Violenze sessuali a Colonia: dov’erano gli uomini?

«Quelli che come me adorano la propria moglie “non esistono”.

Nel mondo fanno notizia solo i pezzi di merda».

(un commento su Facebook a un caso di stupro, estate 2017)

Disegno di Paola Marinaccio

È trascorso quasi un anno da quando, la notte del 31 dicembre del 2016 a Colonia (Köln), storica città tedesca gemellata con la “mia” Torino, un numeroso insieme di uomini, non pochi dei quali immigrati da Paesi di tradizione islamica, ma soprattutto ubriachi, molestarono sessualmente e in alcuni casi violentarono alcune donne presenti in piazza per l’attesa del Capodanno 2017. Le polemiche sui numeri – oggi sembra impossibile ragionare su alcunché senza affidarsi alla presunta infallibilità della quantificazione numerica – erano state tragicomiche: si passò in breve dalla stima di 2 stupri e 80 tra palpeggiamenti e molestie, a un massimo di 1000 stupri. Più attendibile sembra dunque la stima di circa 400 casi tra molestie, palpeggiamenti e veri e propri stupri sessuali.

Ad avvenimento estremo hanno corrisposto reazioni estreme, in tutta Europa: in Germania manifestazioni di gruppi di estrema destra e neonazisti; l’ipotesi del governo della Repubblica Ceca di vietare l’ingresso a qualunque persona migrante da Paesi islamici (come se la soluzione consistesse nel semplicistico atteggiamento “per colpa di qualcuno non entra più nessuno”); non poche persone, non tutte prive di una discreta cultura, si riconoscono in slogan quali: «L’Europa deve difendersi dalle nuove invasioni barbariche». L’àmbito femminista-di sinistra ha replicato con degni contrattacchi: volendo arginare l’aggravamento della deriva xenofoba, ha lanciato per l’ennesima volta l’attacco al maschilismo, al sessismo, al machismo e al patriarcalismo, certamente diffusi nei Paesi occidentali, ma facendone, come sovente, un unico calderone zelante e ideologizzato, e dando talvolta l’impressione di credere che i gravi atti dei molestatori maghrebini e mediorientali siano stati acquisiti dai maschilisti nostrani soltanto dopo l’ingresso in Europa. La sindaca di Colonia consigliò alle donne di fare più attenzione ai contatti con gli uomini soprattutto se sconosciuti, tenendosi – testualmente – «almeno a un metro di distanza». Le risposte polemiche da parte di alcune organizzazioni femminili e femministe, indignate da tale consiglio, dànno a loro volta da pensare, perché se è vero che questo approccio, ai suoi estremi, porterebbe alla limitazione della libertà di movimento delle donne, nondimeno è vero che, soprattutto da parte femminile, non si può reagire volendo «botte piena e… marito ubriaco», cioè considerando il rischio e il pericolo ma allo stesso tempo rivendicando e riaffermando la più incondizionata, indiscutibile, assoluta libertà individuale. Io posso essere assolutamente libero di correre dove voglio, anche su una strada piena di buche, ma le buche restano tali, e se vi casco dentro, onestamente non posso dare la colpa dell’incidente a chi mi aveva avvertito della presenza delle buche e invitato a starne lontano.

Resta comunque indiscutibile che le buche non dovrebbero esserci, cioè che gli uomini tendenti alla sopraffazione e alla violenza verso le donne andrebbero in qualche modo corretti psicologicamente. L’innegabile problema maschile, più che dai numerosi editoriali online e stampati riguardanti il grave fatto, è stato evocato dalla satira: i due punti di vista considerati prima – quello identitario-difensivo-di destra e quello femminista-antimaschilista-di sinistra (mi si scusi la semplificazione) erano stati espressi da due vignette. In una, il primo personaggio diceva: «Ma dov’erano i compagni?» (intendendo i compagni delle donne molestate), e l’altro: «Si sa che ai “kompagni” piacciono i musulmani!»; nell’altra, un uomo occidentale con al collo un vistoso crocifisso (a indicare l’abitudine, soprattutto italiana, di credersi cattolici nonostante si pensi e si agisca in modo tutt’altro che cristiano) esclamava perentoriamente: «Le nostre donne possiamo stuprarle solo noi!». Ognuna delle due vignette conteneva sia della faziosità ideologica, sia della verità. Nella parte in cui esprimevano la verità, puntavano giustamente l’indice sui protagonisti assenti della situazione la “metà azzurra del mondo”: dov’erano i compagni? Dov’erano gli uomini?

Che io sappia, nessuno ha scritto, al riguardo, che mariti/fidanzati/amici/fratelli non sono intervenuti per viltà, paura o indifferenza: e meno male, perché sarebbe stato un ennesimo esempio di generalizzazione e di superficialità; è vero anche, però, che qualora qualcuno avesse invocato la presenza difensiva maschile, qualcun altro e qualcun’altra avrebbero risposto: non è ammissibile pensare che nel 2016 le donne abbiano ancora bisogno di essere difese dagli uomini; i tempi favolosi della Principessa svenevole minacciata dal drago e salvata da san Giorgio in armatura da cavaliere senza macchia e senza paura, sono morti e sepolti (magari «seppelliti sotto una risata», secondo un noto slogan ormai quasi cinquantenne ma che alcuni ritengono valido tutt’ora!). Ma intanto l’accaduto resta, in tutta la sua gravità, proprio perché è nei fatti mancato un “san Giorgio”.

