Anche i petalosi piangono!

La reazione degli esponenti della sinistra radical-chic e petalosa all’annuncio della squadra di governo è emblematica.

Non una parola di elogio per uomini che – in nome della volontà popolare, che si concretizza nella maggioranza assoluta di cui godono alle camere – hanno tenuto la schiena dritta sfidando ricatti e minacce di potentati economici, della finanza, di potenze straniere concorrenti, come una “sinistra” seria (stavolta metto le virgolette, per rispetto alla storia della tradizione socialista ormai morta e sepolta) avrebbe altresì fatto a prescindere, ma accuse (lanciate ancora prima del giuramento stesso!) delle solite corbellerie che ripetono come un mantra: -sessismo, -omofobia, -razzismo,-ha stato putin,- trump 30 anni fa ha toccato il culo a un’attrice ecc ecc.

Consuete corbellerie che danno la misura di quello che è diventato lo schieramento progressista di ogni paese occidentale nel 2018: un mondo che si schiera dalla parte della reazione e della distruzione dei diritti sociali dei lavoratori, per precarizzarli e poi schiavizzarli del tutto (si sono indignati di più per l’annuncio di Fontana al ministero della famiglia di quanto non fecero per il jobs act!!). Diritti sociali in compenso sostituiti, nelle loro battaglie, dai cosiddetti “diritti civili”, che passo dopo passo porteranno alla distruzione del principio stesso di famiglia (società naturale formata dall’unione di uomo e donna, come cellula base della società). Principio, si badi bene, non proprio dei cattolici integralisti, ma sancito dalla Costituzione italiana all’art. 29. E ciò –sempre che non si inverta la rotta nichilista e laicista degli ultimi anni- a tutto vantaggio dei grandi potentati economici che avrebbero tutto da guadagnare dalla nascita di un “individuo monade”, privo di legami famigliari, comunitari, sociali. Insomma, non un uomo nel senso aristotelico del termine, cioè uno “zoon politikon”, ma in compenso un consumatore perfetto, ingranaggio del sistema economico totalizzante.

Se poi consideriamo che in realtà nel contratto di governo non c’è né la revisione della legge 194/78 né l’abrogazione del Cirinnà, possiamo affermare che l’isteria di lorsignori è, oltretutto immotivata, e appare quindi un attacco discriminatorio rivolto a un ministro (Lorenzo Fontana) che ha l’unica colpa di essere cattolico praticante. Nel contratto di governo- e concludo- è invece auspicata, tra le altre cose, una revisione del jobs’act e della Fornero, ed è sottintesa una critica alle politiche di austerità imposte dalla Germania, ma di questi aspetti si è parlato poco. Poi continuano a chiedersi perché “hanno vinto i populisti”. Registriamo però che qualcuno, da Fassina a Rampini, nel mondo giornalistico e politico della sinistra sembra quasi che stia ravvedendosi: forse, anche per loro, non tutto è perduto.

*Interessante, rispetto a questi ragli, sarebbe cercare di capire, ad esempio, il ruolo del governo Trump in quello che è successo in Italia nell’ultima settimana. Ma è una questione molto complessa, perché siamo nell’ambito dello scontro tra centri di potere in atto negli Usa e in quello tra gli usa stessi e la Merkel. Meglio aspettare nelle prossime settimane le considerazioni degli analisti più attenti.

La crisi dell’uomo occidentale

Certo, donna, tutto quello che dici è caro anche a me, ma avrei molta vergogna dei troiani e delle troiane dai lunghi pepli se restassi come un vile lontano dalla guerra. Né l’anima mia lo vuole: ho imparato a essere sempre coraggioso e a battermi nelle prime file dei troiani con grande gloria per mio padre e per me”.

