Quando l’accoglienza ratifica le nuove schiavitù

In tema di sbarchi di donne immigrate – immigrate e non migranti, perché altrimenti dovremmo sovrapporre situazioni molto diverse e saremmo molto ipocriti – occorre dire che ad uno Stato di diritto non dovrebbe bastare la commozione dell’inquantodonnismo buonista ed abbisogna urlare che è oscena e pericolosissima l’accoglienza ad ogni costo, bramata dal clero progressista e dirittoumanista che dogmatizza i temi per non occuparsi delle conseguenze, coraggiosamente affrontando la realtà.

«Era partita dalla Nigeria convinta che in Italia avrebbe fatto la parrucchiera. Ma dopo lo sbarco in Sicilia, era diventata un’altra delle prostitute al servizio di madame senza scrupoli».1 È questo solo uno dei tanti incipit di racconti di cronaca che in poche parole la dicono lunga sulle nuove schiavitù perpetrate in nome dei diritti umani, categoria oggi come non mai abusata se non addirittura piegata a pezza d’appoggio ideologico per giustificare persino la negazione degli stessi diritti.

Se oltre l’80% degli immigrati che giungono sulle nostre coste è costituito da maschi giovani e possenti in età da leva, la restante parte è formata da donne – pochi i bambini – per lo più di origine nigeriana che, una volta giunte in Italia, completano un iter particolarissimo e dolorosissimo iniziato in patria: sono le tappe della tratta che le toglie dal ‘dominio’ del pater familias per consegnarle a quello delle madame della strada.

Open Migration, organizzazione facente capo al filantropo George Soros, si è occupata del tema della tratta delle nigeriane realizzando un progetto sul tema che presenta spunti interessanti, se non altro perché condotto a nome e per conto di uno dei più grandi fautori dell’Europa “multiculturale” a colpi di sostanziosi finanziamenti.

Diversi rapporti fanno riferimento ai vari momenti della riduzione in schiavitù che inizia con una vera e propria negoziazione all’interno del focolare domestico dove viene portata la ‘proposta’ di partenza verso il mondo benestante e occidentalizzato che «fa leva su ragazze in condizioni di estrema miseria. A volte sanno perfettamente cosa vanno a fare, ma la considerano una prospettiva migliore”[…]. Nelle famiglie più numerose le primogenite spesso vengono scelte per affrontare questo viaggio ed essere d’aiuto ai parenti. Nella maggioranza dei casi, però, la vittima di tratta non sa quale sarà il suo destino e viene raggirata: qualcuno le dice di avere un’amica in Italia che cerca ragazze per un negozio, per fare treccine o fare le baby sitter»2

Occorre rendersi conto, a dispetto di ogni favolosa proiezione, qual è il destino reale che le attende: il più delle volte quello della strada.

Le donne, spesso minorenni, sono di frequente quindi affidate alla cura di presunti parenti o amici delle famiglie che le consegnano, ignare ma non sempre, del fatto che il sogno di una vita altra e migliore sarà presto disatteso, per propugnare loro una quotidianità di violenza e sfruttamento. «La giovane nigeriana sarebbe stata prelevata da una comunità di Noto dall’organizzazione diretta da Sonis Ada, chiamata “Madame Sonia”, affidandola alla sorella Charity Adesuwa Edokpayi in provincia di Ascoli Piceno. Lì la giovane è stata costretta a prostituirsi per saldare il cosiddetto “debito di ingaggio”. Per tenere in schiavitù le ragazze, l’organizzazione riusciva a mantenere tramite i sodali in Nigeria rapporti costanti con i familiari delle ragazze, avevano cura di avvisarli e minacciarli ogni qual volta le giovani opponessero resistenze, tentassero la fuga o non si impegnassero nella prostituzione».

Ancora, sempre nel rapporto sulla tratta realizzato da Open Migration, si precisa come «la maggior parte delle volte le vittime indicano gli accompagnatori come zii, mariti, fratelli, in modo da non essere separate da loro. In realtà, precisa l’Oim, non sono altro che boga, “il cui obiettivo è quello di condurle al trafficante che le attende in Europa. Per le reti criminali si tratta della consegna della ‘merce’ da parte di corrieri che viaggiano con le vittime”».

Il boga è il connection man, una delle figure intermedie, “operatori” della tratta cui prendono parte anche il reclutatore in loco, lo ‘sciamano’ che realizza il voodoo – il rito di legamento attraverso il quale alle ragazze viene fatto assumere l’impegno di pagare il debito “contratto” verso chi le farà arrivare in Italia –, le madame e coloro che si occuperanno delle ragazze in Italia. Se si tratta di una persona di fiducia del reclutatore, il boga viene chiamato trolley-man. «In Italia c’è poi il ticket-man – si legge sul sito che, su incarico della madame, va a prendere la ragazza nella struttura dove è stata messa, le paga il biglietto e la mette su un pullman diretto alla sua destinazione finale, che di solito è il Nord».

L’accoglienza non è un valore se non sa garantire sicurezza e dignità della Persona.

L’accoglienza non è un valore se fonda i suoi presupposti sull’ipocrisia del non riconoscere differenze culturali e stadi evolutivi della società e del diritto agito, che possono essere, seppur espressione di relativi propri valori – che il confine tra valore e disvalore sia labile tra mondi lontanissimi lo dimostra la considerazione di alcune pratiche quali ad esempio l’infibulazione –, tra loro in ogni modo diversi e non compatibili. Così se la donna è riconosciuta e tutelata in alcuni ordinamenti e culture non è sempre detto che lo sia in altre allo stesso modo, e i concetti di riconoscimento e tutela restano comunque convenzionali e mutabili mutato il comune sentire.

In Nigeria, secondo la legge islamica il padre ha il diritto, salvo che non rinunci consentendogli di scegliere il marito tra i pretendenti, di concludere i matrimoni a nome dei suoi figli ancora neonati o per conto delle figlie illibate. La regola è temperata dal fatto che la bambina avrebbe la possibilità di recedere dal contratto di matrimonio al raggiungimento dell’età della pubertà. Al consenso dei nubendi per l’instaurazione del vincolo coniugale si aggiunge quello dei genitori posto ad validitatem dalla sharia. Questo enorme “potere” costituisce talora la coperta di liceità per celare vere e proprie “vendite” di quelle che diventeranno il ricambio nella filiera del sesso che non soffre di cali di domanda.

La tratta delle donne a fini di prostituzione è quindi sempre più africana e non solo per le ragioni sinora esposte. La “tratta delle bianche” infatti è meno agevole, poiché «a partire dall’allargamento a est dell’Europa, consolidatosi nel 2004, per le ragazze provenienti dall’ex blocco sovietico veniva a mancare una delle precondizioni che porta le donne a finire in balia di gruppi criminali e schiavisti: la clandestinità e l’assenza di documenti. Il poter entrare regolarmente nei paesi Ue non significa che le condizioni sociali e lavorative siano necessariamente migliorate. Ma vuol dire che le migranti da est non sono più obbligate a rivolgersi a reti informali, criminali e simil-mafiose per poter attraversare i confini e accedere a un lavoro o un’abitazione. Lo stesso non avviene per le nigeriane, che, infatti, come dimostrano i dati più recenti dell’Agenzia europea per la sorveglianza dei confini, Frontex, rappresentano stabilmente uno dei principali gruppi nazionali che si affidano ai trafficanti di uomini per giungere in Europa.»3

L’accoglienza non è un valore se nella sostanza degli avvenimenti “sospende” i diritti umani di alcuni, in questo caso le donne, negando loro il diritto primo alla libertà e il suo corollario alla dignità.

L’accoglienza non è un valore se “ratifica” nella pratica le condotte criminali delle nuove mafie internazionali ormai salde sul territorio nazionale.

Ancora, non è Salvini o chi per lui ponga in essere politiche di trattamento dello straniero giunto clandestinamente molto restrittive, a non avere cura dei diritti umani, ma la negazione degli stessi caratterizza già il “nido” all’interno delle quale nascono queste sfortunate e che non le tutela, per un limite culturale abnorme in forza del quale sono res, merce di scambio su cui fare profitti. La migrazione non necessariamente comporta un miglioramento alla loro condizione, anzi, di solito la peggiora. E questi sono fatti.

Chi è per l’accoglienza a priori può anche lavarsi le mani alla fontana di un buonismo sconclusionato, ma non sta lavando via l’onta della complicità con i più mostruosi meccanismi di schiavitù di cui un giorno si dovrà pagare il conto. Almeno quello morale.

 

Disegno dell’autrice del pezzo.

1-2https://openmigration.org/analisi/dalla-nigeria-a-catania-il-percorso-delle-vittime-di-tratta/

3https://www.osservatoriodiritti.it/2017/05/24/prostituzione-in-italia-nigeria-sostituisce-est-europa/

 

Il revisionismo ha bisogno di risposte, ma la censura rifiuta le domande

L’argomento è scottante e pericoloso, ma ritengo sia intellettualmente e moralmente necessario affrontarlo, quanto meno ponendo alcune domande.

Una legge votata dal Parlamento come aggravante della Legge Mancino prevede la reclusione da 2 a 6 anni, e oltre a 6.000€ di multa per “incitamento all’odio razziale che si fonda in tutto in parte sulla negazione della Shoah o dei crimini di genocidio o di guerra o contro l’umanità”.
Gli Armeni, i Nativi americani, i Curdi non fanno parte dell’umanità se rispetto alle loro tragedie è possibile ogni forma di riduzione, di dimenticanza o di negazione?

Quindi anche il dramma delle foibe è un evento storicamente riducibile a questioni non umane se oggi, 22 giugno, alle ore 21.00, presso il Palazzo del Municipio di Genova, si tiene l’incontro intitolato “Foibe: la grande menzogna”?

E se un altro convegno fosse intitolato “La Shoah: la grande menzogna”, cosa accadrebbe nella democrazia della parola e della scrittura?

Chiedo questo perché nell’ultimo libro di Lucarelli e Picozzi viene riportata, e condivisa, una dichiarazione del museo dell’Olocausto di Washington secondo il quale “a morire sterminati nei campi di concentramento nazisti non sono stati sei milioni di ebrei, ma dai quindici ai venti milioni, uccisi nelle oltre quarantaduemila strutture tra i campi tedeschi” e quelli diffusi in Europa. Non chiederò nessuna verifica di questa affermazione, perché la legge mi impedisce di parlarne, ma posso avere un mio pensiero o anche solo per questo devo aspettarmi una perquisizione, una denuncia e un arresto?

Per parafrasare una celebre citazione di Orwell: nel tempo della censura più feroce pensare diversamente è già un atto rivoluzionario. E il pensiero non è arrestabile, né multabile e né sopprimibile, se non con la morte del pensante.

 

Foto di Alfonsa Cirrincione.

Salute e fondamentalismo scientifico

Con la formazione del nuovo governo e l’avvicendamento al Ministero della salute, si rinverdiscono le mai sopite polemiche fra le diverse posizioni (pro vax e no vax; scientisti e antiscientisti) che tanto hanno agitato politica e pubblica opinione in questi anni. La sensazione è che spesso ci sia un approccio aprioristico e giacobino da entrambe le parti. Non solo da parte di chi vuole negare legittimità e traguardi alla scienza e alla medicina, ma anche da parte di chi – sull’altro fronte – liquida ogni dubbio o obiezione come ignoranza troglodita. Come in tutte le cose, ritengo che “in medio stat virtus” e vorrei spiegarmi meglio, portando come esempio una vicenda vissuta in prima persona.

Nel 2010 mio padre, allora 70enne, andò al San Raffaele, perché negli ospedali della nostra città non riuscivano a dargli una spiegazione dei disturbi di cui soffriva, fra cui la presenza di sangue nelle urine, malgrado un trascorso di tumore alla vescica di circa 15 anni prima. Al San Raffaele, quella che doveva essere una operazione di “ispezione” di quella che qui avevano identificato come “ciste” renale, diventa un intervento chirurgico complicatissimo, da cui mio padre si sveglia – trascorsi 3 giorni fra la vita e la morte – senza un rene (tolto); senza una parte dell’altro rene (resettato) e senza la milza (era completamente spappolata). Dentro la ciste, infatti, c’era un tumore maligno. Dopo due mesi di degenza, mio padre si riprende e continua la sua vita pressoché normale.

Trascorsi un paio di anni, i controlli periodici a cui è sottoposto, segnalano la presenza di una massa vicino al rene, in lenta ma costante crescita. Considerata la cartella clinica, appare ovvio e scontato ai medici di qui pensare ad una massa tumorale di nuova formazione. I medici pongono mio padre di fronte a due alternative: lasciare le cose come stanno (lui è anziano e la massa crescerebbe lentamente, anche se inesorabilmente) o affrontare una nuova cura sperimentale che dovrebbe, se non far regredire, almeno arrestare lo sviluppo della massa. Mio padre decide di sottoporsi alla terapia: per 12 mesi, una volta al mese, si sottopone ad una iniezione che gli comporta una serie di effetti collaterali molto negativi e che – pur non costando niente a lui in quanto soggetto esente – comporta una spesa per la sanità pubblica di circa 1.500 a singola iniezione.

