L’Argentina dice no alla “cultura della morte”. Un’intervista contro il “vangelo progressista”

<Buenos Aires a ferro e fuoco dopo che il Senato argentino ha votato contro la legalizzazione dell’aborto: 38 senatori si sono espressi contro la proposta, 31 a favore e due si sono astenuti. Scontri in strada tra manifestanti pro aborto e forze dell’ordine che hanno usato gli idranti per sedare le proteste e disperdere la folla. Tafferugli anche nelle periferie. La legge avrebbe consentito l’interruzione volontaria di gravidanza fino alla 14 settimana. Il provvedimento era stato approvato alla Camera lo scorso giugno>. Il Messaggero

Ispirandoci ai recentissimi fatti di cronaca, pubblichiamo di seguito un’intervista realizzata da Stelio Fergola, giornalista, direttore della testata online Oltre La Linea e autore del saggio “La cultura della morte”, Edizioni La Vela.

Il saggio raccoglie, tra le altre cose, voci di giovani donne contrarie all’aborto (come l’intervistata) sulle cui argomentazioni è interessante soffermarsi. Con domande mirate, l’autore mira a dimostrare che, oltre “la cultura della morte”, esiste una coscienza oppositiva che si pone qualche domanda in più dinanzi al “vangelo progressista”.

SF: Credi che l’aborto sia un diritto? Se no, per quale motivo?

I: Io penso che esista sopra ogni cosa il diritto alla vita. E credo che l’aborto, prima di essere un problema giuridico, sia un problema culturale e politico. Certo, determinate legislazioni, hanno assolto spesso una sorta di funzione ‘didattica’, hanno introdotto o modificato i costumi. Va detto anche che il diritto ha dei limiti. Si pensi alla nostra legge che fa di un feto “un grumo di cellule” abortibile fino al 90° giorno di gestazione, e un bambino non abortibile dal 91° giorno in poi. Questo termine varia da Stato a Stato, quindi, lo stesso feto potrebbe essere ancora abortibile in uno Stato e non più in un altro. Il diritto non arriva dappertutto insomma. Sono del parere che, vigente anche la legge più favorevole in assoluto all’aborto, resta prioritaria l’informazione. Le immagini che immortalano “i prodotti dell’aborto”, piccoli esserini fatti a pezzi col forcipe, sono bannate dai mezzi di comunicazione, dove invece abbondano spot più o meno velati dell’aborto, come allegra soluzione finale al “problema”. C’è asimmetria informativa. Il bambino, poi, non è una malattia. Inoltre, aspetto poco affrontato, occorrono legislazioni che creino le condizioni per non fare mancare ai bambini nati vivi, nati da aborto, che esistono!, le cure adeguate finalizzate alla loro sopravvivenza.

SF: Come viene vissuto nell’ambiente in cui vivi questa tua posizione?

I: Le mie posizioni sono certamente biasimate, tacciate di bigottismo, arroganza (oggi è arrogante chiunque cerchi ancora di mantenere una linea divisoria tra il bene e il male, chi sogna ancora una società che tenda alla vita e non alla morte), tutto ciò perché “la libertà”, quella più sconclusionata e slegata da una sorgente di senso, non si tocca. Tutto ciò non ci scoraggia.

SF: Perché a tuo avviso le donne abortiste affermano di essere le esclusive depositarie dei destini del concepito?

I: Perché confondono il loro corpo con quello del bambino. La donna è la prima culla del bambino, oltre che sua co-genitrice, ma non è il bambino e il bambino non è una parte del suo corpo, ma creatura a se stante.

SF: Pensi che aborto e femminismo siano legate?

I: Penso che il femminismo progressista abbia commesso e continui a commettere molti errori. In primis, guarda alla donna come un corpo-contenitore freddo e non come persona condensante in sé più dimensioni, siano essere prodotto degli istinti umani, dell’esperienza, della cultura, della formazione. L’istinto materno, i legami emotivi, la dimensione psicologica. L’aborto cambia le donne. L’aborto certamente non è un intervento sanitario e basta. E se è vero che il concepito – come afferma un certo femminismo – è solo un grumo di cellule, allora la donna non è “incinta”. Molte donne che ricorrono all’aborto, a distanza di anni, capiscono di essere state “ingannate”, di non avere avuto il tempo per pensare abbastanza, di essere state convinte sulla base di argomentazioni che non hanno tenuto conto della loro natura fatta sì di corpo, ma anche di istinto (legame istintivo/inconscio che poi scoprono di avere provato verso la creatura che avevano in grembo), sentimento, spirito.

In secundis, la decostruzione femminista della famiglia patriarcale è finita per trasporsi nella costruzione di una donna che rinuncia al suo ruolo naturale di madre e compagna, per rendersi sempre più “distante da sè”. Gli effetti più disastrosi di tale ‘allontanamento dalla natura’, si rinvengono sul terreno familiare e sociale. Le donne hanno smesso di essere il “pilastro” del focolare, immagine forse troppo anacronistica, ma ancora – a mio avviso – sensata, vecchia ma non scellerata (Cento uomini possono fare un accampamento, ma serve una donna per fare una casa! Servono una donna e un uomo per fare un nido, una famiglia), nelle politiche che non producono più né tendono verso una società a misura di donna e di bambino (quante donne vengono licenziate per il solo fatto di essere in gravidanza?).

Ancora, la maternità è si una condizione tutta femminile, ma i figli sono figli ad una madre e ad un padre. “L’utero è mio e me lo gestisco io”, famoso e fumoso slogan femminista arresta la sua forza davanti alla “verità del padre”. Il padre non è come accennano i fautori delle modernissime pericolose teorie gender “un concetto antropologico”, un costrutto culturale, un’elaborazione empirica. Certamente è delicata la questione riguardante la valorizzazione del suo consenso o dissenso nell’eventuale scelta abortiva della co-genitrice (sia essa o meno la compagna di vita), ma è un argomento allo stesso tempo non più rimandabile.

 

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Proletari d’Italia, sterilizzatevi!

Sia come sia, tanto dal punto di vista etimologico che da quello ideologico, da sempre il termine proletario ha significato per l’Italia «ricco solo del lavoro dei proprî figli», secondo l’interpretazione dell’Enciclopedia Treccani.

È il concetto di proles che ha caratterizzato un grande periodo storico che va dalla fine della prima metà dell’ottocento alla seconda metà del novecento. Un tempo simbolico che inizia con l’invocazione finale del Manifesto del Partito comunista – “Proletari di tutto il mondo, unitevi!” –, che prosegue con l’usuale incipit dei discorsi di Mussolini – “Italia proletaria e fascista, in piedi!”, e si conclude con il boom economico e un certo mantenimento demografico.

Negli ultimi anni, questo aspetto non solo è stato trascurato dalle politiche familiari, con grandi enunciazioni e scarsa concretezza sociale, ma addirittura si è formata una setta pseudointellettuale che esige di filtrare ogni espressione umana, dai pensieri agli spot pubblicitari, con la pretesa finale del giudizio, a riguardo della questione figli con tutti i connessi: gravidanza su delega, acquisto a distanza, adozione omosessuale, educazione di genere ed altre perversioni.

Le critiche piovute sulla promozione della Chicco a favore della natalità ha del surreale. A prescindere che personalmente non mi è piaciuta dal punto di vista stilistico, è il concetto in sé che va difeso, soprattutto per quanto riguarda il nostro Paese e l’Europa in generale, oltre a sostenere per principio la libertà di opinione.

È paradossale che si festeggi come grande conquista del ’68 la legge sull’aborto e, contemporaneamente, si invochi una sostituzione etnica a causa del disastro demografico che colpisce la nostra civiltà.

Ma, al di là di tutto, ciò che è significativo è che questa posizione politica sia sostenuta da quel cascame dello schema ideologico ottocentesco definibile come ‘sinistra’.

Come aveva lucidamente denunciato il filosofo marxista Costanzo Preve: «La cosiddetta ‘sinistra’ ha sostituito al mito sociologico del proletariato il mito antropologico della diversità e dell’immigrato». Ecco la questione fondamentale. Il movimento femminista, che di questa sinistra è sempre stata una delle armi sociologiche, è passata dalla richiesta dei diritti alla rivendicazione delle devianze: dalla lotta contro la reificazione del corpo al moralismo contro il nudo pubblicitario, passando attraverso il sindacato delle prostitute e l’appoggio a quella carnevalata oscena e pervertita del gay pride. Il movimento dei lavoratori, proditoriamente rappresentato dai sindacati di potere, non si attiva più per le migliaia di morti sul lavoro o per i suicidi dei licenziati e dei disoccupati, ma condivide attivamente la nuova tratta degli schiavi e accetta ogni dequalificazione e abbassamento retributivo. Il movimento politico, genericamente inteso come l’insieme delle varie rappresentanze ideologiche di sinistra, ha ormai abbracciato la causa delle grandi élite finanziarie e del potere del capitale, chiudendosi nell’egoismo anomico di un benessere sempre più ristretto in ridotte caste e cieco e sordo alle istanze di un popolo ritenuto con fastidiosa boria un fastidioso lamento populista.

Quindi, indipendentemente dal mio personale disinteresse, largo allo spot della Chicco. Che la fertilità vinca, anche contro la sterilità del pensiero unico e omologato. E così, per quanto riguarda la questione demografica, si torni all’opinione di Giovanni Pascoli quando nel 1911 proclamò che “La grande proletaria si è mossa”, sostenendo l’intervento militare italiano in Libia, e ribaltando la posizione imbelle e disfattista dei disertori e dei traditori di sempre che applaudono l’invasione libica, e non solo, dell’Italia.

 

Foto in alto di Alfonsa Cirrincione.

Dalle fake news alla tutela del copyright: l’offensiva europea alla libera informazione

Per anni in tantissimi hanno ironizzato sul confronto e la discussione via etere, svilendo i social come delle sorte di gabbie dalle sbarre trasparenti, in cui incanalare, costringere e sostanzialmente annullare il dissenso e le velleità di cambiamento. I campioni olimpionici di questa disciplina erano quelli che dalle loro stesse home dei social, con condivisione compulsiva di post e link, ci spiegavano l’assurdità di essere su un social, l’inutilità e banalità delle polemiche che vi si scatenavano, la dabbenaggine di chi vi ravvisava un qualunque apporto al cambiamento. Che ci avvisavano su come i social snaturassero i rapporti fra le persone, facendone emergere il peggio.

Personalmente, ho sempre ritenuto che fossimo di fronte non a distorsioni della percezione o a sfogatoi virtuali, bensì a meri strumenti, come quelli più tradizionali di comunicazione: tutto dipende da come vengono utilizzati e per quale scopo. Ebbene, negli ultimi tempi abbiamo scoperto che addirittura l’elezione “dell’uomo più potente del mondo” è stata influenzata in modo determinante da web e social. Tramite i “pericolosissimi hacker russi”, sia ben chiaro.

L’invenzione delle categorie di “webete” e di “hater”, il ricorso al concetto di “fake news” sono stati le prime stupite e stupide reazioni alla consapevolezza della reale portata di questi strumenti. Forze politiche e ultra politiche – che dispongono dell’intero armamentario dei media mainstream – hanno lanciato la crociata contro i nuovi strumenti di contro-informazione, strillando isterici e ridicoli contro pericoli inesistenti. Oggi, facendosi più furbi, hanno trovato un modo più subdolo e silenzioso di rendere inservibili questi strumenti: la tutela del copyright.

In pochi hanno capito il reale rischio nella concreta applicazione della direttiva di cui il prossimo 4 luglio si discuterà l’approvazione al Parlamento Europeo: quello di tornare ad un livello di consapevolezza e informazione limitato a ciò che è utile e opportuno far conoscere alle masse. Perché, al netto delle storture terrapiattiste e rettiliane, della volgarità esasperata, delle polemiche pretestuose, quello del web (e dei social) resta l’unico strumento di comunicazione autenticamente democratico e libero Accessibile a chiunque o quasi, attribuisce a ciascuno la facoltà di informarsi e leggere, l’onere di valutare autonomamente la bontà e veridicità di quanto letto, elimina ogni alibi alla mancata conoscenza di risvolti e implicazioni che per lo più i mezzi tradizioni di informazione tendono a tacere.

E per questo è potenzialmente pericolosissimo, in quanto capace di svelare che le vere “fake news” erano quelle propinate dai media mainstream, veicolate e diffuse come verità inconfutabili. O di tradire la congiura del silenzio che copre tragedie reali e problematiche concrete, non “coperte” dall’informazione di tv e giornali. Congiura del silenzio che opera anche nei confronti della nuova direttiva europea sul copyright, di cui non si legge e non si sente parlare, se non da parte di quei siti e quelle fonti del web che da sempre fanno contro-informazione e cha sanno bene che saranno le prime vittime a cadere nell’ipocrita battaglia per la “tutela del diritto d’autore”.

 

La foto in alto è dell’autrice dell’articolo.

La Grecia è finita, andate in pace

Grecia. La cura ha funzionato, il paziente è morto

La festa è finita, andate in pace. 

Poche ore fa la Troika ha lasciato la Grecia: baci e abbracci, fotografie e flash per pochi avvoltoi imbellettati, festa grande ai piani alti. Ai piani bassi continuiamo invece a vedere lo stesso scenario che ci si prospetta di fronte da otto anni. Otto anni: tanto è durato il commissariamento della Grecia. 

Che prezzo ha pagato la culla della civiltà perché i vampiri sollevassero i denti dal suo collo? Un pacchetto di 88 riforme per completare “il terzo piano di aiuti dei creditori”. Bel nome, vero, riforme? Suona così pregno di speranza, di rinnovazione. Peccato che traducendolo nel piano pratico, riforme comincia ad avere un odore di carne, di sangue, qualcosa che si avvicina di più al ricatto. 

Già, perché le “riforme” che la Grecia dovrà affrontare comporta l’aumento delle tasse sugli immobili, un complesso di privatizzazioni nel settore energetico, e ovviamente l’immancabile taglio della spesa pubblica (fate presto!) che – manco a dirlo – andrà a gravare sulle pensioni e sul welfare del popolo. 

