il termine stesso, in quanto la maggior parte dei morti ammazzati sono uomini), ma certo i casi di uomini-eunuchi, bamboccioni non in grado di accettare con forza le avversità della vita (un rifiuto, un abbandono) che uccidono la compagna/moglie sono tanti e sono all’ordine del giorno (6). Anche questo potrebbe essere messo nel conto delle conseguenze di quella che ormai possiamo chiamare crisi dell’uomo occidentale.

 

 

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.

(1) dal canto VI dell”Iliade

(2) Alcuni titoli in ordine sparso: C.Risè, “Il maschio selvatico”; R. Cortina, M.Recalcati “Cosa resta del padre”; L. Zoja, “Il gesto di Ettore”

(3) tratto da “Militia” di Leon Degrelle

(4) http://www.lefondamenta.it/2018/01/14/violenze-sessuali-colonia-doverano-gli-uomini/

(5) ideologia di genere che di certo non dispiace alle lobby economiche mondialiste, che dalla nascita di un essere privato non solo dell’identità etnica e religiosa, ma anche di quella sessuale, cioè di un individuo monade, privo di legami, avrebbero solo da guadagnare, in quanto rappresenterebbe il prototipo del perfetto consumatore. Sul tema tra l’altro si può leggere “Unisex” di G. Marletta

(6) tema delicato e discutibile, ma qui affrontato con lucidità da M. Blondet http://www.iltimone.org/news-timone/il-mostro-palestrato-e-abbronzato-in-noi-perch-il/

Lo stupro: oltre il mito e la patologia

Di fronte ai fenomeni di violenza sulle donne esercitati dai cosiddetti migranti, o comunque da uomini provenienti da culture e da religioni estranee alla nostra civiltà, si scatenano sempre i distinguo untuosi delle nostrane progressiste, sempre pronte a infazzolettarsi il cranio per non disturbare la sensibilità dei maschi allogeni, e sempre mute davanti alle esibizioni di sopraffazione di questi ultimi.

È veramente penoso lo spettacolo che da tempo le vetero femministe offrono, nel loro silenzio complice e nella loro tanto patetica quanto criminale sudditanza ai nuovi codici imposti nella nostra società dalle boldriniane risorse portatrici di stili futuri.

Pur di sputare sulle proprie tradizioni, pur di esercitare il più becero disfattismo della nostra cultura, pur di contorcersi nel masochismo disprezzatore della nostra civiltà, tirano fuori dal cappello della strega tutti i luoghi comuni utilizzabili per la denigrazione degli antichi splendori nostrani. Ecco, allora, denunciare il ratto delle Sabine, per dire che anche Roma è stata fondata con il sangue delle vergini versato per colpa dei biechi conquistatori. E che anche i greci dovettero inventarsi i Centauri per giustificare la violenza insita nel maschio, e così esorcizzarla nel mito. Per non parlare della conquista di Troia, “esempio di politica genocidaria”, eppure citata come poema della civiltà ellenica.

Insomma, per non inquadrare il nemico attuale, si svia l’argomento sulle tragedie reali o mitiche di un glorioso passato per giustificare e comprendere la cronaca di questa miserabile attualità.

Lo stupro, nella metodica aggressiva del nostro tempo, necessita di una doppia griglia di comprensione: una definibile all’interno della deviazione perversa della psiche comune, l’altra derivante da certa cultura della sopraffazione e della coincidenza di diritto e teologia.

Nel primo caso, la valenza interpretativa è necessariamente delegata alle scienze sociali, alla filosofia politica, alla psicosociologia e all’analisi dell’inconscio collettivo. Quindi, un campo limitato alla popolazione di uguale radice e di fondamento etnico condiviso.

Nel secondo, la valutazione è molto più variegata e esige strumenti di analisi più sofisticati e politicamente scorretti.

Lo stupro perpetrato da un islamico ha una valenza simbolica e psicologica: è il gesto che fisicamente definisce la sottomissione della donna. Perché, come titola un paragrafo dell’eccellente saggio di Francesco Borgonovo, L’impero dell’Islam, “L’Islam non rispetta le donne”, in quanto inferiori nella vita e nella morte. La legge coranica sancisce una serie di abusi inconcepibili per la cultura occidentale, che però sono perfettamente confacenti all’impostazione teologica di quel violento testo per loro sacro che si chiama Corano. Esso è il manuale precettistico «di una cultura e di una religione che hanno sempre sminuito la donna. La donna non è un essere umano, è un oggetto che si può vendere e comprare», così si esprime in una intervista intitolata Violenza e Islam il poeta siro-libanese Adonis, un intellettuale che ben conoscere le sfumature del mondo arabo.

