Tacete! Il nemico vi usa!

Non vedo iattura maggiore del continuare, in assenza di entrambi, al riempirsi la bocca di antifascismo e anticomunismo, due facce della stessa medaglia.

Una maniera per opporsi al sistema unico capitalista, facendone di fatto il gioco. Ignoranza, malafede, sciocca riproposizione fuori tempo di slogan e pregiudizi fanno si che si continui a dare del comunista/fascista a vanvera, o peggio, a comando e necessità altrui, arrivando all’assurdo di ricondurre ogni male a sole due fonti onnicomprensive.

Così, la UE diventa Sovietica o Nazista, Obama comunista e Trump fascista, persino Berlusconi fascista e Renzi Comunista, i centri sociali e le sentinelle in piedi, i 5 stelle e i leghisti, nessuno rimane escluso. Tutto e il suo contrario. Un appellativo buono per tutte le diatribe, perché inadatto a tutte. Categorie irripetibili, fuori storia e contesto, tenute in vita solo come spauracchio per una società che ne ha imparato solo le storture della propaganda e poco la lezione profonda. Il tutto, solo per dividere e ingannare, per non far chiamare le mostruosità attuali con il proprio nome: capitalismo, liberismo, mondialismo!

Lo stesso capitalismo che seppe infiltrare e piegare, seppur in maniera diversa, sia il fascismo che il comunismo. Lo stesso nemico che seppe infiltrare e utilizzare al suo scopo i suoi eredi d’Occidente. Lo stesso capitalismo multiforme che ancora li utilizza per demonizzare i suoi attuali nemici. Tutti, indistintamente, usando ora una sponda e ora un’altra, ma rimanendo sempre saldamente in sella. Lo stesso nemico che ancora ne utilizza i simboli e i richiami per creare consenso attorno ad entità, che lo useranno a proprio favore e ne saranno inevitabilmente funzionali.

Non si tratta di rinnegare il proprio credo o cancellare i verdetti della storia. Non si tratta di rinunciare a ristabilire le verità storiche. Tutt’altro. Si tratta di rinforzarne la necessità assoluta, ricollocandone il bisogno nel suo alveo naturale, evitando strumentalizzazioni e interpretazioni ideologiche. Favorirne la storicizzazione, consentendone la piena comprensione e accettazione. Si tratta, in definitiva, di vivere pienamente il presente, comprendendo e superando il passato: di avere piedi e testa sull’oggi. Il “qui ed ora” politico.

Se non capiamo che questi usano la nostra storia, le divisioni sociali, con capacità di trasformismo e mimetizzazione mai viste prima; che s’impossessano di simboli e credi, riscrivendo la storia e il presente, manovrando e contrapponendo, usando proprio le nostre fideistiche “certezze” e indotte credenze, per non essere mai riconosciuti e banditi per ciò che realmente hanno cagionato e di cui ancora sono causa.

Il passato non ritorna mai uguale a se stesso, mentre il presente non aspetta e il futuro appare incerto come non mai. Il ritorno alla patria, all’identità dei popoli e alla sovranità, alla giustizia sociale, saranno sempre una chimera, senza sottrarci anche al subdolo gioco del lessico politico. Un lessico che è sostanza. Oggi, più che mai. Anche in questo caso, dove le parole si sono scollegate dal loro significato originario, per assumerne di nuovi, fuorvianti se non ingannevoli.

Solo quando anche la parola “capitalismo” diventerà un insulto, uno spauracchio per i popoli, e gli saranno quindi addebitate le sue autentiche responsabilità, non più scaricabili e mimetizzabili, saremmo arrivati ad un punto minimo di reale coscienza per aspirare a cambiare qualcosa nel profondo e non dare solo un’altra sfumatura di colore a chi si presta a perpetuare l’esistente gabbia ideologica.

Siamo infine coscienti che questa riflessione attirerà molte critiche di puristi vari e sapientini della puntualizzazione storico ideologica, ma il fine del nostro ragionamento è volutamente provocatorio e volutamente non storico analitico. L’eventuale fastidio di costoro sarà sola la riprova che il discorso sta in piedi: si finisce per incanalare l’odio del popolo insofferente su falsi obiettivi per arrivare a indisturbati ad ottenere quelli del sistema.

 

L’immagine è di Maura Bathory.

Promemoria per un ordine sociale secondo giustizia

La dottrina sociale della Chiesa ritiene che possano essere vissuti rapporti autenticamente umani, di amicizia e di socialità, di solidarietà e di reciprocità, anche all’interno dell’attività economica e non soltanto fuori di essa o “dopo” di essa. La sfera economica non è né eticamente neutrale né di sua natura disumana e antisociale. Essa appartiene all’attività dell’uomo e, proprio perché umana, deve essere strutturata e istituzionalizzata eticamente1.

La carità potrà portare certamente un qualche rimedio a molte ingiustizie sociali, ma non basta; anzitutto bisogna che fiorisca, domini e sia realmente applicata la virtù della giustizia2.

Di fronte alle molteplici crisi internazionali, che ridisegnano equilibri geopolitici, egemonie e modelli socio-economici, il pensiero sociale cattolico – in tema di capitale, lavoro, proprietà, moneta e via dicendo – è, oggi più che mai, l’unica risposta degna dell’uomo, della sua dignità personale e trascendente, ai problemi del vivere comune3.

