Assegnazione delle case popolari: diritti umani a intermittenza

Dante Fazzini, “La zona vecchia” Acquerello 40×50 cm – 2007. L’ultimo tramonto della settimana, spasmi di agonia rituale inondavano di un arancio vivido gli enormi palazzi dagli intonaci cadenti. Parallele-bipedi, senza nome, affastellati gli uni sugli altri, muri su muri, come corpi distrattamente dimenticati.

L’Ente Italiano IACP (Istituto Autonomo Case Popolari) ha lo scopo di gestire l’edilizia pubblica con il fine di assegnare case popolari ai meno abbienti, tramite affitti o canoni calmierati (un tetto massimo sui prezzi di consumo).

Creato nel 1903 dall’allora Ministro del Tesoro, Luigi Luzzatti, durante il Governo Giolitti, IACP ha contribuito a sistemare milioni di italiani in locali abitativi, impossibilitati a sostenere spese che andavano al di sopra delle loro possibilità.

Gli alloggi abitativi vengono dati dal Comune di residenza tramite un bando pubblico, al termine del quale vengono stilate delle graduatorie dove si assegnano alloggi abitativi a famiglie con il reddito più basso.

Ogni Comune ha la sua graduatoria in base alle richieste che ricevono, ed ognuno di loro fissa un tetto massimo di canone agevolato, consentito per legge.

I requisiti per accedere alle case popolari sono:

– avere la cittadinanza italiana o europea, oppure facente parte di un Paese estero (basti avere il permesso da almeno due anni);

– essere residente o attività lavorativa sita nel Comune in cui si fa richiesta;

– avere un reddito al di sotto dei 25.000 euro circa (dato che può differenziare da Comune a Comune).

Vengono assegnate alloggi abitativi comunali, a persone indigenti, invalidi, vedove, madri nubili o separati (che vengono seguiti da almeno sei-otto mesi da Assistenti sociali), famiglie con reddito minimo e con figli a carico o invalidi, Famiglie over 35 formatisi da oltre tre anni, persone che vivono con la pensione minima o che hanno problemi a pagare l’affitto o hanno ricevuto uno sfratto, famiglie che risiedono con più nuclei familiari nello stesso spazio abitativo o che abitano in alloggi di fortuna.

Solitamente i bandi per fare richiesta di alloggi comunali, vengono fatti ogni 4 anni. Tutti possono farne richiesta, basta compilare il modulo che si può scaricare tramite internet o ritirarlo nel Comune di Residenza.

Fino a pochi anni fa le richieste di case popolari, erano inferiori alle vere necessità del cittadino. Purtroppo con l’avvento della crisi e l’aumento della povertà dovuta alla disoccupazione (si stimano – dati Istat – che il 6% degli italiani nel 2016 vivevano in condizioni di assoluta povertà, mentre il 12% in povertà relativa. Dati purtroppo in salita nel 2017), le richieste siano aumentate esponenzialmente, anche grazie all’entrata nel nostro territorio di circa 3.714.137 immigrati, solo quelli regolari (dati Istat).

Si è venuto a creare così un divario tra le richieste e il numero degli alloggi comunali presenti in Italia, questi ultimi di numero molto più basso, lasciando di fatto molti postulanti fuori dalle graduatoria, nonostante siano perfettamente idonei per farne domanda.

Negli ultimi tempi molti italiani si sono visti scavalcati da immigrati, perché questi ultimi presentano un reddito inferiore e hanno maggiori figli a carico.

Nonostante i vari Comuni cerchino di minimizzare il problema, questo viene costantemente portato alla luce dai dati che vengono forniti e che non fanno altro che aumentare una ingiustizia a carico dell’autoctono che nella maggior parte dei casi, non avendo fissa dimora, si ritrova costretto a vivere in strada o in macchina con la sua famiglia.

Si calcola in media che le case assegnate agli italiani si aggirino intorno al 45-50%.

