Quer pasticciaccio brutto de ’e mignotte finte

Se i mass-media fossero aerei da bombardamento, l’argomento «sesso» sarebbe una delle bombe sganciate più frequentemente. Negli ultimi mesi abbiamo subìto raid devastanti, soprattutto con il caso Weinstein e la controffensiva MeToo da parte delle attrici-attiviste. Senza giustificare i comportamenti di Weinstein e di alcuni suoi omologhi, ci si domanda quanto sia verosimile che le dive interessate (in tutti i sensi del termine) siano così ingenue da avere scoperto soltanto di persona casi di ricatti e proposte indecenti dietro le quinte ed esserne sconvolte. Asia Argento, attrice (e qui ci si dovrebbe scusare con Anna Magnani, Silvana Mangano, Lea Massari, Kathy Bates, Nicole Kidman, Kim Novak, Irene Papas, Meryl Streep…) e figlia d’arte, è una di queste femministe da red carpet, e proprio lei risulta avere molestato sessualmente tale Jimmy Bennett, «attore» diciassettenne, da lei infine «risarcito» (e zittito) con 380mila dollari.

Intanto, la “mia” Torino si è trovata al centro di quello che, se fosse un racconto di Carlo E. Gadda, si chiamerebbe «Quer pasticciaccio brutto de ’e mignotte finte». È stata la prima città d’Italia a ospitare quello che alcuni giornali on-line hanno definito «bordello con prostitute-robot»: in realtà si tratta di bambole, sette “femmine” e un “maschio”, con «uno scheletro metallico, mentre la carne e la pelle sono in termoplastica. Non stanno in piedi da sole e non si muovono», quindi «bisogna impegnarsi, oppure essere parafiliaci, che» – precisava l’articolista con una tempestività indicativa dello Zeitgeist in cui viviamo – «non è una malattia, né un crimine: il termine si usa quando si hanno pulsioni sessuali nei confronti degli oggetti». Il luogo avrebbe ottenuto il «tutto esaurito» a pochi giorni dall’apertura: «Tra i clienti in coda coppie, ma anche donne sole, e c’è pure chi ha prenotato un [sic] stanza per quattro ore». Ma tanta compiaciuta pubblicità è stata traditrice: dopo poche settimane, il «bordello» è stato chiuso dai Vigili Urbani per esercizio abusivo di albergo a ore (con tanto di docce «con musica e luci colorate») e mancata indicazione del Paese di fabbricazione sul corpo delle pu…pazze, nonché sottoposto ad accertamenti dell’Ufficio d’Igiene perché le “esercitatrici” (collocate, nelle ore di “riposo”, in un «deposito» simile a un «obitorio», su scaffali tristemente simili ai tavolacci a castello su cui dormivano i deportati nei lager nazisti) non sarebbero state sanificate a norma nei loro orifizi.

I social network, se usati cum grano salis, attraverso i post e i commenti aprono sovente una “finestra” sulla mentalità di gran parte della gente, famosa e non. Il giornalista Vittorio Feltri ha commentato su Twitter in modo non poco riduttivo: «Asia Argento ha fatto una figura pazzesca. Ma è pazzesco anche che un diciassettenne si spaventi davanti alla passera». D’altra parte, il commento di una lettrice era di questo tenore: o il ragazzo è un furbastro, che vuole spillare soldi ad Asia, o è un deficiente, come se non si fosse mai nemmeno masturbato! Come se essere giovani(ssimi), maschi ed eterosessuali equivalesse a essere disposti ai rapporti sessuali con qualsiasi donna, anche quando lei – come in questo caso – non è esattamente un esempio né di bellezza, né di vita. I commenti favorevoli al salotto con le donnine allegre artificiali, invece, recitavano i soliti “mantra” superficial-individualistici: «Se alcuni vogliono provarle, chi siete voi per giudicarli?!», «Ma perché vi accanite, mica siete obbligati a farlo anche voi?!», «Ma se ad altri piace, a voi che cosa toglie?!», «Ognuno ha i suoi gusti!». Le stesse frasi da seguaci del queer (benché non tutti… praticanti) leggibili riguardo alle “nozze” tra omosessuali, ma con l’aggiunta, talvolta, di un moralismo sui generis da parte di alcune donne, che reputano il bordello con le madamine in ferro-plastica un male minore o un ambiente auspicabile per quegli uomini che, altrimenti, in preda a quello che è ritenuto un impellente bisogno, violenterebbero le donne (loro compagne o estranee) o ricorrerebbero alle prostitute, alimentando il loro sfruttamento.

Quale vissuto interiore dell’erotismo, e quale percezione della femminilità hanno gli uomini attratti da fantocci privi di vita, che di femminile hanno soltanto la forma? Quale idea del maschile hanno quelle donne secondo cui un uomo può subire improvvisi raptus erotici da sfogare il più presto possibile, anche su un manichino pieghevole?
Guardiamo al contesto. Qua e là si pensa che, «per colpa della Chiesa cattolica», nelle scuole italiane «non c’è l’educazione sessuale», e che per questa ragione i giovani(ssimi) si “autoeducano” con i filmati pornografici su internet; ma la realtà è un’altra. Le categorie erotiche di non pochi adulti hanno origine appunto nello sdoganamento mediatico, sociale, psicologico ed etico della pornografia, indicata anche da Gianni Vattimo come «falsa liberazione sessuale», dal suo punto di vista una deformazione dell’«erotismo diffuso» auspicato negli anni ’60 del ’900 da Herbert Marcuse, che da parte sua condannava l’«apertura della camera da letto ai mezzi di comunicazione di massa». Molti sembra abbiano assimilato in quantità eccessive la versione pornografica dell’erotismo, fino a ritenerla uno specchio fedele della realtà umana, non percependo più le differenze tra questa e quella, e replicando inconsciamente l’indole dei personaggi e le relazioni tra essi: la minimizzazione di ogni sentimento reciproco a eccezione del desiderio sessuale, definita acutamente dal filosofo Michel Henry «autoerotismo a due» – laddove proprio il Cristianesimo, spesso e in parte ingiustamente giudicato sessuofobo, insegna esplicitamente che «[fa parte] della santità degli sposi anche [il] piacere carnale che gli sposi si donano a vicenda» – e la «trasgressione», che, volendo oltrepassare ogni ordine naturale, fatalmente oltrepassa anche la natura umana stessa dei due partner e la sostituisce con l’artificialità tecnologica: prima il sesso con il «giocattolo erotico», e poi l’intera persona con il simulacro senz’anima (e quindi, paradossalmente, senza una vera sessualità).