Un articolo non può certo avere la presunzione di esaurire questioni tanto ampie quanto complesse, però può offrire un modestissimo spunto per riflettere su un ideale di ordine sociale frettolosamente accantonato in quanto ritenuto obsoleto per le sfide odierne del mondo globale.

La proposta cattolica ai problemi sociali, cioè l’applicazione concreta dei perenni insegnamenti del Magistero, la loro traduzione in indirizzi politici e norme giuridiche, si presenta – nella sua chiara identità – altra tanto dal liberalismo quanto dal socialcomunismo. Sì, altra – alternativa: non si tratta infatti di riformare dall’interno il sistema liberalcapitalista o di realizzarne una versione “compassionevole” quanto di superare la Weltanschauung politico-economica contemporanea e trovare quelle soluzioni strutturali, organiche, nella regolazione della vita economica, intrinsecamente conformi alla giustizia4 e alla legge morale.

Un modello di vita economica che voglia distinguersi dall’economicismo a-morale dominante dovrà incentrarsi su un inscindibile binomio etico-giuridico: a) la subordinazione della scienza economica all’etica e al diritto; b) il necessario primato della politica onde evitare che i pubblici poteri si rendano servi dei potentati economici-finanziari o loro docili strumenti.

Scrive Benedetto XVI: «l’attività economica non può risolvere tutti i problemi sociali mediante la semplice estensione della logica mercantile. Questa va finalizzata al perseguimento del bene comune, di cui deve farsi carico anche e soprattutto la comunità politica. Pertanto, va tenuto presente che è causa di gravi scompensi separare l’agire economico, a cui spetterebbe solo produrre ricchezza, da quello politico, a cui spetterebbe di perseguire la giustizia mediante la ridistribuzione» (Caritas in veritate, n. 36).

Il primato dell’etica: l’economia è un’attività umana, libera e responsabile finalizzata al bene (individuale, famigliare e comune) dell’uomo, alla sua natura normativa: l’uomo dev’esserne agente morale e non ridotto a mero fattore di produzione/consumo. Ha ricordato Giovanni Paolo II: «il principio sommo (…) in assenza del quale tutto il sistema economico è esposto al rischio di pericolose degenerazioni» afferma che «fine di tutta l’economica non è il profitto, ma la promozione della persona»5.

I rapporti tra capitale e lavoro devono essere conformi al diritto naturale e regolati dalla “legge della giustizia sociale” (Pio XI, Enciclica Quadragesimo Anno, n. 58), e non dalle forze cieche e violenti del mercato. Le teorie economiche della scuole liberali e marxiste hanno mostrato i loro limiti: «si avverte l’esigenza di coinvolgere anche i lavoratori nel processo di formazione del capitale e nelle decisioni che riguardano l’impresa secondo una concezione partecipativa dell’economia» volta al superamento «delle varie patologie di cui soffre il mondo»6. Partecipazione che richiede di riconoscere la natura consorziale dell’impresa economica (attività associata di capitale e lavoro, affermò Leone XIII nella Rerum novarum).

Altri principi cardine sono la destinazione universale dei beni materiali (a cui resta subordinata la stessa proprietà privata, che non è un assoluto)7 e la dignità personale e spirituale del lavoro, che non può essere ridotto a merce o sacrificato all’accrescimento indefinito del capitale: «il lavoro, per il suo carattere soggettivo o personale, è superiore ad ogni altro fattore di produzione: questo principio vale, in particolare, rispetto al capitale»8. Il lavoro non può essere equiparato a una merce (una cosa che si vende e si compra), così il salario non può essere fissato dalle oscillazioni del mercato: «la rimunerazione del lavoro non può essere abbandonata al gioco della domanda e dell’offerta; deve invece essere fissata secondo criteri di giustizia»9. Per essere giusto il salario dovrà garantire al lavoratore il necessarium personae (dignitoso mantenimento del nucleo famigliare e possibilità di formarsi una pur modesta proprietà privata).

Concludendo questi brevi cenni. Il mondo occidentale cosiddetto libero ha per decenni sbandierato uno stile di vita all’insegna dell’opulenza, producendo l’anti-civiltà consumistica. Il gusto piacevole della bevanda di un benessere facile è durato relativamente poco (in termini di libertà personale, tranquillità e prosperità) e i risvolti in termini di miseria e indigenza cui numerosi popoli sono costretti a causa di strutture organizzative inique che soffocano l’uomo e disgregano la società sono sotto l’occhio di tutti gli uomini di buona volontà. E’ il momento di cambiare paradigma. Termino con le parole di Papa Pio XI, scritte nel 1931 e più che mai attuali:

Ciò che ferisce gli occhi è che ai nostri tempi non vi è solo concentrazione della ricchezza, ma l’accumularsi altresì di una potenza enorme, di una dispotica padronanza dell’economia in mano di pochi, e questi sovente neppure proprietari, ma solo depositari e amministratori del capitale, di cui essi però dispongono a loro grado e piacimento. Questo potere diviene più che mai dispotico in quelli che, tenendo in pugno il danaro, la fanno da padroni; onde sono in qualche modo i distributori del sangue stesso, di cui vive l’organismo economico, e hanno in mano, per così dire, l’anima dell’economia, sicché nessuno, contro la loro volontà, potrebbe nemmeno respirare. Una tale concentrazione di forze e di potere, che è quasi la nota specifica della economia contemporanea, è il frutto naturale di quella sfrenata libertà di concorrenza che lascia sopravvivere solo i più forti, cioè, spesso i più violenti nella lotta e i meno curanti della coscienza10.

