Salvare i bambini dal “capitalismo della seduzione”

Negli ultimi anni stiamo assistendo sempre di più alla sessualizzazione infantile.

A partire dagli anni ’70, con le lotte per la libertà sessuale contro la moralità e il bigottismo (che riguardavano adulti consenzienti), siamo arrivati oggi a tentare di sdoganare questo concetto anche tra i minori. Attraverso la difesa della libertà di esprimere la propria sessualità, si cerca di giustificare la pedofilia, facendola passare come una libera scelta dettata dal sentimento che comunemente chiamiamo amore.

Bisogna prima di tutto ribadire con fermezza che nella pedofilia non vi è alcun sentimento di amore, semmai vi è quello di dominare e abusare di minori tramite attrazione erotica o veri e propri atti sessuali.

Possiamo invece notare come oggi, per far accettare all’opinione pubblica lo sdoganamento della pedofilia, si tenda a propagandare la sessualità infantile, richiamandosi alle cinque fasi della libido descritte da Freud, elencando i vari processi che attraversa un bambino per imparare ad accettare e sviluppare la sua sessualità.

In realtà non esiste nessuna sessualità infantile, un bambino esplora il proprio corpo e quello dei suoi compagni, attraverso il gioco non per provare piacere sessuale (non sanno cosa significhi), ma per riuscire a conoscere e a conoscersi imparando così a comprendere le varie differenze che ci sono, soprattutto tra uomo e donna.

Oggi invece si vuole a tutti i costi, soprattutto verso i genitori, evidenziare l’importanza di insegnare ai bambini che la conoscenza della sessualità porta ad una sana crescita personale, fondamentale quanto camminare e parlare.

Quindi l’educazione sessuale che oggi viene imposta in molte scuole, a partire anche in tenera età, non solo è totalmente sbagliata, ma anche deleteria per il bambino, che tende a vivere nel presente e che non riuscirà mai a comprenderne appieno il significato.

Molto critico sull’argomento, lo psicologo e psicoterapeuta Alessandro Costantini: «Ritengo che la sessualità infantile non esista. Non esiste semplicemente perché la sessualità è una prerogativa di noi adulti: di sessuale il bambino ha solamente l’identità biologica e quella di genere, quindi sostanzialmente un pisellino ed una patatina e la consapevolezza di questa differenza. Essere un maschietto o una femminuccia e averne la consapevolezza non ritengo si possa definire “sessualità infantile”». (http://www.movimentoinfanzia.it/sessualita-infantile-l-invenzione-dei-pedofili/ )

Perché quindi tutta questa campagna a favore della sessualità infantile, creata da sessuologi e psicologi del settore, portata avanti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, che oltretutto è un Organo politico e non Medico e che ha redatto il documento OMS – Standard per l’Educazione Sessuale in Europa a cui tutti gli Stati europei devono attenersi? La risposta è semplice: per propagandare la pedofilia, cercando di farla apparire, agli occhi dell’opinione pubblica, come una normale e libera scelta sessuale.

Solo per fare un esempio, nel documento redatto, l’Oms scrive:

«Da 0 a 4 anni, apprendimento del godimento e piacere quando giochiamo con il nostro corpo: la masturbazione della prima infanzia.

Da 4 a 6 anni è l’età ideale, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, per parlare di questioni sessuali, esplorare le relazioni omosessuali e consolidare l’identità di genere».(Documento ufficiale OMS:

http://www.famigliearcobaleno.org/userfiles/file/educazione_sessuale_oms_europa.pdf )

(Articolo sulla provenienza e creazione del documento OMS: http://comitatoarticolo26.it/da-chi-proviene-lo-standard-di-educazione-sessuale-delloms/ ).