Ecco perché càpita di leggere commenti di alcuni uomini che ritengono ingiusto denigrare come «gay» un «marito» che si faccia «sodomizzare dalla moglie con lo strap-on» (la maggior parte delle coppie pratica abitualmente rapporti intimi di questa qualità?), quelli di alcune donne che sembrano reputare un hobby di massa penetrarsi con «giocattoli» falliformi, e quelli di altre secondo le quali è da stupidoni credere che certi preliminari e certi rapporti sessuali «fantasiosi» e «trasgressivi» siano praticati «soltanto dalle prostitute» (un’opinione espressa talvolta con toni tali da far pensare che sentano il dovere di rivendicare una proprietà intellettuale!). La domanda sorge spontanea: perché, mentre si proclama che nessuno ha il diritto di mettere il naso nel letto degli altri, sembra che molti sappiano tutto di ciò che gli altri fanno o non fanno nei propri letti, tanto da suggerire implicitamente che cosa tutti noi potremmo fare? Se non si vuole essere confusi con quanto di più criticabile c’è tra la gente, si è costretti a far presente alle probabili clienti di sexy-shop e ai sessuologi da tastiera che non tutti gli uomini sono bruti per i quali le donne «basta che respirino», o pseudo-esteti sperimentatori di sensazioni corporali bizzarre, così come non è affatto incontrovertibile che la maggior parte delle donne, pur non essendo prostitute o pornoattrici, attui abitualmente pratiche sessuali che è piuttosto imbarazzante menzionare esplicitamente. I comportamenti discutibili di alcuni, non dimostrano affatto quali siano i comportamenti abituali di tutti.

Specialmente nell’àmbito dell’erotismo, dunque, la «desublimazione repressiva» e la «mercificazione […] spesso volgare del simbolico» hanno avuto e hanno un enorme successo; ma proprio le persone «desublimate» ne sono i protagonisti inconsapevoli. È giustissimo scandalizzarsi per la pedofilia nella Chiesa e indignarsi per gli stupri sulle donne, ma è anche facile. Meno facile, o piuttosto molto scomodo, è riconoscere che un inquinamento dell’erotismo esiste, in forma e grado diversi, a macchia di leopardo in tutta la popolazione. Se una comunità necessita di fondamenta, e le fondamenta sono nelle persone, queste non possono ridursi a malriuscite fotocopie di pornostar e piccoli pervertiti, mossi – parafrasando quel proverbio contadino – più da un sesso di plastica che da un tiro di buoi.

Maestre (e) divise

In ogni organizzazione ideologico-politica esistono persone che sembrano fare di tutto per confermare i peggiori stereotipi su di loro. Durante l’ultimo mese di sprint pre-elettorale per la legislatura 2018, la maestra di scuola elementare Lavinia Flavia Cassaro, classe 1980, manifestando contro i sostenitori del candidato di CasaPound presente a Torino, in seguito ai consueti scontri con le forze dell’ordine ha gridato contro i poliziotti frasi come: «Schifosi! Dovete morire! Mezze cartucce del ca**o!»; nell’intervista successiva al filmato, ha dichiarato al giornalista Angelo Macchiavello: «È triste, ma non sbagliato, perché potrei trovarmi a combattere fucile in mano [!] contro questi individui». Gli «individui» sarebbero i poliziotti o i militanti di estrema destra? Non è una differenza da poco.

Vedendo per la prima volta il filmato, non si crede di trovarsi davanti a una insegnante di scuola elementare: la voce leggermente rauca e abbassata di tono tipica di chi si è “sgolato”, spesso curiosamente uniforme tra coloro che si “sgolano” nella “galassia ACAB”i; ben stretta in pugno durante tutta l’intervista, la bottiglia di birra, che – come avevo intuìto, ed espresso tra il serio e il faceto in un mio post su Facebook, nella settimana del centenario della Rivoluzione russa – nella Torino impoverita e disoccupata ma infastidita dall’ordinanza comunale contro il consumo di alcolici all’aperto dopo le ore 20, sta diventando quasi davvero il gesto ribelle e antisistema per eccellenza. Fermo restando che «Tutti hanno diritto di manifestare il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione» (articolo 21 della Costituzione della Repubblica), l’elenco dei «mi piace» sulla sua pagina Facebook è un monumento allo schieramento ideologico senza nessuna nuance, al «queer», all’anarco-comunismo, alla «bigottofobia» [sic], al ribellismo senza se e senza ma.

Tutto ciò non aiuta a liberarsi dello stereotipo del «tipo da centro sociale» sui cui gli avversari-nemici si scagliano volentieri; continua anzi ad alimentare errate generalizzazioni e perplessità nelle famiglie, che – complici una parte della politica e una parte dei mass media che spesso e volentieri “sparano” contro la scuola pubblica – cadendo nell’estremo opposto giudicano la scuola statale un inutile, anzi dannoso, ricettacolo di «comunisti», «post-sessantottini frustrati», eccetera, come se uno o pochi casi dimostrassero che l’intero corpo docente sia una massa di ideologizzati . Allo stesso modo sbaglia chi sostiene che il comportamento della maestra Cassaro verso i poliziotti in piazza dimostrerebbe la sua inaffidabilità come insegnante nei confronti degli alunni (così come sbaglierebbe chi sostenesse che una insegnante sgradevole in aula sarebbe necessariamente anche una cittadina incivile fuori dalla scuola), perché la signora soffrirà sì di un furor ideologico nell’esprimersi sulle forze dell’ordine, ma avendo per allievi bambini tra i 6 e gli 11 anni non c’è da paventare il rischio di faziosità politica nell’insegnamento e di “indottrinamento”, come se si trattasse di studenti di scuola superiore. Scoprire che la signora Cassaro è davvero una insegnante elementare mi ha fatto quindi pensare alla mia maestra: un salto nel tempo oltre 20 anni fa.

La mia maestra si chiamava Gemma ed era straordinariamente dotata nel trattare con i bambini. In cinque anni di scuola elementare perse la pazienza seriamente una sola volta, giungendo a lanciare per l’aula qualche quaderno (compreso il mio). L’unica volta che la sentimmo dire due parolacce fu quando, in quarta elementare, con una delle sue “prediche” (sapeva di apparire «brontolona» ma sapeva bene che le sue “prediche” sarebbero state utili) rimproverò qualche nostro compagno che usava le parolacce, imitando il loro modo di parlare in modo sarcastico: non era bello dire «passami quel ca**o di bicchiere», oppure «questa cosa è una me**a» anziché semplicemente «questa cosa non mi piace». Sentirla dire queste parole ci faceva sghignazzare con la faccia nascosta dietro le braccia conserte sul banco, ma il messaggio era ben chiaro. A suo modo era sollecita verso ognuno, percependo bene le singole situazioni e differenze familiari. Aveva un figlio e una figlia, era cattolica, e per questo era sia antifascista, sia antisovietica: soprannominava «Mussolini» gli arroganti e chi si atteggiasse a decisore indiscutibile e illudesse il prossimo con promesse “enormi”; anche se ne capivamo poco, essendo tutti al di qua dei 10 anni, a volte ci parlava delle due Germanie e del Muro di Berlino crollato da pochissimi anni; delle persone che volendo fuggire all’ovest venivano fucilate senza tanti preamboli dalle guardie dell’est; dell’allora ex URSS, in cui molta popolazione, a causa del crollo del governo nel 1991, era ridotta a «non potersi comperare nemmeno le scarpe» e «trovava i banchi vuoti al supermercato». Ci ricordava sovente di non escludere i poveri dal nostro pensiero e dalle nostre azioni.