 

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.

1Benedetto XVI, Enciclica Caritas in veritate, n. 36.

2Pio XII, Enciclica Evangelii Praecones, n. 10.

3Pensiamo, ad esempio, all’iniquità monetaria, alle croniche crisi del debito, al dominio pervasivo di un potere finanziario senza volto, alla pressione fiscale che erode i risparmi virtuosi, e via dicendo.

4Così nella definizione del giurista romano Ulpiano: “la giustizia consiste nella costante e perpetua volontà di attribuire a ciascuno il suo diritto. Le regole del diritto sono queste: vivere onestamente, non recare danno ad altri, attribuire a ciascuno il suo”. E il Catechismo della Chiesa Cattolica asserisce: “la giustizia è la virtù morale che consiste nella costante e ferma volontà di dare a Dio e al prossimo ciò che è loro dovuto. La giustizia verso Dio è chiamata virtù di religione. La giustizia verso gli uomini dispone a rispettare i diritti di ciascuno e a stabilire nelle relazioni umane l’armonia che promuove l’equità nei confronti delle persone e del bene comune” (n. 1807).

5Dal Discorso all’Unione cristiana imprenditori dirigenti del 14 dicembre 1985.

6Ibidem.

7“Il diritto alla proprietà privata (…) non elimina l’originaria donazione della terra all’insieme dell’umanità. La destinazione universale dei beni rimane primaria, anche se la promozione del bene comune esige il rispetto della proprietà privata, del diritto ad essa e del suo esercizio” (CCC, n. 2403).

8Dal Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, n. 276.

9Azione cattolica italiana, La Dottrina sociale cristiana, CENAC, Roma 1957, p. 180.

10Pio XI – Enciclica Quadragesimo Anno.

Il feticcio dell’onestà in politica: privi di macchia senza essere puliti

Il dibattito politico vive oggi una febbre senza precedenti, una febbre paralizzante che rende la discussione una sterile farsa. Per rendersi conto di ciò basta seguire uno dei tanti format televisivi di opinione, dove l’argomento più concreto su cui si discetta è la proposta dei sindacati di pensionare gli italiani a 66 anni e 11 mesi contro quella del Governo che spera di chiudere invece a 67 belli e tondi, mentre il resto degli elevati argomenti all’ordine del giorno si staglia sul piano glorioso della fuffa, termine di conio feisbuccaro, ma che ben rende il concetto di inconsistenza delle preoccupazioni dei rappresentanti.

Dante Fazzini, “San Pinocchio liberatore”, un’ironia sullo stato dell’informazione nel nostro paese. L’ambientazione è quella di un tipico borgo con la sua piazzetta, che fa da sfondo al “pollaio” metafora dei talk-show italiani , dove imperano pettegolezzo, menzogne e false verità. L’opera è in formato A4 ed è stata riprodotta in 10 copie firmate e numerate. Chi è interessato può contattare in privato l’artista, visitando il suo sito internet con un semplice click sull’immagine.

Certamente di più, infatti, si aspettano dalla sintesi politica di istanze lontane o talora opposte la casalinga, la mamma, l’artigiano, l’imprenditore, il precario…

Di contro, un’attenzione morbosa e non casuale è riservata a certi aspetti del politico, della narrazione delle cose della politica, la quale, se diligentemente gestita, ha il potenziale di trasformare il nulla in facile consenso elettorale o agevole messa fuori gioco del nemico politico, con l’ausilio immancabile dei media, nonché dei rivoluzionari da tastiera che del click han fatto la loro spada.

Da Mani Pulite a Calciopoli, dal Caso Ruby alle “molestate vent’anni fa” dei giorni nostri, sono moltissimi gli esempi di gestione di passaggi storici a colpi di scandalo, per distrarre o destrutturare, con conseguente immediata divisione del pueblo in sostenitori e detrattori della domenica, di commentatori cui poco importa se la vita dell’oggetto delle loro opinioni potrebbe essere segnata per sempre, che poco sanno di essere talvolta soltanto pedine di un sistema che utilizza la loro indignazione per facilmente imporre scelte difficilmente avallabili attraverso le dinamiche ordinarie della democrazia nella sua accezione più pura.

Una legge “antifascisti” passa meglio se intanto si ricama uno scandalino sulla vicenda di un gestore nostalgico del ventennio, una legge “antiomofobi” esce meglio se intanto i giornali ci parlano quotidianamente di violenza a danno degli lgbt in barba a statistiche molto meno preoccupanti. “Nessuno tocchi Caino”, nome di una ONG divenuto slogan fortunato delle campagne radicali sul trattamento dei condannati, va a farsi benedire nelle reazioni a caldo del pueblo manettaro dinanzi al delinquente schiaffato sui TG della giornata.

