Se lo Stato asseconda il gioco d’azzardo

Sul gioco d’azzardo e le implicazioni patologiche e sociali che esso può determinare e determina, si è detto tanto e fatto poco. L’esame della situazione del gioco d’azzardo in Italia è sempre intrinsecamente collegato ad una valutazione di ordine morale, almeno etico, dal quale vogliamo discostarci per oggi. Per affrontare questo spinoso problema seguiamo una pista più pragmatica e meno mutevole a seconda della connotazione che si dia al gioco.

Pier Paolo Baretta, sottosegretario all’Economia con delega ai giochi, ha recentemente sostenuto che ‘liberalizzare’ il gioco d’azzardo, togliere di mezzo regole in materia, avrebbe contrastato l’illegalità. I dati, oggi, ci dicono piuttosto il contrario: ci dicono che ogni tipo di liberalizzazione del gioco di azzardo ha favorito la partecipazione di sempre più persone al fenomeno. In conseguenza alla crescita dell’offerta, è aumentata anche la domanda.

Lo diceva già la Consulta Nazionale Antiusura nel 2000, parlando di uno “sconcertante tandem tra il gioco legalizzato e il crimine”. Oggi anche la Commissione antimafia ha denotato che la criminalità ha forti interessi a radicarsi sia nel gioco illecito che, al contrario di quello che molti credono, anche nel gioco lecito, soprattutto quello online e quello relativo al settore delle scommesse.

Esiste una connessione, sottolineata dalla stessa Commissione antimafia, fra aumento del gioco lecito e maggiore ricorso a quello illecito. Si tratta del fenomeno per cui molti giocatori, e molti ludopati, passano dal gioco controllato a quello illecito, attirati da offerte che sono indubbiamente economicamente più allettanti. Finiscono così nel giro degli strozzini, e finiscono per sprofondare sempre di più in una patologia disastrosa per loro stessi e per il tessuto sociale: senza contare che contestualmente forniscono denaro e rilievo ad attività criminali.

Non vogliamo entrare ora nel merito delle azioni programmate dalla Commissione antimafia, la quale ha un suo piano strategico di contrasto verso la criminalità nel gioco legale/illegale: detto ciò, l’analisi tocca piuttosto la dimensione etica del gioco, una volta dimostrato che il controllo del gioco legale non è sufficiente per spodestare quello illegale anzi, in alcuni casi, sembra fargli da spalla.

Dal 2005 al 2014 il ricorso ai giochi ha avuto un boom del +191%, il guadagno erariale è stato solamente del +30%. Nel 2014, si stima che ogni italiano (inclusi anziani e neonati) abbia speso a testa 1400 euro per il gioco d’azzardo. Nel panorama europeo deteniamo un merito di cui non possiamo essere fieri: siamo al primo posto nella graduatoria dei Paesi per la spesa nel gioco.

La domanda quindi sorge spontanea: che cosa guadagna lo Stato dal gioco d’azzardo?

Le casse statali ricavano (in media) intorno agli 8 miliardi di euro netti ogni anno: questo settore fa lavorare, in Italia, circa 120mila persone legalmente. Ai costi che lo Stato indubbiamente ricava dobbiamo togliere gli indubbi costi economico-sociali della ludopatia, che sono di diversi miliardi di euro. Secondo il Servizio Sanitario Nazionale un giocatore su 75 versa in uno stato patologico.

Inutile sottolineare qui che gli effetti della ludopatia sono pesanti sia sul bilancio familiare (in termini economici e affettivi, in quanto spesso portano alla rottura delle famiglie) sia in termini lavorativi e sociali. Ci sono circa 800mila giocatori patologici in Italia. Secondo uno studio di Eurispes, il 56% dei giocatori è disoccupato e appartiene ad una classe sociale medio-bassa. Il fenomeno non risparmia i giovani: dal 2000 al 2009, gli studi hanno evidenziato che gli studenti che dichiarano di giocare d’azzardo sono passati dal 39% al 50%.

La società civile, però, non è del tutto indifferente a questa piaga strisciante che si sta diffondendo a macchia d’olio. Esistono piccoli commercianti, titolari di bar e di locali che decidono di loro spontanea volontà di eliminare le macchinette, rinunciando ad un indubbio introito economico. Tuttavia, senza un vero supporto pubblico, la loro rimane una sorta di lotta di Davide contro Golia: dove Golia è lo Stato, che guarda senza fare nulla, in una sorta di bilico fra il contenimento dei danni della ludopatia e la totale indifferenza nei confronti di questa tragedia mascherata da slot colorate.