I versi sopra riportati sono tratti da uno dei passi più celebri dell’Iliade: Ettore, il più valoroso tra i combattenti di Ilio, saluta per l’ultima volta la moglie e il figlioletto. I suoi doveri verso la patria e la famiglia, che gli derivano dall’essere uomo, soldato e principe, gli impongono di affrontare in prima persona il più temibile nemico, figlio di una dea. Nonostante le umane e comprensibili richieste della moglie Andromaca, Ettore non si tira indietro, anche se sa che il suo destino è segnato, e che da quello scontro non uscirà vivo. (1)

Nei poemi omerici, miti fondanti della civiltà europea, è già delineato un tipo umano maschile che avremmo ritrovato perpetuato nei secoli, soprattutto nel medioevo cristiano: il cavaliere. Coraggioso, padrone di sé, protettore dei deboli e avverso ai prepotenti. I cosiddetti “monaci guerrieri”, i religiosi che avevano il compito di proteggere i pellegrini cristiani in terra santa, sono state forse le figure più virili della storia: forti nello spirito, ma forti anche nel braccio, che all’occorrenza sguinava la spada. I più famosi furono i cavalieri templari, anche per le leggende più o meno interessanti sorte intorno alla loro tragica fine. Giusto per citare un’esperienza tra le tante.

Rispondere alla domanda “Cos’è rimasto nell’occidente post-moderno del vir, dell’uomo guerriero?” di certo non è facile, e necessiterebbe di un libro a sé e non di un breve articolo. Tuttavia possiamo rilevare che l’allarme lanciato da sociologi, psicologi e psichiatri (2) è che di questo uomo virile, “dominatore di sé prima che dominatore di altri”- per dirla con le parole di uno che di guerre se ne intendeva (3)- non è rimasto niente. O quasi.

Un caso che ha fatto discutere, e che può forse essere elevato a paradigma, è il fatto di cronaca avvenuto in alcune città tedesche la notte di Capodanno di due anni fa, e di cui “Le Fondamenta” si è già occupato (4): centinaia di donne vennero molestate da stranieri ubriachi, mentre gli uomini autoctoni risultarono… non pervenuti. Un caso limite, certo, ma indicativo di una tendenza. E’ mancato il richiamo dell’istinto, del naturale effetto del testosterone che porta alla difesa del territorio; ma anche e soprattutto della consapevolezza di dover difendere le figure più vulnerabili della proprio comunità di appartenenza, in base al ruolo che gli uomini avevano (avrebbero dovuto avere) nella comunità stessa.

Nella società occidentale attuale-senza generalizzare, ma rilevando una tendenza, come detto, già denunciata da più voci-si sta realizzando una crisi d’identità dell’uomo, nelle sue varie sfaccettature.

Se quella del cavaliere può sembrare una figura anacronistica (sebbene a volte, a quanto pare, potrebbe essercene ancora bisogno) la stessa cosa vale ad esempio per l’uomo visto come padre. Il numero sempre maggiore di divorzi ha fatto crescere un’intera generazione di figli, di fatto, senza la presenza costante della figura paterna. Stando ai numeri, infatti, in Europa occidentale molti nuclei famigliari sono composti solo da “ragazze madri” o donna divorziata con figli. Ciò, non senza danni per il sano sviluppo psicologico di questi bambini, che abbisognerebbero dell’esempio del padre per meglio confrontarsi col mondo esterno.

D’altronde, nel contesto di una società in cui imperversa un femminismo aggressivo, volto a colpevolizzare l’uomo in quanto tale, e in cui sta prendendo pericolosamente piede la cosiddetta “ideologia di genere”, che sostiene che non ci sono distinzioni tra i sessi, né legami tra il sesso e la natura, in quanto il sesso stesso non è appunto un dato naturale ma una costruzione sociale (5) che dipende dai capricci di ognuno, non ci stupiamo se l’uomo nelle sue declinazioni storiche e naturali più immediate, quelle di pater e milis, sia in crisi.

Non che gli uomini, però- e giungo alle conclusioni finali- non siano corresponsabili di quanto sta accadendo. Siamo noi- o forse tanti di noi, non tutti, deo gratias– che abbiamo abdicato al nostro ruolo, che abbiamo creduto che il principio di autorità equivalesse davvero all’autoritarismo (eh, è più facile non avere responsabilità); che la virilità non fosse controllare se stessi, le proprie pulsioni, le delusioni della vita; il misurarsi senza paura coi forti o il proteggere i deboli; ma al contrario che questo concetto si esaurisse nel depilarsi, nel palestrarsi, nel farsi le lampade.

