Sotto il regime di Basaglia

Ogni volta che mi trovo a discutere di qualche fenomeno genericamente inteso come sociale, sia esso riguardante l’economia, la salute, la politica o l’ampia area della cultura, premetto sempre un avvertimento di Jünger: «Il tentativo di venire a capo di un’epoca con i soli mezzi offerti da questa, si consuma nel girare a vuoto intorno ai suoi luoghi comuni: non può riuscire».

Cito questa raccomandazione come un mantra, per tentare di distogliere lo sguardo ipnotizzato della maggioranza dal gioco di specchi delle interpretazioni e delle soluzioni offerte dal sistema da parte dell’informazione di massa, dagli spacciatori dell’ovvio dei popoli.

La questione della psichiatria basagliana, quella che ha da anni il massimo impatto mediatico grazie ad un apparato di propaganda e di lavaggio del cervello estremamente capillare e pervasivo, non può né deve sfuggire a questa attenzione.

La leva di cui usufruisce per attivare l’attenzione del pubblico è l’emotività, la ricerca capziosa della lacrima e della compassione, agitando immagini di manicomi, letti di contenzione e camice di forza. A questo impatto visivo vengono associate alcune demagogiche parole chiave come diritti del malato, centralità della persona, presa in cura ed altri ameni miraggi.

La realtà, invece, quella realtà che risulta a coloro che dei malati si occupano, e con essi delle loro famiglie e del contesto di appartenenza, è molto meno rosea e vincente dei proclami pressoché quotidiani divulgati dai sodali di Franco Basaglia.

È impossibile per lo spazio contestuale entrare nel merito degli specifici disastri che questo personaggio, e la legge 180 allo stesso erroneamente attribuita, hanno prodotto e producono, per cui è necessario focalizzare l’argomentazione sulla valenza politica di questo impianto ideologico.

Come il grande stratega von Clausewitz delineò la politica come una guerra condotta con altri mezzi, si può documentatamente affermare che l’impostazione della psichiatria basagliana è la politica condotta con altri mezzi. Perché è di politica che si occupano Basaglia e basagliani, e con essa di economia, di giurisprudenza e di affari sociali.

Troppi glissano volutamente sugli aspetti più tendenziosi e settari di questa strategia, e sempre troppi sono scarsamente informati dei contenuti più pericolosi che a questa fanno da indirizzo e da supporto.

Come nel celebre racconto di Edgar Allan Poe, “La lettera rubata”, la verità è davanti agli occhi di chi è predisposto a vedere, di chi decide di uscire dal gioco di specchi che rimanda sempre ad altro, confondendo tracce e distogliendo attenzione.

La nave che affonda” è un documento del 1977, ripubblicato nel 2008 e considerato«straordinariamente vicino a noi», nel quale un giornalista interroga i pilastri intellettuali della 180, e che è considerato il catechismo ideologico del basaglianesimo.

Si va dalla negazione della diagnosi, che «sottrae il senso politico», all’esaltazione della lotta di classe di cui «la base è espressa dall’internato psichiatrico», alla rivendicazione di creare «una situazione di difficoltà nella logica dell’ordine pubblico», fino ad affermazioni del tipo «lo psichiatra (…) un terrorista lui stesso», o «scardinare un certo tipo di società», o ancora «oggi dobbiamo sacrificarci per mettere un piedi una logica rivoluzionaria».

Insomma, un vademecum comportamentale che passa attraverso la qualifica della scienza e della psicologia, la denigrazione di ogni cultura clinica e, addirittura, alla diagnosi di delirante affibbiata al grande psichiatra e psicoanalista Giovanni Jervis, proprio da chi la rifiutava e la rifiuta come strumento stigmatizzante.

Questo è il basaglianesimo. Questo è l’impianto ideologico sul quale si basa la retorica sulle buone pratiche e sulla centralità della persona. Questo è l’obiettivo reale della tanto decantata prassi di presa in carico della sofferenza e dell’emarginazione.

Il progetto di Basaglia e dei suoi accoliti è stato applicato e continua ad applicarsi attraverso alcuni dispositivi mirati e perseguiti con una logica ed una metodologia inossidabili.