Dov’erano dunque i compagni? Dov’erano dunque gli uomini? Il silenzio maschile è effettivamente un problema e richiama l’attenzione su uno dei punti importanti della risposta polemica ai fatti di Colonia (e alle analisi più o meno ragionate su di essi) dal punto di vista femminista e degli «studi di genere»: la psicologia e quindi il comportamento maschile nella società occidentale contemporanea. Se da un lato vi sono i maschilisti veri e propri e i violenti, esempi di una concezione della mascolinità intesa esclusivamente come capacità aggressiva e d’imposizione brutale del proprio Io anche sulla persona delle donne, dunque una mascolinità fraintesa – anche a causa del persistere di alcuni stereotipi diffusi dai mass media – con conseguenze dannose sia per l’autenticità degli uomini che le attuano, sia per le donne che li incontrano; dall’altro lato sembra apparire una “nuova” concezione del maschile, che, volendo (?) essere decisamente alternativa e migliore di quella machista/maschilista/patriarcalista, ci “regala” decadenti esempi di uomini postmoderni, giovani e non più tali, che dedicano tempo e denaro alla tinta ai capelli e alla modellazione delle sopracciglia; alla chirurgia estetica, facciale e non soltanto (ricordiamo un Presidente di Regione che, con i soldi pubblici, si faceva sbiancare un orifizio agli antipodi della faccia); al taglio e modellazione dei capelli e della barba in modo sempre più “artistico” (leggi: finto e improbabile); all’applicazione dei «glitters» (lustrini che sembrano involontarie parodie degli addobbi natalizi) e degli ornamenti floreali alla barba «da hipster»; all’attenzione a collocare vari piercing e tatuaggi qua e là sul corpo e a sistemare il meglio possibile i «risvoltini» dei jeans alle caviglie nude. Il tutto espressione e accompagnamento di un modo di concepire i rapporti con persone e cose all’insegna di frasi fatte quali «prendi la vita con leggerezza e ironia», «tutto è questione di gusti», «vivi e lascia vivere».

Entrambi i modelli maschili, il palestrato che non deve chiedere mai e l’hippie alternativo e giocoso, hanno forse una sola, basilare cosa in comune: un’enorme complesso narcisistico. Al centro della psicologia di questi soggetti non c’è realmente la “loro” donna, bensì l’immagine del Sé esteticamente potente che vorrebbero essere, almeno ogni tanto, almeno in una sola occasione speciale (come potrebbe essere l’ultimo giorno dell’anno). Sia il machista, sia il soft-modaiolo assumono automaticamente un habitus per percepire se stessi in qualche modo più intenso e (illusoriamente) gratificante, come se non sentissero più interiormente che l’attenzione, il rispetto e, se necessario, la protezione e la difesa verso le donne dovrebbero nascere, proprio in seguito al contatto e all’interazione con la personalità femminile, come sentimenti e azioni spontaneamente emergenti (e non come “galateo” o “cavalleria”!) all’interno della personalità maschile.

In accadimenti come quelli del 31 dicembre 2016 a Colonia (e in migliaia di altri casi simili ovunque), alcuni uomini fanno soltanto una vergognosa comparsa: sia i violentatori che non sanno liberarsi dell’idea che le donne siano oggetti da afferrare, se reticenti, con le maniere forti; sia i difensori mancati, impreparati perché immersi in uno specchio, come Narciso o la strega di Biancaneve, incapaci di tenere un occhio sulle “loro” donne e di intervenire in loro aiuto, se necessario anche con le mani e i piedi pesanti, ma probabilmente capacissimi di prenotare la seduta dall’estetista o di sprecare del tempo per sistemarsi i risvoltini o i glitters prima di recarsi a festeggiare l’ultima notte dell’anno (o qualsiasi altra ricorrenza più o meno significativa). I “san Giorgio” – viceversa – saranno pure inattuali e scomodi, ma appunto per questo restano significativi, intramontabili e in qualche caso, purtroppo, necessari.

Lo sfratto degli dei

Tutti, o quasi, preoccupati per gli sgomberi forzati da abitazioni abusive e da spazi pubblici illegalmente occupati, ma non si percepisce nessuna angoscia per la sommessa espulsione delle divinità familiari dalle abitazioni dei moderni cittadini. Abituati da tempo a limitarsi alla realtà e alle sue misurazioni meccaniche, anche la casa, come altri innumerevoli elementi della vita dell’uomo, è stata desimbolizzata e ridotta ad edifico di residenza.

Giovanni Iudice, Il bagno, olio su tavola 30x20cm

Gli anglosassoni, tuttora, distinguono linguisticamente l’abitazione con due vocaboli di concetto diverso: house, per indicare la struttura tecnica, la composizione geometrica, la costruzione misurabile, e home, per significare nido familiare, focolare domestico, luogo affettivo.