Ogni tanto faceva una cosa che oggi da alcuni sarebbe stimata quasi fuorilegge: ci faceva pregare in classe! Cosa che io, come tutti gli altri, eseguivo, ma senza sentirmene particolarmente entusiasta: pressappoco mi appariva come uno dei tanti “pallini” mentali degli adulti, cui un bambino si adatta obtorto collo perché, anche se non li comprende, non può metterli in discussione. Peggio ancora: una volta la madre di un nostro compagno era stata alla Grotta di Lourdes e aveva portato alla maestra Gemma una fialetta dell’acqua della fonte; la maestra, in aula, aveva bagnato la fronte di ognuno di noi con una goccia di quell’acqua. Qui noi bambini di forse 8 anni eravamo incuriositi, se non altro perché la sensazione di essere messi a contatto con qualcosa di famosissimo e di insolito c’era in tutti.

Qualcuno penserebbe che iniziò così il mio presunto «bigottismo filocattolico che comincia a spaventare» – come una persona legata appunto al “mondo ACAB” della maestra Lavinia, ha definito il mio scetticismo sulla legalizzazione degli stupefacenti. Niente di più contrario! Io per la maestra Gemma ero intelligente e simpatico ma «ostinato». Notava che leggevo qualsiasi cosa mi capitasse e ne era felice, ma talvolta mi rimproverava, con buone maniere, di essere troppo scostante verso i compagni di classe, soltanto perché non legavo sùbito con chiunque come la maggior parte degli altri. Riteneva che scrivessi in un corsivo troppo appuntito così come il mio carattere aveva qualcosa di spigoloso. Quando in terza elementare capì che, a differenza di tutta la classe, i miei genitori, credenti non praticanti, mi avevano battezzato ma non volevano iscrivermi al catechismo e farmi fare la prima Comunione, se ne stupì e si preoccupò serissimamente, mi sollecitò a parlarne con loro e a convincerli, ma chi comprendeva meno di tutti questa urgenza sacramentale e non voleva interessarsene ero io stesso! Contemporaneamente, però, scrisse di me nell’allegato di religione alla pagella di terza elementare (anno 1993): «Percepisce Dio come realtà costitutiva della persona umana»: una «percezione» di cui io non sono mai stato conscio se non dopo i 25 anni compiuti: come aveva intravisto questa mia potenzialità in anticipo di quasi vent’anni?

Questo eccesso autobiografico era necessario per far comprendere che il rapporto mio e di altri con lei era buono ma non idilliaco: non si è voluta presentare una nostalgica e superficiale contrapposizione tra maestra degenerata di oggi e maestra-modello di ieri. Ora arrivo al dunque.

Un giorno, in prima o seconda elementare, con la maestra Gemma si parlò dei mestieri dei genitori. Tra le tante cose ascoltate e oggi dimenticate, la maestra disse che il padre di un nostro coetaneo della sezione a fianco era «operatore ecologico» o «addetto alla nettezza urbana», insomma faceva lo spazzino: si premurò subito di farci comprendere che non era un mestiere umiliante ed era rispettabile come tutti gli altri. Quando io dissi che mio padre era carabiniere, i miei compagni erano molto incuriositi e la maestra Gemma disse qualcosa come: «Suo papà fa un lavoro importante, può rischiare la vita». In realtà mio padre, appuntato scelto, non ha mai partecipato ad azioni fortemente rischiose, come sparatorie e azioni antisommossa, perché non faceva parte di questi reparti; la maestra Gemma non conosceva questi dettagli, ma ebbe rispetto e considerazione verso un mestiere che necessariamente implica l’eventualità dello scontro armato, realtà che non tutti sanno cosa significhi per una persona (mio padre ma non soltanto) assegnata a meno di 25 anni al prelevamento e trasferimento dei mafiosi condannati al confino (negli anni ‘70 esisteva ancora questa condanna, che prevedeva il dislocamento dei rei di crimini di stampo mafioso in regioni italiane lontane dal loro comune d’origine), e che, durante un inseguimento del furgone di una banda di zingari ladri di batterie d’automobile, avrebbe potuto scoprire in un istante che anche gli inseguiti erano armati, e magari pronti a sparare prima della pattuglia dei Carabinieri: un modo per morire a meno di trent’anni lasciando la fidanzata conosciuta appena da uno o due.

Oggi non so se la maestra Gemma – che dovrebbe avere 77 o 78 anni – conosca il caso Cassaro; forse ognuna delle due colleghe riterrebbe l’altra una «cattiva maestra». Posso però chiedermi che cosa la mia maestra di scuola elementare avrebbe pensato di mio padre, e forse anche di me stesso, se fosse stata Lavinia Flavia anziché Gemma. Dal canto suo, che cosa penserebbe un bambino di seconda elementare, in piena «età evolutiva», se sospettasse che le maestre possono reputare suo padre «una mezza cartuccia che merita di morire»? Soprattutto questa è una domanda da porsi, in tempi in cui molti personaggi pubblici declamano continuamente sui «giovani» e sul «futuro».

iAcronimo di All Cops Are Bastards (in inglese, «tutti gli sbirri sono bastardi»).

Violenze sessuali a Colonia: dov’erano gli uomini?

«Quelli che come me adorano la propria moglie “non esistono”.

Nel mondo fanno notizia solo i pezzi di merda».

(un commento su Facebook a un caso di stupro, estate 2017)

Disegno di Paola Marinaccio

È trascorso quasi un anno da quando, la notte del 31 dicembre del 2016 a Colonia (Köln), storica città tedesca gemellata con la “mia” Torino, un numeroso insieme di uomini, non pochi dei quali immigrati da Paesi di tradizione islamica, ma soprattutto ubriachi, molestarono sessualmente e in alcuni casi violentarono alcune donne presenti in piazza per l’attesa del Capodanno 2017. Le polemiche sui numeri – oggi sembra impossibile ragionare su alcunché senza affidarsi alla presunta infallibilità della quantificazione numerica – erano state tragicomiche: si passò in breve dalla stima di 2 stupri e 80 tra palpeggiamenti e molestie, a un massimo di 1000 stupri. Più attendibile sembra dunque la stima di circa 400 casi tra molestie, palpeggiamenti e veri e propri stupri sessuali.