Alcuni dati:

– nel Comune di Ferrara, il 38% degli italiani, usufruisce di una abitazione comunale, il restante 62% vanno agli immigrati, che però rappresentano solo il 10% della popolazione ferrarese;

– a Bologna, le case popolari, vengono assegnate all’82,7% agli stranieri (il 17% di questi con cittadinanza italiana, anche se nati all’estero);

– in Lombardia, in media, la metà degli alloggi viene assegnata a persone straniere, nonostante questi rappresentino il 13% di tutta la popolazione;

– a Cascina (Comune della Toscana) invece, il sindaco Susanna Ceccardi, nonostante le tante critiche e accuse ricevute, ha fatto applicare la legge, chiedendo agli immigrati (che facevano domanda per la richiesta di case popolari) di portare una certificazione autenticata dall’Ambasciata o dal Consolato, dove venga dichiarato di non essere in possesso di case di proprietà nel Paese natio. Il risultato è stato sorprendente. La maggior parte dei richiedenti, pur di non sottostare a leggi e controlli Amministrativi, hanno preferito rinunciare alla richiesta di alloggio comunale. Grazie al rispetto della legge, ora a Cascina, il 75% dei beneficiari delle abitazioni comunali vengono destinate agli italiani.

Il problema maggiore non riguarda l’immigrato, ma leggi che non vengono rispettate dalla maggior parte dei Comuni e dove a farne le spese sono maggiormente gli italiani.

Il compito primo di una Amministrazione comunale è quello di tutelare il proprio cittadino e non quella di creare ulteriori problemi o di fomentare ingiustizie, che normalmente nascono in questi casi.

La legge purtroppo oggi, nonostante la crescente disoccupazione e il continuo flusso migratorio, non consente a chi è nato in Italia di poter usufruire, in primis, di un bene primario come è quello di una unità abitativa, nonostante la maggior parte continuino a pagare quelle utenze che lo Stato richiede.

Il diritto inalienabile di ogni uomo è, tra le altre cose, quello di avere una casa, un tetto sulla testa che gli consenta di vivere degnamente. Questo diritto, grazie al capitalismo, oggi è diventato invece un’utopia per milioni di persone.

 

 

 

Cittadini non comunitari presenti in Italia: http://www.istat.it/it/archivio/204296

Povertà in Italia: https://www.istat.it/it/archivio/202338

Certificazioni Cascina: http://www.ilpopulista.it/news/19-Settembre-2016/5083/il-sindaco-leghista-di-cascina-la-casa-prima-agli-italiani-e-la-promessa-elettorale-diventa-realta.html

Promemoria per un ordine sociale secondo giustizia

La dottrina sociale della Chiesa ritiene che possano essere vissuti rapporti autenticamente umani, di amicizia e di socialità, di solidarietà e di reciprocità, anche all’interno dell’attività economica e non soltanto fuori di essa o “dopo” di essa. La sfera economica non è né eticamente neutrale né di sua natura disumana e antisociale. Essa appartiene all’attività dell’uomo e, proprio perché umana, deve essere strutturata e istituzionalizzata eticamente1.

La carità potrà portare certamente un qualche rimedio a molte ingiustizie sociali, ma non basta; anzitutto bisogna che fiorisca, domini e sia realmente applicata la virtù della giustizia2.

Di fronte alle molteplici crisi internazionali, che ridisegnano equilibri geopolitici, egemonie e modelli socio-economici, il pensiero sociale cattolico – in tema di capitale, lavoro, proprietà, moneta e via dicendo – è, oggi più che mai, l’unica risposta degna dell’uomo, della sua dignità personale e trascendente, ai problemi del vivere comune3.

Un articolo non può certo avere la presunzione di esaurire questioni tanto ampie quanto complesse, però può offrire un modestissimo spunto per riflettere su un ideale di ordine sociale frettolosamente accantonato in quanto ritenuto obsoleto per le sfide odierne del mondo globale.

