Il nero è uscito dal gregge

Disclaimer: questo articolo è altamente provocatorio. Se siete liberali, se siete persone che inzuppano il politicamente corretto nel latte a colazione, se siete open-minded, se siete giovani fragili, questa lettura potrebbe essere dannosa. Ricordiamo che non ci sono safe-space nelle vicinanze dove rifugiarsi: leggete a vostro rischio e pericolo. 

Cosa è razzismo, cosa non è razzismo 

“È impossibile parlare del razzismo di oggi se non si ricorda il razzi­smo di ieri” diceva Gian Antonio Stella. 

Il razzismo: che tematica ampia. Certamente una delle più scottanti degli ultimi anni: accendiamo il telegiornale e sentiamo parlare di razzismo, apriamo i giornali ed ecco una disquisizione finissima sul razzismo, parliamo con qualche amico al bar ed ecco che ogni scusa è buona per blaterare di razzismo. 

L’uso indiscriminato di un termine ne comporta l’annacquamento, l’annacquamento fa sì che – in sintesi – se tutto è razzismo allora nulla è, davvero, razzismo. 

Ecco quindi che ad oggi ognuno pretende di spiegarci cosa sia e cosa non sia questo odioso (così ci hanno insegnato, almeno spero) fenomeno che, a quanto sembra, si annida potenzialmente anche in uno sguardo, in un gesto, in una frase detta o non detta. 

Cosa diamine è questo razzismo? Affidiamoci alla sapienza di Treccani, che ci dice che si tratta della “concezione fondata sul presupposto che esistano razze umane biologicamente e storicamente superiori ad altre razze”. Oh, è consolatorio: allora è come pensavo. Razzismo è credere che una razza possa essere considerata superiore ad un’altra. 

Quindi l’esercizio mentale del considerarsi superiore ad un ignorante è del tutto legittimo: ma esso diventa razzismo se pensiamo di essere superiori, che so, a tutti gli asiatici o a tutti i neri, solo in virtù del colore della nostra pelle. 

Finita questa brevissima disanima sul concetto di razzismo (del resto, sussiste un rapporto di proporzionalità inversa fra la semplicità del fenomeno e la complessità della sua narrazione nei media occidentali) concentriamoci su quest’ultima. 

Cos’è il razzismo, secondo i nostri media? Si direbbe un fenomeno intrinseco ad ogni movimento non-di-sinistra, non-democratico, non-open-minded, non diritti-per-tutti. 

Insomma, ve la farò breve: se sei di destra, sei uno zoticone razzista. O un imprenditore razzista (perché magari racconti qualche barzelletta sconcia sui neri o sulle rumene). 

Se sei di sinistra, le possibilità che tu sia razzista si avvicinano allo zero: perché sei in definitiva mentalmente aperto, ritieni che siamo tutti uguali sotto questo cielo ingiusto, e pensi che la libertà di espressione individuale sussista per tutti (tranne che per i razzisti, ovviamente). 

Ecco quindi che siamo di fronte ad una auto-legittimazione, alla creazione di una zona franca e di una zona minata: se ti riconosci in un movimento politico-culturale di destra, devi sempre stare attento a dove metti i piedi. 

Se invece pensi da uomo di sinistra liberale, allora puoi spostarti tranquillo nel campo minato del politicamente corretto: è davvero molto, molto difficile che un tuo comportamento possa essere ritenuto razzista. 

Non finisce qui: nel mondo odierno, infatti, questa “bontà aprioristica” e “incapacità di offendere” non riguarda idealmente chi milita o si riconosce nella sinistra liberale, ma anche le persone appartenenti a minoranze etniche. Se sei nero (anche sbiadito), giallo, verde è logico che tu in una società occidentale rappresenti la minoranza. E dato che la sinistra liberale non vuole offendere la minoranza, ella saluta in te, straniero, la tua eredità di sofferenze e di discriminazioni, cercando di fare il possibile per farti sentire a tuo agio. 

No, non gliene frega niente se sei afroamericano ma tuo zio era Tupac e quindi sei cresciuto ricco sfondato di soldi, circondato da donne, se hai studiato nelle migliori università e non dai l’elemosina ai barboni. 

Sei nero, dunque tu incarni la minoranza, sei minoranza. Come tale, avrai sempre diritto ad un trattamento di riguardo: il che non significa che la sinistra liberal ti stenderà il tappeto rosso, ma piuttosto che basta che tu salga su un piedistallo con in mano il discorso di Martin Luther King (se non te lo ricordi grida solamente “I have a dream” e la folla andrà in visibilio) perché il New York Times ti dedichi un articolo in prima pagina. 

Avete questo ritratto di fronte agli occhi? Bene, proseguiamo. 

Tutti i neri sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri” 

Questa noiosissima premessa apre il discorso ad un fenomeno (antropologicamente? Forse. Culturalmente di certo) interessante, da leggere alla luce delle premesse appena fatte. 

Ricordate? Ci sono due uomini, uno vive nella zona franca, l’altro nel campo minato. Partono da due situazioni di disuguaglianza mediatica: il primo rischia continuamente di essere frainteso, il secondo avrà sempre un’aureola di bontà e di progresso che lo illumina addolcendone i tratti. 

Ora, succede che ad un certo punto il meccanismo si ingrippa. E si ingrippa perché una pedina non va dove dovrebbe.

La pedina di oggi si chiama Kanye West. Kanye West (se non lo conoscete siete perdonati) è un musicista e cantautore di colore (questa premessa è importante) con milioni di follower sui social, sposato con la famosa Kim Kardashian. 

Ebbene, Kanye qualche giorno fa ha fatto una mossa che potrebbe costargli anche la carriera: ha elogiato il cattivissimo razzistissimo omofobissimo misogino e dittatore Donald Trump. Lo ha definito “un fratello”. Si è fatto pure firmare il cappellino della MAGA, lo stronzo.

Le conseguenze non si sono fatte attendere: Kanye ha perso 9 milioni di follower (secondo il Corriere della Sera) dopo l’elogio a Donald. 

“Kanye West ci ricasca” scrive il Corriere. “È ora di farla finita con Kanye West” scrive un lapidario The Submarine, demolendo il cantante e chiamandolo “troll dell’alt–right” poi parlando della “misoginia mai troppo domata di West” arrivando a dire che il suo ultimo disco trasuda “aggressività ipermascolina” (e che cosa significa, preferiamo non saperlo). 

Non solo: si sprecano anche gli insulti all’intelligenza di Kanye, arrivando a dire che “West è stato indotto a credere che la alt–right sia parte del suo brand perché attivisti e personalità hanno rivendicato la sua partecipazione in maniera sistematica”. 

Leggasi: West non è in grado di intendere e volere, è stato spinto a scrivere qualche frase di elogio a Trump da una non meglio precisata influenza esterna, e nel caso disperato in cui invece intendesse davvero farlo, sappiate che è un fallito, un misogino ed un maschilista. Così, a caso. 

Insomma, Kanye ha simpatizzato per il novello baffuto che sembra uscito da un’America dipinta da Roth? Shame on you. Shame a frotte, titoli schifati sui giornali, follower che svolgono il loro atto di indignazione quotidiano schiacciando il tasto “unfollow” sul loro iPhone, critici musicali che cominciano a trovarti meno geniale, artisti famosi che si rivendicano come alternativi dicendo quello che nessuno prima d’ora aveva mai detto: come può un nero simpatizzare per Trump? 

Già, come può? E come può Toni Iwobi, primo senatore di colore italiano – eletto dalla Lega dove milita da 25 anni, amico di Matteo Salvini – stare in un partito così razzista? 

Più di tutto, come si permette? Come si permettono? 

E anche per Iwobi, giù insulti del tipo “Negro da giardino” (nascondendosi dietro il fatto che questa frase è stata coniata da Malcom X per indicare i neri che, al tempo della schiavitù, per assicurarsi uno stile di vita migliore giungevano a tradire i loro “fratelli” e a diventare i lecchini dei bianchi). E la sinistra tace.

Come si permette un nero di pensare altrimenti? 

Già, come diavolo si permette un nero di pensarla diversamente da come io penso che sia giusto? 

A questo punto il lettore confuso mi farà notare che questo atteggiamento potrebbe essere definito razzista.

Ma io lo correggo subito: no, non è un atteggiamento razzista, perché chi esprime questi pensieri fa parte della sinistra liberal. Ricordate il discorso di prima? Zona franca dal razzismo. Potete sbizzarrirvi, potete dire quello che volete a quei due brutti negri che hanno osato tradire la loro razza, esercitando il loro pensiero al di fuori di quello stretto recinto della prevedibilità. 

Il nero o è di sinistra, liberale, anti-razzista, democratico, o non è. Altrimenti è solamente un troll dei bianchi, uno scemo, uno sfigato, oppure un traditore, un voltagabbana. 

Ma un voltagabbana per chi? Ma per la sua razza, ovviamente. 

No, no, pensarla così non è razzista, assolutamente. Pensare che un nero – proprio perché nero – debba avere precisissime idee culturali, politiche, economiche, è del tutto normale. È giusto punire il nero che esce dal gregge: parola di un bianco, ma di sinistra e liberal. 

 

L’immagine in alto è dell’autrice dell’articolo, Grazia Roversi.

Sotto il regime di Basaglia

Ogni volta che mi trovo a discutere di qualche fenomeno genericamente inteso come sociale, sia esso riguardante l’economia, la salute, la politica o l’ampia area della cultura, premetto sempre un avvertimento di Jünger: «Il tentativo di venire a capo di un’epoca con i soli mezzi offerti da questa, si consuma nel girare a vuoto intorno ai suoi luoghi comuni: non può riuscire».

Cito questa raccomandazione come un mantra, per tentare di distogliere lo sguardo ipnotizzato della maggioranza dal gioco di specchi delle interpretazioni e delle soluzioni offerte dal sistema da parte dell’informazione di massa, dagli spacciatori dell’ovvio dei popoli.

La questione della psichiatria basagliana, quella che ha da anni il massimo impatto mediatico grazie ad un apparato di propaganda e di lavaggio del cervello estremamente capillare e pervasivo, non può né deve sfuggire a questa attenzione.

La leva di cui usufruisce per attivare l’attenzione del pubblico è l’emotività, la ricerca capziosa della lacrima e della compassione, agitando immagini di manicomi, letti di contenzione e camice di forza. A questo impatto visivo vengono associate alcune demagogiche parole chiave come diritti del malato, centralità della persona, presa in cura ed altri ameni miraggi.

La realtà, invece, quella realtà che risulta a coloro che dei malati si occupano, e con essi delle loro famiglie e del contesto di appartenenza, è molto meno rosea e vincente dei proclami pressoché quotidiani divulgati dai sodali di Franco Basaglia.

È impossibile per lo spazio contestuale entrare nel merito degli specifici disastri che questo personaggio, e la legge 180 allo stesso erroneamente attribuita, hanno prodotto e producono, per cui è necessario focalizzare l’argomentazione sulla valenza politica di questo impianto ideologico.

Come il grande stratega von Clausewitz delineò la politica come una guerra condotta con altri mezzi, si può documentatamente affermare che l’impostazione della psichiatria basagliana è la politica condotta con altri mezzi. Perché è di politica che si occupano Basaglia e basagliani, e con essa di economia, di giurisprudenza e di affari sociali.

Troppi glissano volutamente sugli aspetti più tendenziosi e settari di questa strategia, e sempre troppi sono scarsamente informati dei contenuti più pericolosi che a questa fanno da indirizzo e da supporto.

Come nel celebre racconto di Edgar Allan Poe, “La lettera rubata”, la verità è davanti agli occhi di chi è predisposto a vedere, di chi decide di uscire dal gioco di specchi che rimanda sempre ad altro, confondendo tracce e distogliendo attenzione.

La nave che affonda” è un documento del 1977, ripubblicato nel 2008 e considerato«straordinariamente vicino a noi», nel quale un giornalista interroga i pilastri intellettuali della 180, e che è considerato il catechismo ideologico del basaglianesimo.

Si va dalla negazione della diagnosi, che «sottrae il senso politico», all’esaltazione della lotta di classe di cui «la base è espressa dall’internato psichiatrico», alla rivendicazione di creare «una situazione di difficoltà nella logica dell’ordine pubblico», fino ad affermazioni del tipo «lo psichiatra (…) un terrorista lui stesso», o «scardinare un certo tipo di società», o ancora «oggi dobbiamo sacrificarci per mettere un piedi una logica rivoluzionaria».

Insomma, un vademecum comportamentale che passa attraverso la qualifica della scienza e della psicologia, la denigrazione di ogni cultura clinica e, addirittura, alla diagnosi di delirante affibbiata al grande psichiatra e psicoanalista Giovanni Jervis, proprio da chi la rifiutava e la rifiuta come strumento stigmatizzante.

Questo è il basaglianesimo. Questo è l’impianto ideologico sul quale si basa la retorica sulle buone pratiche e sulla centralità della persona. Questo è l’obiettivo reale della tanto decantata prassi di presa in carico della sofferenza e dell’emarginazione.

Il progetto di Basaglia e dei suoi accoliti è stato applicato e continua ad applicarsi attraverso alcuni dispositivi mirati e perseguiti con una logica ed una metodologia inossidabili.