Il danno della ludopatia è sia di natura economica (diversi studi evidenziano che se i soldi spesi nel gioco venissero impiegati in modo diverso lo Stato avrebbe maggiori guadagni dall’IVA) e di natura morale. Lo Stato, assecondando la ludopatia, è costretto anche a cercare dei rimedi per una vera e propria piaga sociale non indifferente. Alcuni dei palliativi per la ludopatia sono gli sportelli dell’ASL di contrasto a questo problema, come anche il servizio svolto da altri enti che gratuitamente offrono la consulenza di professionisti per aiutare le persone ‘malate da gioco’. Tuttavia, questo non basta per sradicare il problema dal tessuto sociale.

Lo si può fare solamente riscoprendo un nuovo ruolo dello Stato nella disciplina del gioco d’azzardo: uno Stato presente, non asettico bilanciatore di interessi super partes, gestore del gioco pubblico e anche colui che paga le cure di chi per gioco s’ammala. Nella scommessa del gioco d’azzardo, indifferenti non si può rimanere: è ora che anche lo Stato, o meglio, le persone che lo compongono, comincino a giocare un ruolo in prima linea per la difesa della società, delle famiglie, e del benessere psico-fisico dei cittadini.

 

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.

Assegnazione delle case popolari: diritti umani a intermittenza

Dante Fazzini, “La zona vecchia” Acquerello 40×50 cm – 2007. L’ultimo tramonto della settimana, spasmi di agonia rituale inondavano di un arancio vivido gli enormi palazzi dagli intonaci cadenti. Parallele-bipedi, senza nome, affastellati gli uni sugli altri, muri su muri, come corpi distrattamente dimenticati.

L’Ente Italiano IACP (Istituto Autonomo Case Popolari) ha lo scopo di gestire l’edilizia pubblica con il fine di assegnare case popolari ai meno abbienti, tramite affitti o canoni calmierati (un tetto massimo sui prezzi di consumo).

Creato nel 1903 dall’allora Ministro del Tesoro, Luigi Luzzatti, durante il Governo Giolitti, IACP ha contribuito a sistemare milioni di italiani in locali abitativi, impossibilitati a sostenere spese che andavano al di sopra delle loro possibilità.

Gli alloggi abitativi vengono dati dal Comune di residenza tramite un bando pubblico, al termine del quale vengono stilate delle graduatorie dove si assegnano alloggi abitativi a famiglie con il reddito più basso.

Ogni Comune ha la sua graduatoria in base alle richieste che ricevono, ed ognuno di loro fissa un tetto massimo di canone agevolato, consentito per legge.

I requisiti per accedere alle case popolari sono:

– avere la cittadinanza italiana o europea, oppure facente parte di un Paese estero (basti avere il permesso da almeno due anni);

– essere residente o attività lavorativa sita nel Comune in cui si fa richiesta;

– avere un reddito al di sotto dei 25.000 euro circa (dato che può differenziare da Comune a Comune).

Vengono assegnate alloggi abitativi comunali, a persone indigenti, invalidi, vedove, madri nubili o separati (che vengono seguiti da almeno sei-otto mesi da Assistenti sociali), famiglie con reddito minimo e con figli a carico o invalidi, Famiglie over 35 formatisi da oltre tre anni, persone che vivono con la pensione minima o che hanno problemi a pagare l’affitto o hanno ricevuto uno sfratto, famiglie che risiedono con più nuclei familiari nello stesso spazio abitativo o che abitano in alloggi di fortuna.

Solitamente i bandi per fare richiesta di alloggi comunali, vengono fatti ogni 4 anni. Tutti possono farne richiesta, basta compilare il modulo che si può scaricare tramite internet o ritirarlo nel Comune di Residenza.

Fino a pochi anni fa le richieste di case popolari, erano inferiori alle vere necessità del cittadino. Purtroppo con l’avvento della crisi e l’aumento della povertà dovuta alla disoccupazione (si stimano – dati Istat – che il 6% degli italiani nel 2016 vivevano in condizioni di assoluta povertà, mentre il 12% in povertà relativa. Dati purtroppo in salita nel 2017), le richieste siano aumentate esponenzialmente, anche grazie all’entrata nel nostro territorio di circa 3.714.137 immigrati, solo quelli regolari (dati Istat).