Pubblicizzare la pedofilia, facendola passare come libertà sessuale, non comprende comunque solo la sfera dell’istruzione primaria, ma anche molti altri settori: da quello cinematografico, tramite film o cartoni animati (come il lungometraggio “Chiamami con il tuo nome”, presentato come il miglior film del 2018, che narra la storia d’amore tra un 16enne e un 24enne negli anni ’80) a quello scientifico, dalla moda, fino ad arrivare alla politica (emblematiche le dichiarazioni della Santolini nel 2011, intervenendo in Aula durante la discussione generale sul testo di legge contro l’omofobia, disse: «Il mio orientamento sessuale è l’eterosessualità, ma ce ne sono anche altri, come l’omosessualità e la pedofilia»).

Un continuo e incessante bombardamento mediatico e culturale in senso lato, che ha il solo scopo di farci accettare quello che normalmente e naturalmente viene disprezzato dal sentire comune –

Negli Stati Uniti, l’Associazione degli psichiatri sdogana la pedofilia, facendola passare da malattia come orientamento sessuale. (https://www.medicinenon.it/psichiatria-e-pedofilia)

La North American Man-Boy Amore Association (più conosciuta come Nambla), è una Associazione con sede a New York e San Francisco, che si oppone alle leggi che vietano rapporti sessuali tra adulti e minori. Grazie al Primo emendamento (rispetto del culto della religione e il suo libero esercizio, nonché la libertà di parola e di stampa e il diritto di riunirsi pacificamente) dagli anni ’70 manifestano la libera scelta sessuale e il loro diritto ad esprimerla. Molte loro affiliati sono stati coinvolti in alcuni scandali e l’FBI continua a monitorare le azioni degli iscritti, nonostante oggi l’Associazione, dopo le molte critiche, si sia riorganizzata, continua ad essere considerata la più grande organizzazione facente parte del gruppo Ipce (formalmente International Pedophile and Child Emancipation).

La Nambla ha persino creato la “giornata di Alice”, che si svolge il 25 Aprile, che ha lo scopo di chiedere l’abolizione dei limiti di età per rapporti sessuali con i minori, richiedendo inoltre il rilascio di tutti gli uomini detenuti per reati di pedofilia.(https://citta-roma.it/w/NAMBLA/Sommario.html)

Il nostro compito deve essere quello di lottare contro questa deriva totalitaria, contro questo abbrutimento e imbarbarimento dell’uomo, che a detta della società capitalista deve poter soddisfare ogni suo piccolo capriccio, anche e soprattutto a livello sessuale.

Tutelare i bambini da questo “capitalismo della seduzione” dove tutto è consentito, anche distruggere l’innocenza di chi non ha altro che purezza nell’animo.

 

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.

Il politicamente corretto e le sue vittime

La “preoccupazione” più in voga in questo ultimo decennio, è sicuramente il politicamente corretto. Nel linguaggio contemporaneo l’applicazione di questa locuzione è diventata uno stile di vita, l’unico comportamento giustificato per poter essere accettato in questa società. Nato negli anni ’70 da un movimento politico statunitense che rivendicava il diritto delle minoranze (religiose, etniche, sociali) di esistere, anche tramite un diverso uso del linguaggio.

Con gli anni questa espressione idiomatica, grazie anche al potere sempre maggiore di molte Associazioni umanitarie, è riuscita a prevalere sul linguaggio comune, fino a stravolgerne il proprio significato. Se un tempo veniva usata solo per evitare di offendere o di mancare di rispetto ad altri individui, oggi si è costretti ad osservarla, altrimenti si corre il rischio di venire etichettati di essere degli omofobi, razzisti e molte altri aggettivi dispregiativi.

Per sapere che cosa sia e come funzioni il politicamente corretto, bisogna innanzitutto capire che viviamo in una società liberista, in cui il pensiero unico obbliga gli individui a dirigersi verso atteggiamenti che si ritengono gli unici civili e universali. Il pensiero unico non consente nessun tipo di critica, né analisi politica, sociologica o scientifica. Il pensiero unico domina sulla cultura e quindi sul nostro modo di vivere ed è proprio grazie a questo che oggi si è arrivati ad imporre un tipo di pensiero al singolo individuo, per evitare qualsiasi ribellione o dissenso futuri.