Però la Grecia otterrà, grazie a queste “riforme” ottenute dopo lunghe ore di negoziato, un pacchetto di 11 miliardi di aiuti da parte dell’Eurogruppo. 

Ok, ma il vampiro se ne va? La Troika ha deciso di lasciare la Grecia?

Macché. Ovviamente, pacche sulle spalle e sorrisi da rotocalco a latere, “le visite della Commissione continueranno sino a che la Grecia non avrà ripagato il 75% del suo debito da 230 miliardi di euro verso i suoi creditori comunitari” come riporta il Guardian. 

Accanimento terapeutico 

Gioite, la Grecia è salva. La Grecia ha chiuso l’anno passato con un superattivo pari al 3,7% del Pil. Non sbucato dal nulla, ovviamente: certo, la produzione industriale e le esportazioni sono leggermente in salita, anche se ci chiediamo chi se ne avvantaggerà. Già, chi? 

L’Eurostat ci offre su un piatto d’argento cifre secche e crude. Un film horror: dal 2010 il potere d’acquisto dei greci è crollato del 24%, il 21,2% della popolazione vive in povertà “estrema”. 130mila persone, lo scorso anno, hanno rinunciato alle eredità: non avevano soldi a sufficienza per pagare le tasse. 

Ricordiamo col cuore stretto i titoli di giornale del 2012 che riportavano storie da un Paese quasi del terzo mondo. Le insegnanti che denunciavano che i bambini svenivano in classe per la fame: non avevano da mangiare. 

Non avevano da mangiare. 

I minorenni poveri erano mezzo milione nel 2012, 1700 suicidi in due anni, gente costretta a passare da un lavoro dignitoso a rovistare nei cassonetti come cani randagi per trovare l’avanzo di un panino.

Sono numeri anche questi, no? Numeri numeri numeri, come quelli che ci rimbombano nelle orecchie: “La Grecia ha un debito di miliardi” “La Grecia deve tagliare la spesa pubblica” “La Grecia deve, deve, deve”. 

Il popolo paga gli errori e le speculazioni di chi è fuggito anni fa, annusando la crisi. 

Chi è rimasto a festeggiare la fine del commissariamento? Migliaia di morti, fantasmi nelle strade, vecchi abbandonati, bambini denutriti. 

All’Africa l’Occidente ha condonato miliardi di dollari di debito. La Grecia è troppo vicina per provare una qualsiasi empatia. 

Lo scenario pre-elezioni e l’ombra nera di Alba Dorata

C’è poco da scherzare in Grecia, specie per Tsipras. Nell’ottobre del 2019 ci saranno le elezioni e nel Paese sta crescendo sempre di più il movimento di estrema destra Alba Dorata, che supera il 10% delle preferenze. I giornali amano semplificare e sostenere che Alba Dorata regga il suo crescente consenso sull’insofferenza della popolazione verso il multiculturalismo e verso l’immigrazione. Almeno in parte è una narrazione vera; in un Paese piegato dalla povertà e nel quale il welfare è stato ridotto all’osso per far fronte alle misure dell’Austerity, la gente comune non sprizza di solidarietà verso gli stranieri che sono visti come una minaccia, considerato che in molti non riescono a mettere insieme il pranzo con la cena. 

Tuttavia il picco di Alba Dorata è dovuto piuttosto all’insofferenza dei greci verso le politiche di austerity, la macelleria sociale che ha spezzato le reni alla Grecia come nessun Mussolini avrebbe saputo fare. 

Il popolo greco è ridotto alla fame, e chi riesce a mangiare non può curarsi; la dignità ferita da pianto diventa ruggito, e il rischio che Alba Dorata ottenga percentuali più alte esiste.

Ma finché l’affaire Grecia resterà un servizio fotografico che immortala Tsipras mentre si diverte con una cravatta, e i riflettori saranno spenti su tutti i greci che la cravatta l’hanno usata per impiccarsi, questa storia di sangue e lacrime resterà l’asettica narrazione di un semplice debito da ripagare. Costi quel che costi. 

Pentitevi e credete al #MeToo

Giovanni Iudice, Figure allo specchio, olio su tavola cm20x20, 2001

Innanzitutto sei sessista. 

Questo incipit è necessario, perché tu, o Lettore, ti possa fare un purificatore esame di coscienza prima di cominciare la lettura di questo articolo. 

Sei sessista: perché hai generalizzato anche tu, almeno una volta nella tua vita, circa le qualità dei sessi; perché hai adocchiato una donna, se sei un uomo, con fare malizioso (e le hai forse chiesto il consenso prima di guardarle quel bel sedere a mandolino? No? Ecco). 

Perché hai pensato “Quella donna non è adatta a ricoprire quel ruolo”, perché hai aperto la portiera alla tua fidanzata o l’hai fatta entrare prima di te al ristorante. 

Sì: sessista. Pentiti dei tuoi peccati.

L’hai fatto? Possiamo proseguire. 

Viviamo in un’epoca complicata, caro lettore: un’epoca di fraintendimenti, dove alla liberalizzazione sessuale è seguita – paradossalmente – la creazione di una ragnatela di convenzioni sociali talmente fitta che neppure i più acerrimi anti-sessisti riescono a non incappare in quell’infamante accusa. 

Siamo davanti a un’inquisizione che omologa i corpi anziché disciplinare le anime” diceva l’antropologo ed accademico Marino Nicola.  

Ed infatti, i puri vengono epurati da uno più puro di loro: ne abbiamo avuto la dimostrazione quando qualche giorno fa Eric Schneiderman, ministro della Giustizia dello Stato di New York e procuratore – colui che raccolse gli atti ed iniziò la causa contro quel porco sessista di Weinstein – è stato accusato da quattro donne di abusi sessuali e violenze fisiche. 

Del resto la testa di Robespierre non era mica ruzzolata per nulla: se hai l’ansia di salire sul podio del politicamente corretto, ne arriverà sempre qualcuno più politicamente corretto di te pronto a tagliarti la testa. In mondovisione, ovviamente. 

Ma torniamo al discorso dei rapporti fra sessi: è notorio che è sempre più difficile, in questi anni, improntare una relazione serena con l’altro sesso. 

Questo vale soprattutto per gli uomini, dato che un certo femminismo ha paventato l’idea che il maschio sia portatore di un peccato originale, quello dello stupro e del patriarcato. 

E così, la vita del maschio odierno è diventata un esercizio al negativo, ed egli è tutto preso da quella probatio diabolica per cui spetta a lui l’onere di dimostrare che no, non è portatore del gene dello stupro. 

Ti ricordi che sei sessista, vero? Tienilo a mente. Del resto “L’annientamento della personalità, dell’individualità e del carattere di una donna è un prerequisito del sesso maschile” diceva la teorica del femminismo ultra radicale Andrea Dworkin. 

L’uomo: cattivo per natura. E se l’uomo è cattivo per natura, chi è buono per natura? La donna, forse? 

Come dici, può essere un atteggiamento sessista definire la donna buona per natura? 

Taci, sessista. Non ho ancora finito. 

Se ti trovi in difficoltà nella relazione con una donna, probabilmente il problema è tuo: perché sei un maschio. E i maschi ragionano col pene, e di conseguenza hanno un intrinseco limite di comprensione. 

Sono poi, insegna il femminismo radicale, stupratori per natura: “Tutti gli uomini sono stupratori, questo è ciò che sono” diceva lapidaria Marilyn French. 

Certo, nel mondo reale è ancora semplice trovare tante donne sane di mente e tanti uomini sani di mente. Gli insegnamenti del femminismo radicale, quello che – ben lungi dal mirare alla mera emancipazione femminile, che ritengo sacrosanta – puntava piuttosto a seppellire profondamente il seme della misandria nelle donne, non hanno attecchito molto in realtà. 

O forse un po’ sì, magari oltreoceano? 

#MeToo e altre prelibatezze

Tutti conosciamo il fenomeno (mediatico) #MeToo. Una sorta di contro-crociata delle donne che lamentano di aver subito violenza o abusi sessuali, o ancora pesanti attenzioni non gradite, nel corso della loro carriera lavorativa. 

Le prime voci ad alzarsi contro l’abuso sono partite dal dorato quanto ipocrita mondo di Hollywood: da lì, infatti, dalle dolci colline con le lettere bianche, sono partite le prime denunce di quelle donne o ragazze che sostenevano di essere state plagiate da produttori privi di scrupoli e ninfomani. 

In lacrime ma col trucco waterproof, le dive hanno confessato di fronte ai riflettori di aver taciuto a lungo perché erano ricattate: ne andava della loro carriera. Insomma, queste attrici hanno in fin dei conti sostenuto di aver accettato atti di prostituzione, vale a dire atti sessuali con uomini a loro non graditi, in cambio della serena continuazione (o dello spicco) della loro carriera nel cinema. 

Ho detto prostituzione, lo so, perché sono sessista e non posso fare a meno di esserlo. 

In fondo, sono sessista perché sono profondamente anti-sessista. No, nessun paradosso: ho un tale rispetto dell’intelligenza umana, sia essa maschile o femminile, che mi rifiuto categoricamente di pensare che dieci, venti, trenta donne ricche, potenti, famose ed in carriera abbiano accettato con le lacrime agli occhi di avere rapporti di diversa natura con uomini altrettanto ricchi e potenti… senza aver scelta.  

Che ci volete fare: non riesco a capacitarmene. Perché rifuggo profondamente quella teoria che vorrebbe la donna matura-immatura, come una moneta con due facce diverse, a seconda della circostanza. 

Non ci riesco: la maturità, a mio parere, è a tutto tondo. 

Proprio mentre esplode su internet e sui media la “teoria del consenso” secondo quale la donna è consenziente al rapporto solamente se esprime chiaramente ed in modo assolutamente inequivoco, sterilizzato, asettico la sua volontà, io proprio non riesco ad immaginarmi queste signorine ricche e famose mentre fingono di acconsentire al cattivo Weinstein paralizzate dal terrore, terrore talmente traumatico che sono riuscite a risvegliarsene solamente vent’anni dopo. 

Infine, trovo irrispettoso il fenomeno da baraccone del #MeToo, che ha scatenato a colpi di hashtag le confessioni pericolose di migliaia di ragazze in tutto il mondo, da colei che aveva subito veramente una violenza da ragazzina a chi si era sentita molestata dall’occhiolino di un passante. 

Io non riesco a capirlo: ma del resto, dovremmo calarci nei panni di una società dove il consenso è diventata una tematica talmente combattuta che qualcuno ha proposto di firmare un documento prima di avere un rapporto sessuale. 

Perché una donna emancipata non dovrebbe essere in grado di esprimere un chiaro Sì, senza che esso diventi, dieci o quindici minuti dopo, un Nì o un netto No? 

Io non me ne capacito. Sono troppo a favore dell’uguaglianza fra uomini e donne da poter aspirare ad un protezionismo maschile 2.0 per cui la donna deve essere protetta anche da sé stessa, dai suoi consensi, dalla sua volontà, in definitiva. 

Ma io sono sessista. E non dovreste dare mai retta ad una sessista. 

Casus belli, la scintilla che fa la differenza?

Per quale ragione si scatenano le guerre? Della dinamica dell’interazione tra individui in carne ed ossa o di entità sociali dotate di un’individualità giuridica o prammatica, il conflitto è una componente intrinseca; tuttavia, esso non sempre si traduce in guerra aperta, da intendersi come il ricorso sistematico e ragionato della forza all’uopo di risolvere il conflitto in favore della propria parte. Soffermandoci, per evidenti motivi, sullo sviluppo della questione in Europa a partire dall’Antichità, incontreremmo il contributo d’intelletti raffinatissimi quali: Tucidide, Virgilio, Vegezio, Agostino d’Ippona, Isidoro di Siviglia, Nicolò Machiavelli, Francesco Guicciardini, Carl von Clausewitz e via dicendo. Esiste da una parte, tanto nella comune morale quanto in esito del ragionamento dei filosofi, che il ricorso alla guerra sia giustificato, talvolta, a priori. Ad esempio, nel caso si subisca l’offensiva del nemico, o laddove costretti da circostanze estremamente sfavorevoli: «Iuxtum enim est bellum quibus necessarium, et pia arma ubi nulla nisi in armis spes est» (‘Legittima è infatti la guerra per coloro ai quali è necessaria, e sacre le armi laddove non è alcuna speranza fuorché nelle armi’).1

Rispondere al quesito non è facile, quanto definire un concetto di ratio belli ⸺ ovvero, della volontà di ricorrere alla guerra ⸺ che corrisponda a quello, ben circoscritto nel dibattito intorno alla legittimità della guerra, di casus belli. Se accettassimo l’opinione, diffusa e probabilmente accurata, che la guerra sia la prosecuzione della politica con altri mezzi, o viceversa, potremmo convenire sul fatto che sia il rapporto tra questi due ambiti a facilitarla, per non dire a renderla inevitabile. Per esempio, potremmo immaginare che due potenze contrapposte, Atene e Sparta, abbiano un contenzioso aperto nel merito, ad esempio, del possesso di alcuni territori. Atene, volendo contenere Sparta, punta tutto sul proprio vantaggio in termini di disponibilità economiche e diplomatiche per guadagnarsi il favore dei governanti di questi territori. Sparta, che sa di avere un esercito più efficiente di quello ateniese, decide a quel punto di giocarsela alla prima occasione sul campo di battaglia. Soltanto allora si può parlare, eventualmente, di casus belli; in ogni caso, la guerra è stata già decisa prima che questo si verifichi. Non è detto che vi si arrivi: Atene, a quel punto, per evitarne lo scoppio potrebbe ad esempio accordarsi con gli spartani sull’estensione delle rispettive aree d’influenza. In quel caso, non vi sarebbe effettivamente alcuna guerra combattuta, e tuttavia il potenziale ricorso al proprio apparato militare da parte di una delle due potenze risulterebbe altrettanto decisivo che se fosse impiegato.2

Nel provocare lo scatenarsi di una guerra, dunque, non è tanto determinante il verificarsi di incidenti e incomprensioni, ai quali in genere la politica è capace di rimediare, quanto la precisa volontà di utilizzarli come casus belli, come pretesti ad aprire le ostilità sul campo. Questa è una verità della storia che occorre saper distinguere tra le righe. Nel 1914 non fu l’attentato a Francesco Ferdinando a provocare la Prima Guerra mondiale, ma l’intenzione da parte austriaca di servirsene come una sorta di assegno in bianco per risolvere con le armi il confronto austro-serbo, che a sua volta fu un prodotto dell’inarrestabile declino e del disfacimento dell’Impero ottomano.3 Peraltro, senza un’idea precisa di come farlo. Il gran direttore del ‘Concerto delle Potenze’, Otto von Bismarck, l’aveva infatti previsto, nella sua proverbiale lucidità di statista, invitando i grandi d’Europa a spartirselo subito o a lasciarlo in pace, per non dovere un giorno esser trascinati in una guerra generale dall’infernale meccanismo delle alleanze e dei casus foederis. L’Austria aveva deciso da tempo d’intervenire a fermare l’attivismo di Belgrado, almeno dall’epoca delle Guerre Balcaniche; la pistola di Gavrilo Princip le diede finalmente il pretesto.

