Elogio della Buona volontà

Risparmio il “premetto che non ho studiato teologia”, perché non credo che qualcuno ne dubitasse. Resto comunque perplessa di fronte a queste nuove formule liturgiche che cercano di adattare il divino alla misera imperfezione umana, anziché tentare di elevare quest’ultima. Ancora piu’ dell’improbabile nuovo “Padre Nostro”, mi colpisce l’abiura alla volontà umana nel “Gloria”.

Quel “pace in terra agli uomini di buona volontà” che diventa “pace in terra agli uomini amati dal Signore”. Nel ‘Gloria’ il concetto di “pace” ha una dimensione tutt’altro che petalosa e politicamente corretta: non è quel valore assoluto in sé e per sé considerato, non è il rovescio della “guerra brutta!!!”, non è l’astrazione infantile cantata in “we are the world” o ostentata al balcone di casa con lo straccio arcobaleno.

È la conquista di coloro che vivono e operano con “buona volontà”. È l’ambíto giusto premio, elargito dalla Divinità, non a tutti gli uomini, ma a coloro che si impegnino fattivamente per trovarla, quella pace che è uno stato di grazia (di “edoné” avrebbero detto forse i Greci) che investe il piano materiale e spirituale dell’esistenza umana. In quella frase è stigmatizzato il contrario dell’orrido concetto di predestinazione protestante e la centralità del meraviglioso postulato del “libero arbitrio” che il Creatore concede alla sua Creatura. Per cui, se risulta assolutamente falso che la concessione della grazia divina sia una scelta aprioristica della Divinità che l’Uomo deve solo subire, viene contestualmente stabilito che l’Uomo può e deve con la propria volontà meritare quella grazia.

Nel concedere la pace non “agli uomini di buona volontà” ma a quelli “amati dal Signore”, scopriremo in via consequenziale – ovviamente – che “Dio ama tutti”. Vedremo ribadita ancora quella riduzione della Divinità a nonno bonario, che elargisce amore a prescindere, che tutto perdona, anche in mancanza del vero pentimento e del ripudio del male per la retta via, che vuole amore e tolleranza fra gli uomini, senza distinguerne le azioni e i comportamenti.

Che dire, confidiamo nelle vecchine, assidue frequentatrici delle messe e capisaldi delle celebrazioni, che spesso guidano con verve e slancio da capi ultrà delle curve degli stadi, affinché continuino imperterrite a recitare le preghiere come sempre le hanno conosciute. Perché anche nella ripetizione uguale a se stessa e nel tramandarsi di parole antiche si svela la portata del Mistero di cui l’Uomo ha bisogno.

L’esegesi letterale delle parole, la ricostruzione scolastica dell’etimo dei termini – ammesso che siano da considerarsi corretti – è roba che esula da quella spinta alla dimensione di fede e di arcano al cui venir meno l’Uomo moderno si trova inesorabilmente orfano e perso. Risponde invece a logiche “umane, troppo umane” e secolari, che allontanano il credente e fanno applaudire il laico, il quale non nutre bisogni spirituali, ma vive con compiacimento il costante svilimento della religione ad ancella del politicamente corretto.

Elogio di chi vi è contro

La polemica è spirito di contrarietà assoluta, critica arroccata e disillusa diametralmente opposta alla bellezza della sfida. Se vi divertite ad esorcizzare incubi e paure di tempi remoti anelando ad un futuro utopico ma tanto frammentario quanto il fragore d’ogni chiacchiera e pensiero che serbate in cuor vostro sarò ben lieto d’esser l’anarca che nel bosco rinasce, ammantato dell’ultima fiamma d’aristocrazia. Impeccabile mi ergo ai margini dello spettacolo che giornalmente viene propinato con l’umiltà di chi ha perennemente da apprendere e talora, temporaneamente, da insegnare.

Se, inventando, possiamo togliere dalla precarietà l’ordinario è innegabile che propriamente la fantasia, l’ingegno e l’idea, mancano all’odierno uomo ubriacato di parole e immobilità e precarietà. Popolo di ecumenici burocrati che hanno smesso di sognare ci aggrappiamo ai pensatori, ai filosofi, agli eroi, ai politici ed ai mistici ben lungi dall’idea di imitarli. Preferiamo allora il ricordo: tributiamo, sbraitando e manifestando, non più il concetto e il genio, cosmico principio, ma chi vi ebbe fede attuandolo. Sopravanza il servilismo senza scorger le ragioni del perché fiancheggiamo e, paradossalmente, non emergiamo; immersi nel momento delle citazioni e dei rimandi trasfiguriamo nel vuoto di chi parla senza essere, ubriachi di parole offriamo a nostra volta da bere nel circolo vizioso del “bevo, quindi sono”.

Certi ed orgogliosi del benestare di chi ci precedette, siamo tutt’al più, e nel migliore dei casi, la delusione delle nostre origini intellettuali, culturali e tradizionali. Ad ogni modo, invochiamo e ricordiamo eroi di rettitudine e valore e sprezzo della vita nell’incoscienza che ognuno di loro eroe non lo voleva essere ma anelava piuttosto -se il caso gli fu favorevole- a compiere il proprio destino nella sua fede. Ancora una volta ci soffermiamo al gesto, alla mano che lo compie e non al principio che lo ispira tratti in inganno dall’ideale preconcetto. In questa epoca assistiamo quotidianamente all’evoluzione impropria della civiltà e delle ideologie che l’hanno formata: siamo alla politica duepuntozero. Lo è la sinistra-comunista, lo è la destra-capitalista e lo è pure, indebitamente, il fascismo. Indebitamente perché se sinistra e destra si sono trasformate, trascendendo, fino a negare sé stesse e i propri principi e valori qualcun altro ha mantenuto integro l’aspetto ideologico adattandolo e plasmandolo al secolo in cui viviamo.

Tutto ciò potrebbe apparire nobile se non fosse che, fermo restando al discorso iniziale, il principio a cui ci si confà è di “seconda mano”. Mitizzando i fautori pragmatici se ne tralasciano gli aspetti a cui loro stessi si ispiravano: l’eroe è postumo; l’ideale storico filtrato; il concetto stesso di impero guarda al ventennio piuttosto che alla luminosa Roma decadendo sotto l’aspetto d’incanto, fascino, grazia ed armonia, impantanandosi in tetre questioni geopolitiche di dubbia veridicità -nonché chiarezza- che si ripercuotono nel tempo fino alle contestazioni sessantottine. Lo stesso tempo ha poi partorito opinionisti, critici, commentatori, pseudo-intellettuali e una folta schiera di figure volgari, deboli e culturalmente ignobili, distribuendole a destra e sinistra e autorizzandole a pieni voti: andate e fate politica!