Per essere politicamente corretti si deve far attenzione a come si parla in pubblico, tra amici, parenti o semplici conoscenti, dove nessuno deve sentirsi escluso o sminuito. Una frase o una singola parola fuori posto, potrebbero causare contrasti e crescenti malumori. Attenzione anche a come ci si rivolge quando si interagisce con una persona sola. I termini da usare si differenziano in base al genere in cui la persona si ritrova in quel momento. Non sono ammessi termini maschili se ci si rivolge ad individuo femminile o viceversa. Se non si è sicuri di che genere sia o si sente di essere l’individuo a cui ci si rivolge, meglio tacere o chiedere direttamente all’interessato come vuole che ci si relazioni.

Evitare frasi o parole che possono arrecare danno al proprio o ai propri interlocutori se non li si conosce bene. Rischioso ad esempio, usare termini religiosi perché potrebbero offendere atei o persone di credenze diverse. Pericoloso anche parlare di etnia o di provenienza etnica, in questo caso meglio usare termini come “bianco” o “di colore”, dove vanno bene tutte le persone che non siano caucasiche (termine improprio per definire europei e/o occidentali in genere, ma molto usato nel gergo moderno). Stesso discorso quando si parla con persone con gravi disabilità sia fisiche, che mentali. Evitare di usare espressioni che possono denigrare o sminuire la persona che ne è affetta.

Vi sono anche frasi che non riguardano la religione o lo Stato di appartenenza che possono comunque creare disagio. Nel politicamente corretto non sono accettate frasi sessiste, anche quelle che riteniamo più innocue. Chiedere ad una donna se è sposata o fidanzata, se ha figli, potrebbe essere letto in maniera offensiva, sia perché non si conosce l’orientamento sessuale del proprio interlocutore, sia perché potrebbe essere visto come un attacco denigratorio o di sottomissione solo perché facente parte della categoria femminile.

Soppesare ogni singola parola e usare una sensibilità non dettata dall’empatia, ma da un finto perbenismo, permetterebbe di essere riconosciuti e accettati in questa società. Non si tratta solo di avere un finto rispetto per il prossimo, ma anche di evitare di venire etichettati come persone scorrette, di perdere il proprio lavoro, di perdere la propria reputazione, di incorrere in denunce per azioni scorrette, di essere isolati a livello sociale.

Questo strumento di controllo della comunicazione, attuato da tutti i Governi occidentali, è la forma più alta di discriminazione e di limitazione della libertà (di espressione e di pensiero), fatta passare come civile ma che in realtà distrugge e annienta l’umano, lo condiziona e lo vincola fino a non poter esercitare il proprio essere. Una forma totalitaria di pensiero che ci priva della personale caratteristica dell’uomo, facendoci assomigliare sempre di più a degli automi incapaci di provare alcuna emozione o sentimento.

 

Foto di Alfonsa Cirrincione.

Assegnazione delle case popolari: diritti umani a intermittenza

Dante Fazzini, “La zona vecchia” Acquerello 40×50 cm – 2007. L’ultimo tramonto della settimana, spasmi di agonia rituale inondavano di un arancio vivido gli enormi palazzi dagli intonaci cadenti. Parallele-bipedi, senza nome, affastellati gli uni sugli altri, muri su muri, come corpi distrattamente dimenticati.

L’Ente Italiano IACP (Istituto Autonomo Case Popolari) ha lo scopo di gestire l’edilizia pubblica con il fine di assegnare case popolari ai meno abbienti, tramite affitti o canoni calmierati (un tetto massimo sui prezzi di consumo).

Creato nel 1903 dall’allora Ministro del Tesoro, Luigi Luzzatti, durante il Governo Giolitti, IACP ha contribuito a sistemare milioni di italiani in locali abitativi, impossibilitati a sostenere spese che andavano al di sopra delle loro possibilità.