Talvolta, in ragione della grande disparità di forze esistente tra i due contendenti, la guerra può divenire ancora più conveniente di altri mezzi alla risoluzione del confronto. Ad esempio, in tutti quei casi in cui una grande potenza si confronti con uno stato piccolo e debole. Sul finire dell’Ottocento, mentre cadeva ormai il crepuscolo sui resti dell’Impero spagnolo, ci si domandava nelle grandi capitali cosa ne sarebbe stato di Cuba. Provvidenzialmente, nella serata del 15 febbraio 1898 la corazzata Maine saltò in aria per ragioni sconosciute nella rada dell’Avana: gli americani colsero la palla al balzo e sfruttarono il casus belli per scrivere la parola ‘fine’ sulla storia del Imperio donde nunca se pone el sol, bruciando le capitali europee sul tempo. Le Filippine, Cuba, Puerto Rico e Guam passarono col trattato di Parigi, in cambio di un indennizzo in denaro, sotto l’egida degli Stati Uniti. Un tempismo talmente provvidenziale che non poca gente ha dubitato, da un secolo a questa parte, della buona fede di Washington.4

Guardando alla storia, non è difficile cogliervi almeno questa lezione: la ratio belli prevale, nel determinare un conflitto, su ogni altra ragione effettiva. Oggi le dinamiche del conflitto permanente tra le nazioni si sono trasformate rispetto alla Belle Epoque: non del tutto snaturate, si svolgono in contesti molteplici, vagamente connessi gli uni agli altri. L’opinione pubblica ha un peso molto più significativo rispetto al 1914; non tanto perché la gente s’informi e si faccia sentire di più, quanto perché l’informazione si svolge contemporaneamente attraverso canali molteplici, che è di volta in volta più facile o più difficile sfruttare a vantaggio dei grandi interessi. Soprattutto, è cambiata la guerra, trasformandosi nel confronto totale e senza quartiere che è stata l’ultima Guerra mondiale, o ‘Guerra civile europea’. Chi vince piglia tutto, e chi perde ⸺ Dio l’aiuti! Anche nella sua versione attenuata, di guerra fredda, l’arte bellica si è fatta sempre più dura e dispendiosa. Perché l’opinione pubblica l’accetti, è necessario che sia per un fine veramente giusto. Da qui la continua disumanizzazione del nemico, i tentativi di dipingerlo come arretrato, incivile, pericoloso; il che, oltre a costituire ipso facto una ragione più che legittima per muovergli guerra, funge da ottimo catalizzatore per la pubblica opinione ⸺ senza la quale, sin dai tempi dei faraoni, non si fa nulla. E’ necessario discutere ora dell’affaire Skripal? Degli episodi ormai già quasi dimenticati del golpe ucraino e della Crimea? Delle reiterate accuse che si rivolgono ai ‘dittatori’ che non piacciono o non fanno più comodo? Probabilmente sarebbe inutile. Per evitare di ritrovarsi coinvolti in una guerra per l’altrui interesse, occorre di tenere sempre a mente l’avvertimento della storia: le guerre avvengono per colpa di chi le vuole, non di chi impugna per primo le armi. Non necessariamente gli uni e gli altri coincidono.

 

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.

1 Tito Livio, Ab Urbe condita: 9,1. Cit. in Machiavelli, Il Principe: Esortazione a pigliare l’Italia e a liberarla dalle mani dei barbari, XXVI.

2 Con l’esempio di Atene e Sparta voglio intendere non nello specifico le due poleis elleniche, ma due potenze qualsiasi, siano esse USA e URSS, Francia e Spagna, Austria e Turchia. Ad esempio, la divisione del mondo in due blocchi e la dottrina della deterrenza nucleare, ovvero l’atteggiamento perenne di guerra fredda tra Mosca e Washington, senza mai venire allo scontro diretto tra le due capitali, assicurò al mondo cinquant’anni di relativa pace.

3 Con le due Guerre Balcaniche (1912-13) i residui possedimenti europei dell’Impero ottomano furono conquistati e spartiti tra Serbia, Montenegro, Bulgaria, Grecia e Romania. Il riassetto della penisola, soprattutto in favore della Serbia, preoccupò assai l’Austria, alle prese con la questione slava pure all’interno dei propri confini. Soprattutto, essa era problematica per le relazioni internazionali di Vienna: la questione delle compensazioni territoriali nei Balcani era un elemento fondamentale della Triplice Alleanza. L’Austria era intervenuta nel corso delle Guerre Balcaniche ad evitare che la Serbia acquisisse uno sbocco sull’Adriatico, del quale la privò con la costituzione di un’Albania indipendente, e poi appoggiando le rivendicazioni bulgare sulla Macedonia quando la Serbia la chiese in riparazione dello sbocco marittimo negatole.

4 Non fu dato sapere quali fossero le cause dell’affondamento. Gli Stati Uniti indicarono come responsabile una mina spagnola; gli spagnoli si dissero disposti a collaborare per chiarire le cause dell’accaduto, ma a Washington già risuonava il grido di guerra «Remember the Maine!» che chiamava a vendicare l’affronto. Questo fece da pendant al «Don’t forget the starving Cubans!» che la stampa aveva diffuso da tempo, accusando Madrid di maltrattamento della popolazione cubana nel reprimere la sollevazione dell’isola. L’incidente potrebbe esser stato causato da un guasto tecnico. Tuttora a Cuba è ufficiale l’opinione che si sia trattato di un false flag, come diremmo oggi.

 

Uso e abuso della “percezione”

«Io e te – spiega una scuola di psicologia e psicoterapia molto distante dalle fissità interpretative di Freud ed altri esponenti delle psicologia classica1siamo due organismi ed entriamo in contatto attraverso la nostra interazione che avviene attraverso ciò che viene definito “confine del contatto”», involucro che protegge il sé, inteso come «“organo” della persona, uno strumento che ha insita la capacità di regolare l’organismo che presiede e di risolvere i suoi problemi per mezzo della sua caratteristica principale che è quella di essere un “processo permanente di adattamento creativo” dell’uomo al proprio ambiente», e allo stesso tempo ‘stoffa’ di aderenza tra soggettività.2 Il sé quindi non è più l’anima, ma lo strumento che agevola la conoscenza e l’incontro ed è qualcosa che va plasmandosi nella continua verifica alla quale il reale lo obbliga. In questo senso ogni momento è crescita.

«Il termine tedesco Gestalt è il participio passato di von Augen gestellt che letteralmente significa posizionato davanti agli occhi, ciò che compare allo sguardo, ovvero forma». La Gestalt considera fondamentale e lavora sulla percezione della realtà anche attraverso i suoi dettagli facendo emergere dallo sfondo spesso indifferenziato la figura dettagliata.«Il motto per antonomasia dei gestaltisti è: “Il tutto è più della somma delle singole parti”, significa che la totalità del percepito è caratterizzato non solo dalla somma dalle singole attivazioni sensoriali, ma da qualcosa di più che permette di comprendere la forma nella sua totalità»3.

Il modello terapeutico in questione punta alla crescita della persona e alla sua “competenza relazionale”, “crescita” intesa «come costruire, attraverso un processo di confronto critico, una nuova integrazione tra Soggetto e Ambiente». La crescita dunque avviene attraverso i contatti con l’ambiente, ma «ogni contatto implica una fase conflittuale nella quale gli equilibri esistenti entrano in crisi (conflitto tra “vecchio” e “nuovo”, tra Organismo e Ambiente) ed una fase costruttiva, nella quale si perviene ad una nuova sintesi (cfr. la “fusione degli orizzonti” di H.G.Gadamer)»4.

Ci incuriosisce siffatta scuola di terapia, proprio perché sembra essere all’avanguardia nel trattare con serietà le sensazioni, i bisogni, i segnali del corpo, nel non “criminalizzare” il disagio, a non considerarlo imprinting insuperabile e a lavorare sugli istinti primari e le percezioni per restituirli alla consapevolezza della persona ed affermarli come forza creativa, in tempi in cui vi è un aumento di richieste di aiuto psicologico, un aumento delle psicosi e dei disagi (già in età adolescenziale5) legati soprattutto alle “nuove solitudini” che spingono alle dipendenze da sostanze e da santoni6, all’instaurazione di rapporti malsani, al rifiuto di relazioni significative con l’altro.

Il fatto che le scienze psicologiche siano diventate “di moda” e i loro contenuti accessibili a tutti, attraverso la rete e i reparti di librerie e biblioteche sempre più forniti di libri motivazionali e di crescita personale, ha portato con sé un retroaltare pericoloso, la pan-psicologizzazione sociale, ad opera di chi il più delle volte non ha adeguata formazione o ad opera di chi ce l’ha ma la utilizza non per la cura della persona, bensì per trarre profitti dalle consulenze o per i fini più disparati. Secondo un think thank del Pentagono «Il presidente russo Vladimir Putin sarebbe affetto da sindrome di Asperger, “un disturbo autistico che influenza ogni sua decisione”».

Le scienze psicologiche e psicocliniche si prestano purtroppo ad un uso deviato e deviante, che non risparmia nessuno e ancor più pericoloso è lo scimmiottamento di esse. In un simile clima, se la psicologia ‘assiste’ la persona, un qualche ‘medico’ deve occuparsi della comunità che nella sinergia crea il terreno ove la persona si sviluppa e nell’applicazione distorta di certi saperi lo ammorba di piante cattive.

È quanto accade nel tempo del politicamente corretto e delle memorie del bisogno, tempo in cui la proposizione di un problema “ambientale” è mutata e resa, nella sua narrazione, in percezione di qualcosa che si insinua esista soltanto nella dimensione appunto sensoriale del soggetto, presentato come influenzabile e fobico, schiavo di mediocri ossessioni, attaccato alla gonna della meschina paura.

È quanto avviene in tema di sicurezza e immigrazione con consequenziale messa la bando dei “seminatori di odio” e fomentatori di infondate paure, alias critici del sistema migratorio attuato, mentre la forza del reale della cronaca lacrime e sangue illumina silenziosa l’artata cecità. È ciò che accade sul versante dei “nuovi diritti” che, se non vanno a genio o suscitano perplessità stante la contemporanea concessa eliminazione di quelli sociali, comportano un immediato inserimento nel registro degli omofobi, dei retrogradi, dei bigotti, degli haters. Ma prima ancora dei temi spinosi, la questione riguarda il normale e l’ovvio, che sì con questi problemi si intreccia, ma non sempre.

Ricordo a tal proposito un gustoso commento alla foto che circolava su facebook presentando la famiglia del futuro già possibile, quella gender fluid e atipica, di una mamma transgender (mi si perdoni se non azzecco la sfumatura precisa), ormai esteticamente con sembianze maschili (barba e fisicità mascolina), la quale o il quale (chiedo sempre venia) allattava il suo bambino partorito “da uomo”. Alle constatazioni che ciò non sia esattamente il valzer della normalità mosse da più utenti, altri molto più aperti ribattevano con un politicamente correttissimo pensiero che suonava o meglio tuonava più o meno così: «non bisogna giudicare questo come il prodotto di cultura macabra e destabilizzante… Io vedo una mamma che nutre il proprio figlio».

La nostra attenzione deve fermarsi sul “io vedo”. Essendo l’oggetto della visione un qualcosa che logicamente e obiettivamente è da condursi almeno sul piano estetico a tutt’altro, vien da dire che questo “io vedo”, non è il vedere oggettivante di Tommaso che accetta la Verità della visione, ma è una costruzione soggettiva oltre la percezione fisica dell’occhio che si impone sul reale, svuotandolo, decostruendolo, sostituendolo con la farsa del “io vedo una madre”, mentre la visione che si presenta all’iride è quella di un uomo che sostituisce agli occhi innocenti del pargolo ‘l’archetipo della madre’ nell’atto che fa più madre di tutti: l’allattamento.

Il “io vedo” sottende l’accettazione pacifica dell’anormale, che non ha nulla di ovvio ed ha, a nostro avviso, molto di insalubre. Ecco così trasferito sul piano dell’ottimismo, della positività (finanche quella giuridica dell’”amore” che «vuol farsi diritto per realizzarsi pienamente»7), del buono e del bello, ciò che per natura è almeno “strano”, in un tempo peraltro che condanna il minorato e il diverso alla solitudine o ad essere un non nato (ci si chieda come mai nel politicamente correttissimo e civilissimo Occidente nascano sempre meno bambini con la trisonomia del cromosoma 218).