La proposta cattolica ai problemi sociali, cioè l’applicazione concreta dei perenni insegnamenti del Magistero, la loro traduzione in indirizzi politici e norme giuridiche, si presenta – nella sua chiara identità – altra tanto dal liberalismo quanto dal socialcomunismo. Sì, altra – alternativa: non si tratta infatti di riformare dall’interno il sistema liberalcapitalista o di realizzarne una versione “compassionevole” quanto di superare la Weltanschauung politico-economica contemporanea e trovare quelle soluzioni strutturali, organiche, nella regolazione della vita economica, intrinsecamente conformi alla giustizia4 e alla legge morale.

Un modello di vita economica che voglia distinguersi dall’economicismo a-morale dominante dovrà incentrarsi su un inscindibile binomio etico-giuridico: a) la subordinazione della scienza economica all’etica e al diritto; b) il necessario primato della politica onde evitare che i pubblici poteri si rendano servi dei potentati economici-finanziari o loro docili strumenti.

Scrive Benedetto XVI: «l’attività economica non può risolvere tutti i problemi sociali mediante la semplice estensione della logica mercantile. Questa va finalizzata al perseguimento del bene comune, di cui deve farsi carico anche e soprattutto la comunità politica. Pertanto, va tenuto presente che è causa di gravi scompensi separare l’agire economico, a cui spetterebbe solo produrre ricchezza, da quello politico, a cui spetterebbe di perseguire la giustizia mediante la ridistribuzione» (Caritas in veritate, n. 36).

Il primato dell’etica: l’economia è un’attività umana, libera e responsabile finalizzata al bene (individuale, famigliare e comune) dell’uomo, alla sua natura normativa: l’uomo dev’esserne agente morale e non ridotto a mero fattore di produzione/consumo. Ha ricordato Giovanni Paolo II: «il principio sommo (…) in assenza del quale tutto il sistema economico è esposto al rischio di pericolose degenerazioni» afferma che «fine di tutta l’economica non è il profitto, ma la promozione della persona»5.

I rapporti tra capitale e lavoro devono essere conformi al diritto naturale e regolati dalla “legge della giustizia sociale” (Pio XI, Enciclica Quadragesimo Anno, n. 58), e non dalle forze cieche e violenti del mercato. Le teorie economiche della scuole liberali e marxiste hanno mostrato i loro limiti: «si avverte l’esigenza di coinvolgere anche i lavoratori nel processo di formazione del capitale e nelle decisioni che riguardano l’impresa secondo una concezione partecipativa dell’economia» volta al superamento «delle varie patologie di cui soffre il mondo»6. Partecipazione che richiede di riconoscere la natura consorziale dell’impresa economica (attività associata di capitale e lavoro, affermò Leone XIII nella Rerum novarum).

Altri principi cardine sono la destinazione universale dei beni materiali (a cui resta subordinata la stessa proprietà privata, che non è un assoluto)7 e la dignità personale e spirituale del lavoro, che non può essere ridotto a merce o sacrificato all’accrescimento indefinito del capitale: «il lavoro, per il suo carattere soggettivo o personale, è superiore ad ogni altro fattore di produzione: questo principio vale, in particolare, rispetto al capitale»8. Il lavoro non può essere equiparato a una merce (una cosa che si vende e si compra), così il salario non può essere fissato dalle oscillazioni del mercato: «la rimunerazione del lavoro non può essere abbandonata al gioco della domanda e dell’offerta; deve invece essere fissata secondo criteri di giustizia»9. Per essere giusto il salario dovrà garantire al lavoratore il necessarium personae (dignitoso mantenimento del nucleo famigliare e possibilità di formarsi una pur modesta proprietà privata).

Concludendo questi brevi cenni. Il mondo occidentale cosiddetto libero ha per decenni sbandierato uno stile di vita all’insegna dell’opulenza, producendo l’anti-civiltà consumistica. Il gusto piacevole della bevanda di un benessere facile è durato relativamente poco (in termini di libertà personale, tranquillità e prosperità) e i risvolti in termini di miseria e indigenza cui numerosi popoli sono costretti a causa di strutture organizzative inique che soffocano l’uomo e disgregano la società sono sotto l’occhio di tutti gli uomini di buona volontà. E’ il momento di cambiare paradigma. Termino con le parole di Papa Pio XI, scritte nel 1931 e più che mai attuali:

