Quando l’accoglienza ratifica le nuove schiavitù

In tema di sbarchi di donne immigrate – immigrate e non migranti, perché altrimenti dovremmo sovrapporre situazioni molto diverse e saremmo molto ipocriti – occorre dire che ad uno Stato di diritto non dovrebbe bastare la commozione dell’inquantodonnismo buonista ed abbisogna urlare che è oscena e pericolosissima l’accoglienza ad ogni costo, bramata dal clero progressista e dirittoumanista che dogmatizza i temi per non occuparsi delle conseguenze, coraggiosamente affrontando la realtà.

«Era partita dalla Nigeria convinta che in Italia avrebbe fatto la parrucchiera. Ma dopo lo sbarco in Sicilia, era diventata un’altra delle prostitute al servizio di madame senza scrupoli».1 È questo solo uno dei tanti incipit di racconti di cronaca che in poche parole la dicono lunga sulle nuove schiavitù perpetrate in nome dei diritti umani, categoria oggi come non mai abusata se non addirittura piegata a pezza d’appoggio ideologico per giustificare persino la negazione degli stessi diritti.

Se oltre l’80% degli immigrati che giungono sulle nostre coste è costituito da maschi giovani e possenti in età da leva, la restante parte è formata da donne – pochi i bambini – per lo più di origine nigeriana che, una volta giunte in Italia, completano un iter particolarissimo e dolorosissimo iniziato in patria: sono le tappe della tratta che le toglie dal ‘dominio’ del pater familias per consegnarle a quello delle madame della strada.

Open Migration, organizzazione facente capo al filantropo George Soros, si è occupata del tema della tratta delle nigeriane realizzando un progetto sul tema che presenta spunti interessanti, se non altro perché condotto a nome e per conto di uno dei più grandi fautori dell’Europa “multiculturale” a colpi di sostanziosi finanziamenti.

Diversi rapporti fanno riferimento ai vari momenti della riduzione in schiavitù che inizia con una vera e propria negoziazione all’interno del focolare domestico dove viene portata la ‘proposta’ di partenza verso il mondo benestante e occidentalizzato che «fa leva su ragazze in condizioni di estrema miseria. A volte sanno perfettamente cosa vanno a fare, ma la considerano una prospettiva migliore”[…]. Nelle famiglie più numerose le primogenite spesso vengono scelte per affrontare questo viaggio ed essere d’aiuto ai parenti. Nella maggioranza dei casi, però, la vittima di tratta non sa quale sarà il suo destino e viene raggirata: qualcuno le dice di avere un’amica in Italia che cerca ragazze per un negozio, per fare treccine o fare le baby sitter»2

Occorre rendersi conto, a dispetto di ogni favolosa proiezione, qual è il destino reale che le attende: il più delle volte quello della strada.

Le donne, spesso minorenni, sono di frequente quindi affidate alla cura di presunti parenti o amici delle famiglie che le consegnano, ignare ma non sempre, del fatto che il sogno di una vita altra e migliore sarà presto disatteso, per propugnare loro una quotidianità di violenza e sfruttamento. «La giovane nigeriana sarebbe stata prelevata da una comunità di Noto dall’organizzazione diretta da Sonis Ada, chiamata “Madame Sonia”, affidandola alla sorella Charity Adesuwa Edokpayi in provincia di Ascoli Piceno. Lì la giovane è stata costretta a prostituirsi per saldare il cosiddetto “debito di ingaggio”. Per tenere in schiavitù le ragazze, l’organizzazione riusciva a mantenere tramite i sodali in Nigeria rapporti costanti con i familiari delle ragazze, avevano cura di avvisarli e minacciarli ogni qual volta le giovani opponessero resistenze, tentassero la fuga o non si impegnassero nella prostituzione».

Ancora, sempre nel rapporto sulla tratta realizzato da Open Migration, si precisa come «la maggior parte delle volte le vittime indicano gli accompagnatori come zii, mariti, fratelli, in modo da non essere separate da loro. In realtà, precisa l’Oim, non sono altro che boga, “il cui obiettivo è quello di condurle al trafficante che le attende in Europa. Per le reti criminali si tratta della consegna della ‘merce’ da parte di corrieri che viaggiano con le vittime”».