Non importa che sia la sagra paesana, lo stadio, la chiesa o il bar di quartiere, tutto ciò che conta è fare numero basandosi solo ed esclusivamente sulla parola di seconda mano. E il classicismo muore. E la musica muore. E la poesia muore. E lo spirito muore. Ed i sogni muoiono. E senza i sogni non immaginiamo altro che non sia già vissuto fino a trasfigurare con sregolatezza il genio illuminato e lo splendore originario.

E nell’impopolarità del mio esposto qualcuno, son certo, capirà quanto essenziale: divenire variante e riprocessare sé stesso e l’intera specie; accostarsi quale umile discente ma capace di altrettanta magniloquenza nell’evolvere e progredire princìpi cardine del pensiero che animò i grandi del ‘900 sperimentando fisicamente e spiritualmente. Io stesso indifferentemente mi accosto ad Evola, Meyrink, Guenon, Eliade, Borges, Tucci, Pessoa…(senza tralasciare grandi e attualissime menti che ritengo imprescindibili nella mia formazione e miglioramento) individuandone l’essenza, l’attualità e inattualità del pensiero e dell’azione, aspirando più alla similitudine che alla critica o chiacchiera-conoscenza pura. Di questo oggigiorno abbisogniamo: nuove personalità che concludano il cerchio e tramandino, con furor d’animo, il fuoco primigenio.

 

Immagine di Roerich Nicholas .

Maestre (e) divise

In ogni organizzazione ideologico-politica esistono persone che sembrano fare di tutto per confermare i peggiori stereotipi su di loro. Durante l’ultimo mese di sprint pre-elettorale per la legislatura 2018, la maestra di scuola elementare Lavinia Flavia Cassaro, classe 1980, manifestando contro i sostenitori del candidato di CasaPound presente a Torino, in seguito ai consueti scontri con le forze dell’ordine ha gridato contro i poliziotti frasi come: «Schifosi! Dovete morire! Mezze cartucce del ca**o!»; nell’intervista successiva al filmato, ha dichiarato al giornalista Angelo Macchiavello: «È triste, ma non sbagliato, perché potrei trovarmi a combattere fucile in mano [!] contro questi individui». Gli «individui» sarebbero i poliziotti o i militanti di estrema destra? Non è una differenza da poco.

Vedendo per la prima volta il filmato, non si crede di trovarsi davanti a una insegnante di scuola elementare: la voce leggermente rauca e abbassata di tono tipica di chi si è “sgolato”, spesso curiosamente uniforme tra coloro che si “sgolano” nella “galassia ACAB”i; ben stretta in pugno durante tutta l’intervista, la bottiglia di birra, che – come avevo intuìto, ed espresso tra il serio e il faceto in un mio post su Facebook, nella settimana del centenario della Rivoluzione russa – nella Torino impoverita e disoccupata ma infastidita dall’ordinanza comunale contro il consumo di alcolici all’aperto dopo le ore 20, sta diventando quasi davvero il gesto ribelle e antisistema per eccellenza. Fermo restando che «Tutti hanno diritto di manifestare il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione» (articolo 21 della Costituzione della Repubblica), l’elenco dei «mi piace» sulla sua pagina Facebook è un monumento allo schieramento ideologico senza nessuna nuance, al «queer», all’anarco-comunismo, alla «bigottofobia» [sic], al ribellismo senza se e senza ma.

Tutto ciò non aiuta a liberarsi dello stereotipo del «tipo da centro sociale» sui cui gli avversari-nemici si scagliano volentieri; continua anzi ad alimentare errate generalizzazioni e perplessità nelle famiglie, che – complici una parte della politica e una parte dei mass media che spesso e volentieri “sparano” contro la scuola pubblica – cadendo nell’estremo opposto giudicano la scuola statale un inutile, anzi dannoso, ricettacolo di «comunisti», «post-sessantottini frustrati», eccetera, come se uno o pochi casi dimostrassero che l’intero corpo docente sia una massa di ideologizzati . Allo stesso modo sbaglia chi sostiene che il comportamento della maestra Cassaro verso i poliziotti in piazza dimostrerebbe la sua inaffidabilità come insegnante nei confronti degli alunni (così come sbaglierebbe chi sostenesse che una insegnante sgradevole in aula sarebbe necessariamente anche una cittadina incivile fuori dalla scuola), perché la signora soffrirà sì di un furor ideologico nell’esprimersi sulle forze dell’ordine, ma avendo per allievi bambini tra i 6 e gli 11 anni non c’è da paventare il rischio di faziosità politica nell’insegnamento e di “indottrinamento”, come se si trattasse di studenti di scuola superiore. Scoprire che la signora Cassaro è davvero una insegnante elementare mi ha fatto quindi pensare alla mia maestra: un salto nel tempo oltre 20 anni fa.

La mia maestra si chiamava Gemma ed era straordinariamente dotata nel trattare con i bambini. In cinque anni di scuola elementare perse la pazienza seriamente una sola volta, giungendo a lanciare per l’aula qualche quaderno (compreso il mio). L’unica volta che la sentimmo dire due parolacce fu quando, in quarta elementare, con una delle sue “prediche” (sapeva di apparire «brontolona» ma sapeva bene che le sue “prediche” sarebbero state utili) rimproverò qualche nostro compagno che usava le parolacce, imitando il loro modo di parlare in modo sarcastico: non era bello dire «passami quel ca**o di bicchiere», oppure «questa cosa è una me**a» anziché semplicemente «questa cosa non mi piace». Sentirla dire queste parole ci faceva sghignazzare con la faccia nascosta dietro le braccia conserte sul banco, ma il messaggio era ben chiaro. A suo modo era sollecita verso ognuno, percependo bene le singole situazioni e differenze familiari. Aveva un figlio e una figlia, era cattolica, e per questo era sia antifascista, sia antisovietica: soprannominava «Mussolini» gli arroganti e chi si atteggiasse a decisore indiscutibile e illudesse il prossimo con promesse “enormi”; anche se ne capivamo poco, essendo tutti al di qua dei 10 anni, a volte ci parlava delle due Germanie e del Muro di Berlino crollato da pochissimi anni; delle persone che volendo fuggire all’ovest venivano fucilate senza tanti preamboli dalle guardie dell’est; dell’allora ex URSS, in cui molta popolazione, a causa del crollo del governo nel 1991, era ridotta a «non potersi comperare nemmeno le scarpe» e «trovava i banchi vuoti al supermercato». Ci ricordava sovente di non escludere i poveri dal nostro pensiero e dalle nostre azioni.