Giustizialismo d’accatto, quindi, e cultura del fango sono posti al servizio del pensiero del sospetto che crea la politica della sfiducia e fonda, senza ritorno, la sfiducia nella politica, più di quanto essa non riesca ad armarla da sé. Non più chiacchiera da bar, non più parlottata della domenica a pranzo coi parenti, non più imprecazione da fila alle Poste, sua maestà la campagna di fango è ormai uno scientifico strumento di governo, paragoverno e campagna elettorale.

Oggi poi si costruiscono partiti le cui sezioni “in affitto” non sono più al di là delle saracinesche che danno sulla piazza più bella del paese, ma sul web: candidati e “cittadini” si incontrano in stanze social e primarie a colpi di click, spesso “io, mammate e tu”, esprimono i candidati al Comune o alla presidenza della Regione.

In contrapposizione dialettica alle cronache giudiziarie infelici che toccano trasversalmente tutti i partiti ‘tradizionali’, siffatti utenti-cittadini tendono a considerare la nuova forma di partecipazione 2.0 l’unica ad essere democratica, facendo leva argomentativa sulla parità di peso delle opinioni espresse nel virtuale, sull’uniformità delle consultazioni, sulla possibilità di signor nessuno di intraprendere un’impresa – quella politica – costosa e di privilegio.

Un po’ come l’arbitro, almeno dalla mie parti, è sempre cornuto, allo stesso modo, il politico per narrazione e – ahi-noi! – spesso per cronaca, è sempre ladro (o comunque delinquente), ma non solo dalle mie parti. Così, quale trovata pubblicitaria e specificatamente elettorale potrà mai essere migliore di quella che frappone ladri per definizione a onesti per benedizione? La camicetta dell’onestà decora come una medaglia al valore quanti di buon slancio vogliano indossarla, e per avercela basta essere “presentabili”, presentabili cioè senza passato.

Facile se hai fatto l’artigiano o l’operaio, meno facile se hai fatto l’imprenditore, difficilissimo se nel tuo curriculum c’è più politica che lavoro.

Senza passato vuol dire senza macchia, senza macchia cioè senza precedenti, senza precedenti cioè senza errori. Senza macchia però senza essere necessariamente puliti. O ripuliti. O rinati. Perché passa di mezzo il mare tra l’essere senza precedenti e l’essere puliti. Non è una condanna che fa un uomo, ma lo fa ad esempio di certo l’avere pagato il dovuto.

È nata così l’onestà nella politica, urlata in piazza e sbandierata nei talk-show in un continuo contrapporre il proprio senzamacchismo alle macule degli altri, onestà che muore però a sprazzi in qualche inchiesta eccellente che colpisce persino i fautori della nuova politica “dei cittadini onesti”, espressione che come descrizione vale poco, o almeno vale fino a prova contraria, fino a che una delle tante vicende giudiziarie, appunto, a orologeria, non colpisca persino i puri più puri degli altri…

Tuttavia, a livello comunicativo, il meccanismo del patentino dell’onestà funziona, funziona finché il paladino dell’antiabusivismo edilizio non viene indagato per abusivismo edilizio, finché il protettore dei lavoratori del futuro non viene indagato per avere falsificato la busta-paga dei suoi dipendenti. Viene indagato, non certo condannato! Persino in questa distorsione della realtà un indagato è ancora senza macchia, ma ce lo siamo scordati. O meglio, a nessuno interessa ricordarlo perché la farsa si muove ovviamente su un piano di non verità, e nel teatro ciascuno deve fare il suo.

Non è un segreto per nessuno che il garantismo come tutela dell’individuo sottoposto ad azione giudiziaria (esplicato nelle formule di Ferrajoli “nessuna pena senza reato, nessun crimine senza legge, nessuna legge penale senza necessità, nessuna necessità di legge penale senza danno, nessun danno senza azione, nessuna azione senza colpa, nessuna colpa senza processo, nessun processo senza accusa, nessuna accusa senza prova, nessuna prova senza difesa”), valore principe dello stato di diritto, sia bell’e calpestato da un po’, e basta un’indagine, talvolta semplicemente obbligata dalle circostanze, a distruggere la reputazione e a trasformare in impresentabile chiunque. Complice ovviamente un sistema d’informazione che tiene in piedi il gioco squallido del fango, senza mostrare scrupoli nei confronti della persona, della sua famiglia, della sua storia che non sempre è quella del mostro da prima pagina.

Il cittadino 2.0 scopre così l’esistenza di un’alea sinora sconosciuta nella sua attività di moralizzatore virtuale del mondo politico ladro e poi di candidato e poi di eletto. Scopre in sostanza che l’impresentabile oggi è lui. E scopre – almeno questo auspichiamo – che quell’onestà tanto sbandierata, alla fine, è solo una malattia, la malattia dell’ipocondriaco. Essa è quindi un’astrazione, quando la si usa come arma dialettica, ma è anche un boomerang quando colpisce di ritorno e molto prima dell’accertamento giudiziario con relativa condanna per i reati imputati.