È il gesto che stabilisce il potere invasivo del maschio islamico contro l’atteggiamento imbelle e remissivo dell’uomo svirilizzato occidentale. Chi richiama l’attenzione sull’erotismo dei testi arabi e sull’atteggiamento protettivo da parte dell’uomo si confonde e non approfondisce la questione. I testi erotici sono sempre oggettivazione del femminile, consigli di come massimizzare la potenza maschile e di come migliorare la sudditanza femminile. La rivendicata pudicizia del burqa di certi intellettuali nostrani, che trovano quel costume un modo di salvaguardare la donne rispetto alla lascivia dei costumi occidentali, dovrebbe sapere – e Adonis lo spiega perfettamente – che il burqa significa “pecora” o “animale strisciante” o “bestia da soma”, quindi una condizione di sottomissione, non certo una difesa dell’intimità e della virtù.

Lo stupro della donna bianca occidentale ha anche una non indifferente valenza politica. Quanto è accaduto in Germania nell’assalto ad un migliaio di donne in una notte di festa, e quanto continua accadere in singoli episodi anche nel nostro Paese, non è solo l’attacco del branco che segna potere e supremazia individuale, non è la deviazione patologica del singolo, ma è la manifestazione dell’”inconscio dei musulmani”, un inconscio dove emerge l’istinto predatorio, la pulsione ad umiliare, a disprezzare e a usare la donna come segnale più ampio conquista territoriale. Coloro i quali continuano a starnazzare sul pericolo nazista dovrebbero chiedersi dov’erano gli uomini a difesa di quelle donne. Gli islamici l’hanno capito, e ogni donna stuprata è una indicazione fisica, sanguinaria della loro lenta e inesorabile presa del territorio.

Ecco perché, affrontare questo tipo di stupro con le armi della sociologia, della criminologia o della psicopatologia è un modo perdente nell’analisi e sterile nell’azione.

Lo stupro allogeno è l’avvertimento della potenza straniera e della debilitazione indigena.

Quello che le femministe non dicono sull’aborto

È passata da circa un mese la “giornata nazionale per l’aborto libero e sicuro” in cui qualche gruppo ultrafemminista ha ribadito il proprio pensiero dell’aborto quale “diritto umano” che ogni Stato per dirsi civile dovrebbe garantire su richiesta e senza giustificazioni (“ond demand and without apologize” era uno degli slogan internazionali della giornata). Ma davvero “le donne” vogliono questo? Davvero le donne che dicono di volerlo sanno di che si tratta? Davvero lo sanno tutti quelli che ne discutono? Davvero tutti quelli che ne parlano come di una “conquista di civiltà” sanno che civiltà ne ha promosso la diffusione?

Proviamo a fare il punto, premettendo che sono una donna, madre, volontaria di un Centro di aiuto per la Vita in cui di storie così ne sono passate tantissime.

Parliamo di cos’è un aborto, innanzitutto. Una donna sospetta di essere incinta a circa 2-3 settimane di età di sviluppo embrionale quando ormai il figlio è ben impiantato nel suo utero. In teoria nel giro di pochi giorni può sottoporsi ad un aborto, normalmente però tra visite di conferma e tempi di attesa personali e del sistema sanitario la maggior parte degli aborti avvengono intorno tra le 8 e le 10 settimane.

A questo punto le opzioni sono tre, aborto chimico (RU 486) se eseguito prima della 7° settimana , aborto chirurgico per aspirazione o raschiamento, aborto per induzione di parto pretermine nel caso di aborto cosiddetto “terapeutico” dopo la 16° settimana. Vediamo in che cosa consistono.

Aborto chimico: alla donna viene fatta assumere una dose di Mifepristone (RU486) che uccide chimicamente l’embrione. Dopo alcune ore viene data una dose di prostaglandine che inducono contrazioni per il distacco dell’embrione morto e la sua espulsione nel giro di alcune ore o giorni, in modo diverso per ogni donna. Dopo alcuni giorni la donna deve sottoporsi a controlli medici per avere la conferma dell’avvenuto completamento dell’aborto. Questo processo comporta la diretta responsabilità della donna nella procedura abortiva, spesso provoca crampi ed emorragie importanti, talvolta la necessità di un aborto chirurgico per la non perfetta espulsione di tutto il contenuto dell’utero (non solo l’embrione ma anche annessi fetali) e la possibilità che la donna veda il corpicino di suo figlio espulso con le perdite ematiche.

Aborto chirurgico per aspirazione: nell’utero della donna viene infilata una cannula che aspira l’embrione sbriciolandolo grazie alla forza della pompa di aspirazione. Nel caso di gravidanze oltre un certo grado di sviluppo il personale sanitario deve controllare che tutti i pezzi del feto siano presenti nel materiale raccolto nel contenitore dell’aspiratore.