Ogni tanto faceva una cosa che oggi da alcuni sarebbe stimata quasi fuorilegge: ci faceva pregare in classe! Cosa che io, come tutti gli altri, eseguivo, ma senza sentirmene particolarmente entusiasta: pressappoco mi appariva come uno dei tanti “pallini” mentali degli adulti, cui un bambino si adatta obtorto collo perché, anche se non li comprende, non può metterli in discussione. Peggio ancora: una volta la madre di un nostro compagno era stata alla Grotta di Lourdes e aveva portato alla maestra Gemma una fialetta dell’acqua della fonte; la maestra, in aula, aveva bagnato la fronte di ognuno di noi con una goccia di quell’acqua. Qui noi bambini di forse 8 anni eravamo incuriositi, se non altro perché la sensazione di essere messi a contatto con qualcosa di famosissimo e di insolito c’era in tutti.

Qualcuno penserebbe che iniziò così il mio presunto «bigottismo filocattolico che comincia a spaventare» – come una persona legata appunto al “mondo ACAB” della maestra Lavinia, ha definito il mio scetticismo sulla legalizzazione degli stupefacenti. Niente di più contrario! Io per la maestra Gemma ero intelligente e simpatico ma «ostinato». Notava che leggevo qualsiasi cosa mi capitasse e ne era felice, ma talvolta mi rimproverava, con buone maniere, di essere troppo scostante verso i compagni di classe, soltanto perché non legavo sùbito con chiunque come la maggior parte degli altri. Riteneva che scrivessi in un corsivo troppo appuntito così come il mio carattere aveva qualcosa di spigoloso. Quando in terza elementare capì che, a differenza di tutta la classe, i miei genitori, credenti non praticanti, mi avevano battezzato ma non volevano iscrivermi al catechismo e farmi fare la prima Comunione, se ne stupì e si preoccupò serissimamente, mi sollecitò a parlarne con loro e a convincerli, ma chi comprendeva meno di tutti questa urgenza sacramentale e non voleva interessarsene ero io stesso! Contemporaneamente, però, scrisse di me nell’allegato di religione alla pagella di terza elementare (anno 1993): «Percepisce Dio come realtà costitutiva della persona umana»: una «percezione» di cui io non sono mai stato conscio se non dopo i 25 anni compiuti: come aveva intravisto questa mia potenzialità in anticipo di quasi vent’anni?

Questo eccesso autobiografico era necessario per far comprendere che il rapporto mio e di altri con lei era buono ma non idilliaco: non si è voluta presentare una nostalgica e superficiale contrapposizione tra maestra degenerata di oggi e maestra-modello di ieri. Ora arrivo al dunque.

Un giorno, in prima o seconda elementare, con la maestra Gemma si parlò dei mestieri dei genitori. Tra le tante cose ascoltate e oggi dimenticate, la maestra disse che il padre di un nostro coetaneo della sezione a fianco era «operatore ecologico» o «addetto alla nettezza urbana», insomma faceva lo spazzino: si premurò subito di farci comprendere che non era un mestiere umiliante ed era rispettabile come tutti gli altri. Quando io dissi che mio padre era carabiniere, i miei compagni erano molto incuriositi e la maestra Gemma disse qualcosa come: «Suo papà fa un lavoro importante, può rischiare la vita». In realtà mio padre, appuntato scelto, non ha mai partecipato ad azioni fortemente rischiose, come sparatorie e azioni antisommossa, perché non faceva parte di questi reparti; la maestra Gemma non conosceva questi dettagli, ma ebbe rispetto e considerazione verso un mestiere che necessariamente implica l’eventualità dello scontro armato, realtà che non tutti sanno cosa significhi per una persona (mio padre ma non soltanto) assegnata a meno di 25 anni al prelevamento e trasferimento dei mafiosi condannati al confino (negli anni ‘70 esisteva ancora questa condanna, che prevedeva il dislocamento dei rei di crimini di stampo mafioso in regioni italiane lontane dal loro comune d’origine), e che, durante un inseguimento del furgone di una banda di zingari ladri di batterie d’automobile, avrebbe potuto scoprire in un istante che anche gli inseguiti erano armati, e magari pronti a sparare prima della pattuglia dei Carabinieri: un modo per morire a meno di trent’anni lasciando la fidanzata conosciuta appena da uno o due.

Oggi non so se la maestra Gemma – che dovrebbe avere 77 o 78 anni – conosca il caso Cassaro; forse ognuna delle due colleghe riterrebbe l’altra una «cattiva maestra». Posso però chiedermi che cosa la mia maestra di scuola elementare avrebbe pensato di mio padre, e forse anche di me stesso, se fosse stata Lavinia Flavia anziché Gemma. Dal canto suo, che cosa penserebbe un bambino di seconda elementare, in piena «età evolutiva», se sospettasse che le maestre possono reputare suo padre «una mezza cartuccia che merita di morire»? Soprattutto questa è una domanda da porsi, in tempi in cui molti personaggi pubblici declamano continuamente sui «giovani» e sul «futuro».

iAcronimo di All Cops Are Bastards (in inglese, «tutti gli sbirri sono bastardi»).

Contenimento delle nascite: rinuncia consapevole o suicidio indotto?

Confucio (come mia zia), diceva che “i bambini significano felicità” e infatti fino agli anni ’50 in Cina l’aborto e la contraccezione erano vietati. A un certo punto, però, la natalità era talmente alta che nel 1953 è stata permessa la contraccezione e poi nel 1957 anche l’interruzione di gravidanza. Ma i bambini hanno continuato a nascere vorticosamente e si è arrivati al punto che la sovrappopolazione è stata considerata esplicitamente “un ostacolo allo sviluppo e alla modernizzazione”.

Si è cominciato così con lo Wan Xi Shao, ossia “sposatevi piu’ tardi – fateli piu’ distanziati – fatene solo due”. Ma non bastava. Ancora troppe nascite. Il punto di picco lo si è toccato nel 1979: il 25% della popolazione mondiale era cinese e due terzi avevano meno di trent’anni! E’ partita così la “politica del figlio unico” per raggiungere la “crescita zero” nel 2000.

Visti i primi risultati positivi, già a fine anni ’80 si è attenuata la legislazione di contenimento delle nascite, finché – centrati gli obiettivi – nel 2013 la politica del figlio unico è stata abolita: le famiglie cinesi oggi possono avere due figli senza incorrere nel pagamento di sanzioni. Vi chiederete come mai riporto la sintesi delle vicende cinesi in materia di contenimento delle nascite.