Si è venuto a creare così un divario tra le richieste e il numero degli alloggi comunali presenti in Italia, questi ultimi di numero molto più basso, lasciando di fatto molti postulanti fuori dalle graduatoria, nonostante siano perfettamente idonei per farne domanda.

Negli ultimi tempi molti italiani si sono visti scavalcati da immigrati, perché questi ultimi presentano un reddito inferiore e hanno maggiori figli a carico.

Nonostante i vari Comuni cerchino di minimizzare il problema, questo viene costantemente portato alla luce dai dati che vengono forniti e che non fanno altro che aumentare una ingiustizia a carico dell’autoctono che nella maggior parte dei casi, non avendo fissa dimora, si ritrova costretto a vivere in strada o in macchina con la sua famiglia.

Si calcola in media che le case assegnate agli italiani si aggirino intorno al 45-50%.

Alcuni dati:

– nel Comune di Ferrara, il 38% degli italiani, usufruisce di una abitazione comunale, il restante 62% vanno agli immigrati, che però rappresentano solo il 10% della popolazione ferrarese;

– a Bologna, le case popolari, vengono assegnate all’82,7% agli stranieri (il 17% di questi con cittadinanza italiana, anche se nati all’estero);

– in Lombardia, in media, la metà degli alloggi viene assegnata a persone straniere, nonostante questi rappresentino il 13% di tutta la popolazione;

– a Cascina (Comune della Toscana) invece, il sindaco Susanna Ceccardi, nonostante le tante critiche e accuse ricevute, ha fatto applicare la legge, chiedendo agli immigrati (che facevano domanda per la richiesta di case popolari) di portare una certificazione autenticata dall’Ambasciata o dal Consolato, dove venga dichiarato di non essere in possesso di case di proprietà nel Paese natio. Il risultato è stato sorprendente. La maggior parte dei richiedenti, pur di non sottostare a leggi e controlli Amministrativi, hanno preferito rinunciare alla richiesta di alloggio comunale. Grazie al rispetto della legge, ora a Cascina, il 75% dei beneficiari delle abitazioni comunali vengono destinate agli italiani.

Il problema maggiore non riguarda l’immigrato, ma leggi che non vengono rispettate dalla maggior parte dei Comuni e dove a farne le spese sono maggiormente gli italiani.

Il compito primo di una Amministrazione comunale è quello di tutelare il proprio cittadino e non quella di creare ulteriori problemi o di fomentare ingiustizie, che normalmente nascono in questi casi.

La legge purtroppo oggi, nonostante la crescente disoccupazione e il continuo flusso migratorio, non consente a chi è nato in Italia di poter usufruire, in primis, di un bene primario come è quello di una unità abitativa, nonostante la maggior parte continuino a pagare quelle utenze che lo Stato richiede.

Il diritto inalienabile di ogni uomo è, tra le altre cose, quello di avere una casa, un tetto sulla testa che gli consenta di vivere degnamente. Questo diritto, grazie al capitalismo, oggi è diventato invece un’utopia per milioni di persone.

 

 

 

Cittadini non comunitari presenti in Italia: http://www.istat.it/it/archivio/204296

Povertà in Italia: https://www.istat.it/it/archivio/202338

Certificazioni Cascina: http://www.ilpopulista.it/news/19-Settembre-2016/5083/il-sindaco-leghista-di-cascina-la-casa-prima-agli-italiani-e-la-promessa-elettorale-diventa-realta.html

L’inganno dei numeri

La matematica non è un’opinione: un’espressione tranchant, utilizzata da sempre per sancire, in senso perentorio, un dato o concetto non suscettibile di interpretazione.

Eppure in questi nostri tempi di inganni e mistificazioni, anche i numeri con la loro “testa dura”, hanno imparato prestarsi ai giochi di ricorre ai dati e alle statistiche al fine di conferire il crisma della inopponibilità alla propria interpretazione della realtà.

Una delle statistiche spesso portate avanti, ad esempio, da chi vorrebbe ridimensionare le istanze di sicurezza e ordine pubblico che da ogni parte del Paese si levano a fronte di un pericolo che si pretende solo “percepito” e non effettivo, è quella del presunto “calo percentuale dei reati”. Che, in alcune città, autorità politiche e di controllo pretendono si attesti anche su percentuali a due cifre.

Le statistiche sono fasulle? Esiste davvero, un’ondata di isteria che coinvolge larghe fette della popolazione, magari anche in virtù di una “galoppante xenofobia” di fronte al massiccio ingresso di stranieri, che falsa totalmente la percezione della realtà ?