Trascorso l’anno, gli esami dimostrano che la massa non è regredita, non si è arrestata nella crescita, ma anzi è aumentata di volume. Mio padre torna al San Raffaele e si sottopone ai controlli. Diagnosi? La massa non è un tumore, ma un pezzettino di milza, sfuggito all’operazione di qualche anno prima che – a dispetto dell’età avanzata di mio babbo, per quella sete primordiale che la vita ha di se stessa – si rigenera e cresce (milza e fegato lo fanno, come ci insegna Prometeo), semmai dando conferma di un buon quadro clinico generale. Tutti contenti, ovviamente, ma mio padre per un anno è stato trattato in un ospedale pubblico (non dal medico frichettone) in un reparto di oncologia, da personale affermato, come paziente oncologico e trattato con una terapia inutile e di cui peraltro non si conoscono ancora gli effetti tutti. Io non so per certo che quei medici non erano degli scienziati pazzi che volessero inoculare chissà che ad un paziente anziano, dato per perso e usato come cavia. Non pendo neanche fosse una questione di interessi economici.

Io credo che spesso nell’esercizio delle professioni (e quella medica non fa eccezione, anzi) ci sia la supponenza; la superficialità; i limiti umani intrinseci ed estrinseci (di certo al San Raffaele la casistica è ben maggiore di quella di altre realtà) le certezze granitiche che spesso nascondono competenze limitate; aggiornamenti mancati; la vanità professionale di vedere confermata un’idea preconcetta o una diagnosi già formulata. La medicina è una frontiera che si arricchisce ogni giorni di nuovi traguardi, alcuni dei quali smentiscono prassi e soluzioni precedentemente considerate efficaci.

La fede cieca e aprioristica nella medicina (e nella scienza in genere) dimentica che essa è revisionista per sua stessa natura: la ricerca scientifica ha proprio lo scopo di testare i risultati ottenuti e migliorarne gli effetti. La fede cieca nella medicina, dimentica che essa è fatta da uomini che come tali falliscono e sbagliano: anche in questo ambito, non esistono dogmi e postulati incontrovertibili ed è corretto documentarsi e valutare criticamente, anche con l’aiuto di professionisti che stimiamo, senza isterie o paranoie, ma anche senza lo zelo fideistico del novizio di una religione mistica e rivelata.

 

La foto in alto è dell’autrice del pezzo.

Anche i petalosi piangono!

La reazione degli esponenti della sinistra radical-chic e petalosa all’annuncio della squadra di governo è emblematica.

Non una parola di elogio per uomini che – in nome della volontà popolare, che si concretizza nella maggioranza assoluta di cui godono alle camere – hanno tenuto la schiena dritta sfidando ricatti e minacce di potentati economici, della finanza, di potenze straniere concorrenti, come una “sinistra” seria (stavolta metto le virgolette, per rispetto alla storia della tradizione socialista ormai morta e sepolta) avrebbe altresì fatto a prescindere, ma accuse (lanciate ancora prima del giuramento stesso!) delle solite corbellerie che ripetono come un mantra: -sessismo, -omofobia, -razzismo,-ha stato putin,- trump 30 anni fa ha toccato il culo a un’attrice ecc ecc.

Consuete corbellerie che danno la misura di quello che è diventato lo schieramento progressista di ogni paese occidentale nel 2018: un mondo che si schiera dalla parte della reazione e della distruzione dei diritti sociali dei lavoratori, per precarizzarli e poi schiavizzarli del tutto (si sono indignati di più per l’annuncio di Fontana al ministero della famiglia di quanto non fecero per il jobs act!!). Diritti sociali in compenso sostituiti, nelle loro battaglie, dai cosiddetti “diritti civili”, che passo dopo passo porteranno alla distruzione del principio stesso di famiglia (società naturale formata dall’unione di uomo e donna, come cellula base della società). Principio, si badi bene, non proprio dei cattolici integralisti, ma sancito dalla Costituzione italiana all’art. 29. E ciò –sempre che non si inverta la rotta nichilista e laicista degli ultimi anni- a tutto vantaggio dei grandi potentati economici che avrebbero tutto da guadagnare dalla nascita di un “individuo monade”, privo di legami famigliari, comunitari, sociali. Insomma, non un uomo nel senso aristotelico del termine, cioè uno “zoon politikon”, ma in compenso un consumatore perfetto, ingranaggio del sistema economico totalizzante.

Se poi consideriamo che in realtà nel contratto di governo non c’è né la revisione della legge 194/78 né l’abrogazione del Cirinnà, possiamo affermare che l’isteria di lorsignori è, oltretutto immotivata, e appare quindi un attacco discriminatorio rivolto a un ministro (Lorenzo Fontana) che ha l’unica colpa di essere cattolico praticante. Nel contratto di governo- e concludo- è invece auspicata, tra le altre cose, una revisione del jobs’act e della Fornero, ed è sottintesa una critica alle politiche di austerità imposte dalla Germania, ma di questi aspetti si è parlato poco. Poi continuano a chiedersi perché “hanno vinto i populisti”. Registriamo però che qualcuno, da Fassina a Rampini, nel mondo giornalistico e politico della sinistra sembra quasi che stia ravvedendosi: forse, anche per loro, non tutto è perduto.

*Interessante, rispetto a questi ragli, sarebbe cercare di capire, ad esempio, il ruolo del governo Trump in quello che è successo in Italia nell’ultima settimana. Ma è una questione molto complessa, perché siamo nell’ambito dello scontro tra centri di potere in atto negli Usa e in quello tra gli usa stessi e la Merkel. Meglio aspettare nelle prossime settimane le considerazioni degli analisti più attenti.

Il nero è uscito dal gregge

Disclaimer: questo articolo è altamente provocatorio. Se siete liberali, se siete persone che inzuppano il politicamente corretto nel latte a colazione, se siete open-minded, se siete giovani fragili, questa lettura potrebbe essere dannosa. Ricordiamo che non ci sono safe-space nelle vicinanze dove rifugiarsi: leggete a vostro rischio e pericolo. 

Cosa è razzismo, cosa non è razzismo 

“È impossibile parlare del razzismo di oggi se non si ricorda il razzi­smo di ieri” diceva Gian Antonio Stella. 

Il razzismo: che tematica ampia. Certamente una delle più scottanti degli ultimi anni: accendiamo il telegiornale e sentiamo parlare di razzismo, apriamo i giornali ed ecco una disquisizione finissima sul razzismo, parliamo con qualche amico al bar ed ecco che ogni scusa è buona per blaterare di razzismo. 

L’uso indiscriminato di un termine ne comporta l’annacquamento, l’annacquamento fa sì che – in sintesi – se tutto è razzismo allora nulla è, davvero, razzismo. 

Ecco quindi che ad oggi ognuno pretende di spiegarci cosa sia e cosa non sia questo odioso (così ci hanno insegnato, almeno spero) fenomeno che, a quanto sembra, si annida potenzialmente anche in uno sguardo, in un gesto, in una frase detta o non detta. 

Cosa diamine è questo razzismo? Affidiamoci alla sapienza di Treccani, che ci dice che si tratta della “concezione fondata sul presupposto che esistano razze umane biologicamente e storicamente superiori ad altre razze”. Oh, è consolatorio: allora è come pensavo. Razzismo è credere che una razza possa essere considerata superiore ad un’altra. 

Quindi l’esercizio mentale del considerarsi superiore ad un ignorante è del tutto legittimo: ma esso diventa razzismo se pensiamo di essere superiori, che so, a tutti gli asiatici o a tutti i neri, solo in virtù del colore della nostra pelle. 

Finita questa brevissima disanima sul concetto di razzismo (del resto, sussiste un rapporto di proporzionalità inversa fra la semplicità del fenomeno e la complessità della sua narrazione nei media occidentali) concentriamoci su quest’ultima. 

Cos’è il razzismo, secondo i nostri media? Si direbbe un fenomeno intrinseco ad ogni movimento non-di-sinistra, non-democratico, non-open-minded, non diritti-per-tutti. 

Insomma, ve la farò breve: se sei di destra, sei uno zoticone razzista. O un imprenditore razzista (perché magari racconti qualche barzelletta sconcia sui neri o sulle rumene). 

Se sei di sinistra, le possibilità che tu sia razzista si avvicinano allo zero: perché sei in definitiva mentalmente aperto, ritieni che siamo tutti uguali sotto questo cielo ingiusto, e pensi che la libertà di espressione individuale sussista per tutti (tranne che per i razzisti, ovviamente). 

Ecco quindi che siamo di fronte ad una auto-legittimazione, alla creazione di una zona franca e di una zona minata: se ti riconosci in un movimento politico-culturale di destra, devi sempre stare attento a dove metti i piedi. 

Se invece pensi da uomo di sinistra liberale, allora puoi spostarti tranquillo nel campo minato del politicamente corretto: è davvero molto, molto difficile che un tuo comportamento possa essere ritenuto razzista. 

Non finisce qui: nel mondo odierno, infatti, questa “bontà aprioristica” e “incapacità di offendere” non riguarda idealmente chi milita o si riconosce nella sinistra liberale, ma anche le persone appartenenti a minoranze etniche. Se sei nero (anche sbiadito), giallo, verde è logico che tu in una società occidentale rappresenti la minoranza. E dato che la sinistra liberale non vuole offendere la minoranza, ella saluta in te, straniero, la tua eredità di sofferenze e di discriminazioni, cercando di fare il possibile per farti sentire a tuo agio. 

No, non gliene frega niente se sei afroamericano ma tuo zio era Tupac e quindi sei cresciuto ricco sfondato di soldi, circondato da donne, se hai studiato nelle migliori università e non dai l’elemosina ai barboni. 

Sei nero, dunque tu incarni la minoranza, sei minoranza. Come tale, avrai sempre diritto ad un trattamento di riguardo: il che non significa che la sinistra liberal ti stenderà il tappeto rosso, ma piuttosto che basta che tu salga su un piedistallo con in mano il discorso di Martin Luther King (se non te lo ricordi grida solamente “I have a dream” e la folla andrà in visibilio) perché il New York Times ti dedichi un articolo in prima pagina. 

Avete questo ritratto di fronte agli occhi? Bene, proseguiamo. 

Tutti i neri sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri” 

Questa noiosissima premessa apre il discorso ad un fenomeno (antropologicamente? Forse. Culturalmente di certo) interessante, da leggere alla luce delle premesse appena fatte. 

Ricordate? Ci sono due uomini, uno vive nella zona franca, l’altro nel campo minato. Partono da due situazioni di disuguaglianza mediatica: il primo rischia continuamente di essere frainteso, il secondo avrà sempre un’aureola di bontà e di progresso che lo illumina addolcendone i tratti. 

Ora, succede che ad un certo punto il meccanismo si ingrippa. E si ingrippa perché una pedina non va dove dovrebbe.

La pedina di oggi si chiama Kanye West. Kanye West (se non lo conoscete siete perdonati) è un musicista e cantautore di colore (questa premessa è importante) con milioni di follower sui social, sposato con la famosa Kim Kardashian. 

Ebbene, Kanye qualche giorno fa ha fatto una mossa che potrebbe costargli anche la carriera: ha elogiato il cattivissimo razzistissimo omofobissimo misogino e dittatore Donald Trump. Lo ha definito “un fratello”. Si è fatto pure firmare il cappellino della MAGA, lo stronzo.

Le conseguenze non si sono fatte attendere: Kanye ha perso 9 milioni di follower (secondo il Corriere della Sera) dopo l’elogio a Donald. 

“Kanye West ci ricasca” scrive il Corriere. “È ora di farla finita con Kanye West” scrive un lapidario The Submarine, demolendo il cantante e chiamandolo “troll dell’alt–right” poi parlando della “misoginia mai troppo domata di West” arrivando a dire che il suo ultimo disco trasuda “aggressività ipermascolina” (e che cosa significa, preferiamo non saperlo). 

Non solo: si sprecano anche gli insulti all’intelligenza di Kanye, arrivando a dire che “West è stato indotto a credere che la alt–right sia parte del suo brand perché attivisti e personalità hanno rivendicato la sua partecipazione in maniera sistematica”. 

Leggasi: West non è in grado di intendere e volere, è stato spinto a scrivere qualche frase di elogio a Trump da una non meglio precisata influenza esterna, e nel caso disperato in cui invece intendesse davvero farlo, sappiate che è un fallito, un misogino ed un maschilista. Così, a caso. 