Esclusione, diffamazione e svalutazione di chiunque critichi e non si sottometta al pensiero unico basagliano e ai suoi codici settari. Rifiuto del minimo controllo e della più ragionevole verifica dell’operato messo in atto nella pratica concreta. Applicazione della più pressante e spesso falsificata propaganda attraverso operazioni cartacee e televisive. Occupazione pervasiva di spazi culturali, amministrativi, giudiziari e politici di affiliati e sodali che perseguano le medesime finalità di potere.

Ecco il perché del collegamento tra Basaglia e von Clausewitz, con tutto il rispetto per il grande stratega prussiano. Oltre l’illusionismo buonista e la retorica socioiatrica, il basaglianesimo è un apparato organizzativo che gestisce un enorme potere sia politico che economico, e di questo bisogna tenerne conto, soprattutto quando – giustamente – si intende porre mano al cambiamento della Legge 180, perché limitarsi al maquillage di tipo sanitario si finisce a «girare a vuoto», tanto per ripetere le parole di Jünger, e «non può riuscire», come ha sempre fallito fino ad ora.

 

Illustrazione di Grazia Roversi.

C’è un’ipocrisia più tossica delle armi chimiche

Sgombriamo il campo da ogni possibile dubbio e ipocrisia: la guerra alla SIRIA (e alla Russia) è già in atto da 7 anni in maniera violentissima e indiretta. Se volete, assimetrica. Senza pretesti ridicoli, ma in maniera chiara e infinite volte provata. Ogni altra presunta ragione per scatenare un attacco diretto è legata al misero fallimento sul campo di ogni strategia per farla cadere e il suo bisogno cresce proporzionalmente all’avanzare e alle vittorie dell’esercito siriano.

Una storia non nuova, vista ad Aleppo, nel Ghouta e ora anche a Douma. Mai uno straccio di prova, mai un osservatore parziale o imparziale sul campo a raccogliere analisi e prove (nonostante gli inviti del governo e dei russi), ma solo un gridare compulsivo di bugie ai media e un’isterica fretta nel cercare uno spazio d’azione bellica fuori da ogni diritto e organizzazione internazionale.

Superato il casus belli del momento, va tutto nel dimenticatoio, in attesa di crearne uno nuovo. Ci si dimentica anche che le obsolete armi chimiche siriane sono state censite e fatte distruggere molti anni fa sotto supervisione internazionale, che ha coinvolto anche l’Italia. Non cosi quelle delle nazioni che foraggiano i “ribelli”, non così quelle in mano alle marionette jihadiste. Ci si dimentica anche che le potenze occidentali e arabe sono già illegittimamente presenti e combattenti in Siria. Turchi, Americani, Israeliani, Francesi e Britannici sono presenti con truppe e consiglieri militari per aiutare, addestrare e consigliare militarmente i ribelli.

Per invadere e occupare porzioni di territorio siriano. Spesso, finiscono anche per cadere nelle mani dei soldati siriani. Sono invasori di fatto, sono violatori di ogni diritto internazionale e bellico, sono invasori e assassini. Prove provate, azioni rivendicate, filmati e morti reali sul terreno. Mi spiegate, a monte di ogni manfrina, quale legittimità, diritto e credibilità possono avere questi stati nella questione interna siriana? Quale stortura mentale porta giornalisti, politicanti e popolo bue, a ripetere come verità palesi invenzioni mai provate in vece di vere omissioni su fatti certi, visibili e per giunta ammessi?

Il trionfo della malafede unito a quello della demenza di chi gli conferisce anche una qualche credibilità.

Sette macrobiotiche e digiuno di relazioni sociali

Risale a pochi giorni fa la notizia secondo cui una setta macrobiotica sia stata smantellata con accuse di sfruttamento e riduzione in schiavitù degli adepti. Come riportato da importanti testate nazionali come Il Corriere della Sera il principale indagato è il guru Mario Pianesi conosciuto con lo pseudonimo di Ma-Pi. Aveva costruito un vero e proprio «impero» del cibo macrobiotico, lo “specialista” indagato dalla magistratura di Ancona perché avrebbe manipolato i suoi pazienti costringendoli a vivere in un regime da vera e propria «setta».

Di cosa parliamo nello specifico? Cominciamo parlando dell’indagato: il ricercatore-benefattore aveva affermato che «26 pubblicazioni scientifiche su riviste internazionali hanno dimostrato che le diete Ma-Pi sono uno strumento di prevenzione e cura di tutte le malattie croniche», in pratica si proponeva come guaritore, ma contrariamente ai vari santoni che vediamo in trasmissioni televisive di dubbia rilevanza scientifica e giornalistica – Le Iene e Striscia la notizia -, non si accontentava di guarire una malattia specifica come il diabete o un gruppo di patologie simili come i tumori, no, lui poteva curare praticamente tutto.

Ammetteva: «[…]In Italia ufficialmente ho la licenza di terza media e quindi non posso dare pareri medici», ma il fatto di non aver nemmeno completato l’odierna scuola dell’obbligo non ha impedito a Pianesi di vantare riconoscimenti internazionali: «Nel 2007 il Presidente dell’Accademia delle Scienze della Mongolia, Prof. Baataryn Chadraa, mi ha dato la Laurea Honoris Causa come Professore di Scienze per “aver risolto alcuni problemi ambientali” nel Suo Paese e una Laurea Honoris Causa come Dottore in Medicina per “aver risolto alcune patologie” con la mia dieta».

Insomma a suo dire Pianesi era un Nobel mancato per la medicina, probabilmente vittima di complotti planetari poiché i suoi metodi di cura si fondavano essenzialmente su diete specifiche senza l’utilizzo di alcun farmaco. C’è materiale per ricamarci su un romanzo a quanto pare. Tuttavia ciò di cui si parla meno, forse per rispetto e discrezione o forse perché desta meno scandalo ed interesse sono le vittime, le numerosissime vittime. Infatti l’associazione Upm di Pianesi è diffusa in ben 15 regioni italiane anche se i suoi centri si trovano principalmente tra Marche, Romagna, Abruzzo e Lombardia, contando in tutto – secondo gli inquirenti – su 100 punti vendita e ben 90mila adepti circa. Quindi è come se Pianesi avesse sotto diretto controllo l’intera popolazione della città di Pisa.

Si potrebbe dire che tutto ciò sia frutto dell’impoverimento culturale italiano, ma questo è vero solo in parte. Nei paesi occidentali si sta diffondendo – anche come moda – l’avversione alla medicina, ai farmaci, in quanto non naturali, e quindi non sani.

Questa avversione è partita con motivazioni condivisibili, cioè contrastare gli ipocondriaci che assumono e consigliano l’utilizzo di numerosi farmaci in quantità spesso spropositate. Tuttavia la storia insegna che fin troppo spesso un estremismo finisce col crearne un altro identico ed opposto, arrivando a produrre movimenti che mettono in atto del vero e proprio terrorismo psicologico per poter pescare più adepti possibili tra le masse. E ciò funziona particolarmente bene se si promette di poter curare delle malattie a quanto pare. Vedendola in questi termini si può confermare che queste siano in effetti le dirette conseguenze di un graduale impoverimento culturale delle masse, che non riescono ad individuare la verità finendo per essere trascinati in vere e proprie truffe.

Tuttavia in questo caso a nostro parere non si può ridurre tutto al solo impoverimento culturale, vi è qualcosa di anche maggior peso nella faccenda: l’impoverimento sociale. È comprensibile che delle persone possano essere raggirate e truffate poiché prive di un bagaglio culturale di base che permetta loro di comprendere quale sia vera medicina e quale no, tuttavia queste carenze non sono sufficienti per accettare di essere ridotti in schiavitù.

Cosa veniva imposto agli adepti? Prima di tutto di seguire delle diete rigidissime, basti pensare che alcuni di essi sono arrivati a pesare anche meno di 40 kg! Ma oltre a tutto ciò vi erano anche altre regole estremamente rigide ed a tratti insensate, come alzarsi dal letto poggiando a terra un determinato piede, lasciare il proprio lavoro per “ripagare” l’impegno dell’associazione lavorando con una paga misera, isolarsi dal mondo con il divieto assoluto di utilizzo di cellulari ed internet, e le pene per i trasgressori erano punizioni corporali.

Ragionandoci sopra è chiaro che per quanto uno o più soggetti possano essere culturalmente poveri non accetterebbero mai una situazione del genere. È chiaro quindi che ci siano altre motivazioni dietro, motivazioni ben comprese dal guru Pianesi. Quando parliamo di impoverimento sociale ci riferiamo all’impoverimento di legami e connessioni sociali, all’isolamento e solitudine dei singoli che attratti dalla prospettiva di poter vivere un’esperienza di “comunità”, di unità, di condivisione finiscono per cedere anche a delle vere e proprie torture.

Tutto ciò dovrebbe farci riflettere sul fatto che la nostra società per quanto molto più ricca, ed avanzata tecnologicamente sia più povera rispetto al secolo scorso. Siamo immersi nei cosiddetti “social network” ma questi ci separano dalla vera vita sociale, ci immergono in un mondo in cui conta solo l’apparire, l’approvazione altrui, l’esaltazione del proprio ego e la denigrazione dell’altro qualora non si adegui a noi. Tutto ciò è assolutamente deleterio, porta mancanza di veri legami, mancanza di impegno del creare, rafforzare e gestire dei legami, mancanza di contatto emotivo ed empatico se non a scopo politico, in una parola conduce all’isolamento emotivo dei singoli individui. La solitudine fa male e può indurre a compiere vere pazzie come abbiamo potuto vedere.

Questa vicenda dovrebbe farci riflettere e approfondire sulle cause, sul perché sia stato possibile tutto ciò. Se un uomo con appena la licenza media è riuscito a fare tutto questo si può attribuire ai mezzi di informazione che non fanno più vera informazione socialmente utile? Sì, ma a quanto pare è frutto anche di un malessere diffuso a livello sociale e in questo caso non si può puntare il dito contro un unico colpevole se non verso sé stessi, perché nelle società occidentali in cui vige il libero mercato tutto ciò è dovuto a nostre libere scelte. Siamo noi a dare potere ai mass media seguendoli, ai social network utilizzandoli e lo sottraiamo alle nostre vite e al nostro essere, isolandoci.

 

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.

La crisi dell’uomo occidentale

Certo, donna, tutto quello che dici è caro anche a me, ma avrei molta vergogna dei troiani e delle troiane dai lunghi pepli se restassi come un vile lontano dalla guerra. Né l’anima mia lo vuole: ho imparato a essere sempre coraggioso e a battermi nelle prime file dei troiani con grande gloria per mio padre e per me”.

I versi sopra riportati sono tratti da uno dei passi più celebri dell’Iliade: Ettore, il più valoroso tra i combattenti di Ilio, saluta per l’ultima volta la moglie e il figlioletto. I suoi doveri verso la patria e la famiglia, che gli derivano dall’essere uomo, soldato e principe, gli impongono di affrontare in prima persona il più temibile nemico, figlio di una dea. Nonostante le umane e comprensibili richieste della moglie Andromaca, Ettore non si tira indietro, anche se sa che il suo destino è segnato, e che da quello scontro non uscirà vivo. (1)

Nei poemi omerici, miti fondanti della civiltà europea, è già delineato un tipo umano maschile che avremmo ritrovato perpetuato nei secoli, soprattutto nel medioevo cristiano: il cavaliere. Coraggioso, padrone di sé, protettore dei deboli e avverso ai prepotenti. I cosiddetti “monaci guerrieri”, i religiosi che avevano il compito di proteggere i pellegrini cristiani in terra santa, sono state forse le figure più virili della storia: forti nello spirito, ma forti anche nel braccio, che all’occorrenza sguinava la spada. I più famosi furono i cavalieri templari, anche per le leggende più o meno interessanti sorte intorno alla loro tragica fine. Giusto per citare un’esperienza tra le tante.

Rispondere alla domanda “Cos’è rimasto nell’occidente post-moderno del vir, dell’uomo guerriero?” di certo non è facile, e necessiterebbe di un libro a sé e non di un breve articolo. Tuttavia possiamo rilevare che l’allarme lanciato da sociologi, psicologi e psichiatri (2) è che di questo uomo virile, “dominatore di sé prima che dominatore di altri”- per dirla con le parole di uno che di guerre se ne intendeva (3)- non è rimasto niente. O quasi.

Un caso che ha fatto discutere, e che può forse essere elevato a paradigma, è il fatto di cronaca avvenuto in alcune città tedesche la notte di Capodanno di due anni fa, e di cui “Le Fondamenta” si è già occupato (4): centinaia di donne vennero molestate da stranieri ubriachi, mentre gli uomini autoctoni risultarono… non pervenuti. Un caso limite, certo, ma indicativo di una tendenza. E’ mancato il richiamo dell’istinto, del naturale effetto del testosterone che porta alla difesa del territorio; ma anche e soprattutto della consapevolezza di dover difendere le figure più vulnerabili della proprio comunità di appartenenza, in base al ruolo che gli uomini avevano (avrebbero dovuto avere) nella comunità stessa.

Nella società occidentale attuale-senza generalizzare, ma rilevando una tendenza, come detto, già denunciata da più voci-si sta realizzando una crisi d’identità dell’uomo, nelle sue varie sfaccettature.