Gli alloggi abitativi vengono dati dal Comune di residenza tramite un bando pubblico, al termine del quale vengono stilate delle graduatorie dove si assegnano alloggi abitativi a famiglie con il reddito più basso.

Ogni Comune ha la sua graduatoria in base alle richieste che ricevono, ed ognuno di loro fissa un tetto massimo di canone agevolato, consentito per legge.

I requisiti per accedere alle case popolari sono:

– avere la cittadinanza italiana o europea, oppure facente parte di un Paese estero (basti avere il permesso da almeno due anni);

– essere residente o attività lavorativa sita nel Comune in cui si fa richiesta;

– avere un reddito al di sotto dei 25.000 euro circa (dato che può differenziare da Comune a Comune).

Vengono assegnate alloggi abitativi comunali, a persone indigenti, invalidi, vedove, madri nubili o separati (che vengono seguiti da almeno sei-otto mesi da Assistenti sociali), famiglie con reddito minimo e con figli a carico o invalidi, Famiglie over 35 formatisi da oltre tre anni, persone che vivono con la pensione minima o che hanno problemi a pagare l’affitto o hanno ricevuto uno sfratto, famiglie che risiedono con più nuclei familiari nello stesso spazio abitativo o che abitano in alloggi di fortuna.

Solitamente i bandi per fare richiesta di alloggi comunali, vengono fatti ogni 4 anni. Tutti possono farne richiesta, basta compilare il modulo che si può scaricare tramite internet o ritirarlo nel Comune di Residenza.

Fino a pochi anni fa le richieste di case popolari, erano inferiori alle vere necessità del cittadino. Purtroppo con l’avvento della crisi e l’aumento della povertà dovuta alla disoccupazione (si stimano – dati Istat – che il 6% degli italiani nel 2016 vivevano in condizioni di assoluta povertà, mentre il 12% in povertà relativa. Dati purtroppo in salita nel 2017), le richieste siano aumentate esponenzialmente, anche grazie all’entrata nel nostro territorio di circa 3.714.137 immigrati, solo quelli regolari (dati Istat).

Si è venuto a creare così un divario tra le richieste e il numero degli alloggi comunali presenti in Italia, questi ultimi di numero molto più basso, lasciando di fatto molti postulanti fuori dalle graduatoria, nonostante siano perfettamente idonei per farne domanda.

Negli ultimi tempi molti italiani si sono visti scavalcati da immigrati, perché questi ultimi presentano un reddito inferiore e hanno maggiori figli a carico.

Nonostante i vari Comuni cerchino di minimizzare il problema, questo viene costantemente portato alla luce dai dati che vengono forniti e che non fanno altro che aumentare una ingiustizia a carico dell’autoctono che nella maggior parte dei casi, non avendo fissa dimora, si ritrova costretto a vivere in strada o in macchina con la sua famiglia.

Si calcola in media che le case assegnate agli italiani si aggirino intorno al 45-50%.

Alcuni dati:

– nel Comune di Ferrara, il 38% degli italiani, usufruisce di una abitazione comunale, il restante 62% vanno agli immigrati, che però rappresentano solo il 10% della popolazione ferrarese;

– a Bologna, le case popolari, vengono assegnate all’82,7% agli stranieri (il 17% di questi con cittadinanza italiana, anche se nati all’estero);

– in Lombardia, in media, la metà degli alloggi viene assegnata a persone straniere, nonostante questi rappresentino il 13% di tutta la popolazione;

– a Cascina (Comune della Toscana) invece, il sindaco Susanna Ceccardi, nonostante le tante critiche e accuse ricevute, ha fatto applicare la legge, chiedendo agli immigrati (che facevano domanda per la richiesta di case popolari) di portare una certificazione autenticata dall’Ambasciata o dal Consolato, dove venga dichiarato di non essere in possesso di case di proprietà nel Paese natio. Il risultato è stato sorprendente. La maggior parte dei richiedenti, pur di non sottostare a leggi e controlli Amministrativi, hanno preferito rinunciare alla richiesta di alloggio comunale. Grazie al rispetto della legge, ora a Cascina, il 75% dei beneficiari delle abitazioni comunali vengono destinate agli italiani.