Ebbene, esistono due diversi modi per far fronte alla pressione demografica:

– uno è il metodo coercitivo/punitivo, ossia quello cinese;

– l’altro quello persuasivo/pervasivo/perversivo, ossia quello nostrano, “occidentale” potremmo dire. Il nostro è partito in sordina (ma subito ben sponsorizzato e finanziato dai centri di potere che contano), negli anni ’40 con i Planned Parenthood americani per promuovere aborto e contraccezione, ed è arrivato settant’anni dopo – attraverso vari passaggi successivi (’68; amore libero; divorzio; rivendicazioni LGBT; umanizzazione degli animali in sostituzione dei figli; teoria del Gender ) – a importi oggi di fare squirting dopo il sesso anale in una gangbang con tua cugina e un trans mentre nel contempo diventi top manager. Altrimenti sei un fallito.

Questi sono i modelli venduti e imposti da lavatrici psichiche come Mtv, Grandi fratelli, baracconi Pop e partiti Radicali. E se tu, donna, fai un figlio prima dei trent’anni, sei una fallita, sei una frustrata che si dedica ai figli perché non ha saputo conquistarsi la sua emancipazione e libertà.

Viagra e Cialis hanno poi dato il colpo di grazia. Fino a che, stare sotto i quattro orgasmi settimanali a rating quattro stelle (in scala da uno a cinque), fa di te un fallito/a. Il risultato sono ragazzine anoressiche e ragazzini impauriti; cinquantenni con pancetta che fanno palestra e solarium; chirurgia estetica per nonne tatuate che si sentono ancora “vive” e l’incapacità cronica e diffusa per tutti di accettare il tempo che passa.

Tornando al contenimento delle nascite, quindi, quale dei due sistemi – cinese e occidentale – può essere considerato migliore? Non c’è dubbio: quello cinese. Vietateci i tre figli e multateci il secondo. Ma diteci la verità. Non trattateci come pecore, prendendoci per i fondelli e convincendoci che si tratti di una nostra autonoma rivendicazione di libertà.

 

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.

Le zavorre dei tempi moderni e le rinunce come scelta di libertà: una testimonianza

Dante Fazzini, “Atlantis”. Il viaggio come percorso necessario del sè e del fuori. Il viaggio è epico, eroico e non è collegato ad una distanza da percorrere. Può svolgersi dentro il sogno o una cella di prigione, dentro il tempo di un secondo o di un esistere. Opera è in formato A4 e riprodotta digitalmente su cartoncino speciale in numero 10 copie firmate e numerate. Chi è interessato può contattare l’artista visitando il suo sito con un semplice click sull’immagine.

Viviamo in una società e in un’epoca dove apparire conta di più dell’essere. Siamo assediati da immagini, situazioni, stereotipi a cui facciamo riferimento. L’immagine o l’apparenza, la proiezione, è la prima cosa che si usa nel porsi all’altro, cui appunto ci si “mostra” più di quanto si empatizzi.

Così, al fine di essere accettati, ammessi, legittimati ci predisponiamo ad un viatico che ci porta al travestimento, al recitare una parte, a mascherarci, a muoverci in schemi già scritti che facciamo nostri e che accettiamo per convenienza, per comodità, per non confrontarci con noi stessi e non abbiamo il coraggio di rifiutarli anche quando vanno contro la nostra natura, il nostro essere.

Di conseguenza, la solitudine ci opprime quando finiamo per organizzarci ad apparire come o meglio di altri, credendoci migliori, garantendoci l’illusione di essere meno soli, convinti che la maschera, la corazza che abbiamo costruito sia l’ideale per noi. Così tanti, troppi di noi, si adattano, fanno loro questo sistema ingannatorio con cui però, prima o dopo, dovranno fare i conti.

L’essere è la nostra identità, ciò che siamo, ciò che la nostra unicità ci chiede, quella vocina dentro di noi che ci dice sempre cosa sia meglio per noi, ma che spessissimo ignoriamo. L’essere se stessi è sinonimo di accettazione del proprio io , comprese quelle parti di noi stessi che non ci piacciono, ma sono proprio quelle che ci caratterizzano ed è forse da esse che occorre ripartire per un percorso di vita felice.

La felicità è il risultato del lavoro sul proprio essere. Più ci accettiamo, più ci perdoniamo, più ci amiamo e più saremo felici.

Cosa ci serve allora? Ci serve il cambiamento, soprattutto il coraggio di cambiare, mollare le paure, tagliare quello che non va bene per noi, persone cose, situazioni che ci opprimono, serve ascoltarsi, serve amarsi.

E come si fa tutto ciò nella pratica?

Ognuno di noi ha il suo percorso e quello che va bene per me non è detto che vada bene ad un altro, siamo unici, non inglobati come l’apparire ci impone. È un cambiamento che dobbiamo accettare e che ci porta allo scontro con noi stessi, a demolire convinzioni con cui avevamo convissuto fino ad un minuto prima.

È ricominciare, è rivivere, è rigenerarsi, è andare al fulcro delle cose, è avere il coraggio di rimettersi in gioco. Lo so, non è per niente facile ripartire di nuovo da zero, ma se lo si fa si apriranno opportunità che nemmeno si immaginavano e per avvallare tutto questo vorrei portare il mio vissuto, come esempio concreto, il mio cambiamento e il come sia migliorata la mia vita.

Ho vissuto i miei primi 50 anni dentro gli schemi, rincorrendo necessità fittizie e bisogni creati dal nostro comune pensare, convinto di fare bene, non ascoltando i messaggi che venivano dal mio essere, ma anche dal mio corpo, ero come imprigionato, imbrigliato e probabilmente non ne sarei uscito, convinto com’ero.

Poi la vita si presenta in tutta la sua crudezza e una malattia, un lutto improvviso e terribilmente doloroso, una martellata della vita – la sofferenza è un buon percorso per capire, si fa prima, ma non l’unico – mette davanti a delle domande.

Con queste domande io avevo convissuto tutta la vita, ma non avevo dato peso, preso com’ero nello smaltire necessità improbabili, dalla corsa e dalla frenesia.

Mi sono chiesto chi ero, che cosa volessi, e così, per la prima volta, ho dato ascolto alla mia anima che mi diceva di essere felice nonostante tutto, spingendomi ad agire. Ho mollato le paure e mi sono attivato per esserlo. Ho adattato la mia vita a questo proposito e quindi ho cambiato molte cose e sono cambiato.

Mi sono licenziato, ho tagliato persone e situazioni negative, ho mollato le paure gli schemi e sono diventato una delle persone più ricche e felici al mondo, in quanto possessore di salute e titolare del mio tempo.

Ho chiuso delle porte, ma se ne sono aperte molte altre ricche di opportunità migliori di quelle che avevo lasciato e a misura della mia natura (anche scrivere qui è una di queste).

Per evitare di essere frainteso premetto che la scelta di licenziarmi, evitando così i ritmi della fabbrica, non ha significato per me non lavorare più, ma anche grazie alle tante opportunità che offre la montagna e la sua gente oggi posso permettermi di lavorare come dove e quando voglio io ed in sintonia col mio essere appunto.