Di contro, ecco trasferito sul piano della ‘fobia’, della patologia, ciò che dovrebbe stare sul piano delle relazioni ‘più antiche’ e delle dinamiche essenziali alla vita. La vita che è relazione. É recintato quindi nell’ambito della scelta soggettiva ciò che non va apprezzato come fatto isolato e faccenda individuale, concernendo invece l’antropologia, la cattura delle dinamiche umane non come mera speculazione intellettuale, ma responsabilità nel cogliere i segni del tempo e non lasciarli alle pagine dei libri, soprattutto quando sono spie e sintomi di morbi pericolosi. La realtà fattuale è banalizzata e costretta nella bolla della psicosi, dell’astruseria, della singolarità, della pochezza. Chi si lamenta degli aspetti tragici del reale mettendo in discussione politiche e progetti è bollato come quello che per ignoranza “non ce la fa” ad accettare questo mondo petaloso.

La “migliore vecchia pazza dopo Oriana Fallaci” (C. Langone)9, l’antropologa Ida Magli, aveva più volte evidenziato quell’imbroglio moderno del collegare alla sfera psicologica quei problemi che, non soltanto per onestà intellettuale, andrebbero letti invece usando la lente dell’antropologia culturale, che dal modo di atteggiarsi degli individui nelle relazioni che intrattengono estrae il succo amaro delle dinamiche involutive e il miele dolce delle possibilità d’elevazione, e funge da strumento di anticipazione e precauzione.

Il metodo antropologico, avendo in qualche misura a cuore il benessere dell’uomo e il senso stesso dell’esistenza, una e breve, sembra implicare anche la considerazione di non essere capitati per caso nel mondo, ma dell’essere portatori di un senso che merita un riconoscimento e una cura, dell’essere fautori di dinamiche che modificano l’orizzonte degli eventi.

Usiamo poi la provocazione langoniana non perché riteniamo tale la professoressa, né tale la riteneva il giornalista che anzi ne sottolineava l’acume, ma riprendiamo l’epiteto proprio perché il boicottaggio delle intuizioni della Magli operato dagli intellettuali senza argomenti è passato proprio dallo screditamento nella semplicistica reazione di stomaco, quanto mai banale, secondo cui le donne che pensano fuori dal coro siano in fondo un po’ matte, soprattutto quando sono anche belle o quando anticipano i tempi.

Ancora più matte sono quando amano e vogliono portare la gonna e non i pantaloni, come vuole il femminismo più audace, che della donna nega quanto è già inscritto nel suo corpo: la maternità. Ciò viene realizzato nell’asserzione che la verità del corpo (il bacino non piatto che aiuta il sostegno del pancione, il seno che produce latte) sia in realtà una fallace percezione, o meglio, citando una ormai nota e comica definizione “un concetto antropologico”, sedimentato in anni di patriarcato.

Facendo leva sulle debolezze e gli aspetti psicologici queste nuove costruite percezioni mortificanti la natura, nel paesaggio del “io sono me stesso”, espressione ‘tammarica’ che significa niente, fanno “regola tra le parti”.

Prendendo l’universo social come uno dei più vividi schermi ove si proietta, spesso invero deformato, il comune sentire sociale, hanno in qualche modo impressionato i commenti di matrice ultra-femminista rivolte in un articolo all’artista Frida Kahlo, monumento intoccabile agli occhi una certa intellighenzia anche progressista, apostrofata “scendiletto”, “schiava d’amore”, “cagna” per avere dedicato al suo Diego Rivera, non esattamente il prototipo dell’uomo piacente, mielose parole di amore totale10.

Riconosciuto il proprio ombelico come centro del mondo, la propria esperienza, spesso falsata, è sentenza, è legge. La propria costruzione ideologica è bibbia. Chi non ha – magari per grazia del Signore – quella stessa esperienza allora deve tacere. Del lavoro in miniera parli solo chi ha svangato in miniera. Sia mai che chi non ha tirato fuori un chilo di carbone possa empaticamente abbozzare un’analisi.

La ricerca viene invece ridotta a complotto, l’oggettività dei dati sminuita a impressione, gli orrori di guerra a fake news, le false flag a verità. I revisionismi fisiologicamente al bando!

È, sul piano umano, la morte dell’empatia, dell’affettività, del senso del sangue e della continuazione del sé, dell’adesione fertile nell’amicizia, del desiderio di sperimentare i propri limiti e i propri eccessi nella crescita insieme. È la morte dell’altro, ammesso solo nella funzione di strumento di appagamento egoistico.

L’iper individualismo ci consegna un mondo molto povero di alterità, dove non possono così esistere, nemmeno della dimensione della visione letteraria, le tensioni più intime che sono la fiammella dei popoli e, in qualche senso, le caratteristiche dei Santi: il senso dell’ingiustizia, il coraggio della ribellione, il desiderio di comunità, le tensioni grandi e le inquietudini piccole, lo sguardo oggettivante che riconosce il vulnus e lo cura.

Non è più il tempo di Anna Karenina, del romanzo onnisciente soppiantato dal catino delle vomitate social, del sogno, della poesia e dei carteggi amorosi ove il pittore comunista scrive all’amata «sono avvolto in una dolce nuvola d’oro che si chiama Marta e fuori da questa nuvola mi sento solo e sperduto» e la Duse al Vate «Muoio di melanconia senza di te, Gabri».

 

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione, scattata alla Biennale di Venezia.

2http://www.igf-gestalt.it/2013/06/teoria-del-se-e-ciclo-del-contatto/ Mentre nella psicoanalisi come nella Psicologia analitica il “Sé”, scritto maiuscolo, rappresenta una struttura centrale, nucleare dell’individuo, molto profonda e fondamentale, al contrario in Gestalt la parola “sé” si scrive minuscola perché non ha niente a che fare, senza peraltro escluderne l’importanza e l’esistenza, con una qualche struttura particolarmente “nobile” di tipo archetipico come l’anima o lo spirito o con un qualche nucleo centrale e primario della persona che ne definisce la natura innata e specifica. Si potrebbe dire piuttosto che il sé è come un “organo” della persona, uno strumento che ha insita la capacità di regolare l’organismo che presiede e di risolvere i suoi problemi per mezzo della sua caratteristica principale che è quella di essere un “processo permanente di adattamento creativo” dell’uomo al proprio ambiente, interiore ed esteriore, come peraltro esso viene appunto definito da Goodman. In questo caso quindi per ”processo” non si intende più un qualcosa di statico, fermo, sempre uguale a se stesso, ma piuttosto qualcosa che è in movimento e che cambia continuamente col mutare delle situazioni interne ed esterne, attraverso questa sua funzione creativa di organizzarsi e riorganizzarsi in base alle diverse circostanze, con lo scopo di ristabilire l’integrità organismica. Questa è la funzione che ci permette di ritrovare il benessere quando lo perdiamo e che possiamo pertanto intendere come fondamentale nella spinta alla vita e alla salute.

4http://www.gestaltherapy.it/Gestalt-Psicoterapia-Modello.aspx?nav=itmModell

5https://www.tecnicadellascuola.it/alunni-fragili-famiglia-non-parlano-serve-uno-psicologo-scuola-li-faccia-aprire

6http://www.repubblica.it/cronaca/2018/02/27/news/le_sette_in_italia_testimonianze_numeri-189839775/

7http://astratto.info/rodota-lamore-si-libera-dal-predominio-del-diritto.html

8https://www.huffingtonpost.it/2017/08/22/in-islanda-non-nascono-quasi-piu-bambini-con-la-sindrome-di-down-i-genitori-chiedono-lo-screening-prenatale_a_23156663/

9https://www.ilfoglio.it/articoli/2014/01/01/news/per-non-ascoltare-mika-basterebbe-leggere-quella-vecchia-pazza-di-ida-magli-74088/

10 (La mia notte mi strema. Sa bene che mi manchi e tutta la sua oscurità non basta a nascondere quest’evidenza che brilla come una lama nel buio, la mia notte vorrebbe avere ali per volare fino a te, avvolgerti nel sonno e ricondurti a me).

Il “reato” di povertà e la solidarietà selettiva

Aicha Elizabethe Ounnadi è l’operatrice ecologica licenziata qualche mese fa per aver preso un monopattino dal deposito della Cidiu Servizi di Collegno, il consorzio che si occupa della raccolta di rifiuti in alcuni quartieri di Torino. Per il giudice, presso cui la donna ha presentato ricorso, il licenziamento è risultato essere un provvedimento eccessivo, tuttavia, la condotta della dipendente – ad avviso del magistrato – era stata comunque scorretta ed equiparabile ad un furto.

Per questo, sebbene abbia ordinato all’azienda di indennizzare l’ex dipendente con 18 mensilità, non ne ha disposto il reintegro.

La vicenda dovrebbe essere di pubblico dominio: la stampa – certo senza particolari fanfare – ne ha parlato, sia in occasione del licenziamento, sia più di recente, a seguito della pronuncia del giudice.

Tuttavia, ben poca solidarietà è stata manifestata alla (ex) lavoratrice.

Il fatto colpisce perché la pronuncia del tribunale del ricorso che ha negato il reintegro nel posto di lavoro, confermando la decisione di chi ha buttato per strada la moglie di un uomo disoccupato e la madre di due bambini piccoli, è giunta all’indomani di infuocate polemiche. Polemiche che avevano ad oggetto un eventuale provvedimento di licenziamento, bollato come “ideologico”, ai danni di un’altra lavoratrice. Non interessa qui soffermarsi sulla ben più nota vicenda dell’insegnante ripresa mentre inveisce contro i poliziotti, insultandoli e augurando loro la morte, nel corso di una manifestazione politica. Risultano però evidenti le differenze di approccio da parte della pubblica opinione, delle istituzioni, della stampa e persino della magistratura, nelle due vicende.

Nel caso della operatrice ecologica licenziata, infatti, a differenza di quanto avvenuto per l’insegnante sospesa, nessun comitato di giudici democratici ha vivisezionato comportamenti e motivazioni, valutato complessi combinati disposti, scomodato la giurisprudenza. E questo malgrado le testimonianze in sede giudiziale abbiano confermato che Aicha Elizabethe Ounnadi si sia limitata a portare a casa il fatale giocattolo, ricevendolo dalle mani di una collega che l’aveva prelevato dal deposito aziendale. Perché, ha spiegato la donna, colleghi e amici – consapevoli della sua difficile situazione – erano soliti regalarle vestiti dismessi e giochi per i suoi bambini.

Si obietterà che un conto è un licenziamento “per causa ideologica” un conto l’applicazione della “dura lex sed lex”. Eppure, non può non stupire la rigida interpretazione del magistrato rispetto alla condotta della (ex) lavoratrice: i giudici ci hanno abituato – in circostanze in cui la fattispecie di reato era da ritenersi ben più palese e inconfutabile – a fantasiose elucubrazioni e sentenze motivate da analisi così intrise di approccio soggettivo da rasentare la assoluta discrezionalità.

Non solo. Come è stato rilevato da alcuni, un approccio ideologico è riscontrabile anche nel provvedimento di chi stigmatizza il bisogno, l’indigenza e le difficoltà di una persona, forse ingenua, ma non certo disonesta.

Le difficoltà e il tentativo di affrontarle con una certa dignità diventano non più e non solo motivo di compassione ed empatia, ma, al contrario, di censura e di sanzione.

E se pensate che queste valutazioni siano esagerate e de-contestualizzate, pensate che è di questi giorni la decisione della giunta comunale di Genova di sanzionare coloro che rovistano tra i rifiuti. A dispetto dei mille distinguo e delle tante rassicurazioni fornite da sindaco e assessori, si resta basiti di fronte a un provvedimento che punisce con una sanzione pecuniaria chi si rende “colpevole” di un comportamento a cui può essere costretto solo dalla fame o dall’estremo bisogno. Stupisce e spaventa pensare che di fronte ad un simile comportamento, sia ritenuto prevalente l’interesse al decoro di strade e città, piuttosto che la tutela di un essere umano che deve ricorrere agli scarti altrui per sfamarsi. Qualunque siano i motivi che spingono qualcuno a rovistare nell’immondizia, sono le cause di quel comportamento che vanno individuate e risolte.

Ma tant’è: anche la notizia del provvedimento della giunta di Genova non ha avuto chissà quale risonanza. Il timore è che l’interesse, lo sdegno, le barricate e persino le manifestazioni di sostegno, siano fatalmente condizionate alla capacità di identificarsi con la vittima di un presunto abuso. Specie se tale abuso evoca concetti e richiami – quelli si profondamente ideologici e ideologizzati – che hanno un appeal irresistibile per chi si fa portatore di certe narrazioni politiche totalmente svincolate dalla realtà di ogni giorno.

Con una mamma lavoratrice che trova nella spazzatura un giocattolo rotto che non potrebbe permettersi di comprare nuovo per il suo bambino, evidentemente, non si identifica quasi nessuno.

Né col pensionato o col disoccupato che rovista nel cassonetto.

Loro evocano una narrazione contraria a quella fortemente voluta e spinta: smascherano la dimensione terribile di un Paese alla canna del gas, di una ripresa che non esiste se non nei titoli di alcune testate. Ricordano ai benpensanti quelli che sono i veri problemi che le persone normali, senza un posto pubblico, sindacati e ribalta mediatica patinata vivono ogni giorno. Loro non hanno accesso né a tutele legittime, né a manifestazioni di solidarietà, che vengano dal basso della pubblica opinione o dall’alto del mondo politico e intellettuale.

Possono solo sparire in silenzio, come avvenuto qualche giorno fa nel Salernitano ad un uomo di 48 anni, trovato cadavere nella sua casa, dove viveva senza energia elettrica e senza cibo, morto solo, ucciso dal freddo e della fame.

 

La foto in alto è dell’autrice dell’articolo, Federica Poddighe.

Sì, questa è una caccia alle streghe

Con la magia non si scherza

La nostra storia comincia nelle aule della Scuola primaria di Mocasina, frazione di Calvagese della Riviera, un bel paesino bresciano poco distante dal Lago di Garda. Succede che una delle mamme degli alunni che frequentano la prima elementare viene a sapere che in classe è successo qualcosa di strano. Protagonista di questa strana vicenda sarebbe una educatrice di nome Ramona Parenzan, in arte Romilda, che si fa chiamare “strega sincretica interculturale”. Cosa significa, lo scopriremo dopo.