Non esattamente.

Il fatto è che il dato nudo e crudo, riportato in modo fine a stesso non è indicativo della dimensione di certi fenomeni, se non lo si contestualizza e lo si approfondisce.

Nel rivendicare la diminuzione dei crimini, ad esempio, non si tiene conto del fatto che – a partire dal mese di febbraio dello scorso anno (2016) sono state decine le fattispecie di reato soggette a depenalizzazione.

La flessione percentuale del numero dei reati – e in particolare di determinate fattispecie delittuose – è in buona parte dovuta al semplice fatto che ciò che in passato era censito come reato penale, è stato derubricato a illecito amministrativo.

Non sono poche e non di lieve impatto le fattispecie che sono state interessate da tale intervento; solo per citarne alcune:

  • art. 635 c.p. – danneggiamento;

  • art. 527 c.p. – atti osceni;

  • art. 94 c.p. – ingiuria;

  • art. 726 c.p. – atti contrari alla pubblica decenza.

A partire dall’entrata in vigore del provvedimento di depenalizzazione, pertanto, qualora un individuo si denudi di fronte a una donna, a una ragazza o anche a un minore (atti osceni), quel comportamento non integra più una fattispecie di reato.

Allo stesso modo, laddove qualcuno urini o defechi per strada, ovvero cammini nudo per le vie di una città (atti contrari alla pubblica decenza), non potrà farsi valere nei suoi confronti la contestazione di un illecito penale e lo stesso sarà destinatario di una sola sanzione amministrativa.

Tutti questi e altri comportamenti spariscono dalle statistiche sui reati semplicemente perché non possono essere più inseriti fra le fattispecie penalmente perseguibili, non certo perché il loro verificarsi sia venuto meno o anche solo diminuito.

È, inoltre, opportuno ricordare che la ‘diminuzione statistica’ dei reati sconta anche l’oramai consolidata rassegnazione di molte vittime a non procedere con la denuncia dell’illecito subito, soprattutto per i piccoli furti e le molestie, in considerazione della sempre crescente sfiducia nella capacità della giustizia di punire adeguatamente il colpevole e – soprattutto – di tutelare la vittima dal doversi nuovamente confrontare con lo stesso nel giro di pochissimo tempo.

Una simile situazione si verifica anche con i dati relativi all’occupazione, spesso spesi e rilanciati al fine di giustificare l’ottimismo sulla “ripresa” dell’economia e sull’efficacia delle riforme giuslavoristiche varate dal Governo.

Anche in questo caso, l’aumento dell’occupazione e il calo della disoccupazione che di volta in volta vengono registrati e segnalati meriterebbero un approfondimento che non si fermi al semplice dato percentuale.

Da una parte in relazione alla composizione interna del dato: per quanto aumentino gli occupati, tale incremento ha riguardo ai soli contratti a termine, mentre il dato sui contratti a tempo indeterminato è in costante calo dall’approvazione del Jobs Act.

Dall’altra, in relazione al confronto con gli altri dati: in relazione a quasi tutti i mesi di analisi, si riscontra accanto al dato della diminuzione dei disoccupati, l’aumento degli “inattivi”, ovvero di coloro che non lavorano e non cercano un lavoro. Categoria questa la cui crescita dovrebbe rappresentare una concreta preoccupazione, anziché ispirare ottimismo.

Peraltro, le statistiche confermano che l’occupazione aumenta tra gli over 50, mentre diminuisce nelle altre classi di età: il ruolo giocato dagli ultracinquantenni nell’effetto positivo sui dati in materia di occupazione nasconde il meccanismo tutt’altro che positivo dell’aumento dell’età pensionabile che, ormai appare ufficiale e definitivo, nel 2019 sarà portata 67 anni, anche per le donne.

Si potrebbe aggiungere che l’utilizzo strumentale di dati e statistiche trova, d’altro canto, il corrispettivo contrario nelle mancate analisi dei numeri che ci spiegano come gli immigrati delinquano con incidenza percentuale molto maggiore rispetto agli indigeni o in relazione ai dati che dimostrano come in Italia il numero di violenze e omicidi con vittime di sesso femminile sia di gran lunga inferiore a quello delle illuminate socialdemocrazie nordiche.

Ma queste sono altre statistiche, queste sono altre strumentalizzazioni, questi sono altri inganni.

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.