Faccio molte cose, anche cose mai fatte, come scrivere, ma cose che scelgo, che mi appagano, che mi rendono felice e di tutto questo Ringrazio! Scelta coraggiosa? No ho ascoltato il mio essere.

In questo nuovo tratto di vita è mutato anche il mio rapporto con “i soldi”. Mi capita sempre più spesso di pattuire ad esempio un’ora di lavoro per 1 quintale di legna. Per avere lavorato circa 200 ore ho ricevuto 200 quintali di legna, quanto mi basta per 5 anni, ma se mio zio ne vuole 30 quintali all’anno, gliela cedo e me la paga scalandomi i costi delle tinte e delle vernici che compro da lui e quindi continuo a non usare soldi, mentre coltivo i rapporti umani e ritorno ai valori della parola data e della concreta cooperazione.

Quando vado a fare i lavori la signora, che ha solo una piccola pensione, mi paga con due conigli e due borse di verdura: a me va benissimo e anche lei non usa soldi, ma entrambi “usiamo la comunità” e la sua bellezza sinergica.

Sgomberando il campo dalle nuove visioni new age, vorrei poi precisare che non ho mollato tutto per “girare il mondo”, non sono un “figlio dei fiori” o un figlio di papà, ma ho semplicemente scelto di ritrovare armonia con me stesso e con l’ambiente in cui vivo, facendo una scelta che comunque comporta impegno e responsabilità e coraggio.

 

Promemoria per un ordine sociale secondo giustizia

La dottrina sociale della Chiesa ritiene che possano essere vissuti rapporti autenticamente umani, di amicizia e di socialità, di solidarietà e di reciprocità, anche all’interno dell’attività economica e non soltanto fuori di essa o “dopo” di essa. La sfera economica non è né eticamente neutrale né di sua natura disumana e antisociale. Essa appartiene all’attività dell’uomo e, proprio perché umana, deve essere strutturata e istituzionalizzata eticamente1.

La carità potrà portare certamente un qualche rimedio a molte ingiustizie sociali, ma non basta; anzitutto bisogna che fiorisca, domini e sia realmente applicata la virtù della giustizia2.

Di fronte alle molteplici crisi internazionali, che ridisegnano equilibri geopolitici, egemonie e modelli socio-economici, il pensiero sociale cattolico – in tema di capitale, lavoro, proprietà, moneta e via dicendo – è, oggi più che mai, l’unica risposta degna dell’uomo, della sua dignità personale e trascendente, ai problemi del vivere comune3.

Un articolo non può certo avere la presunzione di esaurire questioni tanto ampie quanto complesse, però può offrire un modestissimo spunto per riflettere su un ideale di ordine sociale frettolosamente accantonato in quanto ritenuto obsoleto per le sfide odierne del mondo globale.

La proposta cattolica ai problemi sociali, cioè l’applicazione concreta dei perenni insegnamenti del Magistero, la loro traduzione in indirizzi politici e norme giuridiche, si presenta – nella sua chiara identità – altra tanto dal liberalismo quanto dal socialcomunismo. Sì, altra – alternativa: non si tratta infatti di riformare dall’interno il sistema liberalcapitalista o di realizzarne una versione “compassionevole” quanto di superare la Weltanschauung politico-economica contemporanea e trovare quelle soluzioni strutturali, organiche, nella regolazione della vita economica, intrinsecamente conformi alla giustizia4 e alla legge morale.

Un modello di vita economica che voglia distinguersi dall’economicismo a-morale dominante dovrà incentrarsi su un inscindibile binomio etico-giuridico: a) la subordinazione della scienza economica all’etica e al diritto; b) il necessario primato della politica onde evitare che i pubblici poteri si rendano servi dei potentati economici-finanziari o loro docili strumenti.

Scrive Benedetto XVI: «l’attività economica non può risolvere tutti i problemi sociali mediante la semplice estensione della logica mercantile. Questa va finalizzata al perseguimento del bene comune, di cui deve farsi carico anche e soprattutto la comunità politica. Pertanto, va tenuto presente che è causa di gravi scompensi separare l’agire economico, a cui spetterebbe solo produrre ricchezza, da quello politico, a cui spetterebbe di perseguire la giustizia mediante la ridistribuzione» (Caritas in veritate, n. 36).

Il primato dell’etica: l’economia è un’attività umana, libera e responsabile finalizzata al bene (individuale, famigliare e comune) dell’uomo, alla sua natura normativa: l’uomo dev’esserne agente morale e non ridotto a mero fattore di produzione/consumo. Ha ricordato Giovanni Paolo II: «il principio sommo (…) in assenza del quale tutto il sistema economico è esposto al rischio di pericolose degenerazioni» afferma che «fine di tutta l’economica non è il profitto, ma la promozione della persona»5.

I rapporti tra capitale e lavoro devono essere conformi al diritto naturale e regolati dalla “legge della giustizia sociale” (Pio XI, Enciclica Quadragesimo Anno, n. 58), e non dalle forze cieche e violenti del mercato. Le teorie economiche della scuole liberali e marxiste hanno mostrato i loro limiti: «si avverte l’esigenza di coinvolgere anche i lavoratori nel processo di formazione del capitale e nelle decisioni che riguardano l’impresa secondo una concezione partecipativa dell’economia» volta al superamento «delle varie patologie di cui soffre il mondo»6. Partecipazione che richiede di riconoscere la natura consorziale dell’impresa economica (attività associata di capitale e lavoro, affermò Leone XIII nella Rerum novarum).

Altri principi cardine sono la destinazione universale dei beni materiali (a cui resta subordinata la stessa proprietà privata, che non è un assoluto)7 e la dignità personale e spirituale del lavoro, che non può essere ridotto a merce o sacrificato all’accrescimento indefinito del capitale: «il lavoro, per il suo carattere soggettivo o personale, è superiore ad ogni altro fattore di produzione: questo principio vale, in particolare, rispetto al capitale»8. Il lavoro non può essere equiparato a una merce (una cosa che si vende e si compra), così il salario non può essere fissato dalle oscillazioni del mercato: «la rimunerazione del lavoro non può essere abbandonata al gioco della domanda e dell’offerta; deve invece essere fissata secondo criteri di giustizia»9. Per essere giusto il salario dovrà garantire al lavoratore il necessarium personae (dignitoso mantenimento del nucleo famigliare e possibilità di formarsi una pur modesta proprietà privata).

