Nuova vita alla terra spenta porterà il vento

 

 

 

 

 

 

 

Nuova vita alla terra spenta porterà il vento,
e i vecchi saranno giovani ancora una volta.

L’albero di Giuda, coppa d’agata, farà bere il giglio,
e l’occhio del narciso l’anemone guarderà ispirato.

Tanta nostalgia dei luoghi sofferta, volerà l’usignolo
nel giardino delle rose, tra le voci delle donne.

Se dalla moschea me ne vado alla taverna, non ti adirare:
lungamente si protrae l’Assemblea, e l’ora s’affretta.

Oh cuore! Se la gioia dell’oggi trattieni pel domani,
resterai senza nulla, che siffatto è il tempo.

Il mese avanti il digiuno le palme ricolma di vino:
tramonterà questo sole, e non ne vedrai a Ramazan!

Preziosa è la rosa: sfiorane i petali fin quando ne porta;
sicché, come viene, già se ne va, e più non ce ne avrà.

Oh menestrello! La festa è dell’amore: intona il tuo canto!
Cosa vale cantar le cose del passato, dell’avvenire?

Per te Hafez è tornato alla dimora dei viventi:
congedati da lui, solenne, che presto passerà alla morte!

— Hafez (Khāje Shams o-Dīn Moḥammad Ḥāfeẓ-e Shīrāzī, 1315-1390), Canto della Primavera. Resa italiana di Aleksandar Nursijski.

 

La foto in alto è di Grazia Roversi.

Astianatte – POESIA

 

Astianatte, gerundio

slabbrato che reggi

le trame, dimmi

 

la parola che schiuderà il mondo

all’epifania delle cose, l’esatta

misura del verso in cui tutto

tornerà carogna tra i denti

dell’angelo. E pregando,

 

pregando addestra le schiere

che mi renderanno l’altrove

promesso, che sole

sapranno il mio ultimo nome.

 

Astianatte, incendia

lo scudo che ti accolse quale

corpo, poiché corpo

fosti, e nient’altro che erede:

 

dalle mura per le mura che saranno,

ogni discendenza è ridere

o sputare alla radice.

 

 

Foto di Alfonsa Cirrincione

L’inganno – Poesia di Anna Achmatova

Ritratto della poetessa di Paola Marinaccio

Inganno

I
Il mattino è ubriaco di sole a primavera
e il terrazzo profuma denso di rose
il cielo, poi, splende più di una ceramica turchina.
Sul quaderno rivestito in cuoio morbido
leggo le stanze e le elegie
che ho scritto per mia nonna.

Vedo la strada fino al portone e le colonne
bianche sull’erba di smeraldo.
Oh, il mio cuore ama con dolcezza, cieco amore!
E mi rallegrano le aiuole colorate
l’alto grido del corvo nel cielo buio
perfino l’arco del sepolcro, in fondo al viale.

II
Soffia un vento afoso, di tempesta.
Il sole mi ha scottato sulle braccia,
sopra di me, la volta di questo cielo
è una vetrata di turchino,

i semprevivi profumano appena
nella treccia sfatta.
Sul tronco nodoso dell’abete
le formiche vanno in fila.

Lo stagno manda pigri bagliori argento,
la vita ha leggerezza tutta nuova…
Chi mi appare oggi in sogno,
sulla rete colorata dell’amaca?

III
Placida serata. Cala il vento piano piano,
una luce intensa mi richiama verso casa.
Provo a indovinare: “Tu chi sei?
Sei forse tu, il mio amato?”

Sul terrazzo c’è un profilo che conosco,
si ode appena un dialogo sommesso.
Non avevo finora mai provato
un tale incantevole languore.

A stormire inquieti i pioppi,
visitati da sogni di dolcezza.
Il cielo del colore dell’acciaio,
le stelle, scialbe, impallidite.

Porto un mazzetto di violaciocche bianche,
in loro brucia un fuoco indefinito
per lui che, ricevendole dalle mie mani timide,
ne sfiora il palmo intiepidito.

IV
Ho scritto parole che per tanto tempo
non ho osato pronunciare.
La testa mi fa un male sordo,
stranamente insensibile è il mio corpo.

Tace il corno da lontano,
gli stessi enigmi sempre dentro al cuore,
un leggero nevischio dell’autunno
è sceso a ricoprire il campo da croquet.

Stormire con le ultime foglie in sintonia!
Tormentarsi con gli ultimi pensieri.
Non volevo disturbarlo
abituato com’è lui a divertirsi.

Ho perdonato già alle labbra amate
il crudele loro scherzo.
Su, venite domani con la slitta.

Accenderanno le candele nel soggiorno,
brillano di giorno più soavi,
e porteranno un mazzo intero
di rose dalle serre.

Anna Achmatova
(1910)

Il tuffo nel mare dell’inganno

“Il tuffo”, opera del maestro Dante Fazzini, è una rivisitazione della famosa tomba di Paestum. La composizione, messa in campo rettangolare, è un T rovesciata. La sospensione del tuffatore perfettamente in verticale è fuori dal tempo, metafisica. Non è la celebrazione del passaggio nell’aldilá, la festa del trapasso. Quì il tuffo è un entrare, un penetrare in un immobile mare oscuro coperto da nubi minacciose, plumbee, le nubi che vogliamo immaginare essere quelle dell’INGANNO, tema principe di questo primo tratto insieme.

Ideatori e coordinatori ringraziano quanti hanno collaborato alla realizzazione di questo progetto e quanti hanno accettato l’idea di questo tratto di strada insieme.


  Dante Fazzini, Il tuffo, acquerello 35x60cm – 1998.