Ad avvenimento estremo hanno corrisposto reazioni estreme, in tutta Europa: in Germania manifestazioni di gruppi di estrema destra e neonazisti; l’ipotesi del governo della Repubblica Ceca di vietare l’ingresso a qualunque persona migrante da Paesi islamici (come se la soluzione consistesse nel semplicistico atteggiamento “per colpa di qualcuno non entra più nessuno”); non poche persone, non tutte prive di una discreta cultura, si riconoscono in slogan quali: «L’Europa deve difendersi dalle nuove invasioni barbariche». L’àmbito femminista-di sinistra ha replicato con degni contrattacchi: volendo arginare l’aggravamento della deriva xenofoba, ha lanciato per l’ennesima volta l’attacco al maschilismo, al sessismo, al machismo e al patriarcalismo, certamente diffusi nei Paesi occidentali, ma facendone, come sovente, un unico calderone zelante e ideologizzato, e dando talvolta l’impressione di credere che i gravi atti dei molestatori maghrebini e mediorientali siano stati acquisiti dai maschilisti nostrani soltanto dopo l’ingresso in Europa. La sindaca di Colonia consigliò alle donne di fare più attenzione ai contatti con gli uomini soprattutto se sconosciuti, tenendosi – testualmente – «almeno a un metro di distanza». Le risposte polemiche da parte di alcune organizzazioni femminili e femministe, indignate da tale consiglio, dànno a loro volta da pensare, perché se è vero che questo approccio, ai suoi estremi, porterebbe alla limitazione della libertà di movimento delle donne, nondimeno è vero che, soprattutto da parte femminile, non si può reagire volendo «botte piena e… marito ubriaco», cioè considerando il rischio e il pericolo ma allo stesso tempo rivendicando e riaffermando la più incondizionata, indiscutibile, assoluta libertà individuale. Io posso essere assolutamente libero di correre dove voglio, anche su una strada piena di buche, ma le buche restano tali, e se vi casco dentro, onestamente non posso dare la colpa dell’incidente a chi mi aveva avvertito della presenza delle buche e invitato a starne lontano.

Resta comunque indiscutibile che le buche non dovrebbero esserci, cioè che gli uomini tendenti alla sopraffazione e alla violenza verso le donne andrebbero in qualche modo corretti psicologicamente. L’innegabile problema maschile, più che dai numerosi editoriali online e stampati riguardanti il grave fatto, è stato evocato dalla satira: i due punti di vista considerati prima – quello identitario-difensivo-di destra e quello femminista-antimaschilista-di sinistra (mi si scusi la semplificazione) erano stati espressi da due vignette. In una, il primo personaggio diceva: «Ma dov’erano i compagni?» (intendendo i compagni delle donne molestate), e l’altro: «Si sa che ai “kompagni” piacciono i musulmani!»; nell’altra, un uomo occidentale con al collo un vistoso crocifisso (a indicare l’abitudine, soprattutto italiana, di credersi cattolici nonostante si pensi e si agisca in modo tutt’altro che cristiano) esclamava perentoriamente: «Le nostre donne possiamo stuprarle solo noi!». Ognuna delle due vignette conteneva sia della faziosità ideologica, sia della verità. Nella parte in cui esprimevano la verità, puntavano giustamente l’indice sui protagonisti assenti della situazione la “metà azzurra del mondo”: dov’erano i compagni? Dov’erano gli uomini?

Che io sappia, nessuno ha scritto, al riguardo, che mariti/fidanzati/amici/fratelli non sono intervenuti per viltà, paura o indifferenza: e meno male, perché sarebbe stato un ennesimo esempio di generalizzazione e di superficialità; è vero anche, però, che qualora qualcuno avesse invocato la presenza difensiva maschile, qualcun altro e qualcun’altra avrebbero risposto: non è ammissibile pensare che nel 2016 le donne abbiano ancora bisogno di essere difese dagli uomini; i tempi favolosi della Principessa svenevole minacciata dal drago e salvata da san Giorgio in armatura da cavaliere senza macchia e senza paura, sono morti e sepolti (magari «seppelliti sotto una risata», secondo un noto slogan ormai quasi cinquantenne ma che alcuni ritengono valido tutt’ora!). Ma intanto l’accaduto resta, in tutta la sua gravità, proprio perché è nei fatti mancato un “san Giorgio”.

Dov’erano dunque i compagni? Dov’erano dunque gli uomini? Il silenzio maschile è effettivamente un problema e richiama l’attenzione su uno dei punti importanti della risposta polemica ai fatti di Colonia (e alle analisi più o meno ragionate su di essi) dal punto di vista femminista e degli «studi di genere»: la psicologia e quindi il comportamento maschile nella società occidentale contemporanea. Se da un lato vi sono i maschilisti veri e propri e i violenti, esempi di una concezione della mascolinità intesa esclusivamente come capacità aggressiva e d’imposizione brutale del proprio Io anche sulla persona delle donne, dunque una mascolinità fraintesa – anche a causa del persistere di alcuni stereotipi diffusi dai mass media – con conseguenze dannose sia per l’autenticità degli uomini che le attuano, sia per le donne che li incontrano; dall’altro lato sembra apparire una “nuova” concezione del maschile, che, volendo (?) essere decisamente alternativa e migliore di quella machista/maschilista/patriarcalista, ci “regala” decadenti esempi di uomini postmoderni, giovani e non più tali, che dedicano tempo e denaro alla tinta ai capelli e alla modellazione delle sopracciglia; alla chirurgia estetica, facciale e non soltanto (ricordiamo un Presidente di Regione che, con i soldi pubblici, si faceva sbiancare un orifizio agli antipodi della faccia); al taglio e modellazione dei capelli e della barba in modo sempre più “artistico” (leggi: finto e improbabile); all’applicazione dei «glitters» (lustrini che sembrano involontarie parodie degli addobbi natalizi) e degli ornamenti floreali alla barba «da hipster»; all’attenzione a collocare vari piercing e tatuaggi qua e là sul corpo e a sistemare il meglio possibile i «risvoltini» dei jeans alle caviglie nude. Il tutto espressione e accompagnamento di un modo di concepire i rapporti con persone e cose all’insegna di frasi fatte quali «prendi la vita con leggerezza e ironia», «tutto è questione di gusti», «vivi e lascia vivere».

Entrambi i modelli maschili, il palestrato che non deve chiedere mai e l’hippie alternativo e giocoso, hanno forse una sola, basilare cosa in comune: un’enorme complesso narcisistico. Al centro della psicologia di questi soggetti non c’è realmente la “loro” donna, bensì l’immagine del Sé esteticamente potente che vorrebbero essere, almeno ogni tanto, almeno in una sola occasione speciale (come potrebbe essere l’ultimo giorno dell’anno). Sia il machista, sia il soft-modaiolo assumono automaticamente un habitus per percepire se stessi in qualche modo più intenso e (illusoriamente) gratificante, come se non sentissero più interiormente che l’attenzione, il rispetto e, se necessario, la protezione e la difesa verso le donne dovrebbero nascere, proprio in seguito al contatto e all’interazione con la personalità femminile, come sentimenti e azioni spontaneamente emergenti (e non come “galateo” o “cavalleria”!) all’interno della personalità maschile.

In accadimenti come quelli del 31 dicembre 2016 a Colonia (e in migliaia di altri casi simili ovunque), alcuni uomini fanno soltanto una vergognosa comparsa: sia i violentatori che non sanno liberarsi dell’idea che le donne siano oggetti da afferrare, se reticenti, con le maniere forti; sia i difensori mancati, impreparati perché immersi in uno specchio, come Narciso o la strega di Biancaneve, incapaci di tenere un occhio sulle “loro” donne e di intervenire in loro aiuto, se necessario anche con le mani e i piedi pesanti, ma probabilmente capacissimi di prenotare la seduta dall’estetista o di sprecare del tempo per sistemarsi i risvoltini o i glitters prima di recarsi a festeggiare l’ultima notte dell’anno (o qualsiasi altra ricorrenza più o meno significativa). I “san Giorgio” – viceversa – saranno pure inattuali e scomodi, ma appunto per questo restano significativi, intramontabili e in qualche caso, purtroppo, necessari.