Concludendo questi brevi cenni. Il mondo occidentale cosiddetto libero ha per decenni sbandierato uno stile di vita all’insegna dell’opulenza, producendo l’anti-civiltà consumistica. Il gusto piacevole della bevanda di un benessere facile è durato relativamente poco (in termini di libertà personale, tranquillità e prosperità) e i risvolti in termini di miseria e indigenza cui numerosi popoli sono costretti a causa di strutture organizzative inique che soffocano l’uomo e disgregano la società sono sotto l’occhio di tutti gli uomini di buona volontà. E’ il momento di cambiare paradigma. Termino con le parole di Papa Pio XI, scritte nel 1931 e più che mai attuali:

Ciò che ferisce gli occhi è che ai nostri tempi non vi è solo concentrazione della ricchezza, ma l’accumularsi altresì di una potenza enorme, di una dispotica padronanza dell’economia in mano di pochi, e questi sovente neppure proprietari, ma solo depositari e amministratori del capitale, di cui essi però dispongono a loro grado e piacimento. Questo potere diviene più che mai dispotico in quelli che, tenendo in pugno il danaro, la fanno da padroni; onde sono in qualche modo i distributori del sangue stesso, di cui vive l’organismo economico, e hanno in mano, per così dire, l’anima dell’economia, sicché nessuno, contro la loro volontà, potrebbe nemmeno respirare. Una tale concentrazione di forze e di potere, che è quasi la nota specifica della economia contemporanea, è il frutto naturale di quella sfrenata libertà di concorrenza che lascia sopravvivere solo i più forti, cioè, spesso i più violenti nella lotta e i meno curanti della coscienza10.

 

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.

1Benedetto XVI, Enciclica Caritas in veritate, n. 36.

2Pio XII, Enciclica Evangelii Praecones, n. 10.

3Pensiamo, ad esempio, all’iniquità monetaria, alle croniche crisi del debito, al dominio pervasivo di un potere finanziario senza volto, alla pressione fiscale che erode i risparmi virtuosi, e via dicendo.

4Così nella definizione del giurista romano Ulpiano: “la giustizia consiste nella costante e perpetua volontà di attribuire a ciascuno il suo diritto. Le regole del diritto sono queste: vivere onestamente, non recare danno ad altri, attribuire a ciascuno il suo”. E il Catechismo della Chiesa Cattolica asserisce: “la giustizia è la virtù morale che consiste nella costante e ferma volontà di dare a Dio e al prossimo ciò che è loro dovuto. La giustizia verso Dio è chiamata virtù di religione. La giustizia verso gli uomini dispone a rispettare i diritti di ciascuno e a stabilire nelle relazioni umane l’armonia che promuove l’equità nei confronti delle persone e del bene comune” (n. 1807).

5Dal Discorso all’Unione cristiana imprenditori dirigenti del 14 dicembre 1985.

6Ibidem.

7“Il diritto alla proprietà privata (…) non elimina l’originaria donazione della terra all’insieme dell’umanità. La destinazione universale dei beni rimane primaria, anche se la promozione del bene comune esige il rispetto della proprietà privata, del diritto ad essa e del suo esercizio” (CCC, n. 2403).

8Dal Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, n. 276.

9Azione cattolica italiana, La Dottrina sociale cristiana, CENAC, Roma 1957, p. 180.

10Pio XI – Enciclica Quadragesimo Anno.

Se la comunità ci vuole soli

Uno degli inganni maggiori perpetrati dalla società occidentale moderna è quella di far credere al singolo individuo di godere di una libertà e di una autonomia propria. Di essere l’unico e il solo ad avere in gestione la propria vita, in grado di approvare o disapprovare ciò che lo circonda, evitando in questo modo di relazionarsi con gli altri in modo aperto e sincero. In realtà questo approccio obbliga il singolo individuo a vivere in completa solitudine, senza riuscire a possedere a pieno quella moralità che gli consente di discernere ciò che è bene dal male, giusto o sbagliato, lecito o illecito.

La base del vivere civile sta nel condividere con altri le proprie esperienze personali, di confrontarsi, di organizzarsi socialmente in modo da favorire la propria vita lavorativa, quella privata e affettiva. Oggi invece si richiede una esistenza atta a soddisfare le esigenze di pochi “eletti”, lasciandoci credere che ogni azione nasca dal nostro essere, mentre invece è imposta. Gunther Aders ne L’uomo è antiquato (Vol. II),

Giovanni Iudice, Figura allo specchio, olio su tavola cm20x20

spiega bene questo concetto: Sostenere che siamo «attivi» è giustificato soltanto ancora dal fatto che la nostra attività è mantenuta e usata, nella sua esistenza apparente, da quella élite del potere che ci desidera passivi; perché tale attività continua a esistere ancora solo come un costume (tuttavia indispensabile) che ci viene imposto per far si che noi mettiamo in atto, senza mormorare, la nostra passività.

Questa remissività e sottomissione involontaria, si ripercuote sulla nostra vita e sul nostro IO interiore e ci fa assumere comportamenti eccessivi, che non rispecchiano il nostro carattere e la nostra personalità. Uno di questi aspetti è quello che oggi chiamano egocentrismo o narcisismo, in merito a persone che tendono ad esporsi in maniera esagerata o impropria agli occhi degli altri. Quello che però incautamente e superficialmente viene definito tale, non è altro appunto che il frutto di un isolamento coercitivo di questa società, che ci obbliga a vivere in perenne contraddizione con noi stessi. Il trascendentalismo, in questo senso, ha aumentato questa esaltazione individuale, dovuta proprio da una passività indotta, mettendo in secondo piano la conoscenza del nostro essere, tramite la socializzazione e le diverse esperienze relazionali.

In una società nichilista come la nostra, è ovvio che ci siano individui altrettanto nichilisti, che non usano il raziocinio ma l’emotività, che non analizzano ma giudicano, che basano la propria esistenza su di una verità soggettiva, mai oggettiva.

Se la stessa comunità incita l’individuo alla solitudine, all’annullamento del proprio essere, al diniego delle leggi (naturali e/o divine che siano) e a misurarsi solo con se stesso, ecco che di fatto la società (e di rimando la collettività) non ha più ragione di esistere.

l’Io interiore si ritroverà quindi ad assumere comportamenti egoistici, a richiedere alle Istituzioni (di cui prova profonda disistima), leggi puramente individualistiche, atte solo al fine di aumentare il proprio ego e la propria stabilità individuale. Queste conseguenze, dovute alla passività indotta, citata poc’anzi, al contrario, non farà altro che aumentare disistima, caos e instabilità, portando lo stesso individuo a non assumersi nessun tipo di responsabilità e continuare a vivere illudendosi di essere consapevolmente libero.

Per cercare di combattere questa società e quindi di prendere coscienza del proprio IO, bisogna innanzitutto rendersi conto che quello che differenzia l’essere umano, dal resto degli altri mammiferi, è il raziocinio. L’uomo è in grado di pensare, di porsi domande e di avere una grande qualità, quella di dubitare. Pensare e dubitare di ciò che si è, ci eleva nella consapevolezza e nella ragione.