Per evitare equivoci, specifichiamo che non si sta certo negando, all’interno del nostro ragionamento, che chi sbaglia debba non rimanere impunito o che non si debba chiedere qualità nei profili di chi potrebbe andare a ricoprire incarichi pubblici, che sono oneri ed onori, ma questo profilo non può essere artatamente costruito quando la camicetta dell’onestà era pulita e artatamente distrutto quando si è macchiata e in modo non ancora definitivo. Dietro siffatte costruzioni c’è la Persona, nella sua dignità, nel suo essere di più del vociare più fastidioso che gli si innalza intorno o di un’inchiesta che deve fare la sua strada, anche quando ha sbagliato e qualunque sia stato il suo passato, ovunque sia partita.

Un ultimo appunto va fatto sullo strano concetto di democrazia tutto moderno, termine agghindato e restituito in una dimensione ‘morale’, a tratti ‘religiosa’. Democrazia significa, invece, soltanto “potere del popolo”, ed è solo una forma di governo, non progressismo-crazia, quindi potere dell’ideologia che decide chi è presentabile, chi può rappresentare e chi merita rappresentanza, sempre più spesso sulla stregua di percezioni e costruzioni e non secondo le leggi per le quali un indagato è solo un indagato e non certo un mostro.

Si finisce quindi per negare nella realtà dei fatti il valore vero della rappresentanza democratica, banale gioco di numeri, almeno quando bisogna contare i voti. E non c’è un voto più voto degli altri, che ne dicano quelli che vogliono fare votare solo i “democratici”.

La libertà di espressione sotto attacco

La libertà di espressione1, in tutte le sue forme, è tra quelle fondamentali dell’uomo nei paesi civili: cercare di limitarla è un pericolo che nessuna democrazia dovrebbe correre. Eppure nel momento massimo di innovazione tecnologica nei metodi di comunicazione assistiamo ovunque ad un tentativo di limitare la libertà di espressione con ogni mezzo: Facebook che censura foto di guerra che hanno vinto anche riconoscimenti internazionali perché urterebbero la sensibilità di qualcuno, nudi di opere d’arte che vengono coperti perché si immagina possano infastidire i sedicenti custodi di una presunta moralità pubblica (ricordate quando il Presidente dell’Iran venne in Italia e si dovettero coprire alcune statue?

Ricordate però pure che in UK la regina Vittoria, ai tempi, fece coprire le gambe dei tavoli, perché considerate indecenti!) sono solo due esempi di come in questi ultimi tempi la libertà di espressione sia stata messa a dura prova. Perfino nella terra della libertà e nella casa dei coraggiosi, l’America del Nord, il free speech – la libertà di espressione – è costantemente messa sotto attacco: le scene di guerriglia viste all’Università di Berkeley in occasione dell’annunciato discorso di Ann Coulter2 o l’aggressione in Vermont ai danni dell’anziano sociologo Murray o la messa a tacere di Heather MacDonald3 in California, dimostrano che si ha paura di idee alternative al “conformismo liberal” al “pensiero unico” che domina non solo nelle università statunitensi ma anche in quelle europee soprattutto inglesi.

«A Gesù Cristo, e ad altri ‘estremisti nonviolenti’, sarebbe vietato parlare nelle università se fosse vivo nel 2016» avrebbe detto il professore di Oxford, Timothy Garton Ash4 denunciando la troppa debolezza nel difendere la libertà di parola in UK. Di questi esempi poco edificanti ve ne sono purtroppo anche nella nostra Italia: il caso delle affermazioni dell’imprenditore Barilla sulla famiglia tradizionale che hanno scatenato la potentissima lobby gay americana contro la sua pasta o dello stilista Domenico Dolce sui “figli della chimica” che si è visto insultare anche dal cantante Elton John e tanti altri. Per non parlare poi della questione gender e di genitore 1 e genitore 2.

Poche settimane fa in un viaggio di lavoro a New York ho voluto rendermi conto che la statua del nostro Cristoforo Colombo fosse ancora li a Manhattan in Columbus Circle. C’era per fortuna! Per molti liberal, il free speech è sempre dissenso e il dissenso può appartenere soltanto alla sinistra, quello fuori dall’ideologia liberal va combattuto ferocemente. O se preferiamo, la libertà di parola non significa libertà di avere un’opinione a meno che non si tratti di un’opinione che appartenga ad una minoranza potente. Mi sembra di assistere alla dittatura delle minoranze e dico sembra perché per fortuna conservo ancora l’ottimismo di credere che siano veramente in pochi, anche se potenti e ben organizzati, a pensarla così.

Quando vi fu il vile attacco terroristico di matrice islamica a Charlie Hebdo, il mondo progressista tutto, il mondo democratico, il mondo civile, il mondo che siede dal lato giusto della storia, con qualche testimone anche tra i non progressisti, scese in strada e si riunì al grido “Je suis Charlie” per dimostrare la propria ribellione a qualsiasi tentativo di limitazione della libertà di espressione come quella satirica. Peccato poi che tempo dopo, quando Charlie Hebdo mise in copertina una vignetta satirica sul terremoto di Amatrice, parte di coloro che in Italia aveva dichiarato di essere “Je suis Charlie” ha manifestato il proprio sentimento di condanna per quella vignetta giudicata “irrispettosa”. Doppio standard, more solito. Senza la libertà di espressione non avremmo visto il pugno chiuso alzato in guanto nero di Smith e Carlos alle Olimpiadi del Messico nel 1968.