Il problema maggiore non riguarda l’immigrato, ma leggi che non vengono rispettate dalla maggior parte dei Comuni e dove a farne le spese sono maggiormente gli italiani.

Il compito primo di una Amministrazione comunale è quello di tutelare il proprio cittadino e non quella di creare ulteriori problemi o di fomentare ingiustizie, che normalmente nascono in questi casi.

La legge purtroppo oggi, nonostante la crescente disoccupazione e il continuo flusso migratorio, non consente a chi è nato in Italia di poter usufruire, in primis, di un bene primario come è quello di una unità abitativa, nonostante la maggior parte continuino a pagare quelle utenze che lo Stato richiede.

Il diritto inalienabile di ogni uomo è, tra le altre cose, quello di avere una casa, un tetto sulla testa che gli consenta di vivere degnamente. Questo diritto, grazie al capitalismo, oggi è diventato invece un’utopia per milioni di persone.

 

 

 

Cittadini non comunitari presenti in Italia: http://www.istat.it/it/archivio/204296

Povertà in Italia: https://www.istat.it/it/archivio/202338

Certificazioni Cascina: http://www.ilpopulista.it/news/19-Settembre-2016/5083/il-sindaco-leghista-di-cascina-la-casa-prima-agli-italiani-e-la-promessa-elettorale-diventa-realta.html

Cosa abbiamo perso della bellezza delle tavolate rurali

 

Il cibo è fonte di sostentamento, senza di esso l’essere umano morirebbe. È universale, fa parte dell’uomo per l’uomo.

In base alla società in cui viviamo e in base agli alimenti che consumiamo, formiamo il nostro carattere, il nostro pensiero; è sinonimo di convivialità e la più rappresentativa è quella contadina.

Nelle tavole rurali, oltre che portare il cibo in tavola, si creavano rapporti umani, si discuteva di politica, si prendevano decisioni importanti, si educavano i figli, ma soprattutto il cibo veniva lavorato, preparato e cucinato da tutta la famiglia.

Dalla trebbiatura, al taglio della carne, dall’impasto del pane, alla cottura, ogni componente della famiglia aveva il proprio ruolo da svolgere e lo faceva con competenza e rispetto.

Con il tempo e con l’avvento della globalizzazione, tutto questo è andato perduto.

I cibi vengono trovati già pronti e imbustati negli scaffali dei supermercati.

La lavorazione del piatto si riduce a pochissimi passaggi e purtroppo la famiglia, che un tempo si riuniva in tavola per parlare, oggi è stata sostituita dalla televisione e da internet e i rapporti umani relegati a semplici saluti di circostanza.

Persino le feste, che da sempre sono un ritrovo per riunire il nucleo familiare, è ormai diventato un peso di cui si farebbe volentieri a meno.

Il cibo come rappresentanza di una cultura italica, anche cristiana e religiosa tutta, sta scomparendo ormai soffocata da ritmi sempre più frenetici, dovuti al capitalismo selvaggio.

Le famiglie si ritrovano a non sedersi neanche più in tavola, a dialogare, ad evitare quei rapporti di sangue che sono sempre stati il fulcro del nostro essere.

L’alimento, sacro simbolo di vita e di amore, onorato e rappresentato anche dai più grandi scrittori e filosofi, oggi viene visto solo come passaggio obbligatorio per riuscire a portare a termine quelle responsabilità fittizie che la società ci impone, privandoci del piacere di assaporare con gioia, quello che più ci caratterizza e ci definisce come esseri umani.