Se quella del cavaliere può sembrare una figura anacronistica (sebbene a volte, a quanto pare, potrebbe essercene ancora bisogno) la stessa cosa vale ad esempio per l’uomo visto come padre. Il numero sempre maggiore di divorzi ha fatto crescere un’intera generazione di figli, di fatto, senza la presenza costante della figura paterna. Stando ai numeri, infatti, in Europa occidentale molti nuclei famigliari sono composti solo da “ragazze madri” o donna divorziata con figli. Ciò, non senza danni per il sano sviluppo psicologico di questi bambini, che abbisognerebbero dell’esempio del padre per meglio confrontarsi col mondo esterno.

D’altronde, nel contesto di una società in cui imperversa un femminismo aggressivo, volto a colpevolizzare l’uomo in quanto tale, e in cui sta prendendo pericolosamente piede la cosiddetta “ideologia di genere”, che sostiene che non ci sono distinzioni tra i sessi, né legami tra il sesso e la natura, in quanto il sesso stesso non è appunto un dato naturale ma una costruzione sociale (5) che dipende dai capricci di ognuno, non ci stupiamo se l’uomo nelle sue declinazioni storiche e naturali più immediate, quelle di pater e milis, sia in crisi.

Non che gli uomini, però- e giungo alle conclusioni finali- non siano corresponsabili di quanto sta accadendo. Siamo noi- o forse tanti di noi, non tutti, deo gratias– che abbiamo abdicato al nostro ruolo, che abbiamo creduto che il principio di autorità equivalesse davvero all’autoritarismo (eh, è più facile non avere responsabilità); che la virilità non fosse controllare se stessi, le proprie pulsioni, le delusioni della vita; il misurarsi senza paura coi forti o il proteggere i deboli; ma al contrario che questo concetto si esaurisse nel depilarsi, nel palestrarsi, nel farsi le lampade.

L’uomo non educato a essere uomo, però, può essere anche molto pericoloso e non solo per gli effetti a lungo termine che può subire una società devirilizzata. Non voglio addentrarmi nella questione sociologica del femminicidio (molti contestano il termine stesso, in quanto la maggior parte dei morti ammazzati sono uomini), ma certo i casi di uomini-eunuchi, bamboccioni non in grado di accettare con forza le avversità della vita (un rifiuto, un abbandono) che uccidono la compagna/moglie sono tanti e sono all’ordine del giorno (6). Anche questo potrebbe essere messo nel conto delle conseguenze di quella che ormai possiamo chiamare crisi dell’uomo occidentale.

 

 

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.

(1) dal canto VI dell”Iliade

(2) Alcuni titoli in ordine sparso: C.Risè, “Il maschio selvatico”; R. Cortina, M.Recalcati “Cosa resta del padre”; L. Zoja, “Il gesto di Ettore”

(3) tratto da “Militia” di Leon Degrelle

(4) http://www.lefondamenta.it/2018/01/14/violenze-sessuali-colonia-doverano-gli-uomini/

(5) ideologia di genere che di certo non dispiace alle lobby economiche mondialiste, che dalla nascita di un essere privato non solo dell’identità etnica e religiosa, ma anche di quella sessuale, cioè di un individuo monade, privo di legami, avrebbero solo da guadagnare, in quanto rappresenterebbe il prototipo del perfetto consumatore. Sul tema tra l’altro si può leggere “Unisex” di G. Marletta

(6) tema delicato e discutibile, ma qui affrontato con lucidità da M. Blondet http://www.iltimone.org/news-timone/il-mostro-palestrato-e-abbronzato-in-noi-perch-il/

Il tramonto di Dixie: breve sintesi della guerra civile americana 1861-1865

-There was a land of cavalliers and cotonfields, called “Old South”- da “Via col vento”

Nei mesi scorsi si è avuta notizia della rimozione, in alcuni stati del sud degli Usa, di alcune statue di militari e politici della Confederazione. Non è mia intenzione, in questa sede, discorrere sull’assurdità del “politicamente corretto” che va a sfociare in atteggiamenti iconoclastici di negazione di una storia con la quale non si vuole fare i conti; vorrei altresì chiedermi, da un punto di vista storico, se davvero la guerra civile Usa è stata una guerra “giusta”, condotta dai buoni nordisti per “liberare gli schiavi del sud”, o se questa visione è, almeno in parte, riduttiva e forzata (1). D’altronde occuparsi di questa guerra è fondamentale, perchè si tratta di un evento di importanza epocale: il conflitto, che possiamo definire la prima guerra totale e moderna, ha visto impiegate, tanto per fare un esempio, la prima corazzata e il primo sommergibile . (2)

Tradizione e modernità

Un altro aspetto per noi importante, legato a questo evento, è che tra il 1861 e il 1865 negli Usa si sono affrontate due visioni del mondo, opposte ed inconciliabili: l’aristocrazia contro la borghesia, la tradizione contro il modernismo. Non è un caso che mentre in Europa tutte le sinistre, marxiste o liberal-progressiste che fossero, parteggiassero per gli uomini in blu dell’Unione (Marx mandò le sue felicitazioni a Lincoln) il cuore di tutti i conservatori, con in testa il Papa beato Pio IX, battè per la Confederazione degli stati del Sud. (3)

Verso il conflitto: le premesse ideologiche ed economiche

Vediamo ora come si arrivò al conflitto. Questo, di fatto, si aprì con le cannonate sparate il 12 aprile 1861 contro la base di Fort Sumter, un forte del governo federale di Washington situato nel territorio della Carolina del Sud, ma le premesse vanno ricercate molto più addietro, nelle differenze tra la società nordista e quella sudista. La prima, il mondo degli yankee, era moderna, industriale, capitalista, borghese e individualista. Il vecchio Sud era invece una società rurale, aristocratica, arcaica e tradizionalista. Scriveva uno dei padri della patria americana, il virginiano Thomas Jefferson, alla vigilia della guerra d’indipendenza “…la gente del nord ha la mente fredda. E’ sobria, laboriosa (…) Quella del Sud è fiera, indolente, più facile all’ira ed all’entusiasmo, più sensuale, gelosissima delle proprie libertà…”. (4) Queste differenze, alimentate anche dalla diversa cultura religiosa, calvinista e puritana al nord, in prevalenza anglicana e cattolica al sud, si riflettevano in interessi economici divergenti. I nordisti aspiravano a potenziare l’industria nazionale attraverso una politica mercantilista, basata su forti dazi doganali, e volevano al contempo potenziare il mercato interno, costruendo nuove strade, ponti, ferrovie. Ma per fare tutto questo servivano molti fondi, ed essi pensavano di reperirli, ancora una volta, con i dazi. Ma ciò cozzava con gli interessi del sud agricolo, liberoscambista per vocazione, che esportava il suo cotone in Europa, e in Europa acquistava i manufatti industriali di cui necessitava.(5) Molto rilevante fu la questione circa la struttura da dare ai nuovi stati acquisiti: sarebbero stati modellati sull’esempio degli stati del nord o del sud? E’ vero che fino alla seconda metà dell’800 al congresso federale il nord era stato maggioritario ed era riuscito ad imporre le sue istanze, a tutto danno degli interessi del sud, ma con l’affermarsi di nuovi stati liberoscambisti gli equilibri avrebbero potuto modificarsi (6) Inoltre è vero anche che, almeno fino al 1850, la classe politica federale aveva capito le differenza tra il nucleo virginiano e quello della Nuova Inghilterra e aveva governato con equilibrio. Il giocattolo iniziò a rompersi con lo sviluppo industriale: “…l’esplosione della rivoluzione industriale aveva mutato tutto: ora il nord era diventato un gigante in prepotente espansione e rapidamente andava asservendo, inglobando, rendendo simile a sé tutte le sezioni degli Stati Uniti” . (7) Ogni tentativo di giungere ad un accordo, negli ultimi mesi, era fallito. Così, quando nel 1860 venne eletto un rappresentante degli interessi industriali del nord come Lincoln, la Carolina del Sud proclamò la secessione, seguita a ruota da Alabama, Georgia e Mississippi. Alla fine, su un totale di 33 stati, 11 aderirono alla Confederazione del Sud.(8) Ma chi era Abram Lincoln? Di certo non l’eroico antischiavista di cui a volte si è parlato. Nel 1858 si era pubblicamente impegnato a “…non sostenere in alcun modo l’uguaglianza politica e sociale fra la razza bianca e quella nera. C’è fra le due una differenza fisica che, a parer mio, impedirà loro per sempre di vivere assieme su un piede di uguaglianza; e, se una differenza deve esserci, sono favorevole che la razza cui appartengo sia in posizione di superiorità..” (9) Possiamo dunque affermare che il nord fece la guerra perché aveva capito che solo invadendo il sud ed imponendogli la sua economia e mentalità “yankee”, gli Usa sarebbero diventati una superpotenza. Inoltre, in pieno sviluppo industriale, al nord serviva manodopera a basso costo: quale migliore idea che “liberare” i neri del sud? Si trattava di milioni di potenziali operai, che avrebbero anche garantito quell’ “esercito industriale di riserva” di cui ha parlato Marx. La questione dell’abolizione della schiavitù, da un punto di vista morale, di fatto ha interessato solo un pugno di puritani fanatici (10). A livello governativo fu sfruttata in modo importante solo dopo i primi anni di guerra, per dare alla stessa una giustificazione ideologica. “Il solo obiettivo è la preservazione dell’Unione: se per far questo occorre mantenere la schiavitù lo farò, se occorrerà abolirla la abolirò”, ripeteva Lincoln. Il Sud, dal canto suo, più che in difesa delle istituzioni schiaviste prese le armi perchè intuì che il protezionismo industriale avrebbe distrutto la sua civiltà, e si battè con eroica disperazione per salvare il suo mondo, e il sacrificio e la libertà di intere generazioni che sulla terra e sulla famiglia avevano scommesso tutto. “Not for slavery, for independence”: “Combattiamo per l’indipendenza, non per la schiavitù” fu il motto del Presidente della Confederazione, il senatore del Mississippi Jefferson Davis.

Due parole sulla schiavitù

Ora, prima di proseguire nella narrazione, è indispensabile spendere due parole sulle schiavitù. E’ naturale che questa a noi appaia un’istituzione sbagliata. Conta infatti relativamente poco che gli schiavi avessero un’istruzione, un’educazione religiosa, mangiassero e bevessero bene e venissero trattati ( nella maggior parte dei casi) con paternalistico affetto. E infatti anche nel vecchio Sud non in pochi lo avevano capito: probabilmente la schiavitù si sarebbe esaurita entro non molti anni, come era accaduto o stava accadendo in altri paesi, senza bisogno di scatenare una guerra da seicentomila morti. Per dirla con le parole di Raimondo Luraghi, da lì a poco, quella “…antiquata e repellente istituzione era destinata ad estinguersi…” (11). Ma se non è per affrancare i neri, visto che già Tocqueville notò che essi erano più discriminati al nord che al sud, cosa spinse il nord borghese a distruggere il Dixieland? Una risposta potrebbe essere che, oltre agli interessi economici contingenti cui abbiamo fatto riferimento, presso gli yankee vigeva già quella mentalità prevaricatrice che vede nella società capitalista la civiltà per eccellenza (12) , e porta a considerare barbaro il resto del mondo(13) . Sentiamo ancora come si è espresso, a questo proposito, Luraghi: “…con il crescere di una classe borghese moderna, forte, sicura di sé, era andata sviluppandosi nel nord una ideologia che considerava il capitalismo liberale (e la società liberale da esso generata) come il migliore dei mondi possibili…” (14)