L’uomo non educato a essere uomo, però, può essere anche molto pericoloso e non solo per gli effetti a lungo termine che può subire una società devirilizzata. Non voglio addentrarmi nella questione sociologica del femminicidio (molti contestano il termine stesso, in quanto la maggior parte dei morti ammazzati sono uomini), ma certo i casi di uomini-eunuchi, bamboccioni non in grado di accettare con forza le avversità della vita (un rifiuto, un abbandono) che uccidono la compagna/moglie sono tanti e sono all’ordine del giorno (6). Anche questo potrebbe essere messo nel conto delle conseguenze di quella che ormai possiamo chiamare crisi dell’uomo occidentale.

 

 

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.

(1) dal canto VI dell”Iliade

(2) Alcuni titoli in ordine sparso: C.Risè, “Il maschio selvatico”; R. Cortina, M.Recalcati “Cosa resta del padre”; L. Zoja, “Il gesto di Ettore”

(3) tratto da “Militia” di Leon Degrelle

(4) http://www.lefondamenta.it/2018/01/14/violenze-sessuali-colonia-doverano-gli-uomini/

(5) ideologia di genere che di certo non dispiace alle lobby economiche mondialiste, che dalla nascita di un essere privato non solo dell’identità etnica e religiosa, ma anche di quella sessuale, cioè di un individuo monade, privo di legami, avrebbero solo da guadagnare, in quanto rappresenterebbe il prototipo del perfetto consumatore. Sul tema tra l’altro si può leggere “Unisex” di G. Marletta

(6) tema delicato e discutibile, ma qui affrontato con lucidità da M. Blondet http://www.iltimone.org/news-timone/il-mostro-palestrato-e-abbronzato-in-noi-perch-il/

Il tramonto di Dixie: breve sintesi della guerra civile americana 1861-1865

-There was a land of cavalliers and cotonfields, called “Old South”- da “Via col vento”

Nei mesi scorsi si è avuta notizia della rimozione, in alcuni stati del sud degli Usa, di alcune statue di militari e politici della Confederazione. Non è mia intenzione, in questa sede, discorrere sull’assurdità del “politicamente corretto” che va a sfociare in atteggiamenti iconoclastici di negazione di una storia con la quale non si vuole fare i conti; vorrei altresì chiedermi, da un punto di vista storico, se davvero la guerra civile Usa è stata una guerra “giusta”, condotta dai buoni nordisti per “liberare gli schiavi del sud”, o se questa visione è, almeno in parte, riduttiva e forzata (1). D’altronde occuparsi di questa guerra è fondamentale, perchè si tratta di un evento di importanza epocale: il conflitto, che possiamo definire la prima guerra totale e moderna, ha visto impiegate, tanto per fare un esempio, la prima corazzata e il primo sommergibile . (2)

Tradizione e modernità

Un altro aspetto per noi importante, legato a questo evento, è che tra il 1861 e il 1865 negli Usa si sono affrontate due visioni del mondo, opposte ed inconciliabili: l’aristocrazia contro la borghesia, la tradizione contro il modernismo. Non è un caso che mentre in Europa tutte le sinistre, marxiste o liberal-progressiste che fossero, parteggiassero per gli uomini in blu dell’Unione (Marx mandò le sue felicitazioni a Lincoln) il cuore di tutti i conservatori, con in testa il Papa beato Pio IX, battè per la Confederazione degli stati del Sud. (3)