L’estetica dei luoghi come specchio della crisi antropologica

Giovanni Iudice, Interno, olio su tavola, 18x13cm, 1999

Nei suoi elementi strutturali essenziali – fondamenta, colonne portanti, pareti e copertura – la casa non si distingue da molti altri edifici (scuola, albergo, caserma…); il suo specifico è la funzione di dimora, di abitazione. Come l’Uomo stesso, è un composto di natura e cultura: alla natura deve i materiali con cui è costruita (legno, frasche, ossa di cetacei, pietre, cemento antico e poi moderno, marmi, laterizi…); alla cultura, l’organizzazione funzionale e significante dei materiali e dell’ambiente interno, talvolta in base al mestiere del suo abitante (lo studio di un professore, l’atelier di un artista…), ma sempre un riflesso della sua mentalità e della sua attività. Come molte specie animali, anche quella umana, decine di millenni fa, ha abitato le proprie “case” per esigenze strettamente vitali: la protezione dagli agenti meteorologici, dai predatori e dai nemici; ma già in questa preistoria esisteva un’interazione simbolico-culturale tra Uomo e ambiente abitato: lo indicano le famose incisioni e pitture rupestri sulle pareti delle caverne, con le loro immagini dai molti significati:

scene di caccia: dunque rappresentazioni di azioni che univano l’esigenza del sostentamento alimentare e la necessità dell’interazione tra persone, cioè un embrione di “comunità” o di “società”.

costellazioni, in molte culture protostoriche immaginate come sagome di animali e, secondo alcuni studiosi, rappresentate in alcune pitture rupestri raffiguranti animali. Questa interpretazione è discussa, e non vale per tutte le immagini di questo genere: un caso celebre è la Grotta di Lascaux, in Francia, datata a 13000 anni a.C.;i ma questa possibilità fa sì che dalle pareti della “casa” emerga la mentalità a suo modo scientifica dell’uomo cosiddetto primitivo: attento osservatore dello Spazio (il cielo), da cui deduce lo scorrere del Tempo (l’alternarsi delle costellazioni).

danze e cerimonie propiziatorie per il buon esito della caccia o di altre attività; in questo caso le pareti della “casa” rivelano la consapevolezza umana della propria effettiva dipendenza dalla natura circostante (benché espressa in modo superstizioso), consapevolezza che molti “moderni” sovente hanno dimenticato o, forse meglio, rimosso nel senso freudiano.

adorazione di forze della natura personificate in animali-totem, «spiriti» o divinità, che sulle “pareti di casa” rispecchiano non soltanto la necessaria relazione con la natura, ma anche la meraviglia, il timore reverenziale davanti ai suoi fenomeni (il Sole e la Luna, i fulmini, la pioggia…), e le domande sul senso dell’esistenza che essa suscita: il particolare sentimento umano cui pensava Albert Einstein parlando del «senso di meraviglia che sta all’inizio della scienza».

Questa interazione dell’Uomo con l’ambiente abitato si potrebbe definire arredamento simbolico-cosmico: ciò che si colloca nell’abitazione – dalle incisioni o pitture rupestri agli oggetti del culto (tra i moltissimi esempi: le teste degli antenati ricostruite in stucco e collocate sotto il pavimento a Gerico nell’VIII millennio a.C.;ii le maschere apotropaiche appese sopra l’uscio della capanna presso alcuni popoli africani; l’angolo occupato da un altare domestico per il culto degli antenati diffusi nel sud-est asiatico…), alle immagini degli antenati scolpite (in Italia, i busti degli avi nella Roma repubblicanaiii), dipinte (la galleria dei ritratti di famiglia presso i nobili dal Rinascimento in poi) o, più recentemente, fotografiche (l’album genealogico) – non ha soltanto una utilità tecnica o una funzione ornamentale, ma ha un significato umano universale riconosciuto e condiviso, tanto dai membri della famiglia e della forma di civiltà cui essa appartiene, quanto dalle diverse forme di civiltà (al di là delle differenze particolari); significa cioè il legame tra l’individuo e l’universo, dal punto di vista sia spazio-temporale (la rappresentazione del paesaggio e della successione genealogica), sia metatemporale e metafisico (gli oggetti della religione).

La concezione dell’arredamento simbolico-cosmico è progressivamente decaduta lungo i secoli fino a oggi, sopravvivendo soltanto, evidentemente, presso le civiltà cosiddette primitive o tradizionali, quasi tutte estranee – anche territorialmente – all’Occidente postindustriale: ad esempio, nel Tagikistan pre-sovietico era usanza dipingere da cima a fondo le pareti domestiche, in occasione del capodanno, con figure di animali e forme geometriche ricollegabili ad antichi riti e credenze magicheiv, che potrebbero essere un lontano retaggio delle pitture rupestri protostoriche. Nel XX secolo, questa organizzazione della casa come luogo microcosmico sembra infatti essersi conservata in modo residuale soltanto nel ceto contadino, in forme talvolta superstiziose ma mai prive di significato, come la collocazione di oggetti benauguranti o scongiuranti in precisi punti della casa: dal ferro di cavallo al cornetto napoletano inchiodati all’architrave della porta, al piccolo idolo in metallo appeso allo stipite dagli aderenti “neo-egizi” (neopagani) della comunità Damanhur in Piemonte. Nuto Revelli, partigiano e scrittore, già ufficiale dell’ARMIR nel 1942, notava che i soldati italiani, nelle lettere dal fronte russo, descrivevano (non senza un po’ d’ingenuità) le comunità contadine russe simili a quelle italiane: «Sono come noi: contadini cristiani, persone religiose», anche e soprattutto perché nelle izbe (case contadine) della Russia ortodossa, nonostante l’«ateismo di Stato» della dittatura staliniana, tenevano ben visibile un’icona, principalmente della Vergine Maria.v Meno di un decennio prima, il medico e pittore Carlo Levi, nell’allora desolata provincia di Matera – dove era stato condannato al confino dal governo fascista – aveva visto nelle misere casupole, «a capo del letto, attaccata al muro con quattro chiodi» un’immagine (cattolica) della Madonna «nera», che «assiste a tutti gli atti della vita» dei contadini.vi Chiunque abbia visitato qualche borgo di campagna italiano sa, del resto, che molte case di campagna hanno tutt’ora una nicchia (esterna, questa) che ospita, o ospitava, una statuetta della Madonna o di un santo protettore.

Dove si è prodotto il mutamento che porterà – senza che nessuno potesse prevederne gli esiti odierni più discutibili – a concepire l’interno della casa non più come piccolo specchio del cosmo, ma come mera estensione utilitaristico-estetica dell’individuo che vi abita, è dunque il ceto borghese. Cercheremo quindi di ricostruire il percorso attraverso il quale il criterio con cui si organizza l’arredo domestico diventerà quasi esclusivamente il gusto individuale, senza più alcuna attenzione al significato complessivo.