La guerra

Alla vigilia del conflitto gli stati del nord contavano 22 milioni di abitanti e un potenziale umano pari a oltre 4 milioni di soldati. A queste cifre la Confederazione, abitata da 9 milioni di persone, poteva opporre un potenziale umano massimo di 1140000 soldati. In ambito industriale il divario tra nord e sud si ampliava drammaticamente: grazie alle loro 186mila industrie, gli yankee disponevano di 2283 cannoni e 441mila fucili; i confederati, forti di appena 18mila industrie ca, possedevano 464 cannoni e 150mila fucili.(15) Leggendo queste crude cifre, si potrebbe pensare che la guerra sarebbe finita ancora prima di iniziare, ma non fu così. I confederati supplirono alla carenza industriale con l’indomito valore, dovuto tanto al loro aristocratico orgoglio, quanto alla disperata convinzione che una volta vinti il loro mondo sarebbe scomparso “via col vento”, parafrasando un celebre romanzo ambientato sullo sfondo delle vicende belliche. Ed è riconosciuto che nei primi due anni di guerra la Confederazione avrebbe potuto vincere, sfruttando la migliore preparazione tattica dei suoi ufficiali e soprattutto l’entusiasmo che aveva coinvolto l’intera popolazione. La prima battaglia vera e propria venne combattuta nei pressi di un torrente chiamato “Bull Run” il 21 luglio 1861. I sudisti, meno di 22mila uomini guidati dal generale Beauregard, (che in “Via col Vento” è il comandante di Ashley Wilkes, il biondo sudista che aveva spezzato il cuore a Rossella O’Hara sposando Melania Hamilton, e che chiamerà suo figlio proprio Beauregard in onore del generale) sbaragliarono i nordisti, 30mila soldati impauriti e svogliati.(16) A Washington, nei giorni seguenti, si viveva nel panico: era diffusa addirittura la paura che i ribelli potessero conquistare la capitale nemica. Ed in effetti il Sud avrebbe potuto imporsi solo con una guerra lampo, sfruttando l’iniziale superiorità: il tempo infatti avrebbe di certo giocato a favore del Nord, come avevano capito i migliori ufficiali yankee, che avevano preparato un piano in tre fasi che prevedeva un lungo blocco navale, la conquista delle basi sul Mississippi e solo in ultima istanza un’offensiva contro Richmond, la capitale della Confederazione. Ma i politici, sia da una parte che dall’altra, non capirono tutto ciò, ed optarono entrambi per una tattica sbagliata.(17) Mentre Lincoln ordinò una campagna veloce, che poi fallì dopo i primi insuccessi, Davis avrebbe voluto logorare lentamente i nemici, sfruttando l’impopolarità della guerra negli stati del nord ed aspettando eventualmente l’ingresso in guerra di una potenza europea al suo fianco. Si sbagliava: gli yankee non avrebbero rinunciato per nessun motivo, se non costretti, ad invadere le regioni del sud, come avrebbe dimostrato il corso degli eventi. Nonostante il tentativo della spallata iniziale fosse fallito, durante la prima fase della guerra i sudisti vinsero la maggior parte delle battaglie, senza però riuscire mai a sferrare l’attacco decisivo, che avrebbe potuto mettere definitivamente alle corde gli unionisti. Accadde allora ciò che era stato previsto dai più illuminati elementi di ambo gli schieramenti all’inizio del conflitto: il tempo iniziò a giocare a favore del nord e del suo superiore potenziale umano, economico ed industriale. Forzare il blocco navale preparato dagli yankee risultò sempre più difficile, e la Confederazione si trovò così ben presto a corto di viveri e materie prime. Dopo due anni di guerra, apparve chiaro che solo l’intervento diretto di una potenza europea poteva salvare il destino del Vecchio Sud. Intervento diretto o, almeno, un riconoscimento ufficiale: così agli occhi dell’opinione pubblica mondiale non sarebbe più sembrato di assistere ad uno scontro tra uno stato sovrano ed un gruppo di ribelli ma ad una guerra tra due nazioni indipendenti e libere. E ci è mancato poco che ciò non accadesse: se il 4 luglio 1863 l’Armata della Virginia, guidata dal migliore generale sudista, il leggendario Robert Edward Lee, avesse vinto a Gettysburg, sembra sicuro che Francia ed Inghilterra avrebbero compiuto il grande passo. D’altronde le difficoltà economiche del sud, loro grande partner commerciale, avevano causato moltissimi disoccupati nei due paesi, che quindi da subito avevano tifato ufficiosamente per i confederati. E’ probabile che le sorti del conflitto si siano decise in questo cittadina della Pensylvania, ma anche durante l’anno successivo, il 1864, gli yankee sembrarono in più occasioni sul punto di farla finita e concedere l’agognata indipendenza ai ribelli. Ecco un esempio lampante, fornito dall’ottimo Pasolini Zanelli: se Atlanta non fosse stata conquistata prima delle elezioni presidenziali del 1864, Lincoln probabilmente non sarebbe stato rieletto, ed il nuovo presidente, dovendo fare i conti col malessere e l’impopolarità del conflitto che si respirava al nord, avrebbe probabilmente concesso al sud la libertà e l’indipendenza(18). Ma la storia, si sa, non si fa nè con i se nè con i ma. Atlanta cadde il 2 settembre 1864, e gli yankee poco dopo la distrussero completamente: in pochi minuti 1800 edifici furono bruciati . Era il prologo della sorte che sarebbe toccata all’intera Georgia, anzi all’intero sud: migliaia di case, piantagioni, giardini furono bruciati dai “liberatori” (19). Quando, il 12 aprile 1865 il generale Lee si arrese alle truppe di Grant, a sua volta il miglior generale nordista, la guerra era virtualmente finita, anche se rimanevano in armi alcuni stati. Il Vecchio Sud con le sue piantagioni, i suoi schiavi, i suoi gentiluomini, le sue dame, il suo tabacco ed il suo cotone era un mondo finito, per sempre, letteralmente bruciato dai vincitori. Ancora una volta, avevano vinto il progresso e la modernità.

I’m a old good rebel (still)

Possiamo chiederci un’ultima cosa: perché, vista l’inferiorità bellica, i sudisti non si ritirarono nelle immense foreste, negli enormi spazi ancora inesplorati del continente, per tentare da lì una lunga guerriglia? Una possibile riposta ce la fornisce ancora una volta il Luraghi: (20) “…il sud si preparava a morire nel mondo per sopravvivere nella storia…” Ciò significa che, compreso che il loro mondo era comunque destinato, prima o poi, a sparire, tanto valeva farlo nel migliore dei modi. Scegliendo di morire alla luce del sole, gloriosamente e con la spada in pugno, del mito di Dixieland i guerrieri sudisti hanno preservato in eterno almeno il ricordo.

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.

1) Così Luraghi sulla decisione del Sud di affrontare la guerra “…non esiste più nessuno che sia così ingenuo o così poco al corrente da ritenere che il mezzogiorno si fosse deciso al grave passo per difendere la schiavitù..” Fonte: R.Luraghi, “Gli Stati Uniti”, Storia universale dei popoli e delle civiltà, vol.16, unione tipografica-editrice torinese, 1974

2) Fonte:A.Pasolini Zanelli, “Dalla parte di Lee. La vera storia della guerra di secessione americana”, Leonardo Facco Editore, 2006, pag. 5

3) Fonte: ibidem, pag.6

4)Fonte: ibidem, pag.12

5) Fonte: ibidem, pag.16-17

6) Fonte: ibidem, pag.17

7) Fonte: R.Luraghi, op.cit.pag 303

8)Fonte:ibidem,pag.26

9) Fonte:ibidem, pag 20

10)Fonte: A.Pasolini Zanelli, op.cit,pag.32-33

11) Fonte: R.Luraghi, op. cit. pag.307

12) Questo tema, contestualizzato alla realtà odierna, è brillantemente approfondito da Massim Fini ne “Il vizio oscuro dell’occidente. Manifesto dell’antimodernità. Marsilio editore, 2004

13) Possiamo citare alcuni episodi della campagna ideologica operata dai nordisti contro gli abitanti del sud, presentati come trogloditi e crudeli verso i neri.: 1) alla vigilia della guerra il romanzo “La capanna dello zio Tom”, caso editoriale e sociale negli stati del nord, dipingeva gli abitanti del sud come persone spietate, ma ora si sa che la % di schiavi che tentò la fuga non fu in realtà mai superiore allo 0,025%. Pertanto risulta grottesco il fatto che l’associazione segreta “ferrovia sotterranea” , che era presente nel Sud e aveva come scopo proprio la liberazione degli schiavi, venisse descritta al nord addirittura come una “gigantesca associazione” filantropica 2) Anche il mito di John Browhn fu strumentalmente creato a tavolino: in realtà egli era un ufficiale dell’esercito, che nel 1859 aveva occupato un forte militare in Virginia per tentare (vanamente) di scatenare una rivolta di schiavi e per questo fu poi giustiziato. Tuttavia già in passato aveva compiuto atti terroristici intimidendo gli abitanti del Sud: la sua azione probabilmente Fonte: R.Luraghi, op.cit

14) Fonte: R.Luraghi, op.cit.pag 305

15) Fonte:A.Pasolini Zanelli, op. cit pag.33-34

16) Fonte:ibidem, pag.39

17) Fonte:ibidem, pag.35

18) Interessanti i retroscena della conquista di Atlanta: finchè la città fu difesa dal generale Johnston, astuto temporeggiatore, l’assedio degli yankee non ebbe fortuna. Ma quando il ruolo di comandante passò al generale Hood, questi ordinò un attacco frontale per spezzare l’assedio, che si risolse però, vista l’inferiorità di uomini e mezzi, nella disfatta che avrebbe consentito ai nordisti di espugnare la città. Fonte:ibidem, pag.156-157

19) Fonte: ibidem,pag 158

20) Fonte:R.Luraghi, op.cit. pag.336

Salvare i bambini dal “capitalismo della seduzione”

Negli ultimi anni stiamo assistendo sempre di più alla sessualizzazione infantile.

A partire dagli anni ’70, con le lotte per la libertà sessuale contro la moralità e il bigottismo (che riguardavano adulti consenzienti), siamo arrivati oggi a tentare di sdoganare questo concetto anche tra i minori. Attraverso la difesa della libertà di esprimere la propria sessualità, si cerca di giustificare la pedofilia, facendola passare come una libera scelta dettata dal sentimento che comunemente chiamiamo amore.

Bisogna prima di tutto ribadire con fermezza che nella pedofilia non vi è alcun sentimento di amore, semmai vi è quello di dominare e abusare di minori tramite attrazione erotica o veri e propri atti sessuali.

Possiamo invece notare come oggi, per far accettare all’opinione pubblica lo sdoganamento della pedofilia, si tenda a propagandare la sessualità infantile, richiamandosi alle cinque fasi della libido descritte da Freud, elencando i vari processi che attraversa un bambino per imparare ad accettare e sviluppare la sua sessualità.

In realtà non esiste nessuna sessualità infantile, un bambino esplora il proprio corpo e quello dei suoi compagni, attraverso il gioco non per provare piacere sessuale (non sanno cosa significhi), ma per riuscire a conoscere e a conoscersi imparando così a comprendere le varie differenze che ci sono, soprattutto tra uomo e donna.

Oggi invece si vuole a tutti i costi, soprattutto verso i genitori, evidenziare l’importanza di insegnare ai bambini che la conoscenza della sessualità porta ad una sana crescita personale, fondamentale quanto camminare e parlare.

Quindi l’educazione sessuale che oggi viene imposta in molte scuole, a partire anche in tenera età, non solo è totalmente sbagliata, ma anche deleteria per il bambino, che tende a vivere nel presente e che non riuscirà mai a comprenderne appieno il significato.

Molto critico sull’argomento, lo psicologo e psicoterapeuta Alessandro Costantini: «Ritengo che la sessualità infantile non esista. Non esiste semplicemente perché la sessualità è una prerogativa di noi adulti: di sessuale il bambino ha solamente l’identità biologica e quella di genere, quindi sostanzialmente un pisellino ed una patatina e la consapevolezza di questa differenza. Essere un maschietto o una femminuccia e averne la consapevolezza non ritengo si possa definire “sessualità infantile”». (http://www.movimentoinfanzia.it/sessualita-infantile-l-invenzione-dei-pedofili/ )

Perché quindi tutta questa campagna a favore della sessualità infantile, creata da sessuologi e psicologi del settore, portata avanti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, che oltretutto è un Organo politico e non Medico e che ha redatto il documento OMS – Standard per l’Educazione Sessuale in Europa a cui tutti gli Stati europei devono attenersi? La risposta è semplice: per propagandare la pedofilia, cercando di farla apparire, agli occhi dell’opinione pubblica, come una normale e libera scelta sessuale.

Solo per fare un esempio, nel documento redatto, l’Oms scrive:

«Da 0 a 4 anni, apprendimento del godimento e piacere quando giochiamo con il nostro corpo: la masturbazione della prima infanzia.

Da 4 a 6 anni è l’età ideale, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, per parlare di questioni sessuali, esplorare le relazioni omosessuali e consolidare l’identità di genere».(Documento ufficiale OMS:

http://www.famigliearcobaleno.org/userfiles/file/educazione_sessuale_oms_europa.pdf )

(Articolo sulla provenienza e creazione del documento OMS: http://comitatoarticolo26.it/da-chi-proviene-lo-standard-di-educazione-sessuale-delloms/ ).

Pubblicizzare la pedofilia, facendola passare come libertà sessuale, non comprende comunque solo la sfera dell’istruzione primaria, ma anche molti altri settori: da quello cinematografico, tramite film o cartoni animati (come il lungometraggio “Chiamami con il tuo nome”, presentato come il miglior film del 2018, che narra la storia d’amore tra un 16enne e un 24enne negli anni ’80) a quello scientifico, dalla moda, fino ad arrivare alla politica (emblematiche le dichiarazioni della Santolini nel 2011, intervenendo in Aula durante la discussione generale sul testo di legge contro l’omofobia, disse: «Il mio orientamento sessuale è l’eterosessualità, ma ce ne sono anche altri, come l’omosessualità e la pedofilia»).

Un continuo e incessante bombardamento mediatico e culturale in senso lato, che ha il solo scopo di farci accettare quello che normalmente e naturalmente viene disprezzato dal sentire comune –

Negli Stati Uniti, l’Associazione degli psichiatri sdogana la pedofilia, facendola passare da malattia come orientamento sessuale. (https://www.medicinenon.it/psichiatria-e-pedofilia)

La North American Man-Boy Amore Association (più conosciuta come Nambla), è una Associazione con sede a New York e San Francisco, che si oppone alle leggi che vietano rapporti sessuali tra adulti e minori. Grazie al Primo emendamento (rispetto del culto della religione e il suo libero esercizio, nonché la libertà di parola e di stampa e il diritto di riunirsi pacificamente) dagli anni ’70 manifestano la libera scelta sessuale e il loro diritto ad esprimerla. Molte loro affiliati sono stati coinvolti in alcuni scandali e l’FBI continua a monitorare le azioni degli iscritti, nonostante oggi l’Associazione, dopo le molte critiche, si sia riorganizzata, continua ad essere considerata la più grande organizzazione facente parte del gruppo Ipce (formalmente International Pedophile and Child Emancipation).