Esclusione, diffamazione e svalutazione di chiunque critichi e non si sottometta al pensiero unico basagliano e ai suoi codici settari. Rifiuto del minimo controllo e della più ragionevole verifica dell’operato messo in atto nella pratica concreta. Applicazione della più pressante e spesso falsificata propaganda attraverso operazioni cartacee e televisive. Occupazione pervasiva di spazi culturali, amministrativi, giudiziari e politici di affiliati e sodali che perseguano le medesime finalità di potere.

Ecco il perché del collegamento tra Basaglia e von Clausewitz, con tutto il rispetto per il grande stratega prussiano. Oltre l’illusionismo buonista e la retorica socioiatrica, il basaglianesimo è un apparato organizzativo che gestisce un enorme potere sia politico che economico, e di questo bisogna tenerne conto, soprattutto quando – giustamente – si intende porre mano al cambiamento della Legge 180, perché limitarsi al maquillage di tipo sanitario si finisce a «girare a vuoto», tanto per ripetere le parole di Jünger, e «non può riuscire», come ha sempre fallito fino ad ora.

 

Illustrazione di Grazia Roversi.

Sette macrobiotiche e digiuno di relazioni sociali

Risale a pochi giorni fa la notizia secondo cui una setta macrobiotica sia stata smantellata con accuse di sfruttamento e riduzione in schiavitù degli adepti. Come riportato da importanti testate nazionali come Il Corriere della Sera il principale indagato è il guru Mario Pianesi conosciuto con lo pseudonimo di Ma-Pi. Aveva costruito un vero e proprio «impero» del cibo macrobiotico, lo “specialista” indagato dalla magistratura di Ancona perché avrebbe manipolato i suoi pazienti costringendoli a vivere in un regime da vera e propria «setta».

Di cosa parliamo nello specifico? Cominciamo parlando dell’indagato: il ricercatore-benefattore aveva affermato che «26 pubblicazioni scientifiche su riviste internazionali hanno dimostrato che le diete Ma-Pi sono uno strumento di prevenzione e cura di tutte le malattie croniche», in pratica si proponeva come guaritore, ma contrariamente ai vari santoni che vediamo in trasmissioni televisive di dubbia rilevanza scientifica e giornalistica – Le Iene e Striscia la notizia -, non si accontentava di guarire una malattia specifica come il diabete o un gruppo di patologie simili come i tumori, no, lui poteva curare praticamente tutto.

Ammetteva: «[…]In Italia ufficialmente ho la licenza di terza media e quindi non posso dare pareri medici», ma il fatto di non aver nemmeno completato l’odierna scuola dell’obbligo non ha impedito a Pianesi di vantare riconoscimenti internazionali: «Nel 2007 il Presidente dell’Accademia delle Scienze della Mongolia, Prof. Baataryn Chadraa, mi ha dato la Laurea Honoris Causa come Professore di Scienze per “aver risolto alcuni problemi ambientali” nel Suo Paese e una Laurea Honoris Causa come Dottore in Medicina per “aver risolto alcune patologie” con la mia dieta».

Insomma a suo dire Pianesi era un Nobel mancato per la medicina, probabilmente vittima di complotti planetari poiché i suoi metodi di cura si fondavano essenzialmente su diete specifiche senza l’utilizzo di alcun farmaco. C’è materiale per ricamarci su un romanzo a quanto pare. Tuttavia ciò di cui si parla meno, forse per rispetto e discrezione o forse perché desta meno scandalo ed interesse sono le vittime, le numerosissime vittime. Infatti l’associazione Upm di Pianesi è diffusa in ben 15 regioni italiane anche se i suoi centri si trovano principalmente tra Marche, Romagna, Abruzzo e Lombardia, contando in tutto – secondo gli inquirenti – su 100 punti vendita e ben 90mila adepti circa. Quindi è come se Pianesi avesse sotto diretto controllo l’intera popolazione della città di Pisa.