Il mutamento che ha portato – senza che nessuno potesse prevederne gli esiti odierni più discutibili – a concepire l’arredo della casa non più come piccolo specchio del cosmo, ma come mera estensione utilitaristico-estetica dell’individuo che vi abita, si è prodotto dunque nel ceto borghese, che nasce alla fine del Medioevo e ha il suo apogeo d’importanza politica nell’Ottocento. L’ascesa della borghesia è leggibile infatti anche come progressivo allontanamento di una parte dell’umanità dal contatto diretto con la natura, dai suoi tempi e dalle sue manifestazioni: realtà d’importanza vitale che le società agricolo-pastorali, viceversa, non ignorano e non possono ignorare:

• Nel Rinascimento, i borghesi ricchi e i nobili (laici ed ecclesiastici) arredano le proprie abitazioni con opere d’arte: dipinti e sculture di soggetto, oltre che cristiano, anche greco-romano mitologico, implicanti il riferimento erudito, la citazione della letteratura cui quelle opere d’arte rimandavano, la conoscenza della storia e della poesia greco-romana: gli abitanti sfoggiano la competenza nella cultura classica e l’amore per essa. C’è dunque un primo allontanamento dalla concezione cosmico-naturalistica dell’abitazione a favore della creazione di un microcosmo indipendente di topoi culturali, limitato alla cultura dell’élite socio-economica europea.

• Nel XVII secolo, epoca del Barocco, aumentano le abitazioni di borghesi laici benestanti o ricchi, arredate con collezioni private di opere d’arte, ancora improntate al rimando colto alla Classicità a imitazione dei nobili, ma con aggiunto il fascino del nuovo, del curioso e dell’esotico: in Italia coesistono le collezioni classicheggianti di alcuni cardinali, le collezioni private come quella di Vincenzo Giustiniani, che raccoglie molte opere del Caravaggio rifiutate dai committenti ecclesiastici come novità incomprese,vii e quel tipo di collezione fin allora chiusa nel tesoro delle abbazie o appunto nello studiolo privato dei nobili: la wunderkammer (camera delle meraviglie), espressione di «un geloso e introverso collezionismo dove, accanto alle rarità naturali e alle “meraviglie” portate da terre lontane, sono custoditi […] trionfi di conchiglie e di coralli, porcellane, intarsi di pietre dure, vasi di lapislazzulo, […] gioielli di perle barocche, teatrini di automi, modellini meccanici»,viii che nel Museo del Collegio Romano dei Gesuiti, fondato da Athanasius Kircher, trova una dignità istituzionale. In questo caso un’idea dell’arredo come specchio del cosmo c’è, ma è di nuovo selettiva: questa volta è limitata agli elementi rari ed esotici e a quelli artificiali (opere d’arte minuziose e marchingegni meccanici); è un microcosmo delle eccezionalità, perciò anche questo è un “ritaglio” dalla totalità del mondo.

• Dalla fine del ‘700 e nell’’800, epoche segnate dal culto illuministico della ragione autonoma individuale, dalla Rivoluzione francese e dall’impero napoleonico, mutano i modi d’intendere i rapporti tra individuo e mondo: come la società non dipende più dal monarca assoluto, così l’individuo non dipende più dalla natura o da Dio. La borghesia assume un’importanza senza precedenti, e con essa si diffonde il suo modo d’intendere l’organizzazione della casa. L’arredamento borghese è esemplificato dal salotto, in una versione più “democratica” del salotto elitario settecentesco; ognuno può arredarlo secondo il proprio gusto estetico, ma allo stesso tempo in modo conformistico. C’è ancora un po’ di imitazione del classicismo nobiliare, ma in un sorta di versione ridotta: residui del citazionismo erudito ora sono le statuette soprammobili, i quadretti da mensola, l’argenteria, le stampe incorniciate, gli autografi di personaggi celebri, talvolta addirittura ritagliati dalle loro lettere e collocati in vista per gli ospiti.ix Nell’arredamento borghese gli elementi comuni e condivisi si restringono al medesimo ceto sociale, i cui membri sono eterogenei professionalmente, ma accomunati dall’essere maggioranza numerica rispetto ai nobili e minoranza ricca rispetto ai due ceti maggiori a livello mondiale: quello “tradizionale” agricolo-pastorale, e quello nuovo: il ceto operaio, nei confronti dei quali i borghesi si sentono lontani e superiori. L’arredo borghese, quindi, non riflette più i significati umani universali, bensì quelli individualistici del gusto personale e della competenza tecnica: ciò che lega gli abitanti della casa borghese sono l’apprezzamento tecnico per la «fattura» (un mobilio «ben intarsiato», un tendaggio «ben ricamato»…) e l’apprezzamento estetico per l’«aspetto», tattile (morbidezza di una fodera o di un tendaggio, lucidità del legno di un mobile o del marmo di una mensola…) o visivo (colore gradevole, forma e dimensione in armonia con la disposizione delle finestre, con la diffusione della luce…): non importa che cosa significhi l’elemento, ma se è bello. Non raramente, ciò è stato ed è importante nella creazione di una certa eleganza almeno esteriore, ma ha anche un tremendo limite: il significato e il valore estetico dell’interno abitato originano e trovano un senso soltanto nella mentalità della singola persona, cioè esclusivamente nelle sue preferenze e idiosincrasie, che inoltre, in gran parte, replicano conformisticamente quelle della classe sociale d’appartenenza.

• Con il XX secolo e la nascita della «società di massa» e della cosiddetta «cultura di massa» di origine statunitense, le preferenze e le idiosincrasie personali in fatto d’arredo si massificano, ampliandosi enormemente dal punto di vista sia quantitativo (c’è sempre più gente che può arredarsi la casa in base a scelte estetico-utilitaristiche puramente individualistiche) sia qualitativo: gli elementi d’arredo disponibili si moltiplicano, differenti nella fattura, nello stile, nel design: coesistono l’arredo «etnico» (che sovente di autenticamente esotico ha molto poco), quello «arte povera», quello glamour, quello minimalista, quello kitsch… che dànno luogo ad abitazioni arredate con una massa di elementi eterogenei da ogni punto di vista, nessuno dei quali è correlato agli altri, né ha alcun significato autentico se non quello attribuitogli, in modo del tutto relativo e discutibile, dal proprietario (e, dal punto di vista sociale, dai suoi affini per mentalità e “gusto”). Un elemento può quindi significare tutto e il contrario di tutto, e non ha, quindi, un valore umano vero e proprio. Da questo approccio estremamente individualistico e superficiale nascono elementi d’arredo contemporanei improntati a un “gusto” e a un umorismo del tutto personali e sovente indigeribili: i poster con Elton John che si libra nel cielo azzurro tra le ciliegie giganti, i mobili rosso carminio, i cuscini-biscotti di una famosa marca, le librerie con scaffali ondeggianti, i lampadari a muro a forma di ragno gigantesco, la moquette maculata tipo cane dalmata, i letti-bara, e così via.