La Nambla ha persino creato la “giornata di Alice”, che si svolge il 25 Aprile, che ha lo scopo di chiedere l’abolizione dei limiti di età per rapporti sessuali con i minori, richiedendo inoltre il rilascio di tutti gli uomini detenuti per reati di pedofilia.(https://citta-roma.it/w/NAMBLA/Sommario.html)

Il nostro compito deve essere quello di lottare contro questa deriva totalitaria, contro questo abbrutimento e imbarbarimento dell’uomo, che a detta della società capitalista deve poter soddisfare ogni suo piccolo capriccio, anche e soprattutto a livello sessuale.

Tutelare i bambini da questo “capitalismo della seduzione” dove tutto è consentito, anche distruggere l’innocenza di chi non ha altro che purezza nell’animo.

 

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.

La libertà di autodistruggersi

Un uomo morto giovane mentre praticava il lancio col paracadute disse “Lo sport è fondamentale, perché evita la deriva nichilista”.

Quella che potrebbe esaurirsi in una dichiarazione frutto della propria esperienza personale trova piena conferma nell’esperienza empirica: risale, infatti, a circa un anno fa la diffusione dei risultati eclatanti di un progetto condotto in Islanda per arginare l’abuso fra giovani e giovanissimi di alcol e droghe che dimostra come in 20 anni le percentuali dei ragazzi che abusavano di narcotici vari si è praticamente annullata (passando dal 54% al 5%) ad un livello che probabilmente può essere considerato fisiologico e non migliorabile.

I rimedi sono la classica “scoperta dell’acqua calda”: impegno costante nelle attività sportive; maggior collaborazione famiglia/scuola; minor tempo lasciato al “randagismo giovanile”. E, fondamentale, aiuti pubblici affinché i ragazzi appartenenti alle famiglie meno abbienti possano accedere a sport e attività costruttive extrascolastiche.

Un modello quello islandese difficile da esportare come tutto ciò che riguarda la minuscola isola nordica, per questioni organizzative ed economiche, certo, ma, soprattutto culturali. Perché il progetto islandese fa carta straccia del concetto perverso di “libertà” di cui siamo imbevuti e poggia su antipatici e anacronistici “divieti”, non solo di acquisto di certe sostanze (alcol e tabacco, oltre a quelle illecite) ma anche sull’istituzione di un vero “coprifuoco” per i ragazzi: le ore 22 in inverno e le 24 d’estate.

Così come anacronistico e retrogrado appare il giudizio sulle cosiddette “droghe leggere”, oramai pressoché sdoganate nella nostra società in cui moltissimi adulti – in particolari quelli che finiscono per assumere un ruolo di esempio da emulare per giovani e giovanissimi – fanno professione convinta, anche nelle prime serate TV, dell’uso abituale di queste sostanze.

Eppure la scienza ha dimostrato a più riprese come tale uso e abuso sia estremamente pericoloso: anche di recente un nuovo studio pubblicato su “Biological Psychiatry: Cognitive Neuroscience and Neuroimaging”, condotto per alcuni anni su un campione di 441 giovani e adulti, ha dimostrato che l’abuso cronico di cannabis è associato a cambiamenti nella funzione del cervello a riposo e sono anche critici per la formazione dell’abitudine, rivelando potenziali effetti negativi a lungo termine sulla funzione e sul comportamento del cervello. In particolare nei pazienti adolescenti, dal momento che il loro cervello è ancora in formazione.

I test effettuati hanno dimostrato che la cannabis “stimola” le regioni del cervello associate alla psicosi, che possono causare gravi forme di depressione, e che molti consumatori – in specie quelli che hanno iniziato il consumo in giovane età – hanno sviluppato un forte senso di estraneità, un’alienazione dagli altri, un senso di rifiuto e persino vere e proprie manie di persecuzione.

Non è, comunque, solo all’eccesso e all’abuso che va imputata la colpa delle compromesse capacità di molti giovani di rapportarsi correttamente con la realtà, ma anche e soprattutto all’assenza di elementi fondamentali, quali una situazione familiare solida e punti di riferimento comunitari, sia con i propri coetanei, sia con altri adulti (insegnanti; allenatori; etc).

Per avere un’idea della portata disastrosa di questo “disagio”, anche a prescindere dai ragionamenti sull’uso di sostanze psicotrope, basterebbe leggere ciò che i ragazzi scrivono sui social, con post rilanciati all’ossesso in cui si fa a gara a chi esibisce in maniera più ironica la propria pigrizia, il lassismo di intere giornate che passano nell’inattività e nell’ozio, l’orgogliosa (?) sensazione di un’ansia e di una frustrazione perenni e immotivate, la capacità di inventarsi sempre un nuovo alibi per non scuotersi e non agire.

 

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.

Fraintendimenti urbani sulla cultura popolare

Giovanni Iudice, Figure, matita su carta cm 20×20, 1994

Negli ultimi tempi capita spesso di imbattersi in grandi manifestazioni di elogio al “becerismo” popolare.

Sia che arrivino dai più giovani, quasi come forma di reazione e ribellione ad una quotidianità grigia e fasulla, sia che provengano da persone più in là con gli anni, che vagheggiamo una dimensione agreste e rozza, con una vena di malinconia.

L’atteggiamento di fondo, tuttavia, tradisce la pressoché totale ignoranza di ciò che si pretende di conoscere e/o di rimpiangere.

Per provenienza di natali, per lavoro e per piacere di incontro, ho conosciuto pastori che hanno eretto i loro ovili orientandoli secondo le tecniche dei costruttori nuragici; ho parlato con contadini che si commuovono al miracolo dell’avvicendarsi delle stagioni e dell’eterno ritorno, pur assistendovi da 70 primavere; ascolto ogni mattina il fabbro vicino a casa che canta canzoni antiche o bellissime arie d’opera.

Sono uomini che hanno mantenuto uno spirito speculativo su ciò che li circonda, provvisti di una cultura non vasta né variegata, ma esatta, mai ostentata, applicata pragmaticamente al loro quotidiano. Il trattore, per loro, è uno strumento di lavoro, non una bandiera di appartenenza, né un simbolo parafallico di “comando”.

Tutti hanno studiato per pochi anni, ma nessuno metterebbe mai in discussione la necessità dell’apprendimento e dell’approfondimento, sia per evitare di essere fregati nei loro affari che per reggere il confronto in una conversazione al bar, davanti ai bicchieri di “fil’e ferru”.

La banalizzazione che vorrebbe invece questo fantomatico “popolo” come una massa di “Bombolo” cafoni e volgari, tutti protesi alla femmina, alla violenza fine a se stessa e alla crapula, tradisce la mancata conoscenza di una realtà in cui vige invece molta più dignità e moderazione che in altri contesti.

La versione caricaturale che viene data delle classi “popolari” – mentre si finge di esaltarle e ammirarle – puzza di classismo e offesa, da parte di gente della più stantia classe media, inconcludente e fancazzista, che indossa l’abito carnevalesco del buzzurro come altri della medesima risma sfoggiano hogan e iphone, magari pagati a rate.

Il politicamente corretto e le sue vittime

La “preoccupazione” più in voga in questo ultimo decennio, è sicuramente il politicamente corretto. Nel linguaggio contemporaneo l’applicazione di questa locuzione è diventata uno stile di vita, l’unico comportamento giustificato per poter essere accettato in questa società. Nato negli anni ’70 da un movimento politico statunitense che rivendicava il diritto delle minoranze (religiose, etniche, sociali) di esistere, anche tramite un diverso uso del linguaggio.

Con gli anni questa espressione idiomatica, grazie anche al potere sempre maggiore di molte Associazioni umanitarie, è riuscita a prevalere sul linguaggio comune, fino a stravolgerne il proprio significato. Se un tempo veniva usata solo per evitare di offendere o di mancare di rispetto ad altri individui, oggi si è costretti ad osservarla, altrimenti si corre il rischio di venire etichettati di essere degli omofobi, razzisti e molte altri aggettivi dispregiativi.

Per sapere che cosa sia e come funzioni il politicamente corretto, bisogna innanzitutto capire che viviamo in una società liberista, in cui il pensiero unico obbliga gli individui a dirigersi verso atteggiamenti che si ritengono gli unici civili e universali. Il pensiero unico non consente nessun tipo di critica, né analisi politica, sociologica o scientifica. Il pensiero unico domina sulla cultura e quindi sul nostro modo di vivere ed è proprio grazie a questo che oggi si è arrivati ad imporre un tipo di pensiero al singolo individuo, per evitare qualsiasi ribellione o dissenso futuri.

Per essere politicamente corretti si deve far attenzione a come si parla in pubblico, tra amici, parenti o semplici conoscenti, dove nessuno deve sentirsi escluso o sminuito. Una frase o una singola parola fuori posto, potrebbero causare contrasti e crescenti malumori. Attenzione anche a come ci si rivolge quando si interagisce con una persona sola. I termini da usare si differenziano in base al genere in cui la persona si ritrova in quel momento. Non sono ammessi termini maschili se ci si rivolge ad individuo femminile o viceversa. Se non si è sicuri di che genere sia o si sente di essere l’individuo a cui ci si rivolge, meglio tacere o chiedere direttamente all’interessato come vuole che ci si relazioni.

Evitare frasi o parole che possono arrecare danno al proprio o ai propri interlocutori se non li si conosce bene. Rischioso ad esempio, usare termini religiosi perché potrebbero offendere atei o persone di credenze diverse. Pericoloso anche parlare di etnia o di provenienza etnica, in questo caso meglio usare termini come “bianco” o “di colore”, dove vanno bene tutte le persone che non siano caucasiche (termine improprio per definire europei e/o occidentali in genere, ma molto usato nel gergo moderno). Stesso discorso quando si parla con persone con gravi disabilità sia fisiche, che mentali. Evitare di usare espressioni che possono denigrare o sminuire la persona che ne è affetta.

Vi sono anche frasi che non riguardano la religione o lo Stato di appartenenza che possono comunque creare disagio. Nel politicamente corretto non sono accettate frasi sessiste, anche quelle che riteniamo più innocue. Chiedere ad una donna se è sposata o fidanzata, se ha figli, potrebbe essere letto in maniera offensiva, sia perché non si conosce l’orientamento sessuale del proprio interlocutore, sia perché potrebbe essere visto come un attacco denigratorio o di sottomissione solo perché facente parte della categoria femminile.

Soppesare ogni singola parola e usare una sensibilità non dettata dall’empatia, ma da un finto perbenismo, permetterebbe di essere riconosciuti e accettati in questa società. Non si tratta solo di avere un finto rispetto per il prossimo, ma anche di evitare di venire etichettati come persone scorrette, di perdere il proprio lavoro, di perdere la propria reputazione, di incorrere in denunce per azioni scorrette, di essere isolati a livello sociale.

Questo strumento di controllo della comunicazione, attuato da tutti i Governi occidentali, è la forma più alta di discriminazione e di limitazione della libertà (di espressione e di pensiero), fatta passare come civile ma che in realtà distrugge e annienta l’umano, lo condiziona e lo vincola fino a non poter esercitare il proprio essere. Una forma totalitaria di pensiero che ci priva della personale caratteristica dell’uomo, facendoci assomigliare sempre di più a degli automi incapaci di provare alcuna emozione o sentimento.

 

Foto di Alfonsa Cirrincione.

L’estetica dei luoghi come specchio della crisi antropologica

Giovanni Iudice, Interno, olio su tavola, 18x13cm, 1999

Nei suoi elementi strutturali essenziali – fondamenta, colonne portanti, pareti e copertura – la casa non si distingue da molti altri edifici (scuola, albergo, caserma…); il suo specifico è la funzione di dimora, di abitazione. Come l’Uomo stesso, è un composto di natura e cultura: alla natura deve i materiali con cui è costruita (legno, frasche, ossa di cetacei, pietre, cemento antico e poi moderno, marmi, laterizi…); alla cultura, l’organizzazione funzionale e significante dei materiali e dell’ambiente interno, talvolta in base al mestiere del suo abitante (lo studio di un professore, l’atelier di un artista…), ma sempre un riflesso della sua mentalità e della sua attività. Come molte specie animali, anche quella umana, decine di millenni fa, ha abitato le proprie “case” per esigenze strettamente vitali: la protezione dagli agenti meteorologici, dai predatori e dai nemici; ma già in questa preistoria esisteva un’interazione simbolico-culturale tra Uomo e ambiente abitato: lo indicano le famose incisioni e pitture rupestri sulle pareti delle caverne, con le loro immagini dai molti significati:

scene di caccia: dunque rappresentazioni di azioni che univano l’esigenza del sostentamento alimentare e la necessità dell’interazione tra persone, cioè un embrione di “comunità” o di “società”.

costellazioni, in molte culture protostoriche immaginate come sagome di animali e, secondo alcuni studiosi, rappresentate in alcune pitture rupestri raffiguranti animali. Questa interpretazione è discussa, e non vale per tutte le immagini di questo genere: un caso celebre è la Grotta di Lascaux, in Francia, datata a 13000 anni a.C.;i ma questa possibilità fa sì che dalle pareti della “casa” emerga la mentalità a suo modo scientifica dell’uomo cosiddetto primitivo: attento osservatore dello Spazio (il cielo), da cui deduce lo scorrere del Tempo (l’alternarsi delle costellazioni).

danze e cerimonie propiziatorie per il buon esito della caccia o di altre attività; in questo caso le pareti della “casa” rivelano la consapevolezza umana della propria effettiva dipendenza dalla natura circostante (benché espressa in modo superstizioso), consapevolezza che molti “moderni” sovente hanno dimenticato o, forse meglio, rimosso nel senso freudiano.

adorazione di forze della natura personificate in animali-totem, «spiriti» o divinità, che sulle “pareti di casa” rispecchiano non soltanto la necessaria relazione con la natura, ma anche la meraviglia, il timore reverenziale davanti ai suoi fenomeni (il Sole e la Luna, i fulmini, la pioggia…), e le domande sul senso dell’esistenza che essa suscita: il particolare sentimento umano cui pensava Albert Einstein parlando del «senso di meraviglia che sta all’inizio della scienza».