La “strega sincretica interculturale” si è presentata in una scuola elementare di Villongo l’8 febbraio 2018, poi alla primaria Corridoni di Brescia il 17 febbraio, quindi a Sant’Angelo Lodigiano il 20 febbraio. Una sorta di tour, ma di tour di che cosa? Cerchiamo di scoprirlo, partendo dalla testimonianza di questa madre che ha rilasciato le sue dichiarazioni al giornale La Nuova Bussola Quotidiana. “Lunedì 26 febbraio Parenzan è entrata nella prima elementare frequentata da mio figlio all’insaputa di tutti i genitori. Lo abbiamo scoperto dai nostri figli” ha sostenuto la donna.

Ma che faceva Ramona Parenzan nella scuola elementare? Un progetto come i tanti che vengono organizzati dalle maestre nel corso dell’anno scolastico, per facilitare l’apprendimento dei bambini e per snellire le lezioni?

Non è del tutto chiaro. Sappiamo che la Parenzan è laureata in filosofia ed è anche autrice di libri per adulti e per bambini. In una lettera aperta che, secondo il quotidiano Next, la Parenzan ha inviato alla scuola di Mocasina molti anni fa (era il 2000) diceva di occuparsi di un tema difficilmente qualificabile, l’intercultura, “sia come insegnante di italiano per adulti e minori stranieri, sia, infine, come formatrice presso scuole di ogni ordine e grado”. Secondo quanto spiegato dalla professoressa Sabina Stefano, dirigente dell’istituto di Beidzole (Brescia), a Next Quotidiano, “laboratorio della Parenzan avrebbe fatto parte di un percorso educativo promosso dalla biblioteca comunale di Calvagese.

Un laboratorio interculturale per avvicinare i bambini ad altre culture.

“Laboratorio interculturale”, un nome che dice tutto e dice nulla. Nonostante in queste ore numerosi quotidiani, fra i quali Next e L’Espresso Repubblica, si siano prodigati per ridicolizzare le richieste di chiarimento da parte di numerosi genitori, non uno dei loro articoli chiarisce effettivamente che cosa avrebbe fatto di preciso Ramona Parenzan nel corso di queste lezioni.

Sul punto torna la stessa Parenzan che spiega i suoi obiettivi ed il suo lavoro partendo da una delle favole da lei scritte, la storia di Mariama e la Balena. Il laboratorio “è finalizzato perlopiù a promuovere la conoscenza di storie, ritualità culturali (natural chalk sul volto di origine nigeriana e non solo) e narrazioni tratte dalla favolistica popolare di differenti Pesi (perlopiù Asia e Africa). Le narrazioni sono state da me performate all’interno di uno sfondo integratore “magico e immaginoso” molto gradito dai bambini che insieme a me hanno simulato un viaggio attraverso 4 Paesi: Afghanistan, Pakistan, Gambia e Sudan cantando, danzando e ascoltando fiabe che ospitano codici e valori comuni e universali (la gentilezza, la generosità, la mitezza etc)”.

Uno sfondo magico ed immaginoso, come lo definisce lei, un viaggio situato, valori comuni ed universali. È tutto così splendente di luce che siamo quasi accecati.

Cosa abbiamo capito fino a questo momento di quello che fa Ramona Parenzan? Esatto, proprio nulla. È tutto molto oscuro, nebuloso, fumoso. Non si capisce bene che cosa sia questo laboratorio interculturale, in cosa consista, che scopi abbia, a che cosa verta, e soprattutto come vengano condotti questi laboratori nella concretezza della realtà materiale.

Ora però gli adulti hanno avuto modo di parlare, e noi andiamo a chiedere ai bambini cosa è successo durante quel famoso (e misterioso) laboratorio.

Cosa ci dicono i bambini

Una delle mamme dell’istituto di Mocasina (hanno chiesto tutte a La Nuova BQ di mantenere l’anonimato) ha raccontato ad un’altra mamma che il figlio le avrebbe rivelato che durante la lezione la strega Romilda avrebbe dato loro degli amuleti. Non solo: avrebbe chiesto ai bambini di mantenere il segreto sugli amuleti stessi, cioè di non dire ai genitori che ne erano in possesso.

La donna a questo punto si preoccupa. “Ho chiesto a mio figlio se fosse vero” sostiene. Il bambino allora le ha mostrato una conchiglia che teneva sotto la federa. “La strega aveva detto loro di soffiare sull’amuleto, di metterlo sotto il cuscino e di esprimere un desiderio non materiale senza raccontare nulla ai genitori, solo così si sarebbe avverato tre giorni dopo”.

Comprensibilmente, la donna si arrabbia. C’è qualcosa nella narrazione dei due bambini che è ben diversa da quello che si immagina potrebbe accadere durante un laboratorio interculturale. Cosa c’entra la stregoneria, un amuleto, il desiderio non materiale con la conoscenza di altre culture?

La storia degli amuleti sembra mettere a disagio anche i bambini. Secondo quanto racconta la donna, il figlio durante le notti che ha dormito con l’amuleto “ha sanguinato dal naso sporcando tutta la federa, un altro bambino dal giorno dopo la visita della strega ha cominciato a svegliarsi agitato la notte e a non dormire. Un altro ha fatto due volte la pipì a letto”. Un’altra mamma ha raccontato che il figlio, quando lei l’ha costretto a rivelare se avesse anche lui un amuleto, “si è arrabbiato dandole della cattiva, perché per colpa sua non si sarebbe realizzato l’incantesimo”. 

Gira anche la voce di una pozione magica che la donna avrebbe fatto bere ai bambini. “Ci proibiscono di portare a scuola qualsiasi cosa che non sia sigillata e questa donna ha dato da bere e da mangiare cibo e bevande contenute in un termos ai nostri piccoli. È una cosa grave e contraria alle norme Asl”. In più, sul profilo social della sedicente strega comparivano, secondo le mamme, le foto dei bambini senza consenso dei genitori.

Consenso: ecco il grande assente di tutta questa storia. Nessuno dei genitori era a conoscenza di questi laboratori e del loro strano contenuto. Secondo la scuola “La coordinatrice delle prime elementari non sapeva nulla del progetto” ma secondo la Parenzan, invece, la scuola sapeva benissimo di questo progetto ed era tutto in regola.

L’autodeterminazione a singhiozzo

Cos’è il succo di tutta questa storia? Crediamo forse che i bambini possano restare traumatizzati dall’aver ricevuto un amuleto e dall’aver bevuto una pozione dal contenuto indeterminato? Il problema è ben più ampio. Tocca la sfera della spiritualità nell’ambito scolastico (anche se in questo caso sarebbe più corretto parlare di esoterismo).

Viviamo in un’epoca che si sta sterilizzando sempre di più sotto questo punto di vista, che separa anima e corpo e vuole tenere gli affari religiosi fuori dalle istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado. La laicità è vista come valore: “Fuori la Chiesa dalle mie mutande!” è lo slogan delle femministe. E che dire di “Fuori la Chiesa dalle scuole!”. Ok, fuori la Chiesa dalle scuole.

Tutto questo scandalizzarsi per un segno di croce fatto da una classe di bambini delle elementari non si riscontra dopo quello che è avvenuto nella scuola di Mocasina. Anzi. Sembra che la creme de la creme degli intellettuali, degli antifascisti e degli atei duri e puri (o dovremmo semplicemente chiamarli anti-cristiani?) si sia schierato senza se e ma dalla parte della sedicente strega.

Eppure appare ben chiaro che Ramona Parenzan non sia una semplice educatrice, magari un po’ stramba, ma pur sempre un’educatrice. Ma come! L’Espresso, Next Quotidiano, da sempre così efficaci nello scrutare in profondità i profili social degli assassini leghisti di turno, non si sono forse accorti che Ramona Parenzan si definisce “strega sincretica interculturale”? Non si sono resi conto che il suo approccio al tema dell’intercultura è ben impregnato di altro che non semplicemente di narrazione di mondi diversi? Non hanno tenuto per niente da conto le testimonianze dei bambini – una intera classe con amuleti sotto il cuscino? -.

Mistero.

Il mistero rimane anche se riflettiamo su quanto era accaduto qualche mese fa all’università di Macerata, quando una professoressa aveva chiesto agli studenti che volevano unirsi di recitare con lui un’Ave Maria. In quel caso tutto il mondo “intellettuale” si era rivoltato contro Clara Ferranti, la professoressa in questione, accusata di violare la laicità della scuola.

Ma se ciò vale quando si invitano dei ragazzi di 20 anni a recitare una preghiera, non è ancora più grave imporre a dei bambini di bere pozioni e di conservare amuleti chiedendo loro – forse questo è l’aspetto più inquietante – di tener nascosto ai genitori il tutto? E anche se questa fosse stata solo una piccola parte del ‘laboratorio’ culturale, non sarebbe comunque grave, o almeno strano, o almeno sospetto? Il mondo intellettuale non tace, ha deciso di parlare, ma schierandosi dalla parte della nostra strega Romilda. Colpevole di aver portato l’innocua bontà della magia in un mondo di bigottissimi cristiani cattolici che credono nella Croce anziché negli amuleti e nelle energie.

 

L’immagine di corredo è dell’autrice dell’articolo, Grazia Roversi.

A votare ci sono andato

Saranno state le sette di mattina quando il telefono di casa ha preso a squillare. Subito mi sono alzato e, ancora insonnolito, precipitato a rispondere.

— Pronto?

— Tovarišč Nursijskij? Sono il presidente Putin. Scatto sull’attenti.

— Jest’, tovarišč prezident. Agli ordini!

— Ascoltami bene: devi correre subito al seggio e votare… Una voce mi chiama.

Mi sveglio, per davvero. Che diavolaccio! — penso — Speravo almeno in Putin, ma non ha finito di dirmi chi votare. Quella di ieri è stata una lunga notte. Ho letto tutti i programmi, di tutti i partiti; tranne, ovviamente, di quello che non posso votare neanche se costretto.

Con la mente sono tornato più volte tra la fine degli anni ’80 e i primi ’90, ho rivisto gli ultimi comizi, le ultime riflessioni del mio Presidente. Il luogo del suo ultimo riposo è lontano da qui, all’ombra degli olivi e delle palme da dattero; accanto a un pozzo d’acqua, che è vita in quel deserto che è da sempre il ricovero dei saggi.

Qui abbiamo un Pinocchio, il conte Gentiloni-Silveri; abbiamo un Grillo parlante, abbiamo il Cavaliere di Arcore e una strega col turbante che mangia bambini e spaccia improbabili elisir e infusi nella sua grotta sul Monte Citorius. Abbiamo anche tanti gnomi nostalgici del Condottiero nero e tanti elfi con le stelline rosse che fanno muro contro i primi e contro incubi (spaventosi, ma eterei) di un passato mitologico che non sembrano conoscere. Sembrerebbe, il nostro, il paese delle favole. Invece è solo un grande paese nelle mani di governanti da barzelletta.

A votare ci sono andato.

Davanti alla scheda ho ripensato a una grande bandiera rossa che ogni Primo maggio gli operai di Terni issavano sulla montagna che sovrasta la città. Molti di quegli operai, quella forza dirompente che plasma le epoche, quelle braccia e quella volontà che imbrigliano l’acqua e forgiano l’acciaio, quelle coscienze rosse e immacolate come il Sol dell’avvenire — che mai tramonterà sulla Città dell’acciaio — voteranno in massa contro il ‘votate bene’. Voteranno in massa contro un partito erede di comunisti e democristiani, che un tempo si facevano giusta concorrenza a governare il paese; non come oggi a leccare per primi, sotto la stessa bandiera, i piedi dello stesso Padrone.

Probabilmente ha ragione l’intellighenzia: forse il popolo delle fabbriche, quello che si spezza la schiena durante otto ore per portare a casa la pagnotta, non capisce che precarietà, sacrifici e il cambiare lavoro ogni cinque minuti sono cose buone e nel loro interesse. Forse è colpa degli hacker russi se i vecchi operai ternani hanno la nostalgia di un tempo in cui, almeno, non bastava una scusa per licenziarli e per mandare i loro figli a elemosinare un posto di lavoro in giro per l’Europa. Forse Mentana non ha fatto in tempo a ‘blastarli’, e quelli obbediscono ancora al malvagio buonsenso.

Ho ripensato a una frase in greco che ho letto ieri, ritenendola un presagio: «ci vergognammo di aver noi tradito gli dei e gli uomini». Non ho idea di chi l’abbia detta, perché l’ho letta su una grammatica; ma descrive perfettamente quel che ho sentito nella cabina elettorale davanti alle mie schede, obbligato all’inevitabile decisione.

Uscito dal seggio, quelli del picchetto mi hanno chiesto:

— Hai votato bene, Lesà? Non so se ho votato bene.

— Sicuro! — E tanto basta.

— Ho votato in c**o a voialtri!

 

 

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.

Non tutto ciò che è legale è giusto: i figli non sono cose

Quello della maternità surrogata è uno dei temi etici e biogiuridici più controversi degli ultimi anni, in grado di interrogare chiunque circa la sacralità della vita e l’opportunità della produzione “su richiesta” di figli, soprattutto quando riguarda coppie omosessuali.

La maternità surrogata consiste in una tecnica di riproduzione alla quale ricorrono le coppie nelle quali le donne non possono portare a termine una gestazione – ad esempio per motivi di salute – o le coppie di omosessuali maschi. La procedura, in sintesi, prevede che un embrione venga impiantato nell’utero di una donna – la c.d. madre surrogata – la quale si impegna a consegnare il figlio alla coppia subito dopo il parto.

Uno “scambio” disciplinato da un contratto, che in Italia è espressamente vietato dall’art. 12 della legge n. 40 del 2004, il quale dispone che “chiunque, in qualsiasi forma, realizza, organizza o pubblicizza la commercializzazione di gameti o di embrioni o la surrogazione di maternità è punito con la reclusione da tre mesi a due anni e con la multa da 600.000 a un milione di euro”.