Questi spropositi estetici hanno tutto l’aspetto, come alcune stravaganze del Manierismo cinquecentesco, di «una spia di un turbamento che l’evasiva festosità […] sembra voler esorcizzare, ma non può cancellare del tutto».x Si assiste infatti a una sorta di scissione schizoide tra arredatori e arredo, perché la personalizzazione estrema dell’arredo esclusivamente in base alle preferenze e idiosincrasie individuali e alle emozioni effimere (e talvolta indotte) del momento, esprime da un lato l’illusione di “materializzare” le «emozioni positive» (gioia, allegria, spensieratezza, ottimismo…), dall’altro lato esprime, per contrasto, la volontà di dimenticare, o meglio, di rimuovere, le cosiddette «emozioni negative» (preoccupazione, tristezza, insicurezza, delusione…) proprie di molte persone nell’Occidente postmoderno e spiegate in parte dalle dinamiche alienanti dell’attuale organizzazione sociale, ma inevitabili in quanto reazioni essenzialmente umane.

Se infatti l’arredamento della casa dovrebbe essere in realtà un riflesso o un’estensione dell’animo dell’abitante, e quindi a una mente lucida dovrebbe corrispondere un arredamento significativo e decente sia nel momento delle «emozioni positive», sia nel momento delle «emozioni negative», ed essere sgombro di orpelli e trastullamenti in modo che l’attività mentale e l’azione abbiano spazio per esplicarsi, anziché essere entrambe ottuse e distratte; viceversa in non pochi casi attuali si ha la straniante situazione di persone stressate, annoiate croniche, deluse, sfiduciate, apatiche e abuliche, che però vivono in camere e salotti arredati con elementi pacchiani tra il comico, il surreale, il carnevalesco, il giocoso e il kitsch. Così l’ambiente della casa non riflette affatto l’animo dell’abitante se non nella forma del suo contrario, come un sintomo isterico, una traccia di volontà di fuga dalla realtà. Eugenio Montale espresse bene questo comportamento nella poesia Il raschino: «Abbiamo ben grattato col raschino / ogni eruzione del pensiero. Ora / tutti i colori esalta la nostra tavolozza, / escluso il nero».xi

i

 http://www.duepassnelmistero.com/lascauxeastronomia.htm (articolo di Adriano Gaspani).

ii Cfr. Kurt Benesch, Passato da scoprire, trad. it. Torino, SEI, 1979 (ed. or. Berlin 1977), pp. 395-396.

iii Cfr. Ranuccio Bianchi Bandinelli, Roma. L’arte romana nel centro del potere, Milano, Rizzoli, 3^ ed. 2004, pp. 71-105.

iv Cfr. Sergěj A. Tokarev, URSS: popoli e costumi, Bari, Laterza, 1969 (ed. or. Moskva 1958), p. 341.

v Intervista per il documentario RAI Italia in guerra, regia di Massimo Sani, 1983. L’usanza è confermata da Tokarev, URSS: popoli e costumi cit., p. 99, che ricorda anche come i Buriati (popolo siberiano affine ai Mongolici) appendessero immagini di Buddha e di altre divinità buddhiste alle pareti interne della iurta (capanna in pannelli portatili), immagini che già alla fine degli anni 1950 «compaiono raramente nelle case» (ivi, pp. 421-422).

vi Carlo Levi, Cristo si è fermato a Eboli, cap. XII (ed. a cura di Virginia Galante Garrone, Milano, Mursia, 1981, pp. 130-132). Alcune tra le persone conosciute da Levi in Lucania, del resto, credevano che, nelle ore notturne, l’interno della casa fosse “presidiato” contro il maligno da tre angeli: il primo davanti alla porta, il secondo vicino al tavolo, l’ultimo a capo del letto (ivi, cap. XV, ed. cit. p. 166).

vii Cfr. Francis Haskell, Mecenati e pittori. L’arte e la società italiana nell’età barocca, Torino, Allemandi, 2000, pp. 35-36, 48, 127-144, 151-152, 155, 159-160.

viii Antonio Pinelli, La bella maniera. Artisti del Cinquecento tra regola e licenza, Torino, Einaudi, 1993 (ristampa 2003), p. 155. Cfr. anche M. Casciato, M. G. Ianniello, M. Vitale, Enciclopedismo in roma barocca. Athanasius Kircher e il Museo del Collegio Romano tra wunderkammer e museo scientifico, Venezia, Marsilio, 1986; J. Godwin, Athanasius Kircher e il Teatro del Mondo, Roma, Istituto poligrafico e Zecca dello Stato, 2010 (ed. or. London 2009).

ix Cfr. Andrea De Pasquale, La storia della biblioteca. Fonti, strumenti, archivi, cataloghi, lezione del ciclo La biblioteca e la sua storia. Metodologie, strumenti e materiali per lo studio dei fondi storici, Torino, Fondazione Luigi Firpo, 23 ottobre 2014.

x Pinelli, La bella maniera cit., p. 154.

xi E. Montale, Satura, 1971, in Opere complete, Milano, Mondadori, 1996.

Inganno e ingannatori nella società dell’apparenza

Non sapendo bene come dare inizio a questo primo contributo per Le Fondamenta, ho voluto partire da una domanda: quale rapporto c’è tra le fondamenta e l’inganno?

In un’epoca in cui la visibilità, che sovente sconfina nell’esibizionismo fine a se stesso, ha assunto di per sé un valore quasi indiscutibile, quando non addirittura un valore sul mercato del lavoro (i mass media ci bombardano col messaggio secondo cui “famoso e visibile è uguale a talentuoso e degno di emulazione”, ma nessuno che abbia lucidità mentale può credere che ciò sia vero), bisogna ricordare che – viceversa – le fondamenta, come le radici, sono invisibili perché sotterranee, nascoste, ma imprescindibili affinché tutta la struttura soprastante possa reggersi.

Perciò, dal punto di vista di chi crede «che la realtà sia solo quella che si vede»,i parlare di “fondamenta umane” è un inganno: secondo queste persone è dubbio, relativo e opinabile, se non del tutto falso, che esistano fondamenta della Realtà più profonde del frainteso e idolatrato «individuo»; ma pensando così, a loro volta s’ingannano, perché essendo loro stesse esseri umani, sono realtà fondate, e non fondanti: se non esistesse un «Fondamento semplice», un «Disegno intelligente», un «Dio» o una «Evoluzione creatrice» che dalla notte dei tempi ci ha resi persone, non potremmo ragionare sulle fondamenta e sull’inganno, perché saremmo soltanto ammassi di particelle, agglomerati di minerali e d’acqua. E invece è proprio perché siamo nati da fondamenta ontologiche che ci precedono, che ognuno può esperire, emozionarsi, desiderare, pensare, ipotizzare, e quindi, talvolta, ingannarsi in buona fede: «si fallor, sum», se sbaglio è poiché esisto.ii