Verso il conflitto: le premesse ideologiche ed economiche

Vediamo ora come si arrivò al conflitto. Questo, di fatto, si aprì con le cannonate sparate il 12 aprile 1861 contro la base di Fort Sumter, un forte del governo federale di Washington situato nel territorio della Carolina del Sud, ma le premesse vanno ricercate molto più addietro, nelle differenze tra la società nordista e quella sudista. La prima, il mondo degli yankee, era moderna, industriale, capitalista, borghese e individualista. Il vecchio Sud era invece una società rurale, aristocratica, arcaica e tradizionalista. Scriveva uno dei padri della patria americana, il virginiano Thomas Jefferson, alla vigilia della guerra d’indipendenza “…la gente del nord ha la mente fredda. E’ sobria, laboriosa (…) Quella del Sud è fiera, indolente, più facile all’ira ed all’entusiasmo, più sensuale, gelosissima delle proprie libertà…”. (4) Queste differenze, alimentate anche dalla diversa cultura religiosa, calvinista e puritana al nord, in prevalenza anglicana e cattolica al sud, si riflettevano in interessi economici divergenti. I nordisti aspiravano a potenziare l’industria nazionale attraverso una politica mercantilista, basata su forti dazi doganali, e volevano al contempo potenziare il mercato interno, costruendo nuove strade, ponti, ferrovie. Ma per fare tutto questo servivano molti fondi, ed essi pensavano di reperirli, ancora una volta, con i dazi. Ma ciò cozzava con gli interessi del sud agricolo, liberoscambista per vocazione, che esportava il suo cotone in Europa, e in Europa acquistava i manufatti industriali di cui necessitava.(5) Molto rilevante fu la questione circa la struttura da dare ai nuovi stati acquisiti: sarebbero stati modellati sull’esempio degli stati del nord o del sud? E’ vero che fino alla seconda metà dell’800 al congresso federale il nord era stato maggioritario ed era riuscito ad imporre le sue istanze, a tutto danno degli interessi del sud, ma con l’affermarsi di nuovi stati liberoscambisti gli equilibri avrebbero potuto modificarsi (6) Inoltre è vero anche che, almeno fino al 1850, la classe politica federale aveva capito le differenza tra il nucleo virginiano e quello della Nuova Inghilterra e aveva governato con equilibrio. Il giocattolo iniziò a rompersi con lo sviluppo industriale: “…l’esplosione della rivoluzione industriale aveva mutato tutto: ora il nord era diventato un gigante in prepotente espansione e rapidamente andava asservendo, inglobando, rendendo simile a sé tutte le sezioni degli Stati Uniti” . (7) Ogni tentativo di giungere ad un accordo, negli ultimi mesi, era fallito. Così, quando nel 1860 venne eletto un rappresentante degli interessi industriali del nord come Lincoln, la Carolina del Sud proclamò la secessione, seguita a ruota da Alabama, Georgia e Mississippi. Alla fine, su un totale di 33 stati, 11 aderirono alla Confederazione del Sud.(8) Ma chi era Abram Lincoln? Di certo non l’eroico antischiavista di cui a volte si è parlato. Nel 1858 si era pubblicamente impegnato a “…non sostenere in alcun modo l’uguaglianza politica e sociale fra la razza bianca e quella nera. C’è fra le due una differenza fisica che, a parer mio, impedirà loro per sempre di vivere assieme su un piede di uguaglianza; e, se una differenza deve esserci, sono favorevole che la razza cui appartengo sia in posizione di superiorità..” (9) Possiamo dunque affermare che il nord fece la guerra perché aveva capito che solo invadendo il sud ed imponendogli la sua economia e mentalità “yankee”, gli Usa sarebbero diventati una superpotenza. Inoltre, in pieno sviluppo industriale, al nord serviva manodopera a basso costo: quale migliore idea che “liberare” i neri del sud? Si trattava di milioni di potenziali operai, che avrebbero anche garantito quell’ “esercito industriale di riserva” di cui ha parlato Marx. La questione dell’abolizione della schiavitù, da un punto di vista morale, di fatto ha interessato solo un pugno di puritani fanatici (10). A livello governativo fu sfruttata in modo importante solo dopo i primi anni di guerra, per dare alla stessa una giustificazione ideologica. “Il solo obiettivo è la preservazione dell’Unione: se per far questo occorre mantenere la schiavitù lo farò, se occorrerà abolirla la abolirò”, ripeteva Lincoln. Il Sud, dal canto suo, più che in difesa delle istituzioni schiaviste prese le armi perchè intuì che il protezionismo industriale avrebbe distrutto la sua civiltà, e si battè con eroica disperazione per salvare il suo mondo, e il sacrificio e la libertà di intere generazioni che sulla terra e sulla famiglia avevano scommesso tutto. “Not for slavery, for independence”: “Combattiamo per l’indipendenza, non per la schiavitù” fu il motto del Presidente della Confederazione, il senatore del Mississippi Jefferson Davis.