In Italia la pratica della maternità surrogata è quindi esplicitamente vietata, ma altri Stati hanno leggi assai più permissive. Paesi come Canada, Ucraina, Stati Uniti, ad esempio, permettono di accedere alla maternità surrogata con pochi limiti (e questo spiega perché alcune coppie – omosessuali o eterosessuali – particolarmente facoltose si rechino in queste nazioni per trovare la madre surrogata e concludere il contratto secondo le leggi vigenti). Se in Italia la disciplina è chiara sul punto, rimane però aperta la strada ad una regolarizzazione de facto dell’utero in affitto, nell’ipotesi del riconoscimento del bambino come figlio della coppia.

La regolarizzazione de facto

Per coloro che fanno ricorso a queste tecniche riproduttive all’estero, il rischio più concreto è che la paternità e la maternità del bambino non siano riconosciute dalla legge una volta fatto ritorno in Italia.

Ma nella realtà dei fatti, basta un piccolo trucco per essere perfettamente in regola con la legge.

La maternità surrogata apre una spaccatura fra il brocardo “Mater semper certa est” e la realtà dei fatti, in quanto la formazione del certificato di nascita del bambino nato da maternità surrogata tiene conto solamente dei genitori-committenti, non certo della madre naturale.

Così, se una coppia si reca negli Stati Uniti per usufruire della maternità surrogata, l’atto di nascita del bambino – che indicherà come padre e madre i committenti – non menzionerà la madre naturale, e poiché il certificato di nascita formato negli USA nel rispetto delle leggi del luogo (secondo la Convenzione dell’Aja del 1961) è valido anche in Italia, quel certificato sarà completamente regolare e riconosciuto anche in Italia. Di conseguenza i due committenti, una volta tornati in Italia, risulteranno i genitori naturali del bambino. Ecco come, nella pratica, la legge italiana consente di aprire uno spiraglio all’utero in affitto.

Sotto questo punto di vista, l’eccezione rimane quella delle coppie omosessuali, nel cui caso solamente il nome di uno dei due può essere indicato come genitore, mentre l’altro non risulterà nel certificato di nascita del bambino.

Quid iuris se invece la procedura dell’utero in affitto viene eseguita in un Paese nel quale la materia non trova una puntuale regolamentazione? In questo caso sul certificato di nascita il bambino può risultare figlio della donna che l’ha partorito e di uno dei committenti, ma potrebbe risultare anche solamente come figlio della portatrice. E in genere questi – soprattutto nell’ipotesi che l’ovulo fecondato sia proprio quello della donatrice e madre surrogata – sono anche i casi più tragici, dove è possibile che il bambino venga conteso e sia oggetto di lunghi procedimenti giudiziari. I problemi giuridici connessi al tema della maternità surrogata non sono certo terminati: vi sono anche quelli connessi al riconoscimento o meno del figlio.

La giurisprudenza di merito italiana aveva già avuto modo di commentare il caso di una coppia che si era rivolta ad una madre surrogata in Ucraina. I giudici italiani avevano sottolineato che l’ordinamento interno italiano, come quello ucraino, valorizza il “principio di responsabilità procreativa” e di conseguenza “il coniuge che abbia dato l’assenso (…) alla nascita di un bambino tramite fecondazione eterologa (…) non può esercitare l’azione di disconoscimento, per avere assunto la responsabilità di questo figlio, e ne diviene genitore nonostante lo stato civile del neonato venga determinato in maniera estranea alla sua discendenza genetica”.

Il “diritto al figlio”, fra giusnaturalismo e diritto positivo

La disciplina della maternità surrogata è sicuramente materia di bio-diritto, concernendo valutazioni mediche e genetiche oltre che legislative. Ma è in primis una materia dal forte impatto etico, che sta facendo discutere, soprattutto in vista della costante regolarizzazione che i tribunali italiani concedono alle coppie che vi hanno fatto ricorso all’estero.

Nonostante la legge italiana vieti la surrogazione di maternità, il tema è scottante e richiede una comprensione che vada oltre il mero dato normativo per affondare nelle connessioni sempre più fragili fra diritto ed etica.

O meglio, è dello scollamento fra diritto positivo e diritto naturale che si tratta: quell’idiosincrasia fra giusnaturalismo – o ius naturale, il qualepresuppone l’esistenza di una norma di condotta intersoggettiva universalmente valida e immutabile” come può essere il diritto di un figlio ad una madre e un padre (e non viceversa) – e diritto positivo, quello formulato dall’uomo e in grado di mutare a seconda delle contingenze storiche, sociali, politiche della comunità umana.

Il tema ci interroga profondamente sulla possibilità o meno di attribuire, ma in maniera chiara ed inequivoca, dei diritti anche al nascituro. La domanda è: nel momento in cui gli aspiranti genitori desiderano un figlio, lo concepiscono come soggetto che ha dei diritti o come oggetto di diritto?

Il figlio è il prodotto di un sogno, visto come ‘un diritto vero e proprio della coppia’ negato dalla natura ‘matrigna’, o è un forte desiderio al quale ci si approccia tenendo conto dei limiti della natura umana? Non che il tema non sia ricco di contraddizioni e di dubbi, posto che non si vuole sindacare il legittimo desiderio di una coppia di stringere a sé un figlio.

Ma trattandosi di persone adulte, si è almeno in grado distinguere il desiderio da ciò che è senza dubbio dovuto e che quindi bisogna poter ottenere a tutti i costi? Possiamo veramente ritenere, al netto di ogni considerazione etica, che il figlio sia solo il prodotto ultimo di una raffinata catena di montaggio? La risposta del giusnaturalismo è che non possiamo ritenere un figlio solamente come oggetto di desiderio ma creatura umana dotata di diritti.

Diritti che – vale la pena specificare – sussistono anche solo in relazione al figlio come ‘idea’. Così, quando una coppia sogna un bambino… sogna suo figlio: riconoscendo così al nascituro il diritto di avere un padre ed una madre, che sono coloro che lo hanno desiderato, concepito, amato, fatto nascere e crescere.

Invece la maternità surrogata consiste in uno snaturamento dell’humanitas e dei basilari principi di diritto naturale. Non solo perché si fa ricorso ad un soggetto terzo che ospita nel proprio corpo un bambino per nove mesi, per poi partorirlo e consegnarlo ai committenti, ma perché rende artificiale e privo di senso quel percorso inderogabile che è la gestazione, il diritto del figlio a sentirsi amato dal primo all’ultimo momento e, in ultima istanza, il diritto al figlio ad avere come genitori… i suoi genitori naturali.

Come può il ragionamento alla base della surrogazione essere “lo possiamo fare perché la scienza o la legge ce lo consentono”? Un pensiero di questo tipo ci rimanda alla diatriba secolare fra il primato del diritto positivo e del diritto naturale: non tutto ciò che è legale è giusto.

Il diritto naturale ha tutti gli strumenti necessari (e umani!) per sbarrare la strada ad un istituto come quello dell’utero in affitto. Giacché se è vero che il corpus delle norme che regolano la vita sociale in uno Stato è soggetto a mutamenti nel corso del tempo, a limature che seguono l’evolversi della sensibilità e della vita civile, è anche vero che la legge non ha alcun motivo di porre un inesistente ‘diritto al figlio’ prima ancora del diritto del figlio ad avere una madre ed un padre – diritto, quest’ultimo, che affonda le sua radici in una secolare tradizione giuridica che possiamo riassumere nell’assunto ‘interesse del minore’.

Non ci resta che riflettere sulla portata che la regolarizzazione de facto dell’utero in affitto ha nell’ordinamento italiano, e sul rischio concreto che sotto le pressioni dei partiti più radicali in un futuro prossimo esso possa trovare una disciplina anche in Italia.

Basterebbe radicare profondamente nel nostro cuore e nella nostra mente quel richiamo di Abramo Lincoln che diceva, semplicemente e solennemente al contempo: “Nessuna legge mi dà il diritto di fare ciò che è sbagliato”.

 

L’illustrazione in alto è dell’autrice dell’articolo, Grazia Roversi.

L’anagrafe dei fantasmi: contrapposizioni a favore di chi?

L’immagine demoniaca di una minaccia fascista serve chiaramente come nuovo feticcio politico; feticcio nel senso freudiano del termine, ovvero di un’immagine affascinante la cui funzione è quella di offuscare il vero antagonismo”

Slavoj Zizek

A buona ragione e con decine di esempi probanti, ritengo che, oggi, al netto d’ignoranza (non reale conoscenza), pregiudizio, damnatio memoriae post-bellica e mistificazioni strumentali, gran parte (ovviamente non tutti) di coloro che si definiscono “fascisti”, e soprattutto “antifascisti”, starebbero sullo stesso fronte o lo cambierebbero tout-court.

Purtroppo, rimuovere le incrostazioni di settant’anni di divide et impera è un’impresa titanica che trova l’accanita resistenza di entrambi gli schieramenti (paradossalmente uniti in questo), a tutto vantaggio di un Sistema al quale cultura e tradizioni non interessano (se non in funzione manipolatoria).

Dinanzi al baratro politico e sociale e alla stringente necessità di una collaborazione, anche solo tematica e occasionale, si sceglie di buttare il bambino con l’acqua sporca, pur di non darsi la mano e rimanere in piedi entrambi. Mi sia dia pure pure del Don Chisciotte (gli applausi non m’interessano), ma non posso rassegnarmi all’autolesionismo della fiera dell’assurdo che stiamo vivendo, separati da una parola e dal suo contrario.

Larga parte del mondo cosiddetto democratico trova la sua ragion d’essere nell’antifascismo inteso come categoria astratta e onnicomprensiva – la bandiera sotto la quale marciano fazioni diverse che, senza questo nemico orwelliano agitato ad arte, semplicemente non esisterebbero o sarebbero acerrime nemiche.

Dare del fascista significa affibbiare a un’idea o a una persona un marchio d’infamia che richiede la pronta abiura da parte dell’accusato e la sua genuflessione alla religione civile dominante, pena la conventio ad excludendum immediata e l’oblio futuro.

Per non parlare delle uguaglianze “fascista-ignorante” – “compagno-colto”, fatte assurgere a pilastri della narrazione propinata da quelli che loro soltanto hanno capito la politica e la storia, da quelli che, nella dolosa ignoranza delle idee che mossero il mondo o del portato del blocco intellettuale morale, non solo dimenticano che gli estremi non di rado si toccano, ma, salvo affibiare qualifiche moralisteggianti, attuano un’operazione di discredito di davvero bassa statura culturale.

Questo è il frutto malato di una sconfitta militare, e di decenni di egemonia politico-culturale. Il suo uso è, oggi, esclusivamente e totalmente strumentale alla creazione indotta di divisioni e lacerazioni sociali.

Distrarre l’opinione pubblica dai reali problemi è una formidabile arma per sterilizzare il campo antagonista e ricompattare il consenso intorno alle oligarchie che gestiscono lo status quo.

Nonostante questo, intuizioni e soluzioni (principalmente in termini di anticapitalismo e dottrina sociale) partorite dalla galassia “fascista”, trovano oggi consenso e rivalutazione – de facto – non solo nella pur frantumata realtà sociale, ma anche ampia diffusione nel mondo cosiddetto “antifascista” (beninteso quello che avversa il Sistema, non l’antifascista salottiero), che le ha fatte proprie, scindendole dall’idea politica primigenia che le ha generate.

Quasi per una legge del contrappasso, tanto più si demonizza la storia e l’idea fascista, tanto più i suoi contenuti s’impongono nella modalità “anonime” e trasversali contemporanee.

Nel mondo dell’“estrema destra” (erroneamente onnicomprensivo anch’esso) l’autodefinizione di fascista ha assunto per lungo tempo un valore speculare e opposto. Elemento compattante da un lato e aggettivo qualificativo dall’altra. Anche in questo caso, ormai slegato da ogni reale riferimento dottrinario.

Fascismo diventa così tutto e il suo contrario, rendendo vuoto il termine e autolesionista il suo utilizzo. Non a caso, si fregiano del suo nome una miriade di gruppi e gruppuscoli, spesso in competizione tra loro, e su posizioni politiche discordanti.

L’unico elemento che li unisce è il positivo giudizio storico sul Ventennio, per le più disparate ragioni, e ripeto, spesso contrastanti anche su temi di non poco conto, quali ad esempio quelli etici. Esattamente come l’antifascismo unisce l’emisfero opposto.

 

Entrambe le posizioni non fanno che consolidare il Sistema e atrofizzare ogni possibile alternativa sostanziale, che può nascere solo dalla sintesi e dall’attualizzazione delle posizioni politiche, non dalla difesa ad oltranza di simboli ed etichette che finiscono per dividere ed agevolare il la parte avversa.

Si dia senso alla pratica e non alla predica sterile.

Si dia senso al contenuto e non al contenitore.

La guerra è di movimento e in troppi sono rimasti in trincea (o, peggio, chiusi nel museo della nostalgia), mentre il vero nemico è già (da troppo tempo!) padrone in casa nostra.

 

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.

Non è razzista negare la razza?

Argomento delicato, scivoloso, subdolo, paludoso, dove ogni parola sbagliata diviene una prova per condanne istantanee, senza appello e condizionale: la questione razziale.

Tuttavia, conto sulla clemenza del lettore per il fatto di non essere sul pezzo mentre il fuoco della polemica ancora arde vorace, bruciando tutto e tutti. Camminerò prudente sulle ceneri quasi spente, in punta di piedi, perché non m’interessa difendere o condannare la solita frase scandalosa pronunciata dal “razzista” di turno “tal dei tali”, quanto stigmatizzare il suo ennesimo uso strumentale e la solita sgradevole tendenza orwelliana a vietare le parole, falsandone il significato, per vietarne i contenuti e demonizzare il relatore.

Nondimeno, comincia a ripugnarmi non poco anche l’atteggiamento, ambiguo e scivoloso, di chi, non avendo il pieno coraggio di difendere le sue legittime posizioni, troppo ricondotte al “male assoluto”, finisce per annacquarle sempre più con improbabili distinguo, ridicoli sofismi e non migliori tentativi di ergersi “oltre il bene e il male”, finendo di fatto con il rinnegarle, per atterrare nella terra di nessuno.