Insomma, Kanye ha simpatizzato per il novello baffuto che sembra uscito da un’America dipinta da Roth? Shame on you. Shame a frotte, titoli schifati sui giornali, follower che svolgono il loro atto di indignazione quotidiano schiacciando il tasto “unfollow” sul loro iPhone, critici musicali che cominciano a trovarti meno geniale, artisti famosi che si rivendicano come alternativi dicendo quello che nessuno prima d’ora aveva mai detto: come può un nero simpatizzare per Trump? 

Già, come può? E come può Toni Iwobi, primo senatore di colore italiano – eletto dalla Lega dove milita da 25 anni, amico di Matteo Salvini – stare in un partito così razzista? 

Più di tutto, come si permette? Come si permettono? 

E anche per Iwobi, giù insulti del tipo “Negro da giardino” (nascondendosi dietro il fatto che questa frase è stata coniata da Malcom X per indicare i neri che, al tempo della schiavitù, per assicurarsi uno stile di vita migliore giungevano a tradire i loro “fratelli” e a diventare i lecchini dei bianchi). E la sinistra tace.

Come si permette un nero di pensare altrimenti? 

Già, come diavolo si permette un nero di pensarla diversamente da come io penso che sia giusto? 

A questo punto il lettore confuso mi farà notare che questo atteggiamento potrebbe essere definito razzista.

Ma io lo correggo subito: no, non è un atteggiamento razzista, perché chi esprime questi pensieri fa parte della sinistra liberal. Ricordate il discorso di prima? Zona franca dal razzismo. Potete sbizzarrirvi, potete dire quello che volete a quei due brutti negri che hanno osato tradire la loro razza, esercitando il loro pensiero al di fuori di quello stretto recinto della prevedibilità. 

Il nero o è di sinistra, liberale, anti-razzista, democratico, o non è. Altrimenti è solamente un troll dei bianchi, uno scemo, uno sfigato, oppure un traditore, un voltagabbana. 

Ma un voltagabbana per chi? Ma per la sua razza, ovviamente. 

No, no, pensarla così non è razzista, assolutamente. Pensare che un nero – proprio perché nero – debba avere precisissime idee culturali, politiche, economiche, è del tutto normale. È giusto punire il nero che esce dal gregge: parola di un bianco, ma di sinistra e liberal. 

 

L’immagine in alto è dell’autrice dell’articolo, Grazia Roversi.

Sotto il regime di Basaglia

Ogni volta che mi trovo a discutere di qualche fenomeno genericamente inteso come sociale, sia esso riguardante l’economia, la salute, la politica o l’ampia area della cultura, premetto sempre un avvertimento di Jünger: «Il tentativo di venire a capo di un’epoca con i soli mezzi offerti da questa, si consuma nel girare a vuoto intorno ai suoi luoghi comuni: non può riuscire».

Cito questa raccomandazione come un mantra, per tentare di distogliere lo sguardo ipnotizzato della maggioranza dal gioco di specchi delle interpretazioni e delle soluzioni offerte dal sistema da parte dell’informazione di massa, dagli spacciatori dell’ovvio dei popoli.

La questione della psichiatria basagliana, quella che ha da anni il massimo impatto mediatico grazie ad un apparato di propaganda e di lavaggio del cervello estremamente capillare e pervasivo, non può né deve sfuggire a questa attenzione.

La leva di cui usufruisce per attivare l’attenzione del pubblico è l’emotività, la ricerca capziosa della lacrima e della compassione, agitando immagini di manicomi, letti di contenzione e camice di forza. A questo impatto visivo vengono associate alcune demagogiche parole chiave come diritti del malato, centralità della persona, presa in cura ed altri ameni miraggi.

La realtà, invece, quella realtà che risulta a coloro che dei malati si occupano, e con essi delle loro famiglie e del contesto di appartenenza, è molto meno rosea e vincente dei proclami pressoché quotidiani divulgati dai sodali di Franco Basaglia.

È impossibile per lo spazio contestuale entrare nel merito degli specifici disastri che questo personaggio, e la legge 180 allo stesso erroneamente attribuita, hanno prodotto e producono, per cui è necessario focalizzare l’argomentazione sulla valenza politica di questo impianto ideologico.

Come il grande stratega von Clausewitz delineò la politica come una guerra condotta con altri mezzi, si può documentatamente affermare che l’impostazione della psichiatria basagliana è la politica condotta con altri mezzi. Perché è di politica che si occupano Basaglia e basagliani, e con essa di economia, di giurisprudenza e di affari sociali.

Troppi glissano volutamente sugli aspetti più tendenziosi e settari di questa strategia, e sempre troppi sono scarsamente informati dei contenuti più pericolosi che a questa fanno da indirizzo e da supporto.

Come nel celebre racconto di Edgar Allan Poe, “La lettera rubata”, la verità è davanti agli occhi di chi è predisposto a vedere, di chi decide di uscire dal gioco di specchi che rimanda sempre ad altro, confondendo tracce e distogliendo attenzione.

La nave che affonda” è un documento del 1977, ripubblicato nel 2008 e considerato«straordinariamente vicino a noi», nel quale un giornalista interroga i pilastri intellettuali della 180, e che è considerato il catechismo ideologico del basaglianesimo.

Si va dalla negazione della diagnosi, che «sottrae il senso politico», all’esaltazione della lotta di classe di cui «la base è espressa dall’internato psichiatrico», alla rivendicazione di creare «una situazione di difficoltà nella logica dell’ordine pubblico», fino ad affermazioni del tipo «lo psichiatra (…) un terrorista lui stesso», o «scardinare un certo tipo di società», o ancora «oggi dobbiamo sacrificarci per mettere un piedi una logica rivoluzionaria».

Insomma, un vademecum comportamentale che passa attraverso la qualifica della scienza e della psicologia, la denigrazione di ogni cultura clinica e, addirittura, alla diagnosi di delirante affibbiata al grande psichiatra e psicoanalista Giovanni Jervis, proprio da chi la rifiutava e la rifiuta come strumento stigmatizzante.

Questo è il basaglianesimo. Questo è l’impianto ideologico sul quale si basa la retorica sulle buone pratiche e sulla centralità della persona. Questo è l’obiettivo reale della tanto decantata prassi di presa in carico della sofferenza e dell’emarginazione.

Il progetto di Basaglia e dei suoi accoliti è stato applicato e continua ad applicarsi attraverso alcuni dispositivi mirati e perseguiti con una logica ed una metodologia inossidabili.

Esclusione, diffamazione e svalutazione di chiunque critichi e non si sottometta al pensiero unico basagliano e ai suoi codici settari. Rifiuto del minimo controllo e della più ragionevole verifica dell’operato messo in atto nella pratica concreta. Applicazione della più pressante e spesso falsificata propaganda attraverso operazioni cartacee e televisive. Occupazione pervasiva di spazi culturali, amministrativi, giudiziari e politici di affiliati e sodali che perseguano le medesime finalità di potere.

Ecco il perché del collegamento tra Basaglia e von Clausewitz, con tutto il rispetto per il grande stratega prussiano. Oltre l’illusionismo buonista e la retorica socioiatrica, il basaglianesimo è un apparato organizzativo che gestisce un enorme potere sia politico che economico, e di questo bisogna tenerne conto, soprattutto quando – giustamente – si intende porre mano al cambiamento della Legge 180, perché limitarsi al maquillage di tipo sanitario si finisce a «girare a vuoto», tanto per ripetere le parole di Jünger, e «non può riuscire», come ha sempre fallito fino ad ora.

 

Illustrazione di Grazia Roversi.

C’è un’ipocrisia più tossica delle armi chimiche

Sgombriamo il campo da ogni possibile dubbio e ipocrisia: la guerra alla SIRIA (e alla Russia) è già in atto da 7 anni in maniera violentissima e indiretta. Se volete, assimetrica. Senza pretesti ridicoli, ma in maniera chiara e infinite volte provata. Ogni altra presunta ragione per scatenare un attacco diretto è legata al misero fallimento sul campo di ogni strategia per farla cadere e il suo bisogno cresce proporzionalmente all’avanzare e alle vittorie dell’esercito siriano.

Una storia non nuova, vista ad Aleppo, nel Ghouta e ora anche a Douma. Mai uno straccio di prova, mai un osservatore parziale o imparziale sul campo a raccogliere analisi e prove (nonostante gli inviti del governo e dei russi), ma solo un gridare compulsivo di bugie ai media e un’isterica fretta nel cercare uno spazio d’azione bellica fuori da ogni diritto e organizzazione internazionale.

Superato il casus belli del momento, va tutto nel dimenticatoio, in attesa di crearne uno nuovo. Ci si dimentica anche che le obsolete armi chimiche siriane sono state censite e fatte distruggere molti anni fa sotto supervisione internazionale, che ha coinvolto anche l’Italia. Non cosi quelle delle nazioni che foraggiano i “ribelli”, non così quelle in mano alle marionette jihadiste. Ci si dimentica anche che le potenze occidentali e arabe sono già illegittimamente presenti e combattenti in Siria. Turchi, Americani, Israeliani, Francesi e Britannici sono presenti con truppe e consiglieri militari per aiutare, addestrare e consigliare militarmente i ribelli.

Per invadere e occupare porzioni di territorio siriano. Spesso, finiscono anche per cadere nelle mani dei soldati siriani. Sono invasori di fatto, sono violatori di ogni diritto internazionale e bellico, sono invasori e assassini. Prove provate, azioni rivendicate, filmati e morti reali sul terreno. Mi spiegate, a monte di ogni manfrina, quale legittimità, diritto e credibilità possono avere questi stati nella questione interna siriana? Quale stortura mentale porta giornalisti, politicanti e popolo bue, a ripetere come verità palesi invenzioni mai provate in vece di vere omissioni su fatti certi, visibili e per giunta ammessi?

Il trionfo della malafede unito a quello della demenza di chi gli conferisce anche una qualche credibilità.

Sette macrobiotiche e digiuno di relazioni sociali

Risale a pochi giorni fa la notizia secondo cui una setta macrobiotica sia stata smantellata con accuse di sfruttamento e riduzione in schiavitù degli adepti. Come riportato da importanti testate nazionali come Il Corriere della Sera il principale indagato è il guru Mario Pianesi conosciuto con lo pseudonimo di Ma-Pi. Aveva costruito un vero e proprio «impero» del cibo macrobiotico, lo “specialista” indagato dalla magistratura di Ancona perché avrebbe manipolato i suoi pazienti costringendoli a vivere in un regime da vera e propria «setta».

Di cosa parliamo nello specifico? Cominciamo parlando dell’indagato: il ricercatore-benefattore aveva affermato che «26 pubblicazioni scientifiche su riviste internazionali hanno dimostrato che le diete Ma-Pi sono uno strumento di prevenzione e cura di tutte le malattie croniche», in pratica si proponeva come guaritore, ma contrariamente ai vari santoni che vediamo in trasmissioni televisive di dubbia rilevanza scientifica e giornalistica – Le Iene e Striscia la notizia -, non si accontentava di guarire una malattia specifica come il diabete o un gruppo di patologie simili come i tumori, no, lui poteva curare praticamente tutto.

Ammetteva: «[…]In Italia ufficialmente ho la licenza di terza media e quindi non posso dare pareri medici», ma il fatto di non aver nemmeno completato l’odierna scuola dell’obbligo non ha impedito a Pianesi di vantare riconoscimenti internazionali: «Nel 2007 il Presidente dell’Accademia delle Scienze della Mongolia, Prof. Baataryn Chadraa, mi ha dato la Laurea Honoris Causa come Professore di Scienze per “aver risolto alcuni problemi ambientali” nel Suo Paese e una Laurea Honoris Causa come Dottore in Medicina per “aver risolto alcune patologie” con la mia dieta».

Insomma a suo dire Pianesi era un Nobel mancato per la medicina, probabilmente vittima di complotti planetari poiché i suoi metodi di cura si fondavano essenzialmente su diete specifiche senza l’utilizzo di alcun farmaco. C’è materiale per ricamarci su un romanzo a quanto pare. Tuttavia ciò di cui si parla meno, forse per rispetto e discrezione o forse perché desta meno scandalo ed interesse sono le vittime, le numerosissime vittime. Infatti l’associazione Upm di Pianesi è diffusa in ben 15 regioni italiane anche se i suoi centri si trovano principalmente tra Marche, Romagna, Abruzzo e Lombardia, contando in tutto – secondo gli inquirenti – su 100 punti vendita e ben 90mila adepti circa. Quindi è come se Pianesi avesse sotto diretto controllo l’intera popolazione della città di Pisa.

Si potrebbe dire che tutto ciò sia frutto dell’impoverimento culturale italiano, ma questo è vero solo in parte. Nei paesi occidentali si sta diffondendo – anche come moda – l’avversione alla medicina, ai farmaci, in quanto non naturali, e quindi non sani.