Due parole sulla schiavitù

Ora, prima di proseguire nella narrazione, è indispensabile spendere due parole sulle schiavitù. E’ naturale che questa a noi appaia un’istituzione sbagliata. Conta infatti relativamente poco che gli schiavi avessero un’istruzione, un’educazione religiosa, mangiassero e bevessero bene e venissero trattati ( nella maggior parte dei casi) con paternalistico affetto. E infatti anche nel vecchio Sud non in pochi lo avevano capito: probabilmente la schiavitù si sarebbe esaurita entro non molti anni, come era accaduto o stava accadendo in altri paesi, senza bisogno di scatenare una guerra da seicentomila morti. Per dirla con le parole di Raimondo Luraghi, da lì a poco, quella “…antiquata e repellente istituzione era destinata ad estinguersi…” (11). Ma se non è per affrancare i neri, visto che già Tocqueville notò che essi erano più discriminati al nord che al sud, cosa spinse il nord borghese a distruggere il Dixieland? Una risposta potrebbe essere che, oltre agli interessi economici contingenti cui abbiamo fatto riferimento, presso gli yankee vigeva già quella mentalità prevaricatrice che vede nella società capitalista la civiltà per eccellenza (12) , e porta a considerare barbaro il resto del mondo(13) . Sentiamo ancora come si è espresso, a questo proposito, Luraghi: “…con il crescere di una classe borghese moderna, forte, sicura di sé, era andata sviluppandosi nel nord una ideologia che considerava il capitalismo liberale (e la società liberale da esso generata) come il migliore dei mondi possibili…” (14)