Al contrario delle fondamenta, l’inganno premeditato, doloso, paradossalmente è sempre visibile, nel senso che si serve di parole, immagini, gesti, azioni visibili, ma proprio tramite questa visibilità nasconde se stesso, a prescindere da quali siano i fini di colui che lo ordisce, da chi siano le persone che devono cadervi e da quali siano le false motivazioni con cui l’inganno viene mascherato. L’inganno e l’ingannatore necessitano sempre di un’apparenza aggiunta, posticcia, attraverso la quale mostrarsi altro da ciò che sono veramente: necessitano di una maschera. Sulla natura mascherante e necessariamente parassitaria delle personalità ingannatrici – umane e oltreumane, cioè diaboliche – e sul loro potere di falsare la comprensione della realtà ha scritto brani intelligenti Pavel Florenskij, filosofo e teologo russo, monaco ortodosso, fucilato in un gulag staliniano il giorno dell’Immacolata Concezione del 1937:

La maschera, o larva, è qualcosa che ha una certa somiglianza con il volto, che si presenta come volto, che si spaccia per volto ed è preso per tale, ma che dentro è vuoto, sia nel senso materiale, fisico, sia quanto a sostanza metafisica […]. È caratteristico che la parola larva assumesse già per i Romani il senso di corpo astrale, di «vuoto», inanis, di impronta insostanziale lasciata da un morto, cioè di forza oscura, impersonale, vampiresca, che si mantiene grazie alla forza rianimante del sangue di un volto vivo a cui questa maschera astrale possa attaccarsi, risucchiando e presentando questo volto come il proprio essere. […] La manifestazione fenomenica della persona ne estirpa il nucleo essenziale, e così, svuotandola, ne fa un guscio. La manifestazione fenomenica, allora, diventa tenebra, che separa, isola, il percepito dal percipiente […]; il volto si stacca dalla persona, dal suo principio creatore, perde vita, e si irrigidisce in una maschera.3

Quindi, quanto più l’inganno dev’essere nascosto e oscuro, tanto più evidente, accessibile, indiscutibile e luminosa dev’essere la maschera, la facciata presentabile, dietro la quale inganno e ingannatori si celano; ma si tratta di una luce che non illumina, bensì acceca, rende incapaci di vedere altro che non sia quella stessa luce e le cose che essa vuole siano illuminate. A questo proposito è interessante che, scoprendo di avere creduto a qualcosa che sembrava essere una determinata realtà, che si è poi rivelata differente o addirittura contraria, si ricorresse all’espressione «ho preso un abbaglio».

In àmbito politico, commerciale, sociale, economico, e in generale ovunque vi sia comunicazione mediata, interfacciata, molte di queste… luci artificiali sono manovrate da persone con molti interessi e pochissimi scrupoli nel puntarle negli occhi di coloro che sono più sprovveduti culturalmente: le campagne pubblicitarie delle lobby e delle potenze industriali e le campagne elettorali dei partiti politici ne sono l’esempio più palese e più s-facciato (dove c’è maschera non c’è faccia), anche perché tra lo stile e il metodo delle une e delle altre, oggi c’è poca differenza. In questa prospettiva si comprende bene perché Louis Ferdinand Céline abbia scritto: «…vi avverto: quando i grandi si mettono ad amarvi, è il segnale che vogliono ridurvi a carne da battaglia… È il segnale infallibile. È con l'”amore” che incomincia la fregatura».4

Lo stesso avvertimento si ritrova nella scena finale del Secondo tragico Fantozzi (regia di L. Salce, 1975), in cui lo sfortunato ragioniere creato da Paolo Villaggio (deceduto lo scorso luglio) corre a chiedere di essere nuovamente assunto dal Megadirettore Galattico. Costui è una vera maschera menzognera nel senso di cui si diceva sopra, perché – sappiamo dal film precedente (Fantozzi, L. Salce, 1974) – dietro l’apparente austerità monastica del suo ufficio e del suo modo di esprimersi, nasconde la sua vera natura sociale di sfruttatore e edonista senza remore, di cui sono correlativi oggettivi surreali la poltrona in pelle umana e l’acquario in cui, esclusivamente per il suo relax, nuotano dipendenti estratti a sorte. Quando il Megadirettore si avvicina a Fantozzi, questo si ritrae spaventato; il manager lo tranquillizza con voce melliflua: «Non abbia paura, noi le vogliamo bene!», al che Fantozzi risponde: «È appunto per questo che ho paura…!».

Il finale del primo film era ancora più eloquente e “profetico”: il Megadirettore, intuendo l’estrema manovrabilità e ingenuità del suo dipendente improvvisatosi rivoluzionario «dopo tre mesi di letture maledette» sui classici marxisti-leninisti, gli mostra lo spettacolo dell’acquario con i dipendenti sorteggiati; e Fantozzi, influenzabile, non soltanto perde la carica contestatrice che si era illuso di avere (un autoinganno, dunque), ma prega il suo superiore supremo di poter «avere anche lui l’onore» di nuotare in quella «meraviglia».

Quanti e quali altri «acquari con i dipendenti» si sarebbero visti nei quarant’anni seguenti! E quanti contestatori sociali improvvisati e autoingannati desiderare di nuotarvi! Su come gli ingannatori riescano così bene a ingannare, e sul perché gli ingannati non si accorgano d’essere tali, si dovrebbe ragionare a lungo, e qui non abbiamo più spazio. Ma ciò che è sicuro è che, oggi, moltissima gente che ha voluto far parte dell’acquario del padrone – assumendo il cosiddetto «stile di vita» consumistico-edonistico tipico dei parvenus, i neo-ricchi di sempre, dal Trimalcione del Satyricon di Petronio alle innumerevoli imitazioni grottesche di calciatori e «tronisti», di showgirl e pornostar che si aggirano quotidianamente tra noi – non ne è più uscita, non sa e non vuole uscirne nemmeno tutt’ora, pur vedendo che sulle pareti dell’acquario cominciano a delinearsi le prime inquietanti crepe.

Del resto, la preoccupazione principale in chi inganna è quella di far sì che gli ingannati non sospettino neppure dell’esistenza dell’inganno, e sembra che questa preoccupazione sia ampiamente ripagata: ingannatori e ingannati – per citare Paolo di Tarso5 – sembrano convivere tranquillamente nella convinzione (ingannatrice a sua volta) che la visione del mondo e lo stile di vita promossi dagli uni e accettati acriticamente dagli altri, e quindi rappresentati da entrambi, siano gli unici possibili e sensati. L’impossibilità stessa di «pensare altrimenti», dunque, come esito ultimo dell’inganno collettivo.

1Eugenio Montale, Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale, 1967, in Satura, 1971. (E. Montale, Opere complete, Milano, Mondadori, 1996).

2Attribuita ad Agostino d’Ippona; cfr. Giuseppe Cambiano, Massimo Mori, Storia e antologia della filosofia, vol. 1, Antichità e medioevo, Roma-Bari, Laterza, 2002, p. 219.

3Pavel Florenskij, Le porte regali. Saggio sull’icona, trad. it. a cura di Elemire Zolla, Milano, Adelphi, 1977, pp. 42-49 passim.

4Louis Ferdinand Céline, Viaggio al termine della notte, cit. in Italo Angelo Petrone, Prima e unica lettera di A. Huxley a G. Orwell, “Il Salotto degli Autori”, anno XIII n. 56 / estate 2016.

5II lettera a Timoteo, 3, 13.

La foto in alto, “L’acquario umano”, è di Alfonsa Cirrincione.