Questa avversione è partita con motivazioni condivisibili, cioè contrastare gli ipocondriaci che assumono e consigliano l’utilizzo di numerosi farmaci in quantità spesso spropositate. Tuttavia la storia insegna che fin troppo spesso un estremismo finisce col crearne un altro identico ed opposto, arrivando a produrre movimenti che mettono in atto del vero e proprio terrorismo psicologico per poter pescare più adepti possibili tra le masse. E ciò funziona particolarmente bene se si promette di poter curare delle malattie a quanto pare. Vedendola in questi termini si può confermare che queste siano in effetti le dirette conseguenze di un graduale impoverimento culturale delle masse, che non riescono ad individuare la verità finendo per essere trascinati in vere e proprie truffe.

Tuttavia in questo caso a nostro parere non si può ridurre tutto al solo impoverimento culturale, vi è qualcosa di anche maggior peso nella faccenda: l’impoverimento sociale. È comprensibile che delle persone possano essere raggirate e truffate poiché prive di un bagaglio culturale di base che permetta loro di comprendere quale sia vera medicina e quale no, tuttavia queste carenze non sono sufficienti per accettare di essere ridotti in schiavitù.

Cosa veniva imposto agli adepti? Prima di tutto di seguire delle diete rigidissime, basti pensare che alcuni di essi sono arrivati a pesare anche meno di 40 kg! Ma oltre a tutto ciò vi erano anche altre regole estremamente rigide ed a tratti insensate, come alzarsi dal letto poggiando a terra un determinato piede, lasciare il proprio lavoro per “ripagare” l’impegno dell’associazione lavorando con una paga misera, isolarsi dal mondo con il divieto assoluto di utilizzo di cellulari ed internet, e le pene per i trasgressori erano punizioni corporali.

Ragionandoci sopra è chiaro che per quanto uno o più soggetti possano essere culturalmente poveri non accetterebbero mai una situazione del genere. È chiaro quindi che ci siano altre motivazioni dietro, motivazioni ben comprese dal guru Pianesi. Quando parliamo di impoverimento sociale ci riferiamo all’impoverimento di legami e connessioni sociali, all’isolamento e solitudine dei singoli che attratti dalla prospettiva di poter vivere un’esperienza di “comunità”, di unità, di condivisione finiscono per cedere anche a delle vere e proprie torture.

Tutto ciò dovrebbe farci riflettere sul fatto che la nostra società per quanto molto più ricca, ed avanzata tecnologicamente sia più povera rispetto al secolo scorso. Siamo immersi nei cosiddetti “social network” ma questi ci separano dalla vera vita sociale, ci immergono in un mondo in cui conta solo l’apparire, l’approvazione altrui, l’esaltazione del proprio ego e la denigrazione dell’altro qualora non si adegui a noi. Tutto ciò è assolutamente deleterio, porta mancanza di veri legami, mancanza di impegno del creare, rafforzare e gestire dei legami, mancanza di contatto emotivo ed empatico se non a scopo politico, in una parola conduce all’isolamento emotivo dei singoli individui. La solitudine fa male e può indurre a compiere vere pazzie come abbiamo potuto vedere.

Questa vicenda dovrebbe farci riflettere e approfondire sulle cause, sul perché sia stato possibile tutto ciò. Se un uomo con appena la licenza media è riuscito a fare tutto questo si può attribuire ai mezzi di informazione che non fanno più vera informazione socialmente utile? Sì, ma a quanto pare è frutto anche di un malessere diffuso a livello sociale e in questo caso non si può puntare il dito contro un unico colpevole se non verso sé stessi, perché nelle società occidentali in cui vige il libero mercato tutto ciò è dovuto a nostre libere scelte. Siamo noi a dare potere ai mass media seguendoli, ai social network utilizzandoli e lo sottraiamo alle nostre vite e al nostro essere, isolandoci.

 

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.

La crisi dell’uomo occidentale

Certo, donna, tutto quello che dici è caro anche a me, ma avrei molta vergogna dei troiani e delle troiane dai lunghi pepli se restassi come un vile lontano dalla guerra. Né l’anima mia lo vuole: ho imparato a essere sempre coraggioso e a battermi nelle prime file dei troiani con grande gloria per mio padre e per me”.

I versi sopra riportati sono tratti da uno dei passi più celebri dell’Iliade: Ettore, il più valoroso tra i combattenti di Ilio, saluta per l’ultima volta la moglie e il figlioletto. I suoi doveri verso la patria e la famiglia, che gli derivano dall’essere uomo, soldato e principe, gli impongono di affrontare in prima persona il più temibile nemico, figlio di una dea. Nonostante le umane e comprensibili richieste della moglie Andromaca, Ettore non si tira indietro, anche se sa che il suo destino è segnato, e che da quello scontro non uscirà vivo. (1)

Nei poemi omerici, miti fondanti della civiltà europea, è già delineato un tipo umano maschile che avremmo ritrovato perpetuato nei secoli, soprattutto nel medioevo cristiano: il cavaliere. Coraggioso, padrone di sé, protettore dei deboli e avverso ai prepotenti. I cosiddetti “monaci guerrieri”, i religiosi che avevano il compito di proteggere i pellegrini cristiani in terra santa, sono state forse le figure più virili della storia: forti nello spirito, ma forti anche nel braccio, che all’occorrenza sguinava la spada. I più famosi furono i cavalieri templari, anche per le leggende più o meno interessanti sorte intorno alla loro tragica fine. Giusto per citare un’esperienza tra le tante.

Rispondere alla domanda “Cos’è rimasto nell’occidente post-moderno del vir, dell’uomo guerriero?” di certo non è facile, e necessiterebbe di un libro a sé e non di un breve articolo. Tuttavia possiamo rilevare che l’allarme lanciato da sociologi, psicologi e psichiatri (2) è che di questo uomo virile, “dominatore di sé prima che dominatore di altri”- per dirla con le parole di uno che di guerre se ne intendeva (3)- non è rimasto niente. O quasi.

Un caso che ha fatto discutere, e che può forse essere elevato a paradigma, è il fatto di cronaca avvenuto in alcune città tedesche la notte di Capodanno di due anni fa, e di cui “Le Fondamenta” si è già occupato (4): centinaia di donne vennero molestate da stranieri ubriachi, mentre gli uomini autoctoni risultarono… non pervenuti. Un caso limite, certo, ma indicativo di una tendenza. E’ mancato il richiamo dell’istinto, del naturale effetto del testosterone che porta alla difesa del territorio; ma anche e soprattutto della consapevolezza di dover difendere le figure più vulnerabili della proprio comunità di appartenenza, in base al ruolo che gli uomini avevano (avrebbero dovuto avere) nella comunità stessa.

Nella società occidentale attuale-senza generalizzare, ma rilevando una tendenza, come detto, già denunciata da più voci-si sta realizzando una crisi d’identità dell’uomo, nelle sue varie sfaccettature.

Se quella del cavaliere può sembrare una figura anacronistica (sebbene a volte, a quanto pare, potrebbe essercene ancora bisogno) la stessa cosa vale ad esempio per l’uomo visto come padre. Il numero sempre maggiore di divorzi ha fatto crescere un’intera generazione di figli, di fatto, senza la presenza costante della figura paterna. Stando ai numeri, infatti, in Europa occidentale molti nuclei famigliari sono composti solo da “ragazze madri” o donna divorziata con figli. Ciò, non senza danni per il sano sviluppo psicologico di questi bambini, che abbisognerebbero dell’esempio del padre per meglio confrontarsi col mondo esterno.

D’altronde, nel contesto di una società in cui imperversa un femminismo aggressivo, volto a colpevolizzare l’uomo in quanto tale, e in cui sta prendendo pericolosamente piede la cosiddetta “ideologia di genere”, che sostiene che non ci sono distinzioni tra i sessi, né legami tra il sesso e la natura, in quanto il sesso stesso non è appunto un dato naturale ma una costruzione sociale (5) che dipende dai capricci di ognuno, non ci stupiamo se l’uomo nelle sue declinazioni storiche e naturali più immediate, quelle di pater e milis, sia in crisi.

Non che gli uomini, però- e giungo alle conclusioni finali- non siano corresponsabili di quanto sta accadendo. Siamo noi- o forse tanti di noi, non tutti, deo gratias– che abbiamo abdicato al nostro ruolo, che abbiamo creduto che il principio di autorità equivalesse davvero all’autoritarismo (eh, è più facile non avere responsabilità); che la virilità non fosse controllare se stessi, le proprie pulsioni, le delusioni della vita; il misurarsi senza paura coi forti o il proteggere i deboli; ma al contrario che questo concetto si esaurisse nel depilarsi, nel palestrarsi, nel farsi le lampade.

L’uomo non educato a essere uomo, però, può essere anche molto pericoloso e non solo per gli effetti a lungo termine che può subire una società devirilizzata. Non voglio addentrarmi nella questione sociologica del femminicidio (molti contestano il termine stesso, in quanto la maggior parte dei morti ammazzati sono uomini), ma certo i casi di uomini-eunuchi, bamboccioni non in grado di accettare con forza le avversità della vita (un rifiuto, un abbandono) che uccidono la compagna/moglie sono tanti e sono all’ordine del giorno (6). Anche questo potrebbe essere messo nel conto delle conseguenze di quella che ormai possiamo chiamare crisi dell’uomo occidentale.

 

 

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.

(1) dal canto VI dell”Iliade

(2) Alcuni titoli in ordine sparso: C.Risè, “Il maschio selvatico”; R. Cortina, M.Recalcati “Cosa resta del padre”; L. Zoja, “Il gesto di Ettore”

(3) tratto da “Militia” di Leon Degrelle

(4) http://www.lefondamenta.it/2018/01/14/violenze-sessuali-colonia-doverano-gli-uomini/

(5) ideologia di genere che di certo non dispiace alle lobby economiche mondialiste, che dalla nascita di un essere privato non solo dell’identità etnica e religiosa, ma anche di quella sessuale, cioè di un individuo monade, privo di legami, avrebbero solo da guadagnare, in quanto rappresenterebbe il prototipo del perfetto consumatore. Sul tema tra l’altro si può leggere “Unisex” di G. Marletta

(6) tema delicato e discutibile, ma qui affrontato con lucidità da M. Blondet http://www.iltimone.org/news-timone/il-mostro-palestrato-e-abbronzato-in-noi-perch-il/

Il tramonto di Dixie: breve sintesi della guerra civile americana 1861-1865

-There was a land of cavalliers and cotonfields, called “Old South”- da “Via col vento”

Nei mesi scorsi si è avuta notizia della rimozione, in alcuni stati del sud degli Usa, di alcune statue di militari e politici della Confederazione. Non è mia intenzione, in questa sede, discorrere sull’assurdità del “politicamente corretto” che va a sfociare in atteggiamenti iconoclastici di negazione di una storia con la quale non si vuole fare i conti; vorrei altresì chiedermi, da un punto di vista storico, se davvero la guerra civile Usa è stata una guerra “giusta”, condotta dai buoni nordisti per “liberare gli schiavi del sud”, o se questa visione è, almeno in parte, riduttiva e forzata (1). D’altronde occuparsi di questa guerra è fondamentale, perchè si tratta di un evento di importanza epocale: il conflitto, che possiamo definire la prima guerra totale e moderna, ha visto impiegate, tanto per fare un esempio, la prima corazzata e il primo sommergibile . (2)

Tradizione e modernità

Un altro aspetto per noi importante, legato a questo evento, è che tra il 1861 e il 1865 negli Usa si sono affrontate due visioni del mondo, opposte ed inconciliabili: l’aristocrazia contro la borghesia, la tradizione contro il modernismo. Non è un caso che mentre in Europa tutte le sinistre, marxiste o liberal-progressiste che fossero, parteggiassero per gli uomini in blu dell’Unione (Marx mandò le sue felicitazioni a Lincoln) il cuore di tutti i conservatori, con in testa il Papa beato Pio IX, battè per la Confederazione degli stati del Sud. (3)