COGITO ERGO SUM

La coscienza è come l’orologio…

La coscienza morale, per essere in grado di guidare rettamente la condotta umana, deve anzitutto basarsi sul solido fondamento della verità, deve cioè essere illuminata per riconoscere il vero valore delle azioni e la consistenza dei criteri di valutazione, così da sapere distinguere il bene dal male, anche laddove l’ambiente sociale, il pluralismo culturale e gli interessi sovrapposti non aiutino a ciò. La formazione di una coscienza vera, perché fondata sulla verità, e retta, perché determinata a seguirne i dettami, senza contraddizioni, senza tradimenti e senza compromessi, è oggi un’impresa difficile e delicata, ma imprescindibile. Ed è un’impresa ostacolata, purtroppo, da diversi fattori. Anzitutto, nell’attuale fase della secolarizzazione chiamata post-moderna e segnata da discutibili forme di tolleranza, non solo cresce il rifiuto della tradizione cristiana, ma si diffida anche della capacità della ragione di percepire la verità ci si allontana dal gusto della riflessione. Addirittura, secondo alcuni, la coscienza individuale, per essere libera, dovrebbe disfarsi sia dei riferimenti alle tradizioni, sia di quelli basati sulla ragione. Così la coscienza, che è atto della ragione mirante alla verità delle cose, cessa di essere luce e diventa un semplice sfondo su cui la società dei media getta le immagini e gli impulsi più contraddittori1.

Quando si parla di coscienza la confusione sotto il cielo è assai grande. Per la mentalità contemporanea la coscienza rappresenta il tribunale ultimo e ogni decisione presa in piena coscienza va rispettata.

L’egemone cultura liberal-radicale ha ipotecato un modo di pensare la coscienza come facoltà naturalistica: non un giudizio della ragione, ma un impulso vitalistico che svincola l’uomo da ogni responsabilità – puro sentire immediato non guidato dalla razionalità. La coscienza così intesa (come facoltà naturalistica) pretende di qualificare l’atto morale: il soggetto, apparentemente esaltato nella sua libertà, viene ridotto a un fascio di momentanee e contingenti pulsioni. Inoltre, non sarebbe possibile parlare di valori, se non in senso soggettivistico. Non esisterebbero valori indisponibili (non negoziabili), non dipendenti dalla volontà (e dall’arbitrio!) umana.

Lo esprime chiaramente Rousseau nell’Emilio: «tutto ciò che sento essere bene è bene, tutto ciò che sento essere male è male». Bene e male sarebbero il prodotto della coscienza la quale dipenderebbe esclusivamente dalla volontà. In altre parole, l’uomo non sarebbe soggetto a “una legge che non è lui a darsi” ma signore della legge morale, padrone di stabilire ciò che è bene e ciò che è male. La persona, secondo questa ideologia, non sarebbe chiamata a controllare e valutare passioni e desideri, ma dovrebbe “lasciarsi andare” (spontaneismo) realizzando con autenticità (sic!) la propria volontà, libera nel suo determinarsi da qualsiasi regola o magistero “esterno”.

Il soggetto, quindi, non riconosce alcun criterio che non sia… la sua opinione. In tal senso la coscienza risulta inevitabilmente autoreferenziale (non ha altra misura che se stessa), non richiede alcun fondamento obiettivo al di là dell’atto che la pone. È una coscienza “murata”, chiusa in se stessa, avalutativa e come tale soggettivisticamente nichilista – disperata presunzione di chi non accetta il proprio statuto ontologico e pretende di “farsi Dio”.

La coscienza, invece, (parliamo della coscienza morale, che è la “capacità di aprirsi all’appello della verità oggettiva”) è tale solamente se è subordinata alla legge naturale, che non è una costruzione umana, ma una legge oggettiva e universale.

La coscienza è come l’orologio che abbiamo al polso. Dobbiamo essere certi che sia in accordo con l’ora effettiva. In molti casi essa non è retta (per ignoranza, per pregiudizio o per passione); pertanto va regolata; essa è uno strumento della persona: è la norma prossima della moralità, vale a dire del credere e dell’agire. La norma superiore – la regula agendi – è la legge naturale e divina. Ad essa dobbiamo conformarci, adeguando il nostro intelletto alla realtà oggettiva.

Negando Dio, si nega anche l’esistenza di una legge etica esterna all’uomo ed immutabile, con l’impossibilità di parlare di principio morale. Scrive Romano Amerio: «Non è possibile che le radici della morale umana siano nell’uomo che non è un essere radicale e non può quindi essere radice di morale. La morale infatti è un ordine assoluto e l’uomo invece un ente contingente e relativo cui l’assoluto è presente e si impone, ma non ha certo le proprie radici in lui (…) Il vocabolo stesso di coscienza annuncia irrefragabilmente che non c’è con-scientia se l’io non si sente nella dualità con l’altro, e se l’uomo non vive la solidarietà con la legge, cui è congiunto e cui deve riverenza»2.

Pensiamo, ad esempio, alla questione della libertà di coscienza che è ben diversa dalla libertà della coscienza: non si tratta di un gioco di parole, ma di due modi radicalmente opposti di concepire la libertà: la prima, infatti, è la rivendicazione del diritto alla sola coerenza con se stessi (pura e semplice manifestazione della volontà, mera opzione avalutativa); la seconda è il dovere/diritto della testimonianza del soggetto di fronte a una legge non dipendente da alcuna volontà umana, in adesione ad un valore e ad una legge superiore alla coscienza stessa. Essa trova il suo fondamento nel bene, cioè nella verità (si pensi all’Antigone di Sofocle o ai martiri cristiani). La coscienza non è libera di affermare che è bene quello che vuole o ritiene sia bene: è vincolata al bene oggettivo, vale a dire al bene in sé (inscritto nella sua natura), il quale deve essere riconosciuto come tale. Al contrario, la libertà di coscienza, lungi dall’essere doverosa testimonianza di fedeltà a una legge non scritta, all’ordine etico delle “cose”, è in ultima analisi rivendicazione del diritto di fare tutto ciò che il soggetto ritiene di fare.

«La coscienza – ha scritto il prof. Danilo Castellano – non è la fonte della legge ma è il “luogo” ove la legge si manifesta. Non è la facoltà naturalistica che erroneamente si reputa strumento idoneo a creare le cosiddette “scale di valori” dalle quali dipenderebbero, poi, il bene e il male, il giusto e l’ingiusto. Non sono, infatti, le “misure” – tanto meno le misure soggettive – che creano la realtà ma è la realtà condizione delle misure. È per questo che condizione della coscienza è la legge (intesa non come norma positiva bensì come legge naturale), che la coscienza riflette in sé come lo specchio riflette la realtà davanti alla quale esso viene posto. Senza legge (naturale), perciò, non si può propriamente parlare di coscienza»3.