Ciò che ferisce gli occhi è che ai nostri tempi non vi è solo concentrazione della ricchezza, ma l’accumularsi altresì di una potenza enorme, di una dispotica padronanza dell’economia in mano di pochi, e questi sovente neppure proprietari, ma solo depositari e amministratori del capitale, di cui essi però dispongono a loro grado e piacimento. Questo potere diviene più che mai dispotico in quelli che, tenendo in pugno il danaro, la fanno da padroni; onde sono in qualche modo i distributori del sangue stesso, di cui vive l’organismo economico, e hanno in mano, per così dire, l’anima dell’economia, sicché nessuno, contro la loro volontà, potrebbe nemmeno respirare. Una tale concentrazione di forze e di potere, che è quasi la nota specifica della economia contemporanea, è il frutto naturale di quella sfrenata libertà di concorrenza che lascia sopravvivere solo i più forti, cioè, spesso i più violenti nella lotta e i meno curanti della coscienza10.

 

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.

1Benedetto XVI, Enciclica Caritas in veritate, n. 36.

2Pio XII, Enciclica Evangelii Praecones, n. 10.

3Pensiamo, ad esempio, all’iniquità monetaria, alle croniche crisi del debito, al dominio pervasivo di un potere finanziario senza volto, alla pressione fiscale che erode i risparmi virtuosi, e via dicendo.

4Così nella definizione del giurista romano Ulpiano: “la giustizia consiste nella costante e perpetua volontà di attribuire a ciascuno il suo diritto. Le regole del diritto sono queste: vivere onestamente, non recare danno ad altri, attribuire a ciascuno il suo”. E il Catechismo della Chiesa Cattolica asserisce: “la giustizia è la virtù morale che consiste nella costante e ferma volontà di dare a Dio e al prossimo ciò che è loro dovuto. La giustizia verso Dio è chiamata virtù di religione. La giustizia verso gli uomini dispone a rispettare i diritti di ciascuno e a stabilire nelle relazioni umane l’armonia che promuove l’equità nei confronti delle persone e del bene comune” (n. 1807).

5Dal Discorso all’Unione cristiana imprenditori dirigenti del 14 dicembre 1985.

6Ibidem.

7“Il diritto alla proprietà privata (…) non elimina l’originaria donazione della terra all’insieme dell’umanità. La destinazione universale dei beni rimane primaria, anche se la promozione del bene comune esige il rispetto della proprietà privata, del diritto ad essa e del suo esercizio” (CCC, n. 2403).

8Dal Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, n. 276.

9Azione cattolica italiana, La Dottrina sociale cristiana, CENAC, Roma 1957, p. 180.

10Pio XI – Enciclica Quadragesimo Anno.

L’inganno dei numeri

La matematica non è un’opinione: un’espressione tranchant, utilizzata da sempre per sancire, in senso perentorio, un dato o concetto non suscettibile di interpretazione.

Eppure in questi nostri tempi di inganni e mistificazioni, anche i numeri con la loro “testa dura”, hanno imparato prestarsi ai giochi di ricorre ai dati e alle statistiche al fine di conferire il crisma della inopponibilità alla propria interpretazione della realtà.

Una delle statistiche spesso portate avanti, ad esempio, da chi vorrebbe ridimensionare le istanze di sicurezza e ordine pubblico che da ogni parte del Paese si levano a fronte di un pericolo che si pretende solo “percepito” e non effettivo, è quella del presunto “calo percentuale dei reati”. Che, in alcune città, autorità politiche e di controllo pretendono si attesti anche su percentuali a due cifre.

Le statistiche sono fasulle? Esiste davvero, un’ondata di isteria che coinvolge larghe fette della popolazione, magari anche in virtù di una “galoppante xenofobia” di fronte al massiccio ingresso di stranieri, che falsa totalmente la percezione della realtà ?

Non esattamente.

Il fatto è che il dato nudo e crudo, riportato in modo fine a stesso non è indicativo della dimensione di certi fenomeni, se non lo si contestualizza e lo si approfondisce.