Verso il conflitto: le premesse ideologiche ed economiche

Vediamo ora come si arrivò al conflitto. Questo, di fatto, si aprì con le cannonate sparate il 12 aprile 1861 contro la base di Fort Sumter, un forte del governo federale di Washington situato nel territorio della Carolina del Sud, ma le premesse vanno ricercate molto più addietro, nelle differenze tra la società nordista e quella sudista. La prima, il mondo degli yankee, era moderna, industriale, capitalista, borghese e individualista. Il vecchio Sud era invece una società rurale, aristocratica, arcaica e tradizionalista. Scriveva uno dei padri della patria americana, il virginiano Thomas Jefferson, alla vigilia della guerra d’indipendenza “…la gente del nord ha la mente fredda. E’ sobria, laboriosa (…) Quella del Sud è fiera, indolente, più facile all’ira ed all’entusiasmo, più sensuale, gelosissima delle proprie libertà…”. (4) Queste differenze, alimentate anche dalla diversa cultura religiosa, calvinista e puritana al nord, in prevalenza anglicana e cattolica al sud, si riflettevano in interessi economici divergenti. I nordisti aspiravano a potenziare l’industria nazionale attraverso una politica mercantilista, basata su forti dazi doganali, e volevano al contempo potenziare il mercato interno, costruendo nuove strade, ponti, ferrovie. Ma per fare tutto questo servivano molti fondi, ed essi pensavano di reperirli, ancora una volta, con i dazi. Ma ciò cozzava con gli interessi del sud agricolo, liberoscambista per vocazione, che esportava il suo cotone in Europa, e in Europa acquistava i manufatti industriali di cui necessitava.(5) Molto rilevante fu la questione circa la struttura da dare ai nuovi stati acquisiti: sarebbero stati modellati sull’esempio degli stati del nord o del sud? E’ vero che fino alla seconda metà dell’800 al congresso federale il nord era stato maggioritario ed era riuscito ad imporre le sue istanze, a tutto danno degli interessi del sud, ma con l’affermarsi di nuovi stati liberoscambisti gli equilibri avrebbero potuto modificarsi (6) Inoltre è vero anche che, almeno fino al 1850, la classe politica federale aveva capito le differenza tra il nucleo virginiano e quello della Nuova Inghilterra e aveva governato con equilibrio. Il giocattolo iniziò a rompersi con lo sviluppo industriale: “…l’esplosione della rivoluzione industriale aveva mutato tutto: ora il nord era diventato un gigante in prepotente espansione e rapidamente andava asservendo, inglobando, rendendo simile a sé tutte le sezioni degli Stati Uniti” . (7) Ogni tentativo di giungere ad un accordo, negli ultimi mesi, era fallito. Così, quando nel 1860 venne eletto un rappresentante degli interessi industriali del nord come Lincoln, la Carolina del Sud proclamò la secessione, seguita a ruota da Alabama, Georgia e Mississippi. Alla fine, su un totale di 33 stati, 11 aderirono alla Confederazione del Sud.(8) Ma chi era Abram Lincoln? Di certo non l’eroico antischiavista di cui a volte si è parlato. Nel 1858 si era pubblicamente impegnato a “…non sostenere in alcun modo l’uguaglianza politica e sociale fra la razza bianca e quella nera. C’è fra le due una differenza fisica che, a parer mio, impedirà loro per sempre di vivere assieme su un piede di uguaglianza; e, se una differenza deve esserci, sono favorevole che la razza cui appartengo sia in posizione di superiorità..” (9) Possiamo dunque affermare che il nord fece la guerra perché aveva capito che solo invadendo il sud ed imponendogli la sua economia e mentalità “yankee”, gli Usa sarebbero diventati una superpotenza. Inoltre, in pieno sviluppo industriale, al nord serviva manodopera a basso costo: quale migliore idea che “liberare” i neri del sud? Si trattava di milioni di potenziali operai, che avrebbero anche garantito quell’ “esercito industriale di riserva” di cui ha parlato Marx. La questione dell’abolizione della schiavitù, da un punto di vista morale, di fatto ha interessato solo un pugno di puritani fanatici (10). A livello governativo fu sfruttata in modo importante solo dopo i primi anni di guerra, per dare alla stessa una giustificazione ideologica. “Il solo obiettivo è la preservazione dell’Unione: se per far questo occorre mantenere la schiavitù lo farò, se occorrerà abolirla la abolirò”, ripeteva Lincoln. Il Sud, dal canto suo, più che in difesa delle istituzioni schiaviste prese le armi perchè intuì che il protezionismo industriale avrebbe distrutto la sua civiltà, e si battè con eroica disperazione per salvare il suo mondo, e il sacrificio e la libertà di intere generazioni che sulla terra e sulla famiglia avevano scommesso tutto. “Not for slavery, for independence”: “Combattiamo per l’indipendenza, non per la schiavitù” fu il motto del Presidente della Confederazione, il senatore del Mississippi Jefferson Davis.

Due parole sulla schiavitù

Ora, prima di proseguire nella narrazione, è indispensabile spendere due parole sulle schiavitù. E’ naturale che questa a noi appaia un’istituzione sbagliata. Conta infatti relativamente poco che gli schiavi avessero un’istruzione, un’educazione religiosa, mangiassero e bevessero bene e venissero trattati ( nella maggior parte dei casi) con paternalistico affetto. E infatti anche nel vecchio Sud non in pochi lo avevano capito: probabilmente la schiavitù si sarebbe esaurita entro non molti anni, come era accaduto o stava accadendo in altri paesi, senza bisogno di scatenare una guerra da seicentomila morti. Per dirla con le parole di Raimondo Luraghi, da lì a poco, quella “…antiquata e repellente istituzione era destinata ad estinguersi…” (11). Ma se non è per affrancare i neri, visto che già Tocqueville notò che essi erano più discriminati al nord che al sud, cosa spinse il nord borghese a distruggere il Dixieland? Una risposta potrebbe essere che, oltre agli interessi economici contingenti cui abbiamo fatto riferimento, presso gli yankee vigeva già quella mentalità prevaricatrice che vede nella società capitalista la civiltà per eccellenza (12) , e porta a considerare barbaro il resto del mondo(13) . Sentiamo ancora come si è espresso, a questo proposito, Luraghi: “…con il crescere di una classe borghese moderna, forte, sicura di sé, era andata sviluppandosi nel nord una ideologia che considerava il capitalismo liberale (e la società liberale da esso generata) come il migliore dei mondi possibili…” (14)

La guerra

Alla vigilia del conflitto gli stati del nord contavano 22 milioni di abitanti e un potenziale umano pari a oltre 4 milioni di soldati. A queste cifre la Confederazione, abitata da 9 milioni di persone, poteva opporre un potenziale umano massimo di 1140000 soldati. In ambito industriale il divario tra nord e sud si ampliava drammaticamente: grazie alle loro 186mila industrie, gli yankee disponevano di 2283 cannoni e 441mila fucili; i confederati, forti di appena 18mila industrie ca, possedevano 464 cannoni e 150mila fucili.(15) Leggendo queste crude cifre, si potrebbe pensare che la guerra sarebbe finita ancora prima di iniziare, ma non fu così. I confederati supplirono alla carenza industriale con l’indomito valore, dovuto tanto al loro aristocratico orgoglio, quanto alla disperata convinzione che una volta vinti il loro mondo sarebbe scomparso “via col vento”, parafrasando un celebre romanzo ambientato sullo sfondo delle vicende belliche. Ed è riconosciuto che nei primi due anni di guerra la Confederazione avrebbe potuto vincere, sfruttando la migliore preparazione tattica dei suoi ufficiali e soprattutto l’entusiasmo che aveva coinvolto l’intera popolazione. La prima battaglia vera e propria venne combattuta nei pressi di un torrente chiamato “Bull Run” il 21 luglio 1861. I sudisti, meno di 22mila uomini guidati dal generale Beauregard, (che in “Via col Vento” è il comandante di Ashley Wilkes, il biondo sudista che aveva spezzato il cuore a Rossella O’Hara sposando Melania Hamilton, e che chiamerà suo figlio proprio Beauregard in onore del generale) sbaragliarono i nordisti, 30mila soldati impauriti e svogliati.(16) A Washington, nei giorni seguenti, si viveva nel panico: era diffusa addirittura la paura che i ribelli potessero conquistare la capitale nemica. Ed in effetti il Sud avrebbe potuto imporsi solo con una guerra lampo, sfruttando l’iniziale superiorità: il tempo infatti avrebbe di certo giocato a favore del Nord, come avevano capito i migliori ufficiali yankee, che avevano preparato un piano in tre fasi che prevedeva un lungo blocco navale, la conquista delle basi sul Mississippi e solo in ultima istanza un’offensiva contro Richmond, la capitale della Confederazione. Ma i politici, sia da una parte che dall’altra, non capirono tutto ciò, ed optarono entrambi per una tattica sbagliata.(17) Mentre Lincoln ordinò una campagna veloce, che poi fallì dopo i primi insuccessi, Davis avrebbe voluto logorare lentamente i nemici, sfruttando l’impopolarità della guerra negli stati del nord ed aspettando eventualmente l’ingresso in guerra di una potenza europea al suo fianco. Si sbagliava: gli yankee non avrebbero rinunciato per nessun motivo, se non costretti, ad invadere le regioni del sud, come avrebbe dimostrato il corso degli eventi. Nonostante il tentativo della spallata iniziale fosse fallito, durante la prima fase della guerra i sudisti vinsero la maggior parte delle battaglie, senza però riuscire mai a sferrare l’attacco decisivo, che avrebbe potuto mettere definitivamente alle corde gli unionisti. Accadde allora ciò che era stato previsto dai più illuminati elementi di ambo gli schieramenti all’inizio del conflitto: il tempo iniziò a giocare a favore del nord e del suo superiore potenziale umano, economico ed industriale. Forzare il blocco navale preparato dagli yankee risultò sempre più difficile, e la Confederazione si trovò così ben presto a corto di viveri e materie prime. Dopo due anni di guerra, apparve chiaro che solo l’intervento diretto di una potenza europea poteva salvare il destino del Vecchio Sud. Intervento diretto o, almeno, un riconoscimento ufficiale: così agli occhi dell’opinione pubblica mondiale non sarebbe più sembrato di assistere ad uno scontro tra uno stato sovrano ed un gruppo di ribelli ma ad una guerra tra due nazioni indipendenti e libere. E ci è mancato poco che ciò non accadesse: se il 4 luglio 1863 l’Armata della Virginia, guidata dal migliore generale sudista, il leggendario Robert Edward Lee, avesse vinto a Gettysburg, sembra sicuro che Francia ed Inghilterra avrebbero compiuto il grande passo. D’altronde le difficoltà economiche del sud, loro grande partner commerciale, avevano causato moltissimi disoccupati nei due paesi, che quindi da subito avevano tifato ufficiosamente per i confederati. E’ probabile che le sorti del conflitto si siano decise in questo cittadina della Pensylvania, ma anche durante l’anno successivo, il 1864, gli yankee sembrarono in più occasioni sul punto di farla finita e concedere l’agognata indipendenza ai ribelli. Ecco un esempio lampante, fornito dall’ottimo Pasolini Zanelli: se Atlanta non fosse stata conquistata prima delle elezioni presidenziali del 1864, Lincoln probabilmente non sarebbe stato rieletto, ed il nuovo presidente, dovendo fare i conti col malessere e l’impopolarità del conflitto che si respirava al nord, avrebbe probabilmente concesso al sud la libertà e l’indipendenza(18). Ma la storia, si sa, non si fa nè con i se nè con i ma. Atlanta cadde il 2 settembre 1864, e gli yankee poco dopo la distrussero completamente: in pochi minuti 1800 edifici furono bruciati . Era il prologo della sorte che sarebbe toccata all’intera Georgia, anzi all’intero sud: migliaia di case, piantagioni, giardini furono bruciati dai “liberatori” (19). Quando, il 12 aprile 1865 il generale Lee si arrese alle truppe di Grant, a sua volta il miglior generale nordista, la guerra era virtualmente finita, anche se rimanevano in armi alcuni stati. Il Vecchio Sud con le sue piantagioni, i suoi schiavi, i suoi gentiluomini, le sue dame, il suo tabacco ed il suo cotone era un mondo finito, per sempre, letteralmente bruciato dai vincitori. Ancora una volta, avevano vinto il progresso e la modernità.

I’m a old good rebel (still)

Possiamo chiederci un’ultima cosa: perché, vista l’inferiorità bellica, i sudisti non si ritirarono nelle immense foreste, negli enormi spazi ancora inesplorati del continente, per tentare da lì una lunga guerriglia? Una possibile riposta ce la fornisce ancora una volta il Luraghi: (20) “…il sud si preparava a morire nel mondo per sopravvivere nella storia…” Ciò significa che, compreso che il loro mondo era comunque destinato, prima o poi, a sparire, tanto valeva farlo nel migliore dei modi. Scegliendo di morire alla luce del sole, gloriosamente e con la spada in pugno, del mito di Dixieland i guerrieri sudisti hanno preservato in eterno almeno il ricordo.

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.