In questi giorni in Italia abbiamo assistito al dibattito sulla proposta di legge Fiano che vuole, di fatto, impedire “la propaganda” del regime fascista. Molti hanno già discusso sulla necessità di avere un’altra legge oltre quella Scelba e Mancino e non voglio parlare di questo; mentre il M5s ha parlato di iniziativa liberticida, io ritengo che il confine tra la libertà di manifestare la propria opinione e la propaganda sia un confine molto labile per lasciare che a decidere sia la magistratura.

Sicuramente l’onorevole Fiano ha pensato a questa nuova proposta per difendere nobilmente il popolo ebraico da future aggressioni razziste anche e soprattutto attraverso le nuove piattaforme virtuali di comunicazione ma il modo che ha proposto è alquanto pericoloso. Popper diceva che non bisogna tollerare gli intolleranti, ma un paese democratico come l’Italia non dovrebbe concentrare le sue energie politiche a reprimere le idee di questi sparuti gruppi di intolleranti quanto piuttosto le loro azioni. Sicuramente ci sono state eccezioni, soprattutto post seconda guerra mondiale dove di fatto fu impedita la propaganda di idee naziste e fasciste ma era un’eccezione.

Se l’eccezione si trasforma in regola, mettiamo a rischio uno dei valori più importanti della nostra democrazia e della nostra civiltà. Nessuno sano di mente, in Italia può pensare che ci sia la volontà di rifondare un partito fascista. Limitare la libertà di espressione è però il primo passo certo, perché dimostrato dalla storia, verso il totalitarismo più bieco. Qualcuno afferma che però i partiti di destra stanno prendendo piede in Europa (Germania, Polonia, Ungheria solo per citare qualche esempio) grazie a un sentimento diffuso di odio verso l’altro dove l’altro è l’immigrato. Io penso che non sia proprio vero.

Se i partiti di destra stanno prendendo spazio è perché la politica, certa politica di sinistra, ha fallito nel garantire sicurezza e protezione ai propri cittadini perché il politicamente corretto ha di fatto impedito anche che la libertà di parola fungesse da elemento liberatorio negli essere umani: chiamare le cose per come sono è un modo per affrontarle, impedire questo significa alimentare dubbi e bias che possono generare derive non volute.

«È una cosa stupenda, la distruzione delle parole» – scriveva G. Orwell nel suo capolavoro “1984”. E non è certo impedendo la manifestazione della propria opinione che la sinistra riconquisterà voti. Non ho mai visto accadere che una cosa resa proibita abbia perso fascino anzi: durante il proibizionismo l’alcol scorreva in America molto di più di quando era legale. Demonizzare quello che non rappresenta più alcuna minaccia seria ha il duplice scopo di far volgere lo sguardo lontano dai veri problemi del Paese e puntare un riflettore su qualcosa a cui non si pensava più ridandone nuova luce. Non un grande lavoro per un politico a mio avviso.

Laddove invece non c’è alcun limite alla libertà di espressione registriamo i progressi più importanti in tutti i campi dell’espressione umana: dal campo fisico-spaziale a quello medico-scientifico a quello sociale. Sempre di recente in un altro viaggio americano ho visitato l’Università di Chicago il cui rettore, Jay Ellison, ha recentemente detto rivolto alle matricole che una delle caratteristiche fondamentali del suo Ateneo è l’impegno a tutelare la libertà di ricerca e di espressione e che nella sua università tutti sono incoraggiati a parlare, a scrivere, ad ascoltare, a contestare e ad apprendere, senza temere alcuna censura alcuna. Ecco, questo dovrebbe essere il vero ruolo dell’insegnamento: fornire strumenti di confronto e critici senza aver paura che qualcuno ci censuri, quella qualità d’insegnamento che forse stiamo perdendo in Italia se si ha paura delle opinioni contrarie al pensiero unico.

Mi domando che cosa ci spinga a tale forma di autolesionismo qual è la limitazione della libertà di espressione soprattutto in questo momento in cui il nostro stile di vita, le nostre conquiste sociali e di diritti civili sono nel mirino dell’islam fondamentalista.

A mio avviso non è riducendo al silenzio tacciando del fascista, islamofobo, omofobo, razzista, chiunque la pensi in maniera diversa che ci salveremo. Anzi ci stiamo autocondannando a un inverno della civiltà. E dunque l’inverno si avvicina5 inteso come medioevo del mondo, ma per fortuna c’è prima l’autunno che mi auguro possa essere “caldo” per questo genere di riflessioni. Perché limitando gli altri, prima o poi, si finisce per limitare se stessi.

1 Costituzione della Repubblica Italiana art.21, Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948 art.19, Costituzione della Repubblica federale di Germania del 1949 art.5, Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali  art.10, Costituzione degli Stati Uniti primo ememdamento

2scrittrice e opinionista conservatrice statunitense sui temi sociali e politici

3Commentatrice di politica americana, saggista, e giornalista

4autore del libro : ““Free Speech: Ten Principles for a Connected World”

5Winter is coming la frase più famosa della serie cult Games of Thrones – Il trono di spade in italiano

La foto in alto è d Alfonsa Cirrincione.