Questa interazione dell’Uomo con l’ambiente abitato si potrebbe definire arredamento simbolico-cosmico: ciò che si colloca nell’abitazione – dalle incisioni o pitture rupestri agli oggetti del culto (tra i moltissimi esempi: le teste degli antenati ricostruite in stucco e collocate sotto il pavimento a Gerico nell’VIII millennio a.C.;ii le maschere apotropaiche appese sopra l’uscio della capanna presso alcuni popoli africani; l’angolo occupato da un altare domestico per il culto degli antenati diffusi nel sud-est asiatico…), alle immagini degli antenati scolpite (in Italia, i busti degli avi nella Roma repubblicanaiii), dipinte (la galleria dei ritratti di famiglia presso i nobili dal Rinascimento in poi) o, più recentemente, fotografiche (l’album genealogico) – non ha soltanto una utilità tecnica o una funzione ornamentale, ma ha un significato umano universale riconosciuto e condiviso, tanto dai membri della famiglia e della forma di civiltà cui essa appartiene, quanto dalle diverse forme di civiltà (al di là delle differenze particolari); significa cioè il legame tra l’individuo e l’universo, dal punto di vista sia spazio-temporale (la rappresentazione del paesaggio e della successione genealogica), sia metatemporale e metafisico (gli oggetti della religione).

La concezione dell’arredamento simbolico-cosmico è progressivamente decaduta lungo i secoli fino a oggi, sopravvivendo soltanto, evidentemente, presso le civiltà cosiddette primitive o tradizionali, quasi tutte estranee – anche territorialmente – all’Occidente postindustriale: ad esempio, nel Tagikistan pre-sovietico era usanza dipingere da cima a fondo le pareti domestiche, in occasione del capodanno, con figure di animali e forme geometriche ricollegabili ad antichi riti e credenze magicheiv, che potrebbero essere un lontano retaggio delle pitture rupestri protostoriche. Nel XX secolo, questa organizzazione della casa come luogo microcosmico sembra infatti essersi conservata in modo residuale soltanto nel ceto contadino, in forme talvolta superstiziose ma mai prive di significato, come la collocazione di oggetti benauguranti o scongiuranti in precisi punti della casa: dal ferro di cavallo al cornetto napoletano inchiodati all’architrave della porta, al piccolo idolo in metallo appeso allo stipite dagli aderenti “neo-egizi” (neopagani) della comunità Damanhur in Piemonte. Nuto Revelli, partigiano e scrittore, già ufficiale dell’ARMIR nel 1942, notava che i soldati italiani, nelle lettere dal fronte russo, descrivevano (non senza un po’ d’ingenuità) le comunità contadine russe simili a quelle italiane: «Sono come noi: contadini cristiani, persone religiose», anche e soprattutto perché nelle izbe (case contadine) della Russia ortodossa, nonostante l’«ateismo di Stato» della dittatura staliniana, tenevano ben visibile un’icona, principalmente della Vergine Maria.v Meno di un decennio prima, il medico e pittore Carlo Levi, nell’allora desolata provincia di Matera – dove era stato condannato al confino dal governo fascista – aveva visto nelle misere casupole, «a capo del letto, attaccata al muro con quattro chiodi» un’immagine (cattolica) della Madonna «nera», che «assiste a tutti gli atti della vita» dei contadini.vi Chiunque abbia visitato qualche borgo di campagna italiano sa, del resto, che molte case di campagna hanno tutt’ora una nicchia (esterna, questa) che ospita, o ospitava, una statuetta della Madonna o di un santo protettore.

Dove si è prodotto il mutamento che porterà – senza che nessuno potesse prevederne gli esiti odierni più discutibili – a concepire l’interno della casa non più come piccolo specchio del cosmo, ma come mera estensione utilitaristico-estetica dell’individuo che vi abita, è dunque il ceto borghese. Cercheremo quindi di ricostruire il percorso attraverso il quale il criterio con cui si organizza l’arredo domestico diventerà quasi esclusivamente il gusto individuale, senza più alcuna attenzione al significato complessivo.

Il mutamento che ha portato – senza che nessuno potesse prevederne gli esiti odierni più discutibili – a concepire l’arredo della casa non più come piccolo specchio del cosmo, ma come mera estensione utilitaristico-estetica dell’individuo che vi abita, si è prodotto dunque nel ceto borghese, che nasce alla fine del Medioevo e ha il suo apogeo d’importanza politica nell’Ottocento. L’ascesa della borghesia è leggibile infatti anche come progressivo allontanamento di una parte dell’umanità dal contatto diretto con la natura, dai suoi tempi e dalle sue manifestazioni: realtà d’importanza vitale che le società agricolo-pastorali, viceversa, non ignorano e non possono ignorare:

• Nel Rinascimento, i borghesi ricchi e i nobili (laici ed ecclesiastici) arredano le proprie abitazioni con opere d’arte: dipinti e sculture di soggetto, oltre che cristiano, anche greco-romano mitologico, implicanti il riferimento erudito, la citazione della letteratura cui quelle opere d’arte rimandavano, la conoscenza della storia e della poesia greco-romana: gli abitanti sfoggiano la competenza nella cultura classica e l’amore per essa. C’è dunque un primo allontanamento dalla concezione cosmico-naturalistica dell’abitazione a favore della creazione di un microcosmo indipendente di topoi culturali, limitato alla cultura dell’élite socio-economica europea.

• Nel XVII secolo, epoca del Barocco, aumentano le abitazioni di borghesi laici benestanti o ricchi, arredate con collezioni private di opere d’arte, ancora improntate al rimando colto alla Classicità a imitazione dei nobili, ma con aggiunto il fascino del nuovo, del curioso e dell’esotico: in Italia coesistono le collezioni classicheggianti di alcuni cardinali, le collezioni private come quella di Vincenzo Giustiniani, che raccoglie molte opere del Caravaggio rifiutate dai committenti ecclesiastici come novità incomprese,vii e quel tipo di collezione fin allora chiusa nel tesoro delle abbazie o appunto nello studiolo privato dei nobili: la wunderkammer (camera delle meraviglie), espressione di «un geloso e introverso collezionismo dove, accanto alle rarità naturali e alle “meraviglie” portate da terre lontane, sono custoditi […] trionfi di conchiglie e di coralli, porcellane, intarsi di pietre dure, vasi di lapislazzulo, […] gioielli di perle barocche, teatrini di automi, modellini meccanici»,viii che nel Museo del Collegio Romano dei Gesuiti, fondato da Athanasius Kircher, trova una dignità istituzionale. In questo caso un’idea dell’arredo come specchio del cosmo c’è, ma è di nuovo selettiva: questa volta è limitata agli elementi rari ed esotici e a quelli artificiali (opere d’arte minuziose e marchingegni meccanici); è un microcosmo delle eccezionalità, perciò anche questo è un “ritaglio” dalla totalità del mondo.

• Dalla fine del ‘700 e nell’’800, epoche segnate dal culto illuministico della ragione autonoma individuale, dalla Rivoluzione francese e dall’impero napoleonico, mutano i modi d’intendere i rapporti tra individuo e mondo: come la società non dipende più dal monarca assoluto, così l’individuo non dipende più dalla natura o da Dio. La borghesia assume un’importanza senza precedenti, e con essa si diffonde il suo modo d’intendere l’organizzazione della casa. L’arredamento borghese è esemplificato dal salotto, in una versione più “democratica” del salotto elitario settecentesco; ognuno può arredarlo secondo il proprio gusto estetico, ma allo stesso tempo in modo conformistico. C’è ancora un po’ di imitazione del classicismo nobiliare, ma in un sorta di versione ridotta: residui del citazionismo erudito ora sono le statuette soprammobili, i quadretti da mensola, l’argenteria, le stampe incorniciate, gli autografi di personaggi celebri, talvolta addirittura ritagliati dalle loro lettere e collocati in vista per gli ospiti.ix Nell’arredamento borghese gli elementi comuni e condivisi si restringono al medesimo ceto sociale, i cui membri sono eterogenei professionalmente, ma accomunati dall’essere maggioranza numerica rispetto ai nobili e minoranza ricca rispetto ai due ceti maggiori a livello mondiale: quello “tradizionale” agricolo-pastorale, e quello nuovo: il ceto operaio, nei confronti dei quali i borghesi si sentono lontani e superiori. L’arredo borghese, quindi, non riflette più i significati umani universali, bensì quelli individualistici del gusto personale e della competenza tecnica: ciò che lega gli abitanti della casa borghese sono l’apprezzamento tecnico per la «fattura» (un mobilio «ben intarsiato», un tendaggio «ben ricamato»…) e l’apprezzamento estetico per l’«aspetto», tattile (morbidezza di una fodera o di un tendaggio, lucidità del legno di un mobile o del marmo di una mensola…) o visivo (colore gradevole, forma e dimensione in armonia con la disposizione delle finestre, con la diffusione della luce…): non importa che cosa significhi l’elemento, ma se è bello. Non raramente, ciò è stato ed è importante nella creazione di una certa eleganza almeno esteriore, ma ha anche un tremendo limite: il significato e il valore estetico dell’interno abitato originano e trovano un senso soltanto nella mentalità della singola persona, cioè esclusivamente nelle sue preferenze e idiosincrasie, che inoltre, in gran parte, replicano conformisticamente quelle della classe sociale d’appartenenza.

• Con il XX secolo e la nascita della «società di massa» e della cosiddetta «cultura di massa» di origine statunitense, le preferenze e le idiosincrasie personali in fatto d’arredo si massificano, ampliandosi enormemente dal punto di vista sia quantitativo (c’è sempre più gente che può arredarsi la casa in base a scelte estetico-utilitaristiche puramente individualistiche) sia qualitativo: gli elementi d’arredo disponibili si moltiplicano, differenti nella fattura, nello stile, nel design: coesistono l’arredo «etnico» (che sovente di autenticamente esotico ha molto poco), quello «arte povera», quello glamour, quello minimalista, quello kitsch… che dànno luogo ad abitazioni arredate con una massa di elementi eterogenei da ogni punto di vista, nessuno dei quali è correlato agli altri, né ha alcun significato autentico se non quello attribuitogli, in modo del tutto relativo e discutibile, dal proprietario (e, dal punto di vista sociale, dai suoi affini per mentalità e “gusto”). Un elemento può quindi significare tutto e il contrario di tutto, e non ha, quindi, un valore umano vero e proprio. Da questo approccio estremamente individualistico e superficiale nascono elementi d’arredo contemporanei improntati a un “gusto” e a un umorismo del tutto personali e sovente indigeribili: i poster con Elton John che si libra nel cielo azzurro tra le ciliegie giganti, i mobili rosso carminio, i cuscini-biscotti di una famosa marca, le librerie con scaffali ondeggianti, i lampadari a muro a forma di ragno gigantesco, la moquette maculata tipo cane dalmata, i letti-bara, e così via.

Questi spropositi estetici hanno tutto l’aspetto, come alcune stravaganze del Manierismo cinquecentesco, di «una spia di un turbamento che l’evasiva festosità […] sembra voler esorcizzare, ma non può cancellare del tutto».x Si assiste infatti a una sorta di scissione schizoide tra arredatori e arredo, perché la personalizzazione estrema dell’arredo esclusivamente in base alle preferenze e idiosincrasie individuali e alle emozioni effimere (e talvolta indotte) del momento, esprime da un lato l’illusione di “materializzare” le «emozioni positive» (gioia, allegria, spensieratezza, ottimismo…), dall’altro lato esprime, per contrasto, la volontà di dimenticare, o meglio, di rimuovere, le cosiddette «emozioni negative» (preoccupazione, tristezza, insicurezza, delusione…) proprie di molte persone nell’Occidente postmoderno e spiegate in parte dalle dinamiche alienanti dell’attuale organizzazione sociale, ma inevitabili in quanto reazioni essenzialmente umane.