1) Così Luraghi sulla decisione del Sud di affrontare la guerra “…non esiste più nessuno che sia così ingenuo o così poco al corrente da ritenere che il mezzogiorno si fosse deciso al grave passo per difendere la schiavitù..” Fonte: R.Luraghi, “Gli Stati Uniti”, Storia universale dei popoli e delle civiltà, vol.16, unione tipografica-editrice torinese, 1974

2) Fonte:A.Pasolini Zanelli, “Dalla parte di Lee. La vera storia della guerra di secessione americana”, Leonardo Facco Editore, 2006, pag. 5

3) Fonte: ibidem, pag.6

4)Fonte: ibidem, pag.12

5) Fonte: ibidem, pag.16-17

6) Fonte: ibidem, pag.17

7) Fonte: R.Luraghi, op.cit.pag 303

8)Fonte:ibidem,pag.26

9) Fonte:ibidem, pag 20

10)Fonte: A.Pasolini Zanelli, op.cit,pag.32-33

11) Fonte: R.Luraghi, op. cit. pag.307

12) Questo tema, contestualizzato alla realtà odierna, è brillantemente approfondito da Massim Fini ne “Il vizio oscuro dell’occidente. Manifesto dell’antimodernità. Marsilio editore, 2004

13) Possiamo citare alcuni episodi della campagna ideologica operata dai nordisti contro gli abitanti del sud, presentati come trogloditi e crudeli verso i neri.: 1) alla vigilia della guerra il romanzo “La capanna dello zio Tom”, caso editoriale e sociale negli stati del nord, dipingeva gli abitanti del sud come persone spietate, ma ora si sa che la % di schiavi che tentò la fuga non fu in realtà mai superiore allo 0,025%. Pertanto risulta grottesco il fatto che l’associazione segreta “ferrovia sotterranea” , che era presente nel Sud e aveva come scopo proprio la liberazione degli schiavi, venisse descritta al nord addirittura come una “gigantesca associazione” filantropica 2) Anche il mito di John Browhn fu strumentalmente creato a tavolino: in realtà egli era un ufficiale dell’esercito, che nel 1859 aveva occupato un forte militare in Virginia per tentare (vanamente) di scatenare una rivolta di schiavi e per questo fu poi giustiziato. Tuttavia già in passato aveva compiuto atti terroristici intimidendo gli abitanti del Sud: la sua azione probabilmente Fonte: R.Luraghi, op.cit

14) Fonte: R.Luraghi, op.cit.pag 305

15) Fonte:A.Pasolini Zanelli, op. cit pag.33-34

16) Fonte:ibidem, pag.39

17) Fonte:ibidem, pag.35

18) Interessanti i retroscena della conquista di Atlanta: finchè la città fu difesa dal generale Johnston, astuto temporeggiatore, l’assedio degli yankee non ebbe fortuna. Ma quando il ruolo di comandante passò al generale Hood, questi ordinò un attacco frontale per spezzare l’assedio, che si risolse però, vista l’inferiorità di uomini e mezzi, nella disfatta che avrebbe consentito ai nordisti di espugnare la città. Fonte:ibidem, pag.156-157

19) Fonte: ibidem,pag 158

20) Fonte:R.Luraghi, op.cit. pag.336

Salvare i bambini dal “capitalismo della seduzione”

Negli ultimi anni stiamo assistendo sempre di più alla sessualizzazione infantile.

A partire dagli anni ’70, con le lotte per la libertà sessuale contro la moralità e il bigottismo (che riguardavano adulti consenzienti), siamo arrivati oggi a tentare di sdoganare questo concetto anche tra i minori. Attraverso la difesa della libertà di esprimere la propria sessualità, si cerca di giustificare la pedofilia, facendola passare come una libera scelta dettata dal sentimento che comunemente chiamiamo amore.

Bisogna prima di tutto ribadire con fermezza che nella pedofilia non vi è alcun sentimento di amore, semmai vi è quello di dominare e abusare di minori tramite attrazione erotica o veri e propri atti sessuali.

Possiamo invece notare come oggi, per far accettare all’opinione pubblica lo sdoganamento della pedofilia, si tenda a propagandare la sessualità infantile, richiamandosi alle cinque fasi della libido descritte da Freud, elencando i vari processi che attraversa un bambino per imparare ad accettare e sviluppare la sua sessualità.

In realtà non esiste nessuna sessualità infantile, un bambino esplora il proprio corpo e quello dei suoi compagni, attraverso il gioco non per provare piacere sessuale (non sanno cosa significhi), ma per riuscire a conoscere e a conoscersi imparando così a comprendere le varie differenze che ci sono, soprattutto tra uomo e donna.

Oggi invece si vuole a tutti i costi, soprattutto verso i genitori, evidenziare l’importanza di insegnare ai bambini che la conoscenza della sessualità porta ad una sana crescita personale, fondamentale quanto camminare e parlare.

Quindi l’educazione sessuale che oggi viene imposta in molte scuole, a partire anche in tenera età, non solo è totalmente sbagliata, ma anche deleteria per il bambino, che tende a vivere nel presente e che non riuscirà mai a comprenderne appieno il significato.

Molto critico sull’argomento, lo psicologo e psicoterapeuta Alessandro Costantini: «Ritengo che la sessualità infantile non esista. Non esiste semplicemente perché la sessualità è una prerogativa di noi adulti: di sessuale il bambino ha solamente l’identità biologica e quella di genere, quindi sostanzialmente un pisellino ed una patatina e la consapevolezza di questa differenza. Essere un maschietto o una femminuccia e averne la consapevolezza non ritengo si possa definire “sessualità infantile”». (http://www.movimentoinfanzia.it/sessualita-infantile-l-invenzione-dei-pedofili/ )

Perché quindi tutta questa campagna a favore della sessualità infantile, creata da sessuologi e psicologi del settore, portata avanti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, che oltretutto è un Organo politico e non Medico e che ha redatto il documento OMS – Standard per l’Educazione Sessuale in Europa a cui tutti gli Stati europei devono attenersi? La risposta è semplice: per propagandare la pedofilia, cercando di farla apparire, agli occhi dell’opinione pubblica, come una normale e libera scelta sessuale.

Solo per fare un esempio, nel documento redatto, l’Oms scrive:

«Da 0 a 4 anni, apprendimento del godimento e piacere quando giochiamo con il nostro corpo: la masturbazione della prima infanzia.

Da 4 a 6 anni è l’età ideale, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, per parlare di questioni sessuali, esplorare le relazioni omosessuali e consolidare l’identità di genere».(Documento ufficiale OMS:

http://www.famigliearcobaleno.org/userfiles/file/educazione_sessuale_oms_europa.pdf )

(Articolo sulla provenienza e creazione del documento OMS: http://comitatoarticolo26.it/da-chi-proviene-lo-standard-di-educazione-sessuale-delloms/ ).

Pubblicizzare la pedofilia, facendola passare come libertà sessuale, non comprende comunque solo la sfera dell’istruzione primaria, ma anche molti altri settori: da quello cinematografico, tramite film o cartoni animati (come il lungometraggio “Chiamami con il tuo nome”, presentato come il miglior film del 2018, che narra la storia d’amore tra un 16enne e un 24enne negli anni ’80) a quello scientifico, dalla moda, fino ad arrivare alla politica (emblematiche le dichiarazioni della Santolini nel 2011, intervenendo in Aula durante la discussione generale sul testo di legge contro l’omofobia, disse: «Il mio orientamento sessuale è l’eterosessualità, ma ce ne sono anche altri, come l’omosessualità e la pedofilia»).

Un continuo e incessante bombardamento mediatico e culturale in senso lato, che ha il solo scopo di farci accettare quello che normalmente e naturalmente viene disprezzato dal sentire comune –

Negli Stati Uniti, l’Associazione degli psichiatri sdogana la pedofilia, facendola passare da malattia come orientamento sessuale. (https://www.medicinenon.it/psichiatria-e-pedofilia)

La North American Man-Boy Amore Association (più conosciuta come Nambla), è una Associazione con sede a New York e San Francisco, che si oppone alle leggi che vietano rapporti sessuali tra adulti e minori. Grazie al Primo emendamento (rispetto del culto della religione e il suo libero esercizio, nonché la libertà di parola e di stampa e il diritto di riunirsi pacificamente) dagli anni ’70 manifestano la libera scelta sessuale e il loro diritto ad esprimerla. Molte loro affiliati sono stati coinvolti in alcuni scandali e l’FBI continua a monitorare le azioni degli iscritti, nonostante oggi l’Associazione, dopo le molte critiche, si sia riorganizzata, continua ad essere considerata la più grande organizzazione facente parte del gruppo Ipce (formalmente International Pedophile and Child Emancipation).

La Nambla ha persino creato la “giornata di Alice”, che si svolge il 25 Aprile, che ha lo scopo di chiedere l’abolizione dei limiti di età per rapporti sessuali con i minori, richiedendo inoltre il rilascio di tutti gli uomini detenuti per reati di pedofilia.(https://citta-roma.it/w/NAMBLA/Sommario.html)

Il nostro compito deve essere quello di lottare contro questa deriva totalitaria, contro questo abbrutimento e imbarbarimento dell’uomo, che a detta della società capitalista deve poter soddisfare ogni suo piccolo capriccio, anche e soprattutto a livello sessuale.

Tutelare i bambini da questo “capitalismo della seduzione” dove tutto è consentito, anche distruggere l’innocenza di chi non ha altro che purezza nell’animo.

 

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.

La libertà di autodistruggersi

Un uomo morto giovane mentre praticava il lancio col paracadute disse “Lo sport è fondamentale, perché evita la deriva nichilista”.

Quella che potrebbe esaurirsi in una dichiarazione frutto della propria esperienza personale trova piena conferma nell’esperienza empirica: risale, infatti, a circa un anno fa la diffusione dei risultati eclatanti di un progetto condotto in Islanda per arginare l’abuso fra giovani e giovanissimi di alcol e droghe che dimostra come in 20 anni le percentuali dei ragazzi che abusavano di narcotici vari si è praticamente annullata (passando dal 54% al 5%) ad un livello che probabilmente può essere considerato fisiologico e non migliorabile.

I rimedi sono la classica “scoperta dell’acqua calda”: impegno costante nelle attività sportive; maggior collaborazione famiglia/scuola; minor tempo lasciato al “randagismo giovanile”. E, fondamentale, aiuti pubblici affinché i ragazzi appartenenti alle famiglie meno abbienti possano accedere a sport e attività costruttive extrascolastiche.

Un modello quello islandese difficile da esportare come tutto ciò che riguarda la minuscola isola nordica, per questioni organizzative ed economiche, certo, ma, soprattutto culturali. Perché il progetto islandese fa carta straccia del concetto perverso di “libertà” di cui siamo imbevuti e poggia su antipatici e anacronistici “divieti”, non solo di acquisto di certe sostanze (alcol e tabacco, oltre a quelle illecite) ma anche sull’istituzione di un vero “coprifuoco” per i ragazzi: le ore 22 in inverno e le 24 d’estate.

Così come anacronistico e retrogrado appare il giudizio sulle cosiddette “droghe leggere”, oramai pressoché sdoganate nella nostra società in cui moltissimi adulti – in particolari quelli che finiscono per assumere un ruolo di esempio da emulare per giovani e giovanissimi – fanno professione convinta, anche nelle prime serate TV, dell’uso abituale di queste sostanze.

Eppure la scienza ha dimostrato a più riprese come tale uso e abuso sia estremamente pericoloso: anche di recente un nuovo studio pubblicato su “Biological Psychiatry: Cognitive Neuroscience and Neuroimaging”, condotto per alcuni anni su un campione di 441 giovani e adulti, ha dimostrato che l’abuso cronico di cannabis è associato a cambiamenti nella funzione del cervello a riposo e sono anche critici per la formazione dell’abitudine, rivelando potenziali effetti negativi a lungo termine sulla funzione e sul comportamento del cervello. In particolare nei pazienti adolescenti, dal momento che il loro cervello è ancora in formazione.

I test effettuati hanno dimostrato che la cannabis “stimola” le regioni del cervello associate alla psicosi, che possono causare gravi forme di depressione, e che molti consumatori – in specie quelli che hanno iniziato il consumo in giovane età – hanno sviluppato un forte senso di estraneità, un’alienazione dagli altri, un senso di rifiuto e persino vere e proprie manie di persecuzione.

Non è, comunque, solo all’eccesso e all’abuso che va imputata la colpa delle compromesse capacità di molti giovani di rapportarsi correttamente con la realtà, ma anche e soprattutto all’assenza di elementi fondamentali, quali una situazione familiare solida e punti di riferimento comunitari, sia con i propri coetanei, sia con altri adulti (insegnanti; allenatori; etc).

Per avere un’idea della portata disastrosa di questo “disagio”, anche a prescindere dai ragionamenti sull’uso di sostanze psicotrope, basterebbe leggere ciò che i ragazzi scrivono sui social, con post rilanciati all’ossesso in cui si fa a gara a chi esibisce in maniera più ironica la propria pigrizia, il lassismo di intere giornate che passano nell’inattività e nell’ozio, l’orgogliosa (?) sensazione di un’ansia e di una frustrazione perenni e immotivate, la capacità di inventarsi sempre un nuovo alibi per non scuotersi e non agire.