«Non si può pensare bene, amare bene, dormire bene se non si ha mangiato bene»

Virginia Woolf

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.

Se la comunità ci vuole soli

Uno degli inganni maggiori perpetrati dalla società occidentale moderna è quella di far credere al singolo individuo di godere di una libertà e di una autonomia propria. Di essere l’unico e il solo ad avere in gestione la propria vita, in grado di approvare o disapprovare ciò che lo circonda, evitando in questo modo di relazionarsi con gli altri in modo aperto e sincero. In realtà questo approccio obbliga il singolo individuo a vivere in completa solitudine, senza riuscire a possedere a pieno quella moralità che gli consente di discernere ciò che è bene dal male, giusto o sbagliato, lecito o illecito.

La base del vivere civile sta nel condividere con altri le proprie esperienze personali, di confrontarsi, di organizzarsi socialmente in modo da favorire la propria vita lavorativa, quella privata e affettiva. Oggi invece si richiede una esistenza atta a soddisfare le esigenze di pochi “eletti”, lasciandoci credere che ogni azione nasca dal nostro essere, mentre invece è imposta. Gunther Aders ne L’uomo è antiquato (Vol. II),

Giovanni Iudice, Figura allo specchio, olio su tavola cm20x20

spiega bene questo concetto: Sostenere che siamo «attivi» è giustificato soltanto ancora dal fatto che la nostra attività è mantenuta e usata, nella sua esistenza apparente, da quella élite del potere che ci desidera passivi; perché tale attività continua a esistere ancora solo come un costume (tuttavia indispensabile) che ci viene imposto per far si che noi mettiamo in atto, senza mormorare, la nostra passività.

Questa remissività e sottomissione involontaria, si ripercuote sulla nostra vita e sul nostro IO interiore e ci fa assumere comportamenti eccessivi, che non rispecchiano il nostro carattere e la nostra personalità. Uno di questi aspetti è quello che oggi chiamano egocentrismo o narcisismo, in merito a persone che tendono ad esporsi in maniera esagerata o impropria agli occhi degli altri. Quello che però incautamente e superficialmente viene definito tale, non è altro appunto che il frutto di un isolamento coercitivo di questa società, che ci obbliga a vivere in perenne contraddizione con noi stessi. Il trascendentalismo, in questo senso, ha aumentato questa esaltazione individuale, dovuta proprio da una passività indotta, mettendo in secondo piano la conoscenza del nostro essere, tramite la socializzazione e le diverse esperienze relazionali.

In una società nichilista come la nostra, è ovvio che ci siano individui altrettanto nichilisti, che non usano il raziocinio ma l’emotività, che non analizzano ma giudicano, che basano la propria esistenza su di una verità soggettiva, mai oggettiva.

Se la stessa comunità incita l’individuo alla solitudine, all’annullamento del proprio essere, al diniego delle leggi (naturali e/o divine che siano) e a misurarsi solo con se stesso, ecco che di fatto la società (e di rimando la collettività) non ha più ragione di esistere.

l’Io interiore si ritroverà quindi ad assumere comportamenti egoistici, a richiedere alle Istituzioni (di cui prova profonda disistima), leggi puramente individualistiche, atte solo al fine di aumentare il proprio ego e la propria stabilità individuale. Queste conseguenze, dovute alla passività indotta, citata poc’anzi, al contrario, non farà altro che aumentare disistima, caos e instabilità, portando lo stesso individuo a non assumersi nessun tipo di responsabilità e continuare a vivere illudendosi di essere consapevolmente libero.

Per cercare di combattere questa società e quindi di prendere coscienza del proprio IO, bisogna innanzitutto rendersi conto che quello che differenzia l’essere umano, dal resto degli altri mammiferi, è il raziocinio. L’uomo è in grado di pensare, di porsi domande e di avere una grande qualità, quella di dubitare. Pensare e dubitare di ciò che si è, ci eleva nella consapevolezza e nella ragione.

COGITO ERGO SUM