Se infatti l’arredamento della casa dovrebbe essere in realtà un riflesso o un’estensione dell’animo dell’abitante, e quindi a una mente lucida dovrebbe corrispondere un arredamento significativo e decente sia nel momento delle «emozioni positive», sia nel momento delle «emozioni negative», ed essere sgombro di orpelli e trastullamenti in modo che l’attività mentale e l’azione abbiano spazio per esplicarsi, anziché essere entrambe ottuse e distratte; viceversa in non pochi casi attuali si ha la straniante situazione di persone stressate, annoiate croniche, deluse, sfiduciate, apatiche e abuliche, che però vivono in camere e salotti arredati con elementi pacchiani tra il comico, il surreale, il carnevalesco, il giocoso e il kitsch. Così l’ambiente della casa non riflette affatto l’animo dell’abitante se non nella forma del suo contrario, come un sintomo isterico, una traccia di volontà di fuga dalla realtà. Eugenio Montale espresse bene questo comportamento nella poesia Il raschino: «Abbiamo ben grattato col raschino / ogni eruzione del pensiero. Ora / tutti i colori esalta la nostra tavolozza, / escluso il nero».xi

i

 http://www.duepassnelmistero.com/lascauxeastronomia.htm (articolo di Adriano Gaspani).

ii Cfr. Kurt Benesch, Passato da scoprire, trad. it. Torino, SEI, 1979 (ed. or. Berlin 1977), pp. 395-396.

iii Cfr. Ranuccio Bianchi Bandinelli, Roma. L’arte romana nel centro del potere, Milano, Rizzoli, 3^ ed. 2004, pp. 71-105.

iv Cfr. Sergěj A. Tokarev, URSS: popoli e costumi, Bari, Laterza, 1969 (ed. or. Moskva 1958), p. 341.

v Intervista per il documentario RAI Italia in guerra, regia di Massimo Sani, 1983. L’usanza è confermata da Tokarev, URSS: popoli e costumi cit., p. 99, che ricorda anche come i Buriati (popolo siberiano affine ai Mongolici) appendessero immagini di Buddha e di altre divinità buddhiste alle pareti interne della iurta (capanna in pannelli portatili), immagini che già alla fine degli anni 1950 «compaiono raramente nelle case» (ivi, pp. 421-422).

vi Carlo Levi, Cristo si è fermato a Eboli, cap. XII (ed. a cura di Virginia Galante Garrone, Milano, Mursia, 1981, pp. 130-132). Alcune tra le persone conosciute da Levi in Lucania, del resto, credevano che, nelle ore notturne, l’interno della casa fosse “presidiato” contro il maligno da tre angeli: il primo davanti alla porta, il secondo vicino al tavolo, l’ultimo a capo del letto (ivi, cap. XV, ed. cit. p. 166).

vii Cfr. Francis Haskell, Mecenati e pittori. L’arte e la società italiana nell’età barocca, Torino, Allemandi, 2000, pp. 35-36, 48, 127-144, 151-152, 155, 159-160.

viii Antonio Pinelli, La bella maniera. Artisti del Cinquecento tra regola e licenza, Torino, Einaudi, 1993 (ristampa 2003), p. 155. Cfr. anche M. Casciato, M. G. Ianniello, M. Vitale, Enciclopedismo in roma barocca. Athanasius Kircher e il Museo del Collegio Romano tra wunderkammer e museo scientifico, Venezia, Marsilio, 1986; J. Godwin, Athanasius Kircher e il Teatro del Mondo, Roma, Istituto poligrafico e Zecca dello Stato, 2010 (ed. or. London 2009).

ix Cfr. Andrea De Pasquale, La storia della biblioteca. Fonti, strumenti, archivi, cataloghi, lezione del ciclo La biblioteca e la sua storia. Metodologie, strumenti e materiali per lo studio dei fondi storici, Torino, Fondazione Luigi Firpo, 23 ottobre 2014.

x Pinelli, La bella maniera cit., p. 154.

xi E. Montale, Satura, 1971, in Opere complete, Milano, Mondadori, 1996.

Tacete! Il nemico vi usa!

Non vedo iattura maggiore del continuare, in assenza di entrambi, al riempirsi la bocca di antifascismo e anticomunismo, due facce della stessa medaglia.

Una maniera per opporsi al sistema unico capitalista, facendone di fatto il gioco. Ignoranza, malafede, sciocca riproposizione fuori tempo di slogan e pregiudizi fanno si che si continui a dare del comunista/fascista a vanvera, o peggio, a comando e necessità altrui, arrivando all’assurdo di ricondurre ogni male a sole due fonti onnicomprensive.

Così, la UE diventa Sovietica o Nazista, Obama comunista e Trump fascista, persino Berlusconi fascista e Renzi Comunista, i centri sociali e le sentinelle in piedi, i 5 stelle e i leghisti, nessuno rimane escluso. Tutto e il suo contrario. Un appellativo buono per tutte le diatribe, perché inadatto a tutte. Categorie irripetibili, fuori storia e contesto, tenute in vita solo come spauracchio per una società che ne ha imparato solo le storture della propaganda e poco la lezione profonda. Il tutto, solo per dividere e ingannare, per non far chiamare le mostruosità attuali con il proprio nome: capitalismo, liberismo, mondialismo!

Lo stesso capitalismo che seppe infiltrare e piegare, seppur in maniera diversa, sia il fascismo che il comunismo. Lo stesso nemico che seppe infiltrare e utilizzare al suo scopo i suoi eredi d’Occidente. Lo stesso capitalismo multiforme che ancora li utilizza per demonizzare i suoi attuali nemici. Tutti, indistintamente, usando ora una sponda e ora un’altra, ma rimanendo sempre saldamente in sella. Lo stesso nemico che ancora ne utilizza i simboli e i richiami per creare consenso attorno ad entità, che lo useranno a proprio favore e ne saranno inevitabilmente funzionali.

Non si tratta di rinnegare il proprio credo o cancellare i verdetti della storia. Non si tratta di rinunciare a ristabilire le verità storiche. Tutt’altro. Si tratta di rinforzarne la necessità assoluta, ricollocandone il bisogno nel suo alveo naturale, evitando strumentalizzazioni e interpretazioni ideologiche. Favorirne la storicizzazione, consentendone la piena comprensione e accettazione. Si tratta, in definitiva, di vivere pienamente il presente, comprendendo e superando il passato: di avere piedi e testa sull’oggi. Il “qui ed ora” politico.

Se non capiamo che questi usano la nostra storia, le divisioni sociali, con capacità di trasformismo e mimetizzazione mai viste prima; che s’impossessano di simboli e credi, riscrivendo la storia e il presente, manovrando e contrapponendo, usando proprio le nostre fideistiche “certezze” e indotte credenze, per non essere mai riconosciuti e banditi per ciò che realmente hanno cagionato e di cui ancora sono causa.

Il passato non ritorna mai uguale a se stesso, mentre il presente non aspetta e il futuro appare incerto come non mai. Il ritorno alla patria, all’identità dei popoli e alla sovranità, alla giustizia sociale, saranno sempre una chimera, senza sottrarci anche al subdolo gioco del lessico politico. Un lessico che è sostanza. Oggi, più che mai. Anche in questo caso, dove le parole si sono scollegate dal loro significato originario, per assumerne di nuovi, fuorvianti se non ingannevoli.

Solo quando anche la parola “capitalismo” diventerà un insulto, uno spauracchio per i popoli, e gli saranno quindi addebitate le sue autentiche responsabilità, non più scaricabili e mimetizzabili, saremmo arrivati ad un punto minimo di reale coscienza per aspirare a cambiare qualcosa nel profondo e non dare solo un’altra sfumatura di colore a chi si presta a perpetuare l’esistente gabbia ideologica.

Siamo infine coscienti che questa riflessione attirerà molte critiche di puristi vari e sapientini della puntualizzazione storico ideologica, ma il fine del nostro ragionamento è volutamente provocatorio e volutamente non storico analitico. L’eventuale fastidio di costoro sarà sola la riprova che il discorso sta in piedi: si finisce per incanalare l’odio del popolo insofferente su falsi obiettivi per arrivare a indisturbati ad ottenere quelli del sistema.

 

L’immagine è di Maura Bathory.

Riscrivere i libri di testo per inventarsi una nuova felicità

Le notizie negative fanno sempre più scalpore di quelle positive, colpiscono nel profondo incidendo una linea dalla direzione irreversibile ed è forse per questo che i notiziari di ogni tipo le riportano volentieri (funzione più che masochistica, di depistaggio).

Come ad esempio, l’intervento del Ministro Fedeli sulla necessità di riscrivere i testi scolastici in linea con un linguaggio che non si dimostri offensivo nei confronti dell’immigrato. Dunque un linguaggio rispettoso.

Che determina l’obbligatorietà di censurare chi ne è in disaccordo, che decide la correttezza dell’esposizione di una frase, che stabilisce la verità, oltre il linguaggio, che anticipa la verità nella parola purché questa si prefigga di nascondere la prima.

Tutto questo mi fa venire in mente che, davvero, la gnosi non è mai scomparsa ed è destinata a restare latente, finché l’uomo se ne farà primo difensore, con la sua stessa banalissima presenza sulla terra, presenza fine a se stessa, simulacro della divinità.

Capisco che pretendere che il ministero dell’istruzione si interessi di gnosticismo sia troppo, perché, al di là delle “competenze” istituzionali, sulle quali non mi permetto di dire alcunché, credo che se ciò accadesse, si cadrebbe in un sonoro conflitto di interessi e non va affatto bene, visto quello che si proferisce…

Comunque, la gnosi rappresenta una forma di pensiero resistente, che preferisce la conoscenza mediata a quella evidente, che vuole a tutti i costi fare a meno di quel circuito obbligato che, dall’esistenza del singolo uomo fino alla creazione del mondo e della sua “gestione”, passa attraverso la mano di Dio.

Serve, come una lettura di ieri mi ha suggerito, qualcuno che “faccia da apripista”, che si prenda la briga di occuparsi del nuovo orizzonte e di assimilarvi i criteri del nuovo evoluzionismo, quali: la negazione della creazione divina, dell’identità sessuale, dell’appartenenza ad una Nazione; la trasformazione della bioetica in biodiritto (su tutto, vita morte, salute); l’apoteosi dell’immigrato, che è necessariamente buono e portatore di un messaggio salvifico addirittura per l’economia dell’intero Paese, e insieme pioniere di una nuova storiografia politicamente, eticamente, demagogicamente corretta e incensurabile.

Il Ministro Fedeli, nella sua consapevole e astuta ignoranza, funge da apripista: mi ricorda tanto quel libro di Acquaviva dal titolo Il ministero della Felicità” che ad un certo punto, recita cosi: «L’opinione del potere, cioè del Partito dei Partiti, del governo, del parlamento, della magistratura, è la verità, altre verità fuori di queste non ne sono previste. La verità è quella che qui nel ministero produciamo ogni giorno……Quanto è fuori è soltanto falsità, per definizione e per necessità».

 

 

 

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.

Rieducazione alimentare al tempo della crisi: insetti e larve sulle nostre tavole

“The Snowpiercer” è un film di qualche anno fa, ambientato in un futuro distopico. L’ossessione ambientalista per il “Global warming” ha portato l’uomo ad intervenire pesantemente sul clima per raffreddarlo, provocando una glaciazione terribile e perenne che aveva annientato e reso impossibile la vita sulla Terra . I pochi esseri umani superstiti vivono in un treno avanguardistico, lanciato in una corsa velocissima e perpetua nello spettrale e desolato paesaggio ghiacciato.

La gran parte di queste persone forma un sottoproletariato straccione e inattivo, confinato negli ultimi vagoni del treno, spogli e tetri, e viene nutrita con tavolette scure e gelatinose, chiamate “proteine” dai funzionari che vivono nei primi vagoni. Il film racconta di una rivolta: gli esponenti di quella umanità povera, derelitta e affamata risalgono il treno – con violenza e grande spargimento di sangue- fino ai primi vagoni, sempre più lussuosi e comodi, in cui vive un’umanità serena e agiata, difesa da milizie addestrate e armate. Nel corso della loro lotta, gli ultimi scoprono che le tavolette di “proteine” sono in realtà ottenute da un frullato orrido di scarafaggi, mentre nei primi vagoni i fortunati occupanti gozzovigliano con leccornie elaborate, tutt’altro che “macrobiotiche”.

La pellicola mi è tornata in mente all’indomani della diffusione della notizia per cui, dal primo gennaio 2018, si applicherà il nuovo regolamento UE sul “novel food”, che permetterà di riconoscere gli insetti interi e i prodotti derivati dagli stessi come nuovi alimenti e come prodotti tradizionali da Paesi terzi, aprendo di fatto alla loro produzione e vendita anche in Italia.

Si parlava da tempo di questa ipotesi, portata avanti non certo per venire incontro alla curiosità di qualche esterofilo culinario, quanto per introdurre anche in Europa un’alimentazione proteica e nutriente alternativa al classico consumo di carne e altri derivati animali. E da ancora più tempo siamo bombardati da una campagna che vorrebbe i consumatori di carne e altri prodotti animali doppiamente colpevoli: contro gli animali, sacrificati per imbandire le nostre tavole e contro il pianeta, minacciato e devastato dagli effetti dell’allevamento intensivo.