 

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.

Fraintendimenti urbani sulla cultura popolare

Giovanni Iudice, Figure, matita su carta cm 20×20, 1994

Negli ultimi tempi capita spesso di imbattersi in grandi manifestazioni di elogio al “becerismo” popolare.

Sia che arrivino dai più giovani, quasi come forma di reazione e ribellione ad una quotidianità grigia e fasulla, sia che provengano da persone più in là con gli anni, che vagheggiamo una dimensione agreste e rozza, con una vena di malinconia.

L’atteggiamento di fondo, tuttavia, tradisce la pressoché totale ignoranza di ciò che si pretende di conoscere e/o di rimpiangere.

Per provenienza di natali, per lavoro e per piacere di incontro, ho conosciuto pastori che hanno eretto i loro ovili orientandoli secondo le tecniche dei costruttori nuragici; ho parlato con contadini che si commuovono al miracolo dell’avvicendarsi delle stagioni e dell’eterno ritorno, pur assistendovi da 70 primavere; ascolto ogni mattina il fabbro vicino a casa che canta canzoni antiche o bellissime arie d’opera.

Sono uomini che hanno mantenuto uno spirito speculativo su ciò che li circonda, provvisti di una cultura non vasta né variegata, ma esatta, mai ostentata, applicata pragmaticamente al loro quotidiano. Il trattore, per loro, è uno strumento di lavoro, non una bandiera di appartenenza, né un simbolo parafallico di “comando”.

Tutti hanno studiato per pochi anni, ma nessuno metterebbe mai in discussione la necessità dell’apprendimento e dell’approfondimento, sia per evitare di essere fregati nei loro affari che per reggere il confronto in una conversazione al bar, davanti ai bicchieri di “fil’e ferru”.

La banalizzazione che vorrebbe invece questo fantomatico “popolo” come una massa di “Bombolo” cafoni e volgari, tutti protesi alla femmina, alla violenza fine a se stessa e alla crapula, tradisce la mancata conoscenza di una realtà in cui vige invece molta più dignità e moderazione che in altri contesti.

La versione caricaturale che viene data delle classi “popolari” – mentre si finge di esaltarle e ammirarle – puzza di classismo e offesa, da parte di gente della più stantia classe media, inconcludente e fancazzista, che indossa l’abito carnevalesco del buzzurro come altri della medesima risma sfoggiano hogan e iphone, magari pagati a rate.

Il politicamente corretto e le sue vittime

La “preoccupazione” più in voga in questo ultimo decennio, è sicuramente il politicamente corretto. Nel linguaggio contemporaneo l’applicazione di questa locuzione è diventata uno stile di vita, l’unico comportamento giustificato per poter essere accettato in questa società. Nato negli anni ’70 da un movimento politico statunitense che rivendicava il diritto delle minoranze (religiose, etniche, sociali) di esistere, anche tramite un diverso uso del linguaggio.

Con gli anni questa espressione idiomatica, grazie anche al potere sempre maggiore di molte Associazioni umanitarie, è riuscita a prevalere sul linguaggio comune, fino a stravolgerne il proprio significato. Se un tempo veniva usata solo per evitare di offendere o di mancare di rispetto ad altri individui, oggi si è costretti ad osservarla, altrimenti si corre il rischio di venire etichettati di essere degli omofobi, razzisti e molte altri aggettivi dispregiativi.

Per sapere che cosa sia e come funzioni il politicamente corretto, bisogna innanzitutto capire che viviamo in una società liberista, in cui il pensiero unico obbliga gli individui a dirigersi verso atteggiamenti che si ritengono gli unici civili e universali. Il pensiero unico non consente nessun tipo di critica, né analisi politica, sociologica o scientifica. Il pensiero unico domina sulla cultura e quindi sul nostro modo di vivere ed è proprio grazie a questo che oggi si è arrivati ad imporre un tipo di pensiero al singolo individuo, per evitare qualsiasi ribellione o dissenso futuri.

Per essere politicamente corretti si deve far attenzione a come si parla in pubblico, tra amici, parenti o semplici conoscenti, dove nessuno deve sentirsi escluso o sminuito. Una frase o una singola parola fuori posto, potrebbero causare contrasti e crescenti malumori. Attenzione anche a come ci si rivolge quando si interagisce con una persona sola. I termini da usare si differenziano in base al genere in cui la persona si ritrova in quel momento. Non sono ammessi termini maschili se ci si rivolge ad individuo femminile o viceversa. Se non si è sicuri di che genere sia o si sente di essere l’individuo a cui ci si rivolge, meglio tacere o chiedere direttamente all’interessato come vuole che ci si relazioni.

Evitare frasi o parole che possono arrecare danno al proprio o ai propri interlocutori se non li si conosce bene. Rischioso ad esempio, usare termini religiosi perché potrebbero offendere atei o persone di credenze diverse. Pericoloso anche parlare di etnia o di provenienza etnica, in questo caso meglio usare termini come “bianco” o “di colore”, dove vanno bene tutte le persone che non siano caucasiche (termine improprio per definire europei e/o occidentali in genere, ma molto usato nel gergo moderno). Stesso discorso quando si parla con persone con gravi disabilità sia fisiche, che mentali. Evitare di usare espressioni che possono denigrare o sminuire la persona che ne è affetta.

Vi sono anche frasi che non riguardano la religione o lo Stato di appartenenza che possono comunque creare disagio. Nel politicamente corretto non sono accettate frasi sessiste, anche quelle che riteniamo più innocue. Chiedere ad una donna se è sposata o fidanzata, se ha figli, potrebbe essere letto in maniera offensiva, sia perché non si conosce l’orientamento sessuale del proprio interlocutore, sia perché potrebbe essere visto come un attacco denigratorio o di sottomissione solo perché facente parte della categoria femminile.

Soppesare ogni singola parola e usare una sensibilità non dettata dall’empatia, ma da un finto perbenismo, permetterebbe di essere riconosciuti e accettati in questa società. Non si tratta solo di avere un finto rispetto per il prossimo, ma anche di evitare di venire etichettati come persone scorrette, di perdere il proprio lavoro, di perdere la propria reputazione, di incorrere in denunce per azioni scorrette, di essere isolati a livello sociale.

Questo strumento di controllo della comunicazione, attuato da tutti i Governi occidentali, è la forma più alta di discriminazione e di limitazione della libertà (di espressione e di pensiero), fatta passare come civile ma che in realtà distrugge e annienta l’umano, lo condiziona e lo vincola fino a non poter esercitare il proprio essere. Una forma totalitaria di pensiero che ci priva della personale caratteristica dell’uomo, facendoci assomigliare sempre di più a degli automi incapaci di provare alcuna emozione o sentimento.

 

Foto di Alfonsa Cirrincione.

L’estetica dei luoghi come specchio della crisi antropologica

Giovanni Iudice, Interno, olio su tavola, 18x13cm, 1999

Nei suoi elementi strutturali essenziali – fondamenta, colonne portanti, pareti e copertura – la casa non si distingue da molti altri edifici (scuola, albergo, caserma…); il suo specifico è la funzione di dimora, di abitazione. Come l’Uomo stesso, è un composto di natura e cultura: alla natura deve i materiali con cui è costruita (legno, frasche, ossa di cetacei, pietre, cemento antico e poi moderno, marmi, laterizi…); alla cultura, l’organizzazione funzionale e significante dei materiali e dell’ambiente interno, talvolta in base al mestiere del suo abitante (lo studio di un professore, l’atelier di un artista…), ma sempre un riflesso della sua mentalità e della sua attività. Come molte specie animali, anche quella umana, decine di millenni fa, ha abitato le proprie “case” per esigenze strettamente vitali: la protezione dagli agenti meteorologici, dai predatori e dai nemici; ma già in questa preistoria esisteva un’interazione simbolico-culturale tra Uomo e ambiente abitato: lo indicano le famose incisioni e pitture rupestri sulle pareti delle caverne, con le loro immagini dai molti significati:

scene di caccia: dunque rappresentazioni di azioni che univano l’esigenza del sostentamento alimentare e la necessità dell’interazione tra persone, cioè un embrione di “comunità” o di “società”.

costellazioni, in molte culture protostoriche immaginate come sagome di animali e, secondo alcuni studiosi, rappresentate in alcune pitture rupestri raffiguranti animali. Questa interpretazione è discussa, e non vale per tutte le immagini di questo genere: un caso celebre è la Grotta di Lascaux, in Francia, datata a 13000 anni a.C.;i ma questa possibilità fa sì che dalle pareti della “casa” emerga la mentalità a suo modo scientifica dell’uomo cosiddetto primitivo: attento osservatore dello Spazio (il cielo), da cui deduce lo scorrere del Tempo (l’alternarsi delle costellazioni).

danze e cerimonie propiziatorie per il buon esito della caccia o di altre attività; in questo caso le pareti della “casa” rivelano la consapevolezza umana della propria effettiva dipendenza dalla natura circostante (benché espressa in modo superstizioso), consapevolezza che molti “moderni” sovente hanno dimenticato o, forse meglio, rimosso nel senso freudiano.

adorazione di forze della natura personificate in animali-totem, «spiriti» o divinità, che sulle “pareti di casa” rispecchiano non soltanto la necessaria relazione con la natura, ma anche la meraviglia, il timore reverenziale davanti ai suoi fenomeni (il Sole e la Luna, i fulmini, la pioggia…), e le domande sul senso dell’esistenza che essa suscita: il particolare sentimento umano cui pensava Albert Einstein parlando del «senso di meraviglia che sta all’inizio della scienza».

Questa interazione dell’Uomo con l’ambiente abitato si potrebbe definire arredamento simbolico-cosmico: ciò che si colloca nell’abitazione – dalle incisioni o pitture rupestri agli oggetti del culto (tra i moltissimi esempi: le teste degli antenati ricostruite in stucco e collocate sotto il pavimento a Gerico nell’VIII millennio a.C.;ii le maschere apotropaiche appese sopra l’uscio della capanna presso alcuni popoli africani; l’angolo occupato da un altare domestico per il culto degli antenati diffusi nel sud-est asiatico…), alle immagini degli antenati scolpite (in Italia, i busti degli avi nella Roma repubblicanaiii), dipinte (la galleria dei ritratti di famiglia presso i nobili dal Rinascimento in poi) o, più recentemente, fotografiche (l’album genealogico) – non ha soltanto una utilità tecnica o una funzione ornamentale, ma ha un significato umano universale riconosciuto e condiviso, tanto dai membri della famiglia e della forma di civiltà cui essa appartiene, quanto dalle diverse forme di civiltà (al di là delle differenze particolari); significa cioè il legame tra l’individuo e l’universo, dal punto di vista sia spazio-temporale (la rappresentazione del paesaggio e della successione genealogica), sia metatemporale e metafisico (gli oggetti della religione).

La concezione dell’arredamento simbolico-cosmico è progressivamente decaduta lungo i secoli fino a oggi, sopravvivendo soltanto, evidentemente, presso le civiltà cosiddette primitive o tradizionali, quasi tutte estranee – anche territorialmente – all’Occidente postindustriale: ad esempio, nel Tagikistan pre-sovietico era usanza dipingere da cima a fondo le pareti domestiche, in occasione del capodanno, con figure di animali e forme geometriche ricollegabili ad antichi riti e credenze magicheiv, che potrebbero essere un lontano retaggio delle pitture rupestri protostoriche. Nel XX secolo, questa organizzazione della casa come luogo microcosmico sembra infatti essersi conservata in modo residuale soltanto nel ceto contadino, in forme talvolta superstiziose ma mai prive di significato, come la collocazione di oggetti benauguranti o scongiuranti in precisi punti della casa: dal ferro di cavallo al cornetto napoletano inchiodati all’architrave della porta, al piccolo idolo in metallo appeso allo stipite dagli aderenti “neo-egizi” (neopagani) della comunità Damanhur in Piemonte. Nuto Revelli, partigiano e scrittore, già ufficiale dell’ARMIR nel 1942, notava che i soldati italiani, nelle lettere dal fronte russo, descrivevano (non senza un po’ d’ingenuità) le comunità contadine russe simili a quelle italiane: «Sono come noi: contadini cristiani, persone religiose», anche e soprattutto perché nelle izbe (case contadine) della Russia ortodossa, nonostante l’«ateismo di Stato» della dittatura staliniana, tenevano ben visibile un’icona, principalmente della Vergine Maria.v Meno di un decennio prima, il medico e pittore Carlo Levi, nell’allora desolata provincia di Matera – dove era stato condannato al confino dal governo fascista – aveva visto nelle misere casupole, «a capo del letto, attaccata al muro con quattro chiodi» un’immagine (cattolica) della Madonna «nera», che «assiste a tutti gli atti della vita» dei contadini.vi Chiunque abbia visitato qualche borgo di campagna italiano sa, del resto, che molte case di campagna hanno tutt’ora una nicchia (esterna, questa) che ospita, o ospitava, una statuetta della Madonna o di un santo protettore.