Si potrebbe dire che tutto ciò sia frutto dell’impoverimento culturale italiano, ma questo è vero solo in parte. Nei paesi occidentali si sta diffondendo – anche come moda – l’avversione alla medicina, ai farmaci, in quanto non naturali, e quindi non sani.

Questa avversione è partita con motivazioni condivisibili, cioè contrastare gli ipocondriaci che assumono e consigliano l’utilizzo di numerosi farmaci in quantità spesso spropositate. Tuttavia la storia insegna che fin troppo spesso un estremismo finisce col crearne un altro identico ed opposto, arrivando a produrre movimenti che mettono in atto del vero e proprio terrorismo psicologico per poter pescare più adepti possibili tra le masse. E ciò funziona particolarmente bene se si promette di poter curare delle malattie a quanto pare. Vedendola in questi termini si può confermare che queste siano in effetti le dirette conseguenze di un graduale impoverimento culturale delle masse, che non riescono ad individuare la verità finendo per essere trascinati in vere e proprie truffe.

Tuttavia in questo caso a nostro parere non si può ridurre tutto al solo impoverimento culturale, vi è qualcosa di anche maggior peso nella faccenda: l’impoverimento sociale. È comprensibile che delle persone possano essere raggirate e truffate poiché prive di un bagaglio culturale di base che permetta loro di comprendere quale sia vera medicina e quale no, tuttavia queste carenze non sono sufficienti per accettare di essere ridotti in schiavitù.

Cosa veniva imposto agli adepti? Prima di tutto di seguire delle diete rigidissime, basti pensare che alcuni di essi sono arrivati a pesare anche meno di 40 kg! Ma oltre a tutto ciò vi erano anche altre regole estremamente rigide ed a tratti insensate, come alzarsi dal letto poggiando a terra un determinato piede, lasciare il proprio lavoro per “ripagare” l’impegno dell’associazione lavorando con una paga misera, isolarsi dal mondo con il divieto assoluto di utilizzo di cellulari ed internet, e le pene per i trasgressori erano punizioni corporali.

Ragionandoci sopra è chiaro che per quanto uno o più soggetti possano essere culturalmente poveri non accetterebbero mai una situazione del genere. È chiaro quindi che ci siano altre motivazioni dietro, motivazioni ben comprese dal guru Pianesi. Quando parliamo di impoverimento sociale ci riferiamo all’impoverimento di legami e connessioni sociali, all’isolamento e solitudine dei singoli che attratti dalla prospettiva di poter vivere un’esperienza di “comunità”, di unità, di condivisione finiscono per cedere anche a delle vere e proprie torture.

Tutto ciò dovrebbe farci riflettere sul fatto che la nostra società per quanto molto più ricca, ed avanzata tecnologicamente sia più povera rispetto al secolo scorso. Siamo immersi nei cosiddetti “social network” ma questi ci separano dalla vera vita sociale, ci immergono in un mondo in cui conta solo l’apparire, l’approvazione altrui, l’esaltazione del proprio ego e la denigrazione dell’altro qualora non si adegui a noi. Tutto ciò è assolutamente deleterio, porta mancanza di veri legami, mancanza di impegno del creare, rafforzare e gestire dei legami, mancanza di contatto emotivo ed empatico se non a scopo politico, in una parola conduce all’isolamento emotivo dei singoli individui. La solitudine fa male e può indurre a compiere vere pazzie come abbiamo potuto vedere.

Questa vicenda dovrebbe farci riflettere e approfondire sulle cause, sul perché sia stato possibile tutto ciò. Se un uomo con appena la licenza media è riuscito a fare tutto questo si può attribuire ai mezzi di informazione che non fanno più vera informazione socialmente utile? Sì, ma a quanto pare è frutto anche di un malessere diffuso a livello sociale e in questo caso non si può puntare il dito contro un unico colpevole se non verso sé stessi, perché nelle società occidentali in cui vige il libero mercato tutto ciò è dovuto a nostre libere scelte. Siamo noi a dare potere ai mass media seguendoli, ai social network utilizzandoli e lo sottraiamo alle nostre vite e al nostro essere, isolandoci.

 

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.