La questione viene posta in una chiave etica che sfora nell’ideologia, per cui l’uccisione degli animali a scopo di nutrimento è un crimine vero e proprio e le attività svolte dall’uomo ai fini della sua sopravvivenza mettono costantemente in pericolo il pianeta, vissuto – non quale habitat dell’uomo come di tutte le altre specie viventi – ma come un organismo vivente, quasi un’entità metafisica.

Ritengo che tale impostazione sia radicalmente sbagliata e estremamente controproducente per chi la propone, dal momento che comporta necessariamente uno scontro con chi – legittimamente – rivendica il diritto di nutrirsi secondo le proprie esigenze e abitudini, rifiutando di essere considerato un assassino o un distruttore di equilibri. Equilibri peraltro piuttosto discutibili, dal momento che alcune frange più esasperate di certo pensiero animalista ed ecologista che si stracciano le vesti per l’estinzione dell’ultimo pesciolino microscopico nel fondo di chissà quale oceano, arrivano invece ad auspicare l’estinzione del genere umano, sterminatore di specie e stupratore di paesaggi.

Avrebbe molto più senso abbandonare questo scontro fra vegetariani/vegani e onnivori e porre la questione su un piano che coinvolga tutti, a prescindere da ogni legittima scelta sulla propria alimentazione. La produzione corretta di ogni alimento – non solo della carne, quindi – è un interesse di ogni consumatore, il quale vede invece spessissimo sacrificato il suo diritto alla salute e alla conoscenza della esatta composizione e provenienza del cibo alle necessità del mercato e alla produzione di prodotti a ritmi forsennati e insostenibili.

La prima etica da rispettare in chi produce del cibo è quella di tutelare chi andrà a consumarlo. Secondo questo principio diviene facile capire come certe tipologie di allevamenti e di produzione che comportano trattamenti inumani per gli animali utilizzati dovrebbero essere rivisti. Perché spesso una modalità inopportuna di trattamento dell’animale si evolve in un danno grave, se non mortale, alla salute dell’uomo che ne consuma la carne o altri derivati.

Tutti ricordano i casi della cosiddetta “muca pazza”, morbo che colpisce prevalentemente i bovini, ed è provocata da un agente infettivo non convenzionale, la cui causa scatenante è oramai riconosciuta nella somministrazione ai bovini di mangimi contenenti farine di carne ed ossa animali, spesso delle stesse specie ruminanti a cui erano destinate. La forzatura del mercato che – per aumentare in particolare la produzione di latte – arrivava a nutrire degli erbivori con componenti animali, ha comportato danni gravissimi alle bestie e a chi se n’è nutrito. Nonché all’economia delle carni bovine, che per anni ha scontato la diffidenza e la paura dei consumatori, patendo perdite enormi.

Anziché porre però la questione in termini condivisibili, cercando di inserire dei temperamenti alla forsennata ricerca del profitto a tutti i costi, si è scelta una via del tutto discutibile che apre alle medesime storture, replicate su altro genere di alimenti.

La FAO (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura) spinge da anni verso il consumo di insetti sostenendo che quasi 2000 specie siano considerate commestibili e vengano consumate da almeno 2 miliardi di persone nel mondo e cerca di forzare persone che vivono in Paesi con una cultura alimentare completamente diversa, che non solo ignora la destinazione alimentare di certi animali, ma ne prova un istintivo ribrezzo.

Analogamente, l’OMS (Organizzazione mondiale per la sanità) continua inserisce la carne rossa fra gli alimenti considerati “cancerogeni”, sebbene essa non possa essere considerata tale tout court, se inserita in una dieta bilanciata e priva di eccessi che – è noto – renderebbero dannoso il consumo di qualunque alimento. Martin Merrild, presidente del COPA (Associazione degli Agricoltori Europei), ha infatti spiegato che “I benefici nutrizionali del consumo di carni bovine, vitello, agnello, pollame, coniglio, ovine e suine e di uova sono chiari perché forniscono ai consumatori un eccellente apporto di proteine nella propria dieta” precisando che “l’allevamento è inoltre cruciale per l’economia delle zone rurali in cui spesso non vi sono alternative occupazionali“. E che andrebbero a scontrarsi con produttori di alimenti “alternativi” che vivono e producono in Paesi che non sono tenuti al rispetto delle regole comunitarie.

E sulla scorta di questa narrativa che vede nella carne e in altri prodotti da allevamento la causa di problemi che non è per nulla accertato siano dovuti alle attività imputate e che sarebbero comunque ridimensionabili con alcune regole e controlli ferrei, da estendere con maggior rigore ai prodotti di importazione extra europea, si è inserito il via libero della UE alla vendita degli insetti. Anche e soprattutto di fronte a questi nuovi “alimenti” è però lecito porsi le stesse domande di carattere sanitario e salutistico, su quelli che sono i metodi di produzione e sulla stessa provenienza e tracciabilità degli insetti, anche tenuto conto che la gran parte di questi nuovi prodotti proviene da Paesi extracomunitari, dove negli ultimi anni si sono registrati diversi casi di “allarmi alimentari”.

Ma un interrogativo ulteriore mi pare meriti risposta: a chi sono destinati i nuovi cibi preparati con cavallette, formiche e larve? Chi dovrà sobbarcarsi il costo, in termini di stravolgimento di abitudini e ridimensionamento delle proprie pretese alimentari, di dar seguito ai “suggerimenti” di queste entità sovranazionali, tanto preoccupate per la nostra salute e quella del nostro Pianeta? Insomma, cosa metterà in tavola dopo il 1° gennaio 2018 il maggiordomo di un funzionario della FAO, o di un esperto della OMS o di un “capoccia” di Bruxelles? Continuo a pensare alle tavolette di “proteine” somministrate ai poveracci e ai manicaretti gustosi e ipercalorici dei fortunati passeggeri dei vagoni delle prime classi, del treno Snowpiercer.

 

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.

 

L’amore ai tempi del colera virtuale

Da qualche anno a questa parte, complice un certo modus vivendi imitante una certa cultura progressista americanoide è tempo di scandali sessuali e vicende di letto che assurgono agli onori della cronaca, stante l’inconsistenza della loro stessa significatività. Se è vero che la storia è fatta anche di questo tipo di casus belli a tratti meramente gossippari ai quali si destina un’attenzione morbosa e moralisteggiante, è vero di riflesso che un problema serio in tema di relazioni sussista, oggi come in altre epoche: quello della fedeltà, pilastro dell’unione, base del rispetto, fattore di adesione al progetto del “due” e dell’”insieme”.
Tuttavia, chi di spada ferisce…

Donna, illustrazione di Paola Marinaccio

«Iniziava ad essere più distante. Fisicamente distante. Ho pensato fosse colpa del suo lavoro, forse diventato più pesante, perciò decisi di non infierire con le mie paranoie. Rimasi sorpresa per il suo improvviso interesse verso i social, vi trascorreva anche ore chiuso nel suo studio o in camera mentre io badavo ai ragazzi. Magari si distrae, pensai!Non avevo fatto i conti col mio essere moglie. Una moglie certe cose le percepisce nell’immediato. Misi un tappo a quelle sensazioni e andai avanti. EH NO! FERMI TUTTI!
Quelle sensazioni sono come un magma in azione costante, non c’è tappo che tenga! Iniziai a controllarlo, a monitorare anche i suoi piccoli gesti, anche quelli più insignificanti per vedere cosa fosse cambiato in lui, nel frattempo il suo attaccamento al PC, al cellulare, ai social, diventava sempre più morboso.
Un giorno decisi di rincasare prima del previsto e senza avvisare. Entrai come una ladra dalla finestra sul retro. Fui bravissima, nessun rumore. Non si sentiva nemmeno il respiro, forse perché per la paura non respiravo più. Nello studio non c’era, mi avvicinai alla nostra camera da letto, sapevo che qualsiasi cosa stesse succedendo in quella stanza, avrebbe cambiato la mia vita nel bene…o nel male.
L’immagine che mi trovai davanti fu devastante: mio marito si intratteneva in una video-chat erotica con un’altra donna conosciuta virtualmente. «Amore mio, non significa niente, tu sei mia moglie!». Rabbia e delusione erano così forti che non avevo la forza di parlare. Camminavo per la casa muovendomi come chi cammina nel fango fino alle ginocchia.
Lui continuava a seguirmi cercando di spiegarmi quanto quella cosa non avesse nessun significato, che era solo una sciocchezza virtuale e che non capiva il perché io me la stessi prendendo così tanto. Una sciocchezza? La rabbia diventava incontrollabile, i rumori erano ovattati e la sua voce fastidiosa. Smise di seguirmi quando iniziai a spaccare tutti gli oggetti che mi capitavano tra le mani.
I nostri figli erano da mia madre, uscii di casa sbattendo la porta e non vi tornai più».

La storia che racconta Anna (nome di fantasia), non è un unicum nel suo genere. Sono in molti, oggi, i “consumatori” del sesso virtuale, ambito in cui la fedeltà di declina in una veste nuova di difficile interpretazione persino per chi, ad esempio, la sussistenza del tassello “fedeltà coniugale”, deve valutarlo da professionista per decidere le sorti giuridiche delle unioni: addebito della separazione, assolvimento dei doveri coniugali, ecc. Non essendo però questo settore di nostra competenza, ci limitiamo ad esporre alcune analisi di tipo sociale del fenomeno e le loro implicazioni nella vita più intima, nell’anima dei protagonisti attivi e passivi.

Iniziamo subito col descrivere le cause del tradimento virtuale. Sono, infatti, varie le motivazioni che spingono una persona ad addentrarsi ed a portare avanti un tradimento virtuale. Alcuni di questi motivi possono essere:
1) la possibilità di agire in completo anonimato e quindi sfuggire al giudizio morale della società e meno rischi circa la segretezza del rapporto;
2)l’adrenalina offerta dalla fuga dalla realtà tipica del rapporto on-line, in tempi per altro di sempre più diffusi siti di incontri, scambismo, pornografia a portata di click;
3) il rapporto virtuale non sottintende obblighi emotivi e sentimentali con la persona dall’altra parte dello schermo e un’implicazione reale della persona: da un lato aiuta i timidi o i disfunzionali nella relazione, dall’altro distrugge gli aspetti più sani della corporeità “dell’affetto”, il bacio, l’abbraccio.

Secondo un articolo riportato da State of Mind, il giornale delle scienze psicologiche esiste un modello che spiega «i motivi che accompagnano un individuo a ricercare una relazione virtuale», è il modello AAA proposto da Cooper (2002). Secondo questo modello, una relazione online è basata su una buona accessibilità (A), data dal fatto che al giorno d’oggi è notevolmente più semplice procurarsi a poco prezzo apparecchi quali computer, smartphone o tablet; inoltre, una relazione online è affidabile (A) in quanto entrambi i membri si ritrovano nella medesima situazione, il che è probabile che porti a rispecchiarsi; infine, vige la regola dell’anonimato (A) (dall’articolo).

Accessibilità, affidabilità, anonimato.

Premesso ciò, ci addentriamo quindi nelle conseguenze di questo tipo di infedeltà, ritenuta ora più ora meno pericolosa della sua versione “ordinaria”.

Come il tradimento classico, invero, quello virtuale infligge profonde fratture, se non rotture, come nel caso di Anna riportato più sopra, all’interno della coppia. Chi subisce il tradimento viene improvvisamente investito da una marea di emozioni negative quali: sconforto, umiliazione, rabbia e persino odio. Viene a mancare il terreno sotto i piedi, crollano mille certezze. Da quel momento in poi, sarà sicuramente difficile, a volte impossibile, ritrovare la fiducia nel proprio partner. Quando ci sono i figli, spesso anche loro si sentono traditi.

Anche chi commette il tradimento, di contro, può subire traumi emotivi. Spesso può essere colto da sensi di colpa per aver ferito il partner, o da sentimenti di inadeguatezza nel momento in cui si diventa consapevoli che non si riuscirà a riconquistare la sua fiducia. Proprio per i motivi esposti e dopo attenta valutazione, molti ritengono opportuno rivolgersi ad un terapeuta che li aiuti a proseguire il cammino come coppia.

Volendo sintetizzare, il bisogno di sentirsi sessualmente attivi, l’incapacità di controllare il proprio impulso sessuale ma soprattutto la mancanza di rispetto e amore nei confronti dell’altro, la mancanza di adesione totale al progetto del “due”, al senso della vita che è insito nel compiersi come uomini/donne, mariti/mogli, padri/madri, sono elementi che conducono al tradimento. Virtuale e non, anche se oggi virtuale sembra più facile e sembrerebbe “meno tradimento”, anche se fa male uguale.

Eppure, e a prescindere dalla religiosità di una persona, che quando esistente dovrebbe costituire un ulteriore deterrente alla rinuncia alla sincerità dei rapporti, esiste un aspetto che dovrebbe essere considerato. La professoressa Margherita Hack ci da un’ottima indicazione: «Noi atei crediamo di dover agire secondo coscienza per un principio morale, non perché ci aspettiamo il paradiso». Nessun moralismo, ma concretezza e trasparenza nei principi. In fondo basterebbe applicare, in ogni tipo di relazione umana, una regola importantissima: fate agli altri ciò che volete gli altri facciano a voi. Oppure: non fate agli altri ciò che non volete gli altri non facciano a voi.