La guerra

Alla vigilia del conflitto gli stati del nord contavano 22 milioni di abitanti e un potenziale umano pari a oltre 4 milioni di soldati. A queste cifre la Confederazione, abitata da 9 milioni di persone, poteva opporre un potenziale umano massimo di 1140000 soldati. In ambito industriale il divario tra nord e sud si ampliava drammaticamente: grazie alle loro 186mila industrie, gli yankee disponevano di 2283 cannoni e 441mila fucili; i confederati, forti di appena 18mila industrie ca, possedevano 464 cannoni e 150mila fucili.(15) Leggendo queste crude cifre, si potrebbe pensare che la guerra sarebbe finita ancora prima di iniziare, ma non fu così. I confederati supplirono alla carenza industriale con l’indomito valore, dovuto tanto al loro aristocratico orgoglio, quanto alla disperata convinzione che una volta vinti il loro mondo sarebbe scomparso “via col vento”, parafrasando un celebre romanzo ambientato sullo sfondo delle vicende belliche. Ed è riconosciuto che nei primi due anni di guerra la Confederazione avrebbe potuto vincere, sfruttando la migliore preparazione tattica dei suoi ufficiali e soprattutto l’entusiasmo che aveva coinvolto l’intera popolazione. La prima battaglia vera e propria venne combattuta nei pressi di un torrente chiamato “Bull Run” il 21 luglio 1861. I sudisti, meno di 22mila uomini guidati dal generale Beauregard, (che in “Via col Vento” è il comandante di Ashley Wilkes, il biondo sudista che aveva spezzato il cuore a Rossella O’Hara sposando Melania Hamilton, e che chiamerà suo figlio proprio Beauregard in onore del generale) sbaragliarono i nordisti, 30mila soldati impauriti e svogliati.(16) A Washington, nei giorni seguenti, si viveva nel panico: era diffusa addirittura la paura che i ribelli potessero conquistare la capitale nemica. Ed in effetti il Sud avrebbe potuto imporsi solo con una guerra lampo, sfruttando l’iniziale superiorità: il tempo infatti avrebbe di certo giocato a favore del Nord, come avevano capito i migliori ufficiali yankee, che avevano preparato un piano in tre fasi che prevedeva un lungo blocco navale, la conquista delle basi sul Mississippi e solo in ultima istanza un’offensiva contro Richmond, la capitale della Confederazione. Ma i politici, sia da una parte che dall’altra, non capirono tutto ciò, ed optarono entrambi per una tattica sbagliata.(17) Mentre Lincoln ordinò una campagna veloce, che poi fallì dopo i primi insuccessi, Davis avrebbe voluto logorare lentamente i nemici, sfruttando l’impopolarità della guerra negli stati del nord ed aspettando eventualmente l’ingresso in guerra di una potenza europea al suo fianco. Si sbagliava: gli yankee non avrebbero rinunciato per nessun motivo, se non costretti, ad invadere le regioni del sud, come avrebbe dimostrato il corso degli eventi. Nonostante il tentativo della spallata iniziale fosse fallito, durante la prima fase della guerra i sudisti vinsero la maggior parte delle battaglie, senza però riuscire mai a sferrare l’attacco decisivo, che avrebbe potuto mettere definitivamente alle corde gli unionisti. Accadde allora ciò che era stato previsto dai più illuminati elementi di ambo gli schieramenti all’inizio del conflitto: il tempo iniziò a giocare a favore del nord e del suo superiore potenziale umano, economico ed industriale. Forzare il blocco navale preparato dagli yankee risultò sempre più difficile, e la Confederazione si trovò così ben presto a corto di viveri e materie prime. Dopo due anni di guerra, apparve chiaro che solo l’intervento diretto di una potenza europea poteva salvare il destino del Vecchio Sud. Intervento diretto o, almeno, un riconoscimento ufficiale: così agli occhi dell’opinione pubblica mondiale non sarebbe più sembrato di assistere ad uno scontro tra uno stato sovrano ed un gruppo di ribelli ma ad una guerra tra due nazioni indipendenti e libere. E ci è mancato poco che ciò non accadesse: se il 4 luglio 1863 l’Armata della Virginia, guidata dal migliore generale sudista, il leggendario Robert Edward Lee, avesse vinto a Gettysburg, sembra sicuro che Francia ed Inghilterra avrebbero compiuto il grande passo. D’altronde le difficoltà economiche del sud, loro grande partner commerciale, avevano causato moltissimi disoccupati nei due paesi, che quindi da subito avevano tifato ufficiosamente per i confederati. E’ probabile che le sorti del conflitto si siano decise in questo cittadina della Pensylvania, ma anche durante l’anno successivo, il 1864, gli yankee sembrarono in più occasioni sul punto di farla finita e concedere l’agognata indipendenza ai ribelli. Ecco un esempio lampante, fornito dall’ottimo Pasolini Zanelli: se Atlanta non fosse stata conquistata prima delle elezioni presidenziali del 1864, Lincoln probabilmente non sarebbe stato rieletto, ed il nuovo presidente, dovendo fare i conti col malessere e l’impopolarità del conflitto che si respirava al nord, avrebbe probabilmente concesso al sud la libertà e l’indipendenza(18). Ma la storia, si sa, non si fa nè con i se nè con i ma. Atlanta cadde il 2 settembre 1864, e gli yankee poco dopo la distrussero completamente: in pochi minuti 1800 edifici furono bruciati . Era il prologo della sorte che sarebbe toccata all’intera Georgia, anzi all’intero sud: migliaia di case, piantagioni, giardini furono bruciati dai “liberatori” (19). Quando, il 12 aprile 1865 il generale Lee si arrese alle truppe di Grant, a sua volta il miglior generale nordista, la guerra era virtualmente finita, anche se rimanevano in armi alcuni stati. Il Vecchio Sud con le sue piantagioni, i suoi schiavi, i suoi gentiluomini, le sue dame, il suo tabacco ed il suo cotone era un mondo finito, per sempre, letteralmente bruciato dai vincitori. Ancora una volta, avevano vinto il progresso e la modernità.