Aborto per raschiamento: nell’utero viene inserito una “curette” (uno strumento chirurgico a forma di anello) che stacca dall’utero la placenta e l’embrione, facendolo a pezzi in caso di aborto non proprio precoce. Anche qui va controllato che siano stati asportati tutti i frammenti.

Talvolta i due sistemi sono combinati.

Aborto per induzione di parto pre-termine: questo è l’aborto che si fa quando parliamo di “aborto terapeutico”. In pratica viene indotto un parto anticipato tra la 15° e la 23° settimana (attualmente termine in Italia considerato come limite perché un bambino nato poco dopo sopravvivrebbe quasi con certezza ma in alcuni Paesi anche oltre) e la donna ha un travaglio ed un parto “normali” da cui nasce un bambino estremamente prematuro, talvolta già deceduto ma spesso ancora vivo che morirà sul tavolo operatorio nel giro di qualche minuto ma anche diverse ore perché incapace di una respirazione autonoma efficace.

Si parla tanto di “consenso informato” ma le donne prima di abortire vengono informate su cosa sta per succedere loro e al figlio che portano in grembo? E sanno di avere, secondo la l.194, diritto a proposte di alternative concrete per superare le situazioni che le portano a questa decisione? Sanno dei rischi immediati dell’intervento e delle conseguenze sulla loro vita riproduttiva futura e su quella psicologica?

Sanno che se prendono la RU486 potrebbero vedere loro figlio cadere nel water durante dolorosi crampi che sono in realtà contrazioni espulsive? Sanno che l’aborto “terapeutico” consiste in un vero e proprio parto dopo il quale loro figlio (cui prima di sapere la diagnosi probabilmente hanno saputo il sesso e anche dato un nome) morirà per asfissia?

Sanno che il loro corpo “saprà” che hanno partorito e il loro seno produrrà latte e dovranno prendere altri farmaci per farlo andar via? Sanno dell’aumentato rischio di sterilità, di gravidanze extrauterine, di infezioni pelviche, di aborti spontanei in future gravidanze? Sanno della maggior incidenza di depressione nelle donne che hanno scelto di abortire rispetto a quelle che hanno accettato di portare avanti una gravidanza indesiderata?

Sanno che è maggiore anche il rischio suicidario in questo caso? Sanno di poter partorire in anonimato anche dopo essere state ospitate eventualmente in una struttura protetta e dare in adozione il bambino concedendo a lui di vivere ed ad una coppia sterile di diventare genitori? E di poter cambiare idea anche entro i due mesi?

Ecco, quando leggo articoli in cui si parla di aborto come un “diritto” delle donne mi domando se il “diritto” ad essere informate sull’orrore che quella decisione comporta ed ad essere aiutate a portare avanti la gravidanza non dovrebbe essere prioritario. E no, non sono diritti sullo stesso piano. Abortire non vuol dire eliminare i problemi che una gravidanza imprevista o una diagnosi prenatale negativa porteranno nella nostra vita. Vuol dire eliminare nostro figlio perché la sua vita ci creerà quei problemi.

Perché il figlio ce l’abbiamo dal momento che restiamo incinte e se non è sempre una bella notizia, sempre di un figlio si tratta. E, che lo teniamo o lo uccidiamo (sì, l’aborto uccide un figlio non un “grumo di cellule” informe, a quell’età ci sono già un cuore che batte e un cervello che cresce), rimarremo madri di quel bambino per sempre con la differenza che saremo madri di un figlio morto per una decisione che, per quanto sofferta, è sempre e soprattutto nostra.

Quale società può dirsi civile se consente di eliminare i problemi dalla vita di qualcuno eliminando qualcun altro? Qualcun altro che è più debole, fragile e senza possibilità di far valere le sue ragioni? Quale società può dirsi civile se addossa ad una donna, in uno dei momenti più difficili e delicati della sua vita, la decisione di restare sola coi suoi problemi ed un figlio o la possibilità di uccidere il figlio nella speranza di risolvere i suoi problemi senza nemmeno la consapevolezza che ne avrà senz’altro altri, forse peggiori e senza alternative? Una civiltà in cui ad una coppia che aspetta un bambino con sindrome di Down o un’altra qualunque patologia viene prospettata come “normale” e spesso consigliata l’idea di farlo nascere perché muoia?

Qualunque altro modo di affrontare la questione senza tener conto di queste domande fondamentali, mettendo il focus sulla libertà, sulla scelta, sull’autonomia della donna è pura ipocrisia. L’aborto è un orrore da qualunque parti lo si guardi e le donne meritano di meglio.

 

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.