Dove si è prodotto il mutamento che porterà – senza che nessuno potesse prevederne gli esiti odierni più discutibili – a concepire l’interno della casa non più come piccolo specchio del cosmo, ma come mera estensione utilitaristico-estetica dell’individuo che vi abita, è dunque il ceto borghese. Cercheremo quindi di ricostruire il percorso attraverso il quale il criterio con cui si organizza l’arredo domestico diventerà quasi esclusivamente il gusto individuale, senza più alcuna attenzione al significato complessivo.

Il mutamento che ha portato – senza che nessuno potesse prevederne gli esiti odierni più discutibili – a concepire l’arredo della casa non più come piccolo specchio del cosmo, ma come mera estensione utilitaristico-estetica dell’individuo che vi abita, si è prodotto dunque nel ceto borghese, che nasce alla fine del Medioevo e ha il suo apogeo d’importanza politica nell’Ottocento. L’ascesa della borghesia è leggibile infatti anche come progressivo allontanamento di una parte dell’umanità dal contatto diretto con la natura, dai suoi tempi e dalle sue manifestazioni: realtà d’importanza vitale che le società agricolo-pastorali, viceversa, non ignorano e non possono ignorare:

• Nel Rinascimento, i borghesi ricchi e i nobili (laici ed ecclesiastici) arredano le proprie abitazioni con opere d’arte: dipinti e sculture di soggetto, oltre che cristiano, anche greco-romano mitologico, implicanti il riferimento erudito, la citazione della letteratura cui quelle opere d’arte rimandavano, la conoscenza della storia e della poesia greco-romana: gli abitanti sfoggiano la competenza nella cultura classica e l’amore per essa. C’è dunque un primo allontanamento dalla concezione cosmico-naturalistica dell’abitazione a favore della creazione di un microcosmo indipendente di topoi culturali, limitato alla cultura dell’élite socio-economica europea.

• Nel XVII secolo, epoca del Barocco, aumentano le abitazioni di borghesi laici benestanti o ricchi, arredate con collezioni private di opere d’arte, ancora improntate al rimando colto alla Classicità a imitazione dei nobili, ma con aggiunto il fascino del nuovo, del curioso e dell’esotico: in Italia coesistono le collezioni classicheggianti di alcuni cardinali, le collezioni private come quella di Vincenzo Giustiniani, che raccoglie molte opere del Caravaggio rifiutate dai committenti ecclesiastici come novità incomprese,vii e quel tipo di collezione fin allora chiusa nel tesoro delle abbazie o appunto nello studiolo privato dei nobili: la wunderkammer (camera delle meraviglie), espressione di «un geloso e introverso collezionismo dove, accanto alle rarità naturali e alle “meraviglie” portate da terre lontane, sono custoditi […] trionfi di conchiglie e di coralli, porcellane, intarsi di pietre dure, vasi di lapislazzulo, […] gioielli di perle barocche, teatrini di automi, modellini meccanici»,viii che nel Museo del Collegio Romano dei Gesuiti, fondato da Athanasius Kircher, trova una dignità istituzionale. In questo caso un’idea dell’arredo come specchio del cosmo c’è, ma è di nuovo selettiva: questa volta è limitata agli elementi rari ed esotici e a quelli artificiali (opere d’arte minuziose e marchingegni meccanici); è un microcosmo delle eccezionalità, perciò anche questo è un “ritaglio” dalla totalità del mondo.

• Dalla fine del ‘700 e nell’’800, epoche segnate dal culto illuministico della ragione autonoma individuale, dalla Rivoluzione francese e dall’impero napoleonico, mutano i modi d’intendere i rapporti tra individuo e mondo: come la società non dipende più dal monarca assoluto, così l’individuo non dipende più dalla natura o da Dio. La borghesia assume un’importanza senza precedenti, e con essa si diffonde il suo modo d’intendere l’organizzazione della casa. L’arredamento borghese è esemplificato dal salotto, in una versione più “democratica” del salotto elitario settecentesco; ognuno può arredarlo secondo il proprio gusto estetico, ma allo stesso tempo in modo conformistico. C’è ancora un po’ di imitazione del classicismo nobiliare, ma in un sorta di versione ridotta: residui del citazionismo erudito ora sono le statuette soprammobili, i quadretti da mensola, l’argenteria, le stampe incorniciate, gli autografi di personaggi celebri, talvolta addirittura ritagliati dalle loro lettere e collocati in vista per gli ospiti.ix Nell’arredamento borghese gli elementi comuni e condivisi si restringono al medesimo ceto sociale, i cui membri sono eterogenei professionalmente, ma accomunati dall’essere maggioranza numerica rispetto ai nobili e minoranza ricca rispetto ai due ceti maggiori a livello mondiale: quello “tradizionale” agricolo-pastorale, e quello nuovo: il ceto operaio, nei confronti dei quali i borghesi si sentono lontani e superiori. L’arredo borghese, quindi, non riflette più i significati umani universali, bensì quelli individualistici del gusto personale e della competenza tecnica: ciò che lega gli abitanti della casa borghese sono l’apprezzamento tecnico per la «fattura» (un mobilio «ben intarsiato», un tendaggio «ben ricamato»…) e l’apprezzamento estetico per l’«aspetto», tattile (morbidezza di una fodera o di un tendaggio, lucidità del legno di un mobile o del marmo di una mensola…) o visivo (colore gradevole, forma e dimensione in armonia con la disposizione delle finestre, con la diffusione della luce…): non importa che cosa significhi l’elemento, ma se è bello. Non raramente, ciò è stato ed è importante nella creazione di una certa eleganza almeno esteriore, ma ha anche un tremendo limite: il significato e il valore estetico dell’interno abitato originano e trovano un senso soltanto nella mentalità della singola persona, cioè esclusivamente nelle sue preferenze e idiosincrasie, che inoltre, in gran parte, replicano conformisticamente quelle della classe sociale d’appartenenza.

• Con il XX secolo e la nascita della «società di massa» e della cosiddetta «cultura di massa» di origine statunitense, le preferenze e le idiosincrasie personali in fatto d’arredo si massificano, ampliandosi enormemente dal punto di vista sia quantitativo (c’è sempre più gente che può arredarsi la casa in base a scelte estetico-utilitaristiche puramente individualistiche) sia qualitativo: gli elementi d’arredo disponibili si moltiplicano, differenti nella fattura, nello stile, nel design: coesistono l’arredo «etnico» (che sovente di autenticamente esotico ha molto poco), quello «arte povera», quello glamour, quello minimalista, quello kitsch… che dànno luogo ad abitazioni arredate con una massa di elementi eterogenei da ogni punto di vista, nessuno dei quali è correlato agli altri, né ha alcun significato autentico se non quello attribuitogli, in modo del tutto relativo e discutibile, dal proprietario (e, dal punto di vista sociale, dai suoi affini per mentalità e “gusto”). Un elemento può quindi significare tutto e il contrario di tutto, e non ha, quindi, un valore umano vero e proprio. Da questo approccio estremamente individualistico e superficiale nascono elementi d’arredo contemporanei improntati a un “gusto” e a un umorismo del tutto personali e sovente indigeribili: i poster con Elton John che si libra nel cielo azzurro tra le ciliegie giganti, i mobili rosso carminio, i cuscini-biscotti di una famosa marca, le librerie con scaffali ondeggianti, i lampadari a muro a forma di ragno gigantesco, la moquette maculata tipo cane dalmata, i letti-bara, e così via.

Questi spropositi estetici hanno tutto l’aspetto, come alcune stravaganze del Manierismo cinquecentesco, di «una spia di un turbamento che l’evasiva festosità […] sembra voler esorcizzare, ma non può cancellare del tutto».x Si assiste infatti a una sorta di scissione schizoide tra arredatori e arredo, perché la personalizzazione estrema dell’arredo esclusivamente in base alle preferenze e idiosincrasie individuali e alle emozioni effimere (e talvolta indotte) del momento, esprime da un lato l’illusione di “materializzare” le «emozioni positive» (gioia, allegria, spensieratezza, ottimismo…), dall’altro lato esprime, per contrasto, la volontà di dimenticare, o meglio, di rimuovere, le cosiddette «emozioni negative» (preoccupazione, tristezza, insicurezza, delusione…) proprie di molte persone nell’Occidente postmoderno e spiegate in parte dalle dinamiche alienanti dell’attuale organizzazione sociale, ma inevitabili in quanto reazioni essenzialmente umane.

Se infatti l’arredamento della casa dovrebbe essere in realtà un riflesso o un’estensione dell’animo dell’abitante, e quindi a una mente lucida dovrebbe corrispondere un arredamento significativo e decente sia nel momento delle «emozioni positive», sia nel momento delle «emozioni negative», ed essere sgombro di orpelli e trastullamenti in modo che l’attività mentale e l’azione abbiano spazio per esplicarsi, anziché essere entrambe ottuse e distratte; viceversa in non pochi casi attuali si ha la straniante situazione di persone stressate, annoiate croniche, deluse, sfiduciate, apatiche e abuliche, che però vivono in camere e salotti arredati con elementi pacchiani tra il comico, il surreale, il carnevalesco, il giocoso e il kitsch. Così l’ambiente della casa non riflette affatto l’animo dell’abitante se non nella forma del suo contrario, come un sintomo isterico, una traccia di volontà di fuga dalla realtà. Eugenio Montale espresse bene questo comportamento nella poesia Il raschino: «Abbiamo ben grattato col raschino / ogni eruzione del pensiero. Ora / tutti i colori esalta la nostra tavolozza, / escluso il nero».xi

i

 http://www.duepassnelmistero.com/lascauxeastronomia.htm (articolo di Adriano Gaspani).

ii Cfr. Kurt Benesch, Passato da scoprire, trad. it. Torino, SEI, 1979 (ed. or. Berlin 1977), pp. 395-396.

iii Cfr. Ranuccio Bianchi Bandinelli, Roma. L’arte romana nel centro del potere, Milano, Rizzoli, 3^ ed. 2004, pp. 71-105.

iv Cfr. Sergěj A. Tokarev, URSS: popoli e costumi, Bari, Laterza, 1969 (ed. or. Moskva 1958), p. 341.

v Intervista per il documentario RAI Italia in guerra, regia di Massimo Sani, 1983. L’usanza è confermata da Tokarev, URSS: popoli e costumi cit., p. 99, che ricorda anche come i Buriati (popolo siberiano affine ai Mongolici) appendessero immagini di Buddha e di altre divinità buddhiste alle pareti interne della iurta (capanna in pannelli portatili), immagini che già alla fine degli anni 1950 «compaiono raramente nelle case» (ivi, pp. 421-422).

vi Carlo Levi, Cristo si è fermato a Eboli, cap. XII (ed. a cura di Virginia Galante Garrone, Milano, Mursia, 1981, pp. 130-132). Alcune tra le persone conosciute da Levi in Lucania, del resto, credevano che, nelle ore notturne, l’interno della casa fosse “presidiato” contro il maligno da tre angeli: il primo davanti alla porta, il secondo vicino al tavolo, l’ultimo a capo del letto (ivi, cap. XV, ed. cit. p. 166).

vii Cfr. Francis Haskell, Mecenati e pittori. L’arte e la società italiana nell’età barocca, Torino, Allemandi, 2000, pp. 35-36, 48, 127-144, 151-152, 155, 159-160.

viii Antonio Pinelli, La bella maniera. Artisti del Cinquecento tra regola e licenza, Torino, Einaudi, 1993 (ristampa 2003), p. 155. Cfr. anche M. Casciato, M. G. Ianniello, M. Vitale, Enciclopedismo in roma barocca. Athanasius Kircher e il Museo del Collegio Romano tra wunderkammer e museo scientifico, Venezia, Marsilio, 1986; J. Godwin, Athanasius Kircher e il Teatro del Mondo, Roma, Istituto poligrafico e Zecca dello Stato, 2010 (ed. or. London 2009).

ix Cfr. Andrea De Pasquale, La storia della biblioteca. Fonti, strumenti, archivi, cataloghi, lezione del ciclo La biblioteca e la sua storia. Metodologie, strumenti e materiali per lo studio dei fondi storici, Torino, Fondazione Luigi Firpo, 23 ottobre 2014.

x Pinelli, La bella maniera cit., p. 154.

xi E. Montale, Satura, 1971, in Opere complete, Milano, Mondadori, 1996.