Premetto anche che non ho né l’autorità del genetista o dell’antropologo, né la dotta favella del filosofo. Quindi, mi limiterò umilmente a cercare rifugio principalmente nel buon vecchio vocabolario della lingua italiana. Uno a caso, che non sia l’attualissimo Boldrini – Bonino o equipollenti. Un’ancora di salvezza accessibile a tutti, comprensibile da tutti , che non richiede smisurati trattati per essere esplicata e altisonanti titoli accademici per essere recepita. Pane al pane, vino al vino.

Chi fosse interessato ad altre ben più elevate vette di pensiero, può immediatamente cercare nelle numerosissime pagine messianiche di filosofi, intellettuali e dotti del pensiero corretto, del distinguo scientifico, del “io sono io e voi non siete un cazzo”. Oggi, merce abbondante, la cui offerta è ben superiore alla domanda. Scarseggiano gli ignoranti e io, convintamente uno di loro, a loro mi rivolgo. Non volendo, e non potendo, indagare e sindacare l’interno volere del poco “politicamente corretto” leghista di turno, partendo dalla sua frase, riporterò la querelle alla sua questione di fondo, tutta semantica e lessicale. Perché è ancora una volta il linguaggio ad essere attaccato e manipolato, messo sul banco degli imputati, secondo l’assioma che vuole delittuoso il chiamare le cose per quello che sono.

Partiamo, quindi, dall’analisi del testo, per quello che è e per quello che vuole comunicare, senza indugiare in processi alle intenzioni e tralasciando il politicamente corretto: “La razza bianca è a rischio scomparsa”.

La definizione di “razza”, secondo il vigente vocabolario Treccani, dovrebbe mettere fine ad ogni discussione sull’utilizzabilità o meno del termine per indicare un determinato “raggruppamento di individui che presentano un insieme di caratteri fisici ereditari comuni. Nel caso dell’uomo, tali caratteri si riferiscono a caratteristiche somatiche (colore della pelle, tipo di capelli, forma del viso, del naso, degli occhi ecc.)…”. In questo caso, quello genericamente definito “bianco”, nella cui generalità la popolazione italiana può ancora maggioritariamente riconoscersi.

In questo caso specifico, anche se non si concorda con l’esistenza delle “razze” biologicamente intese (ma, il vocabolario italiano lo riporta a tratti somatici non biologici), appare preferibile al concetto di Etnia, ribattuto da molti come “più corretto”. Infatti, sempre la Treccani, ci dice che la parola “etnia” indica un “raggruppamento umano (dal gr. ἔθνος «razza, popolo») distinto da altri sulla base di criteri razziali, linguistici e culturali”. Ossia, potrebbero aversi etnie diverse, per lingua e cultura, anche a parità di colore della pelle o “razza”, di cui quest’ultima ne costituisce solo un elemento.

Come si evince, in se stessa non compare nessun elemento definibile come “razzista” nel senso vigente del termine. Infatti, per razzismo si deve intendere la “concezione fondata sul presupposto che esistano razze umane biologicamente e storicamente superiori ad altre razze. È alla base di una prassi politica volta, con discriminazioni e persecuzioni, a garantire la ‘purezza’ e il predominio della ‘razza superiore’.”

Nella frase incriminata non v’è traccia di nulla di tutto questo; anzi, si sottolinea la necessità di preservare una diversità che si presume a “rischio scomparsa”. Una “diversità” che si esalta e cerca di preservare in tutto, dalle bestie all’agricoltura, dalle specie ittiche ai grani, ma che, se riguarda gli umani bianchi autoctoni, diviene razzismo. Non per chi, evidentemente, come me, ha sempre difeso il diritto di sopravvivere nei loro territori a tutte le diversità della natura, umani compresi: dai “Pellerossa americani” ai “neri d’Africa”. Razze, etnie e culture. Parimenti degne, rispettabili e diverse.

Quindi, lessicalmente parlando, se si vuole e con molti dubbi a riguardo, è stata una frase inopportuna, ingenua, persino dannosa per la causa che voleva sostenere, ma non certo il sintomo di chissà quale male o piaga della nostra società razzista, tale da giustificare il solito rito del lavaggio del cervello di massa, dei mea culpa e distinguo generalizzati e della demonizzazione ad uso e consumo.

Insomma, una querelle inutile, che sarebbe passata in secondo piano, se non ci fossimo abituati a guardare sempre il dito e mai la luna.

Andando ad analizzare i contenuti della dichiarazione, si coglie che lo sdegno è fuori luogo e fuori tempo, perché la stessa cosa (anche se in termini di soddisfazione, accettazione e auspicio) è stata innumerevoli volte rimarcata e riportata dagli stessi organi di stampa (e riferimento ideologico) che oggi se ne lagnano.

Tra i tanti articoli pseudoscientifici, si può ricordare quello di Repubblica “Gli italiani fra 50 anni? O meticci o scomparsi”1 o, per par condicio, quello del Giornale “L’Italia che non pensa ai figli tra 50 anni scomparsa o meticcia”2. Ancora liberi auspici e speranza in tal senso in “La mia Europa meticcia” dell’inossidabile Umberto Eco su Repubblica3 o in “C’è l’Africa nel nostro futuro” dell’infaticabile Eugenio Scalfari, che dalle colonne dell’Espresso afferma che “si profila come fenomeno positivo, il meticciato, la tendenza alla nascita di un popolo unico, che ha una ricchezza media, una cultura media, un sangue integrato. Questo è un futuro che dovrà realizzarsi entro due o tre generazioni e che va politicamente effettuato dall’Europa. E questo deve essere il compito della sinistra europea e in particolare di quella italiana”. Tutti da leggere e gustare.

Solo per “complottisti” e per completezza, si può aggiungere anche l’auspicio di Richard Nikolaus di Coudenhove-Kalergi, uno dei massimi ideologi alla base della nascita del processo di unificazione europea in corso, che nel suo libro «Praktischer Idealismus», dichiara, in tempi non sospetti, che gli abitanti dei futuri “Stati Uniti d’Europa” a guida tecnocratica4, non saranno i popoli originali del Vecchio continente, bensì una sorta mescolanza razziale. Egli afferma senza mezzi termini che è necessario incrociare i popoli europei con razze asiatiche e di colore, per creare un gregge multietnico senza qualità e facilmente dominabile dall’elite al potere: “L’uomo del futuro sarà di sangue misto. La razza futura eurasiatica-negroide, estremamente simile agli antichi egiziani, sostituirà la molteplicità dei popoli, con una molteplicità di personalità.”5

Infine, sempre per dimostrare che non si tratta di una preoccupazione razzista e campata in aria, si potrebbe richiamare anche l’ormai arcinoto dossier dell’ONU, dal titolo «Replacement Migration: is it a solution to declining and ageing populations?», dove si prospetta senza mezzi termini un progressivo ripopolamento dell’Europa a mezzo dei flussi migratori, fino a stimare, già nel 2050, la popolazione immigrata africana e i loro discendenti in italia in circa ventiseimilioni di persone su una popolazione autoctona che scenderebbe a 45 milioni circa.6

Insomma, tutto questo per dimostrare che se uno, basandosi anche su ciò che divulgano loro, dichiara di non gradire i loro auspici. è di per se un razzista. Punto e basta.

Il razzismo, anche quello basato sul colore della pelle, esiste ed esisterà sempre, sotto diverse forme. E’ inutile negarlo, mentre è certamente necessario prenderne le mosse e condannarlo, quando reale e da ogni parte esso provenga. Se vogliamo anche essere onesti, diciamo pure che razzisti sono anche molti neri (ieri e oggi, con i bianchi, i diversi o tra loro), i gialli o altri, ma nessuno (da noi) si sognerebbe mai di dare del razzista ad un nero che parla di difesa o orgoglio di razza nera (Elijah Mohammed, capo spirituale della Nation of Islam, la setta pseudoislamica all’interno della quale Malcolm X militò per dodici anni- parlava del dovere di “rimettere in piedi questa razza poderosa (nera)”. Anzi, oggi, sarebbe certamente sommerso da un coro di sentita solidarietà e approvazione.

In tutto questo bailamme, qualcuno ha parlato di parole dette “come se fossimo in Alabama negli anni ’30”, dimenticandosi che da quelle latitudini si sarebbero attagliate molto meglio le parole della “sorosiana” Emma Bonino sulla vitale necessità dei migranti “per raccogliere i pomodori nei nostri campi” (a costo servile?!). Si, proprio una ragione economica e una moderna importazione schiavile, come in Alabama negli anni ’30 (ma del 1800), senza nemmeno le tutele sociali dello schiavismo di allora7.

Ben più razzista, per me, è concepire la pianificata scomparsa dei “bianchi”, da fondere allo scopo con i neri d’importazione, auspicata dal vecchio saggio del mondialismo Eugenio Scalfari con la sua alternativa di meticciato mondiale. Perché diventare di pelle più scura, pare ci renda persone migliori a prescindere. Certamente più omologati e malleabili, nel nome della dittatura del capitale mondiale. Invece, non migliori sono le posizioni di chi, sempre bianco candido di vergogna, si rifiuta di concepire un bimbo bianco.

Ben più razziste, riportate da mezzo mondo senza alcuna condanna, di Ali Michael, una professoressa americana della University of Pennsylvania’s (Penn) Graduate School of Education), che ha dichiarato: “Non mi piace la mia bianchità, ma la bianchità degli altri mi disgusta ancora di più (…) decisi di non avere figli biologici perché non volevo diffondere il mio “privilegio” biologico” per la vergogna di esserlo”.

Che dire anche del doppiopesismo basato sul colore della pelle nel (non)giudicare e non raccontare le stragi silenziose dei bianchi nelle isolate farms sudafricane? Quali paure e quali ipocrisie nel tacerle sistematicamente? Dal 1990 il numero dei morti (donne, uomini e bambini) ammonta a 1.762 (cifra aggiornata al 1/3/2015 ) uccisi nel corso di 3465 assalti alle proprie fattorie8. Secondo una inchiesta indipendente (Genocide Watch) è un vero e proprio genocidio per odio razziale: lo dicono le spaventose modalità delle stragi :”donne e bambini violentati prima di essere uccisi; uomini torturati per ore; famiglie intere aperte coi machete, le loro interiora asse come festoni alle porte; altri legati ai loro stessi automezzi e trascinati per chilometri, fino alla morte”9. Ne avete mai sentito parlare? No. Solo esempi, tra i tanti possibili. Continuate voi.

Tornando a casa nostra, Europa o Italia che sia, che dire del doppiopesismo nel giudicare reati uguali in modo diverso, a seconda del colore e della provenienza etnica dell’autore, grandemente in voga nei nostri media, nei nostri giudici, nei nostri giudizi politicamente corretti. Ancor peggio, il prevedere diritti e assistenze sociali differenti a seconda della pelle e provenienza, non del reddito o dello stato di necessità (casa, mantenimento, posti riservati, assunzioni dirette, incentivi economici). Grandi o piccoli che siano, sarebbero una forma di apartheid, se fatti al contrario.

Tutto questo, non ce lo chiede nessun governo o popolo africano, che anzi ci implora di smettere di depredare la sua forza lavoro e le sue risorse, necessarie e vitali alla stessa Africa. Nessun africano, non occidentalizzato, avrebbe remore nel definirsi di “razza nera” e definire i bianchi di “razza bianca”. Non certo per definirsi migliore o peggiore, ma per rimarcare la propria appartenenza e diversità naturale. Queste finezze le impara da noi. I suoi problemi e le priorità, sono ben altre, come le nostre.

In definitiva, la guerra delle parole che tanto ci appassiona in occidente, è parte di una guerra ideologica che deve portare su ben altri lidi. Lidi, dove ai possibili diritti per molti si dovranno sostituire i non diritti per tutti. Alle diversità etniche, somatiche e culturali, si dovrà sostituire l’unica razza, l’unica (in)cultura, l’unico produttore e l’unico consumatore, apolide e mondiale. Perché unico sarà il dominio del sistema capitalista e unica sarà l’oligarchia economico finanziaria che se ne dovrà beneficiare.

La realtà del razzismo è, dunque, lo sfruttamento di classe. Lo sfruttamento degli Afroamericani avviene nel processo produttivo: essi sono alla stregua di un “esercito di riserva” di lavoratori marginali, manodopera remunerata a livelli inferiori a quelli ottenuti nelle contrattazioni sindacali. I neri non sono sfruttati solo in quanto neri, ma anche e soprattutto in quanto proletari. “Siamo neri perché siamo poveri e siamo poveri perché siamo neri…come funziona meglio per il potere” [Malcolm X].

 

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.

4Pan-Europa. Un grande progetto per l’Europa unita, Il Cerchio, Rimini 2006 “Progressivamente il progetto vede l’appoggio o l’interessamento da parte di politici ed intellettuali di estrazione politico-ideologica molto differenti fra loro, e fra questi Hjalmar Schacht, Konrad Adenauer, Paul Valery, Seán MacBride, Thomas Mann, Stefan Zweig, Rainer Maria Rilke, Nicholas Murray Butler, Edvard Beneš, Francesco Saverio Nitti, Carlo Sforza, Sigmund Freud, Albert Einstein, Jean Monnet, John Maynard Keynes e molti altri”

5 Praktischer Idealismus (1925) (Tedesco) Copertina flessibile – ott 2012 di Kalergi R. N. Coudenhove

6http://www.un.org/esa/population/publications/migration/execsum.pdf in https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=49827

7Non a caso, già allora, chi viveva le bellezze del capitalismo industriale, affermava provocatoriamente che “

8http://www.lintellettualedissidente.it/societa/societa-del-malessere-il-sud-africa/

9https://www.rischiocalcolato.it/2017/05/sudafrica-via-tutti-i-bianchi-in-5-anni-massacrati-a-quando-anche-da-noi.html

Violenze sessuali a Colonia: dov’erano gli uomini?

«Quelli che come me adorano la propria moglie “non esistono”.

Nel mondo fanno notizia solo i pezzi di merda».