L’inganno cosciente della democrazia

“Drapeau tirè” è un ironia sulla bandiera, sulla Patria. Quasi come un familiare cuscino di colori abbottonati. Un vessillo bandiera che sa di famiglia e di giocoso sogno. La tensione delle asole è la componente drammatica che la rendono eroica. Il dipinto è materico, in rilievo e fu acquistato dalla Provincia, misura 50 x 70 cm. Realizzato nel 1980 e fa parte di una serie che io chiamavo “abbottonature”.

L’inganno è ovunque. Dentro di noi, intorno a noi. Ne siamo parte inconsapevole, mezzo e strumento, utenti finali. Perché fin da piccoli, siamo portati a formare coscienze errate, recitare ruoli indotti, ragionare e formare opinioni su racconti e assiomi, che poco hanno a che fare con la verità fattuale e molto con la sua utilitaristica deformazione. Nel migliore dei casi, ne siamo portatori sani.

L’idea stessa di noi, di natura, è costantemente messa in discussione nel sacro nome dell’ideologia dominante, del suo progetto totalizzante di “nuova società”. Anche i concetti veri, se manipolati, azzoppati, diventano inganno, falsità, stortura, che produce inevitabilmente altre storture. Impossibile, in poche righe, riportare la cosa ad un campo definito perché, a ben vedere, li permea tutti. L’epoca in cui viviamo è complessa, difficile e per molti aspetti addirittura oscura: siamo infatti in Kali Yuga, l’era della discordia e dell’ipocrisia, dell’inganno per eccellenza.

Gli antichi testi vedici parlano di questo periodo storico, come il periodo in cui «La terra sarà venerata soltanto per i suoi tesori materiali, le vesti sacerdotali sostituiranno le qualità del sacerdote, i matrimoni cesseranno di essere un rito e ogni ordine di vita sarà simile promiscuamente per tutti, colui che possederà piú denaro sarà padrone degli uomini che concentreranno i loro desideri sull’acquisto anche disonesto della ricchezza». E ancora «I capi che regneranno sulla terra saranno dei violenti; s’impadroniranno dei beni dei loro soggetti. (…)I capi, sotto pretesti fiscali, deruberanno e spoglieranno i loro sudditi e distruggeranno la proprietà dei privati. La sanità morale e la legge diminuiranno di giorno in giorno, finché il mondo sarà totalmente pervertito e l’empietà prevarrà tra gli uomini…»1

Difficile non riconoscere in un tale nefasto quadro il modello attuale di società liberal – capitalista e i suoi inganni, spacciati come droga di libertà e benessere, di cui siamo diventati ampi consumatori e dipendenti. Eppure, altro paradosso tra i paradossi, questa sarebbe l’era delle “democrazie”, del presunto governo dei popoli. Una negazione in termini, il sommo inganno per eccellenza. Perché mai nella storia dell’uomo il popolo è stato reso così fautore delle proprie disgrazie, divenendo egli stesso il mezzo principe per attuare i disegni oligarchici ad esso contrari, la propria “scomparsa” e marginalizzazione come variabile politica. Per giunta, con il proprio convinto assenso.

Atomizzato, disgregato, ridotto a consumatore “tout court” di prodotti preconfezionati, tanto culturali quanto materiali. Impossibilitato a distinguere il vero dal falso, il bene dal male, viene illuso di una decisionalità e libertà, che è la stessa di un pesce cresciuto in un acquario trasparente; di un topolino in gabbia, dove la libertà di andare a destra o a sinistra, girare su una ruota, non è una scelta, ma una possibilità circoscritta dalle quattro pareti della gabbia. Così cresciuto, sarà egli stesso a volerci rimanere, anche quando la porta della gabbia sarà stata dimenticata aperta. Una gabbia trasparente, dove la limitazione e manipolazione delle conoscenze, delle informazioni e delle possibilità, costituisce la base di un limite percepito come invalicabile, seppur inesistente.

«In Oceania si continua a correggere la storia passata per allinearla con quella divulgata nel presente dal Grande Fratello [leggi sul divieto di revisionismo? Legge Fiano? Etc..]; i testi vengono scritti da macchine assai simili ai computer [veline internazionali? uniche fonti mondiali e mancanza di fonti testimoniali dirette nell’ informazione di massa? etc..], e gli intellettuali sono tutti impegnati al Ministero della Verità, cioè nel luogo dove si fabbricano le menzogne. La letteratura è morta, non esiste più come espressione di libero pensiero. Questa fine della cultura è dovuta (anche) alla mancanza di parole per esprimere i concetti: la Neolingua ne contempla un numero di molto inferiore a quello dell’Archeolingua ,che sta per scomparire [politicamente corretto? Linguaggio boldriniano?, etc..]».2

La Neolingua si fonda sul fatto che l’individuo subisca una serie di microlesioni dei centri nervosi cerebrali preposti all’attività del pensiero e del linguaggio; l’effetto finale dovrebbe essere, nelle intenzioni del Partito dominante, la riduzione dell’attività mentale degli individui a una serie di coppie ‘stimolo-risposta predeterminata dal Potere’. Quante analogie, mutatis mutandis, con la realtà corrente? Non credo serva dilungarsi per trovare fin troppe affinità con la nostra quotidianità.