Nel rivendicare la diminuzione dei crimini, ad esempio, non si tiene conto del fatto che – a partire dal mese di febbraio dello scorso anno (2016) sono state decine le fattispecie di reato soggette a depenalizzazione.

La flessione percentuale del numero dei reati – e in particolare di determinate fattispecie delittuose – è in buona parte dovuta al semplice fatto che ciò che in passato era censito come reato penale, è stato derubricato a illecito amministrativo.

Non sono poche e non di lieve impatto le fattispecie che sono state interessate da tale intervento; solo per citarne alcune:

  • art. 635 c.p. – danneggiamento;

  • art. 527 c.p. – atti osceni;

  • art. 94 c.p. – ingiuria;

  • art. 726 c.p. – atti contrari alla pubblica decenza.

A partire dall’entrata in vigore del provvedimento di depenalizzazione, pertanto, qualora un individuo si denudi di fronte a una donna, a una ragazza o anche a un minore (atti osceni), quel comportamento non integra più una fattispecie di reato.

Allo stesso modo, laddove qualcuno urini o defechi per strada, ovvero cammini nudo per le vie di una città (atti contrari alla pubblica decenza), non potrà farsi valere nei suoi confronti la contestazione di un illecito penale e lo stesso sarà destinatario di una sola sanzione amministrativa.

Tutti questi e altri comportamenti spariscono dalle statistiche sui reati semplicemente perché non possono essere più inseriti fra le fattispecie penalmente perseguibili, non certo perché il loro verificarsi sia venuto meno o anche solo diminuito.

È, inoltre, opportuno ricordare che la ‘diminuzione statistica’ dei reati sconta anche l’oramai consolidata rassegnazione di molte vittime a non procedere con la denuncia dell’illecito subito, soprattutto per i piccoli furti e le molestie, in considerazione della sempre crescente sfiducia nella capacità della giustizia di punire adeguatamente il colpevole e – soprattutto – di tutelare la vittima dal doversi nuovamente confrontare con lo stesso nel giro di pochissimo tempo.

Una simile situazione si verifica anche con i dati relativi all’occupazione, spesso spesi e rilanciati al fine di giustificare l’ottimismo sulla “ripresa” dell’economia e sull’efficacia delle riforme giuslavoristiche varate dal Governo.

Anche in questo caso, l’aumento dell’occupazione e il calo della disoccupazione che di volta in volta vengono registrati e segnalati meriterebbero un approfondimento che non si fermi al semplice dato percentuale.

Da una parte in relazione alla composizione interna del dato: per quanto aumentino gli occupati, tale incremento ha riguardo ai soli contratti a termine, mentre il dato sui contratti a tempo indeterminato è in costante calo dall’approvazione del Jobs Act.

Dall’altra, in relazione al confronto con gli altri dati: in relazione a quasi tutti i mesi di analisi, si riscontra accanto al dato della diminuzione dei disoccupati, l’aumento degli “inattivi”, ovvero di coloro che non lavorano e non cercano un lavoro. Categoria questa la cui crescita dovrebbe rappresentare una concreta preoccupazione, anziché ispirare ottimismo.

Peraltro, le statistiche confermano che l’occupazione aumenta tra gli over 50, mentre diminuisce nelle altre classi di età: il ruolo giocato dagli ultracinquantenni nell’effetto positivo sui dati in materia di occupazione nasconde il meccanismo tutt’altro che positivo dell’aumento dell’età pensionabile che, ormai appare ufficiale e definitivo, nel 2019 sarà portata 67 anni, anche per le donne.

Si potrebbe aggiungere che l’utilizzo strumentale di dati e statistiche trova, d’altro canto, il corrispettivo contrario nelle mancate analisi dei numeri che ci spiegano come gli immigrati delinquano con incidenza percentuale molto maggiore rispetto agli indigeni o in relazione ai dati che dimostrano come in Italia il numero di violenze e omicidi con vittime di sesso femminile sia di gran lunga inferiore a quello delle illuminate socialdemocrazie nordiche.

Ma queste sono altre statistiche, queste sono altre strumentalizzazioni, questi sono altri inganni.

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.