I’m a old good rebel (still)

Possiamo chiederci un’ultima cosa: perché, vista l’inferiorità bellica, i sudisti non si ritirarono nelle immense foreste, negli enormi spazi ancora inesplorati del continente, per tentare da lì una lunga guerriglia? Una possibile riposta ce la fornisce ancora una volta il Luraghi: (20) “…il sud si preparava a morire nel mondo per sopravvivere nella storia…” Ciò significa che, compreso che il loro mondo era comunque destinato, prima o poi, a sparire, tanto valeva farlo nel migliore dei modi. Scegliendo di morire alla luce del sole, gloriosamente e con la spada in pugno, del mito di Dixieland i guerrieri sudisti hanno preservato in eterno almeno il ricordo.

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.

1) Così Luraghi sulla decisione del Sud di affrontare la guerra “…non esiste più nessuno che sia così ingenuo o così poco al corrente da ritenere che il mezzogiorno si fosse deciso al grave passo per difendere la schiavitù..” Fonte: R.Luraghi, “Gli Stati Uniti”, Storia universale dei popoli e delle civiltà, vol.16, unione tipografica-editrice torinese, 1974

2) Fonte:A.Pasolini Zanelli, “Dalla parte di Lee. La vera storia della guerra di secessione americana”, Leonardo Facco Editore, 2006, pag. 5

3) Fonte: ibidem, pag.6

4)Fonte: ibidem, pag.12

5) Fonte: ibidem, pag.16-17

6) Fonte: ibidem, pag.17

7) Fonte: R.Luraghi, op.cit.pag 303

8)Fonte:ibidem,pag.26

9) Fonte:ibidem, pag 20

10)Fonte: A.Pasolini Zanelli, op.cit,pag.32-33

11) Fonte: R.Luraghi, op. cit. pag.307

12) Questo tema, contestualizzato alla realtà odierna, è brillantemente approfondito da Massim Fini ne “Il vizio oscuro dell’occidente. Manifesto dell’antimodernità. Marsilio editore, 2004

13) Possiamo citare alcuni episodi della campagna ideologica operata dai nordisti contro gli abitanti del sud, presentati come trogloditi e crudeli verso i neri.: 1) alla vigilia della guerra il romanzo “La capanna dello zio Tom”, caso editoriale e sociale negli stati del nord, dipingeva gli abitanti del sud come persone spietate, ma ora si sa che la % di schiavi che tentò la fuga non fu in realtà mai superiore allo 0,025%. Pertanto risulta grottesco il fatto che l’associazione segreta “ferrovia sotterranea” , che era presente nel Sud e aveva come scopo proprio la liberazione degli schiavi, venisse descritta al nord addirittura come una “gigantesca associazione” filantropica 2) Anche il mito di John Browhn fu strumentalmente creato a tavolino: in realtà egli era un ufficiale dell’esercito, che nel 1859 aveva occupato un forte militare in Virginia per tentare (vanamente) di scatenare una rivolta di schiavi e per questo fu poi giustiziato. Tuttavia già in passato aveva compiuto atti terroristici intimidendo gli abitanti del Sud: la sua azione probabilmente Fonte: R.Luraghi, op.cit

14) Fonte: R.Luraghi, op.cit.pag 305

15) Fonte:A.Pasolini Zanelli, op. cit pag.33-34

16) Fonte:ibidem, pag.39

17) Fonte:ibidem, pag.35

18) Interessanti i retroscena della conquista di Atlanta: finchè la città fu difesa dal generale Johnston, astuto temporeggiatore, l’assedio degli yankee non ebbe fortuna. Ma quando il ruolo di comandante passò al generale Hood, questi ordinò un attacco frontale per spezzare l’assedio, che si risolse però, vista l’inferiorità di uomini e mezzi, nella disfatta che avrebbe consentito ai nordisti di espugnare la città. Fonte:ibidem, pag.156-157

19) Fonte: ibidem,pag 158

20) Fonte:R.Luraghi, op.cit. pag.336