La solidificazione del mondo – per dirla alla Guénon –, in complice connivenza con la sua mercificazione, ha creato un vuoto che non è solo culturale, ma una vera e propria scomunica di quel vissuto simbolico che è il dispositivo vitale per comprendere il senso stesso della vita nella sue componenti personali e comunitarie. Del resto, basti pensare all’abuso linguistico alla quale è sottoposta l’economia – che etimologicamente deriva da oikos, casa enomos, norma o legge, quindi gestione della casa –, deformata nella pratica a finanza e burocrazia fiscale globalizzata e spesso anonima. Oppure alla tanto perversa quanto mistificante sinonimia tra abitare e risiedere, concetti non sono non equiparabili, ma diametralmente opposti: abitare, come dimensione esistenziale secondo Heidegger ed etologica secondo Lorenz, una condizione trascendente e di carattere storico-spirituale; risiedere, come situazione contingente, di carattere pratico, di precaria opportunità.

Parlare di casa, oggi, non ha alcun senso se non si entra nel dispositivo simbolico e ci si limita a quello funzionale e pratico proposto dalle agenzie immobiliari.

Prendere o lasciare: non ci sono terze opzioni per affrontare questo argomento. O si ha la percezione del Daimon, direbbe Hillman, della vocazione a sentire in un certo modo, oppure ogni argomentazione appare fuori tempo e fuori luogo.

Ascoltiamo il Daimon, quindi, e cominciamo a definire il concetto di casa secondo una coscienza metafisica, secondo un’intuizione che si elevi dalla realtà manipolata che viene proposta.

La casa è uno spazio che custodisce un tempo personalizzato, fatto di memoria, di esperienze e di immaginazione. Questo spazio, e questo tempo, si inseriscono nell’interiorità dei suoi abitanti, che può essere a volte condivisa e altre volte tenuta religiosamente occultata nel segreto di ciascuno, ma che comunque permea l’atmosfera complessiva dell’ambiente e delle persone che lo vivono. Oggi, nella deformazione complessiva della lingua – anzi del suo fantasma, secondo l’interpretazione di Richard Millet1 – si continua a parlare di location, quando si vuole circoscrivere un luogo secondo certe caratteristiche utili, perché si è «smarrito il senso di un “sito” complessivo dove materiale ed immateriale si incontrano in una festa di spiriti e di corpi, di colori, di luci, di odori, e di sapori, e di visioni dai panorami impalpabili e profondissimi»2.

Questa è la casa della tradizione e del simbolo. Un luogo vivente, un organismo animato, un interno che definisce il confine con il fuori. È il simbolo non solo della sicurezza fisica, ma anche quello del principio primigenio del fuoco – focolare – attorno al quale si sviluppano gli ambienti e verso il quale si attiva la protezione degli dei domestici, della famiglia e degli antenati. Essa rappresenta – nel linguaggio della psicologia archetipica – l’interiorità dell’immaginazione, dove «consumare i pasti, bere il vino, abitare [significa] avere l’intera psiche immersa nel luogo, tanto da poter capire cosa il luogo voleva, “come” cercava di esprimere se stesso»3.

La casa, infine, non era solo il domicilio, un punto di incontro quotidiano, un contenitore di oggetti e di funzioni, una residenza burocratica, ma una abitazione. E non è un caso linguistico se da questo vocabolo è stato dedotto il termine habitus, un carattere acquisito ma radicato che orienta le nostre sensazioni, i nostri desideri e, di conseguenza, le nostre condotte. Un’abitazione vivente i cui componenti adulti recepivano la trasmissione degli antenati e la tramandavano alle nuove generazioni. In cui il pater familias era il custode dell’eredità psichica e morale ma, contemporaneamente, il difensore fisico dell’integrità del luogo e del focolare.

Tutto questo impianto simbolico si è smarrito nella «marcia infernale del progresso»4, dove tutto dev’essere pratico, funzionale e consumabile. Bisogna badare alla sostanza, dicono i praticoni della modernità, cioè, etimologicamente, a ciò che sta sotto. Noi preferiamo, invece, occuparci dell’essenza, perché la spiegazione delle cose procede dall’alto verso il basso, e non viceversa. E nell’inversione di questa procedura, gli dei si sono defilati. Non più i Lari e i Penati a tutelare il territorio attorno alla casa e a vigilare sulla dispensa della famiglia, né capifamiglia a difendere l’uscio con l’accetta in mano.

Ma il fuoco non si è spento, è solo custodito segretamente in attesa di un tempo propizio a venire.

1 Cfr. R. MILLET, Lingua fantasma, trad. it., Liberilibri, Macerata 2014.

2 L. URBANI, Habitat, Sellerio, Palermo 2003, p. 344.

3 J. HILLMAN, L’anima dei luoghi, trad. it., Rizzoli, Milano 2004, p. 94.

4 Cfr. O. REY, Dismisura, trad. it., Controcorrente, Napoli 2016.