Per evitare di impantanarsi in concezioni erronee (e disumane) della coscienza occorre ritornare ad una metafisica realista, dove è l’essere che fonda il pensiero e non il contrario. Come ha scritto Marcel De Corte: «Essere nella verità significa conformare la propria intelligenza a una realtà che l’intelligenza non ha né costruita, né sognata, e che a lei si impone. Fare il bene non vuol dire abbandonarsi agli istinti, agli impulsi affettivi e alla volontà propria, ma ordinare e subordinare le proprie attività alle leggi prescritte dalla natura e dalla Divinità che la intelligenza scopre nella sua instancabile ricerca della felicità»4.

1Dal Discorso di Benedetto XVI alla Pontificia Accademia per la Vita, 24 febbraio 2007.

2R. Amerio, Iota unum, Lindau 2009, p. 420.

3D. Castellano, Instaurare omnia in Christo (rivista), anno XXXIX, n. 2, maggio-agosto 2010.

4M. De Corte, L’intelligenza in pericolo di morte, Volpe, Roma 1973).

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.

Il capitalismo struttura la psiche individuale – L’inganno

Elaborazione tecnica del “suminagashi” antica metodo di marmorizzazione, risalente alle origini dello Scintoismo. Ne realizzai una serie ritoccate ad acquerello. Evocano movimento ed eleganza e la fluidità dell’acqua. Si realizzano con carta di riso, fiele di bue, acqua fredda, immobile e china sgocciolata sulla superficie. 30 x 40 cm su carta di riso – 2000 circa.

C’è una pervasiva frustrazione che insegue l’uomo nella sua esistenza e che lo condanna ad una ricerca tanto pressante quanto invalidante: è la felicità, il miraggio di una beatitudine terrena che va dalla pretesa di salute alla soddisfazione di qualsivoglia indotto bisogno. In tutti i casi la responsabilità è politica, politica intesa come arte di educazione dell’uomo e del cittadino, e come tale fallita. Oggi, i due paradigmi che pretendono il massimo dalla felicità è la visione edenica della salute e la pretesa soddisfazione di qualsiasi bisogno.

Per quanto riguarda la questione salute, è la stessa Costituzione della Repubblica che con l’articolo 32 compie un passo decisivo verso una distorsione collettiva. Questa proclama come fondamentale il «diritto [al]la salute». Lo psicanalista junghiano Luigi Zoja sottolinea che: «In tal modo chi è malato è invitato a sentirsi vittima di un’ingiustizia, non quando manchino le cure, ma quando manchi la salute. La paranoia completa così il suo ciclo».

Per il problema inerente l’appagamento dei bisogni, l’apripista è stata la Dichiarazione d’indipendenza americana del 4 luglio1776, nella quale si stabilisce per tutti gli uomini il diritto al perseguimento della felicità, come se uno stato d’animo, una condizione interiore potesse e possa essere definita per legge.

In questa velleitaria pretesa è andato a nozze il sistema dei consumi che, come aveva esposto alla Statale di Milano il 12 maggio del 1972 Jacques Lacan ne Il discorso del capitalismo, crea artatamente un vuoto di infelicità, che lo stesso invoca il suo riempimento attraverso una costante rincorsa ad oggetti di sostituzione psichica. Ora, gli antichi, molto più profondi e saggi dei moderni, avevano distinto due stati d’animo per certi versi antinomici: il beatus, l’eudaimon, l’essere in armonia con la propria vocazione, in buona coscienza, e il felix, l’olbios, colui che persegue la tranquillità materiale.

È evidente che nel primo dispositivo ciò che interessa è lo stato interiore, quella serenità endogena che non è acquistabile, ma si raggiunge con un percorso di consapevolezza e di integrazione del sé, quell’allenamento il cui obiettivo è sintetizzato nella famosa allocuzione di Julius Evola: «Fa in modo che ciò su cui nulla puoi nulla possa su di te».

Il resto, tutto ciò che è esogeno, che deriva dalla precaria prosperità materiale, dall’instabile benessere fisico, dall’interessato giudizio dell’altro, è un surrogato superficiale e di scarsa tenuta, se non causa più o meno accidentale della diffusa infelicità. Lacan imposta un concetto molto importante che può essere acquisito nella rappresentazione della diversità tra il mondo classico e quello moderno di intendere la questione della felicità. È il problema del Desiderio in opposizione al perseguimento delle voglie.

Il capitalismo è intervenuto nella stessa strutturazione della psiche individuale e collettiva introducendo, in maniera subdola e subliminale, il tarlo inesauribile delle voglie e, con esso, il meccanismo perverso ed altrettanto inestinguibile del loro soddisfacimento. Per dirla con Massimo Fini: il sistema liberal-capitalista ha bisogno del bisogno, quindi lo crea. E questo si è verificato. Un uomo ed una società condannata ad una perpetua insoddisfazione e ad un sentimento di angosciosa mancanza sempre di qualcosa.

La visione organica della persona e della comunità, invece, era un invito ad individuare il proprio specifico Desiderio, simbolicamente traducibile con il daimon, con la chiamata, con la vocazione, con il destino, e concretizzabile nella funzione. Un mondo, un cosmo – nel senso di pulito, mundus, e di bello, kosmos, da cui cosmesi, in cui forma, bellezza, armonia, ordine si compenetrano e si rinforzano per un accordo interno ed esterno.

In questa modernità in cui tutto è drogato – il lavoro, l’economia, il tempo, la comunicazione – anche la felicità è drogata, e si passa dai picchi dell’euforia all’estraneamento della rassegnazione, senza un centro interiore a cui fare riferimento. La virtù come cura di sé è stata scomunicata e l’unica strada concessa è quella dell’eccesso di godimento.

Nella post- o ipermodernità, la ricerca della felicità è diventata agitata, confusa e spasmodica, e mentre gli individui atomizzati – come annota Byung-Chul Han – fanno «zapping tra le “possibilità di vita”», questa passa inesorabilmente da un vuoto all’altro, senza riuscire ad assaporare neppure un attimo di autentica serenità.

 

L’opera in alto è “La forma” di Dante Fazzini. Elaborazione tecnica del “suminagashi” antica metodo di marmorizzazione, risalente alle origini dello Scintoismo. Ne realizzai una serie ritoccate ad acquerello. Evocano movimento ed eleganza e la fluidità dell’acqua. Si realizzano con carta di riso, fiele di bue, acqua fredda, immobile e china sgocciolata sulla superfice. 30 x 40 cm su carta di riso – 2000 circa.