Quante mostruosità contradditorie abbiamo conosciuto come la “democrazia interventista”, la “guerra umanitaria”, “il profugo/migrante economico”, “la difesa preventiva”, etc..etc… Pensiamo anche al ruolo dell’intellettuale (il Saviano di turno) che, secondo lo scrittore, dovrebbe essere il tramite ideale fra la cultura e le persone, e sempre libero di esprimere il proprio pensiero, «si trasforma in Oceania in strumento utilizzato dal Potere. In un universo in cui vige la dittatura, la corruzione della parola e l’impossibilità di espressione conducono a opere stereotipate e standardizzate, costantemente sottoposte al controllo, e messe al bando se giudicate contrarie ai dettami del regime».3

Ancora illuminante è rimarcare come la regola del processo totalitario consiste nell’usare un inganno cosciente e nello stesso tempo mantenere una fermezza di proposito che dimostri una totale onestà: spacciare deliberate menzogne e credervi, ignorare ogni avvenimento scomodo, in definitiva negare l’esistenza della realtà. Quante false flag abbiamo visto divenire “verità” causa di morte e distruzione, di rapina e disgregazione? Quanti dati falsi, spacciati per veri, sono diventati innegabile realtà diffusa?

Tornando alla “democrazia”, come sommo inganno, il compianto C. Preve sottolineava giustamente come «democrazia significa, in senso statico, potere del popolo, ed in senso dinamico, accesso del popolo al potere (…). Chi si accontenta del significato statico, dirà che viviamo in democrazia (sia pure ovviamente limitata, imperfetta, minacciata, ed altri aggettivi compromissori che hanno come compito quello di impedire un’analisi radicale della questione), perché il popolo è coincidente con il corpo elettorale, il corpo elettorale può votare a scadenze regolari, se qualcuno si astiene la colpa è solo sua perché rinuncia unilateralmente ad un diritto che gli è garantito chi passa al significato dinamico, si renderà conto che l’accesso del demos al suffragio universale ed alle garanzie liberali per il dissenso (più esattamente, per il raggio del dissenso ferreamente perimetrato dalla dittatura del partito del pensiero unico), non ha assolutamente significato l’accesso del demos alla sovranità politica. Sovranità politica significa sovranità decisionale sui temi fondamentali della propria esistenza sociale. Cosa assolutamente negata, perché profondamente perimetrata».4

Su questo, dovremo riflettere non poco. Infatti, il voto appare un inutile esercizio, un “ludo cartaceo”, se chi deve esprimerlo non è messo nella condizione di farlo con a monte le dovute conoscenze e l’accesso alle informazioni corrette. Se è legittimo solo quando inserito nel quadro delineato dal sistema, se può essere eluso o bypassato, ignorato o limitato nella sostanza e nella sua formazione. Così interpretato è mera legittimazione di decisioni già assunte dalle élites. Parvenza, non sostanza.

Ancora più grave e limitata, se si amplia il quadro di riferimento e si legge il fenomeno in maniera globale e sovranazionale (oggi, nell’occidente politico, hanno ancora una qualche sovranità le nazioni?..) Infatti, in prima ragione, «qualunque decisione prendano i popoli o i partiti che si presentano alle elezioni (non importa se di centro, sinistra e destra, la cui differenza c’è, ma solo nei due parametri minori della simbologia sportiva e della torchiatura differenziata fra ceti sociali interni) viene svuotata automaticamente da entità metafisiche (direbbe Marx, “sensibilmente soprasensibili”) come i mercati finanziari, le agenzie di rating» e non solo.

Ed, in seconda ragione, «è il dominio imperiale americano, la cui rete di basi militari sparse per il mondo comporta un ricatto atomico permanente, che svuota di fatto ogni sovranità nazionale. Senza sovranità militare non c’è infatti sovranità nazionale (…)».

Concludendo, sempre con le parole di Preve, «chi oggi parla di democrazia in atto, di democrazia sia pur fragile, minacciata o imperfetta, eccetera, o è un ingenuo in buonafede o è un mentitore in mala fede. A volte i confini fra i due gruppi sono labili e le posizioni si mescolano. L’ingenuo in buona fede diventa talvolta un mentitore in malafede, pur non avendo all’inizio questa intenzione, perché rifiutando di prendere in considerazione la realtà, e decidendo appunto di “non sapere”, scivola inavvertitamente dalla prima alla seconda posizione. Una volta che lo scivolamento è avvenuto, esso diventa purtroppo un avversario, mentre prima era un legittimo interlocutore».

 

1 http://altrarealta.blogspot.it/2014/03/vivere-in-un-epoca-di-decadenza-kali.html

2 johnpilger.com

3 Op.cit

4 Costanzo Preve , “Libertà, democrazia e sovranità”, Eretica n.1/2005

“Drapeau tirè” di Dante Fazzini, è un ironia sulla bandiera, sulla Patria. Quasi come un familiare cuscino di colori abbottonati. Un vessillo bandiera che sa di famiglia e di giocoso sogno. La tensione delle asole è la componente drammatica che la rendono eroica. Il dipinto è materico, in rilievo e fu acquistato dalla Provincia, misura 50 x 70 cm. Realizzato nel 1980 e fa parte di una serie che io chiamavo “abbottonature”.