(un commento su Facebook a un caso di stupro, estate 2017)

Disegno di Paola Marinaccio

È trascorso quasi un anno da quando, la notte del 31 dicembre del 2016 a Colonia (Köln), storica città tedesca gemellata con la “mia” Torino, un numeroso insieme di uomini, non pochi dei quali immigrati da Paesi di tradizione islamica, ma soprattutto ubriachi, molestarono sessualmente e in alcuni casi violentarono alcune donne presenti in piazza per l’attesa del Capodanno 2017. Le polemiche sui numeri – oggi sembra impossibile ragionare su alcunché senza affidarsi alla presunta infallibilità della quantificazione numerica – erano state tragicomiche: si passò in breve dalla stima di 2 stupri e 80 tra palpeggiamenti e molestie, a un massimo di 1000 stupri. Più attendibile sembra dunque la stima di circa 400 casi tra molestie, palpeggiamenti e veri e propri stupri sessuali.

Ad avvenimento estremo hanno corrisposto reazioni estreme, in tutta Europa: in Germania manifestazioni di gruppi di estrema destra e neonazisti; l’ipotesi del governo della Repubblica Ceca di vietare l’ingresso a qualunque persona migrante da Paesi islamici (come se la soluzione consistesse nel semplicistico atteggiamento “per colpa di qualcuno non entra più nessuno”); non poche persone, non tutte prive di una discreta cultura, si riconoscono in slogan quali: «L’Europa deve difendersi dalle nuove invasioni barbariche». L’àmbito femminista-di sinistra ha replicato con degni contrattacchi: volendo arginare l’aggravamento della deriva xenofoba, ha lanciato per l’ennesima volta l’attacco al maschilismo, al sessismo, al machismo e al patriarcalismo, certamente diffusi nei Paesi occidentali, ma facendone, come sovente, un unico calderone zelante e ideologizzato, e dando talvolta l’impressione di credere che i gravi atti dei molestatori maghrebini e mediorientali siano stati acquisiti dai maschilisti nostrani soltanto dopo l’ingresso in Europa. La sindaca di Colonia consigliò alle donne di fare più attenzione ai contatti con gli uomini soprattutto se sconosciuti, tenendosi – testualmente – «almeno a un metro di distanza». Le risposte polemiche da parte di alcune organizzazioni femminili e femministe, indignate da tale consiglio, dànno a loro volta da pensare, perché se è vero che questo approccio, ai suoi estremi, porterebbe alla limitazione della libertà di movimento delle donne, nondimeno è vero che, soprattutto da parte femminile, non si può reagire volendo «botte piena e… marito ubriaco», cioè considerando il rischio e il pericolo ma allo stesso tempo rivendicando e riaffermando la più incondizionata, indiscutibile, assoluta libertà individuale. Io posso essere assolutamente libero di correre dove voglio, anche su una strada piena di buche, ma le buche restano tali, e se vi casco dentro, onestamente non posso dare la colpa dell’incidente a chi mi aveva avvertito della presenza delle buche e invitato a starne lontano.

Resta comunque indiscutibile che le buche non dovrebbero esserci, cioè che gli uomini tendenti alla sopraffazione e alla violenza verso le donne andrebbero in qualche modo corretti psicologicamente. L’innegabile problema maschile, più che dai numerosi editoriali online e stampati riguardanti il grave fatto, è stato evocato dalla satira: i due punti di vista considerati prima – quello identitario-difensivo-di destra e quello femminista-antimaschilista-di sinistra (mi si scusi la semplificazione) erano stati espressi da due vignette. In una, il primo personaggio diceva: «Ma dov’erano i compagni?» (intendendo i compagni delle donne molestate), e l’altro: «Si sa che ai “kompagni” piacciono i musulmani!»; nell’altra, un uomo occidentale con al collo un vistoso crocifisso (a indicare l’abitudine, soprattutto italiana, di credersi cattolici nonostante si pensi e si agisca in modo tutt’altro che cristiano) esclamava perentoriamente: «Le nostre donne possiamo stuprarle solo noi!». Ognuna delle due vignette conteneva sia della faziosità ideologica, sia della verità. Nella parte in cui esprimevano la verità, puntavano giustamente l’indice sui protagonisti assenti della situazione la “metà azzurra del mondo”: dov’erano i compagni? Dov’erano gli uomini?

Che io sappia, nessuno ha scritto, al riguardo, che mariti/fidanzati/amici/fratelli non sono intervenuti per viltà, paura o indifferenza: e meno male, perché sarebbe stato un ennesimo esempio di generalizzazione e di superficialità; è vero anche, però, che qualora qualcuno avesse invocato la presenza difensiva maschile, qualcun altro e qualcun’altra avrebbero risposto: non è ammissibile pensare che nel 2016 le donne abbiano ancora bisogno di essere difese dagli uomini; i tempi favolosi della Principessa svenevole minacciata dal drago e salvata da san Giorgio in armatura da cavaliere senza macchia e senza paura, sono morti e sepolti (magari «seppelliti sotto una risata», secondo un noto slogan ormai quasi cinquantenne ma che alcuni ritengono valido tutt’ora!). Ma intanto l’accaduto resta, in tutta la sua gravità, proprio perché è nei fatti mancato un “san Giorgio”.

Dov’erano dunque i compagni? Dov’erano dunque gli uomini? Il silenzio maschile è effettivamente un problema e richiama l’attenzione su uno dei punti importanti della risposta polemica ai fatti di Colonia (e alle analisi più o meno ragionate su di essi) dal punto di vista femminista e degli «studi di genere»: la psicologia e quindi il comportamento maschile nella società occidentale contemporanea. Se da un lato vi sono i maschilisti veri e propri e i violenti, esempi di una concezione della mascolinità intesa esclusivamente come capacità aggressiva e d’imposizione brutale del proprio Io anche sulla persona delle donne, dunque una mascolinità fraintesa – anche a causa del persistere di alcuni stereotipi diffusi dai mass media – con conseguenze dannose sia per l’autenticità degli uomini che le attuano, sia per le donne che li incontrano; dall’altro lato sembra apparire una “nuova” concezione del maschile, che, volendo (?) essere decisamente alternativa e migliore di quella machista/maschilista/patriarcalista, ci “regala” decadenti esempi di uomini postmoderni, giovani e non più tali, che dedicano tempo e denaro alla tinta ai capelli e alla modellazione delle sopracciglia; alla chirurgia estetica, facciale e non soltanto (ricordiamo un Presidente di Regione che, con i soldi pubblici, si faceva sbiancare un orifizio agli antipodi della faccia); al taglio e modellazione dei capelli e della barba in modo sempre più “artistico” (leggi: finto e improbabile); all’applicazione dei «glitters» (lustrini che sembrano involontarie parodie degli addobbi natalizi) e degli ornamenti floreali alla barba «da hipster»; all’attenzione a collocare vari piercing e tatuaggi qua e là sul corpo e a sistemare il meglio possibile i «risvoltini» dei jeans alle caviglie nude. Il tutto espressione e accompagnamento di un modo di concepire i rapporti con persone e cose all’insegna di frasi fatte quali «prendi la vita con leggerezza e ironia», «tutto è questione di gusti», «vivi e lascia vivere».

Entrambi i modelli maschili, il palestrato che non deve chiedere mai e l’hippie alternativo e giocoso, hanno forse una sola, basilare cosa in comune: un’enorme complesso narcisistico. Al centro della psicologia di questi soggetti non c’è realmente la “loro” donna, bensì l’immagine del Sé esteticamente potente che vorrebbero essere, almeno ogni tanto, almeno in una sola occasione speciale (come potrebbe essere l’ultimo giorno dell’anno). Sia il machista, sia il soft-modaiolo assumono automaticamente un habitus per percepire se stessi in qualche modo più intenso e (illusoriamente) gratificante, come se non sentissero più interiormente che l’attenzione, il rispetto e, se necessario, la protezione e la difesa verso le donne dovrebbero nascere, proprio in seguito al contatto e all’interazione con la personalità femminile, come sentimenti e azioni spontaneamente emergenti (e non come “galateo” o “cavalleria”!) all’interno della personalità maschile.

In accadimenti come quelli del 31 dicembre 2016 a Colonia (e in migliaia di altri casi simili ovunque), alcuni uomini fanno soltanto una vergognosa comparsa: sia i violentatori che non sanno liberarsi dell’idea che le donne siano oggetti da afferrare, se reticenti, con le maniere forti; sia i difensori mancati, impreparati perché immersi in uno specchio, come Narciso o la strega di Biancaneve, incapaci di tenere un occhio sulle “loro” donne e di intervenire in loro aiuto, se necessario anche con le mani e i piedi pesanti, ma probabilmente capacissimi di prenotare la seduta dall’estetista o di sprecare del tempo per sistemarsi i risvoltini o i glitters prima di recarsi a festeggiare l’ultima notte dell’anno (o qualsiasi altra ricorrenza più o meno significativa). I “san Giorgio” – viceversa – saranno pure inattuali e scomodi, ma appunto per questo restano significativi, intramontabili e in qualche caso, purtroppo, necessari.

Lo stupro: oltre il mito e la patologia

Di fronte ai fenomeni di violenza sulle donne esercitati dai cosiddetti migranti, o comunque da uomini provenienti da culture e da religioni estranee alla nostra civiltà, si scatenano sempre i distinguo untuosi delle nostrane progressiste, sempre pronte a infazzolettarsi il cranio per non disturbare la sensibilità dei maschi allogeni, e sempre mute davanti alle esibizioni di sopraffazione di questi ultimi.

È veramente penoso lo spettacolo che da tempo le vetero femministe offrono, nel loro silenzio complice e nella loro tanto patetica quanto criminale sudditanza ai nuovi codici imposti nella nostra società dalle boldriniane risorse portatrici di stili futuri.

Pur di sputare sulle proprie tradizioni, pur di esercitare il più becero disfattismo della nostra cultura, pur di contorcersi nel masochismo disprezzatore della nostra civiltà, tirano fuori dal cappello della strega tutti i luoghi comuni utilizzabili per la denigrazione degli antichi splendori nostrani. Ecco, allora, denunciare il ratto delle Sabine, per dire che anche Roma è stata fondata con il sangue delle vergini versato per colpa dei biechi conquistatori. E che anche i greci dovettero inventarsi i Centauri per giustificare la violenza insita nel maschio, e così esorcizzarla nel mito. Per non parlare della conquista di Troia, “esempio di politica genocidaria”, eppure citata come poema della civiltà ellenica.

Insomma, per non inquadrare il nemico attuale, si svia l’argomento sulle tragedie reali o mitiche di un glorioso passato per giustificare e comprendere la cronaca di questa miserabile attualità.

Lo stupro, nella metodica aggressiva del nostro tempo, necessita di una doppia griglia di comprensione: una definibile all’interno della deviazione perversa della psiche comune, l’altra derivante da certa cultura della sopraffazione e della coincidenza di diritto e teologia.

Nel primo caso, la valenza interpretativa è necessariamente delegata alle scienze sociali, alla filosofia politica, alla psicosociologia e all’analisi dell’inconscio collettivo. Quindi, un campo limitato alla popolazione di uguale radice e di fondamento etnico condiviso.

Nel secondo, la valutazione è molto più variegata e esige strumenti di analisi più sofisticati e politicamente scorretti.

Lo stupro perpetrato da un islamico ha una valenza simbolica e psicologica: è il gesto che fisicamente definisce la sottomissione della donna. Perché, come titola un paragrafo dell’eccellente saggio di Francesco Borgonovo, L’impero dell’Islam, “L’Islam non rispetta le donne”, in quanto inferiori nella vita e nella morte. La legge coranica sancisce una serie di abusi inconcepibili per la cultura occidentale, che però sono perfettamente confacenti all’impostazione teologica di quel violento testo per loro sacro che si chiama Corano. Esso è il manuale precettistico «di una cultura e di una religione che hanno sempre sminuito la donna. La donna non è un essere umano, è un oggetto che si può vendere e comprare», così si esprime in una intervista intitolata Violenza e Islam il poeta siro-libanese Adonis, un intellettuale che ben conoscere le sfumature del mondo arabo.

È il gesto che stabilisce il potere invasivo del maschio islamico contro l’atteggiamento imbelle e remissivo dell’uomo svirilizzato occidentale. Chi richiama l’attenzione sull’erotismo dei testi arabi e sull’atteggiamento protettivo da parte dell’uomo si confonde e non approfondisce la questione. I testi erotici sono sempre oggettivazione del femminile, consigli di come massimizzare la potenza maschile e di come migliorare la sudditanza femminile. La rivendicata pudicizia del burqa di certi intellettuali nostrani, che trovano quel costume un modo di salvaguardare la donne rispetto alla lascivia dei costumi occidentali, dovrebbe sapere – e Adonis lo spiega perfettamente – che il burqa significa “pecora” o “animale strisciante” o “bestia da soma”, quindi una condizione di sottomissione, non certo una difesa dell’intimità e della virtù.

Lo stupro della donna bianca occidentale ha anche una non indifferente valenza politica. Quanto è accaduto in Germania nell’assalto ad un migliaio di donne in una notte di festa, e quanto continua accadere in singoli episodi anche nel nostro Paese, non è solo l’attacco del branco che segna potere e supremazia individuale, non è la deviazione patologica del singolo, ma è la manifestazione dell’”inconscio dei musulmani”, un inconscio dove emerge l’istinto predatorio, la pulsione ad umiliare, a disprezzare e a usare la donna come segnale più ampio conquista territoriale. Coloro i quali continuano a starnazzare sul pericolo nazista dovrebbero chiedersi dov’erano gli uomini a difesa di quelle donne. Gli islamici l’hanno capito, e ogni donna stuprata è una indicazione fisica, sanguinaria della loro lenta e inesorabile presa del territorio.

Ecco perché, affrontare questo tipo di stupro con le armi della sociologia, della criminologia o della psicopatologia è un modo perdente nell’analisi e sterile nell’azione.

Lo stupro allogeno è l’avvertimento della potenza straniera e della debilitazione indigena.