Il boga è il connection man, una delle figure intermedie, “operatori” della tratta cui prendono parte anche il reclutatore in loco, lo ‘sciamano’ che realizza il voodoo – il rito di legamento attraverso il quale alle ragazze viene fatto assumere l’impegno di pagare il debito “contratto” verso chi le farà arrivare in Italia –, le madame e coloro che si occuperanno delle ragazze in Italia. Se si tratta di una persona di fiducia del reclutatore, il boga viene chiamato trolley-man. «In Italia c’è poi il ticket-man – si legge sul sito che, su incarico della madame, va a prendere la ragazza nella struttura dove è stata messa, le paga il biglietto e la mette su un pullman diretto alla sua destinazione finale, che di solito è il Nord».

L’accoglienza non è un valore se non sa garantire sicurezza e dignità della Persona.

L’accoglienza non è un valore se fonda i suoi presupposti sull’ipocrisia del non riconoscere differenze culturali e stadi evolutivi della società e del diritto agito, che possono essere, seppur espressione di relativi propri valori – che il confine tra valore e disvalore sia labile tra mondi lontanissimi lo dimostra la considerazione di alcune pratiche quali ad esempio l’infibulazione –, tra loro in ogni modo diversi e non compatibili. Così se la donna è riconosciuta e tutelata in alcuni ordinamenti e culture non è sempre detto che lo sia in altre allo stesso modo, e i concetti di riconoscimento e tutela restano comunque convenzionali e mutabili mutato il comune sentire.

In Nigeria, secondo la legge islamica il padre ha il diritto, salvo che non rinunci consentendogli di scegliere il marito tra i pretendenti, di concludere i matrimoni a nome dei suoi figli ancora neonati o per conto delle figlie illibate. La regola è temperata dal fatto che la bambina avrebbe la possibilità di recedere dal contratto di matrimonio al raggiungimento dell’età della pubertà. Al consenso dei nubendi per l’instaurazione del vincolo coniugale si aggiunge quello dei genitori posto ad validitatem dalla sharia. Questo enorme “potere” costituisce talora la coperta di liceità per celare vere e proprie “vendite” di quelle che diventeranno il ricambio nella filiera del sesso che non soffre di cali di domanda.

La tratta delle donne a fini di prostituzione è quindi sempre più africana e non solo per le ragioni sinora esposte. La “tratta delle bianche” infatti è meno agevole, poiché «a partire dall’allargamento a est dell’Europa, consolidatosi nel 2004, per le ragazze provenienti dall’ex blocco sovietico veniva a mancare una delle precondizioni che porta le donne a finire in balia di gruppi criminali e schiavisti: la clandestinità e l’assenza di documenti. Il poter entrare regolarmente nei paesi Ue non significa che le condizioni sociali e lavorative siano necessariamente migliorate. Ma vuol dire che le migranti da est non sono più obbligate a rivolgersi a reti informali, criminali e simil-mafiose per poter attraversare i confini e accedere a un lavoro o un’abitazione. Lo stesso non avviene per le nigeriane, che, infatti, come dimostrano i dati più recenti dell’Agenzia europea per la sorveglianza dei confini, Frontex, rappresentano stabilmente uno dei principali gruppi nazionali che si affidano ai trafficanti di uomini per giungere in Europa.»3

L’accoglienza non è un valore se nella sostanza degli avvenimenti “sospende” i diritti umani di alcuni, in questo caso le donne, negando loro il diritto primo alla libertà e il suo corollario alla dignità.

L’accoglienza non è un valore se “ratifica” nella pratica le condotte criminali delle nuove mafie internazionali ormai salde sul territorio nazionale.

Ancora, non è Salvini o chi per lui ponga in essere politiche di trattamento dello straniero giunto clandestinamente molto restrittive, a non avere cura dei diritti umani, ma la negazione degli stessi caratterizza già il “nido” all’interno delle quale nascono queste sfortunate e che non le tutela, per un limite culturale abnorme in forza del quale sono res, merce di scambio su cui fare profitti. La migrazione non necessariamente comporta un miglioramento alla loro condizione, anzi, di solito la peggiora. E questi sono fatti.

Chi è per l’accoglienza a priori può anche lavarsi le mani alla fontana di un buonismo sconclusionato, ma non sta lavando via l’onta della complicità con i più mostruosi meccanismi di schiavitù di cui un giorno si dovrà pagare il conto. Almeno quello morale.

 

Disegno dell’autrice del pezzo.

1-2https://openmigration.org/analisi/dalla-nigeria-a-catania-il-percorso-delle-vittime-di-tratta/

3https://www.osservatoriodiritti.it/2017/05/24/prostituzione-in-italia-nigeria-sostituisce-est-europa/

 

Uso e abuso della “percezione”

«Io e te – spiega una scuola di psicologia e psicoterapia molto distante dalle fissità interpretative di Freud ed altri esponenti delle psicologia classica1siamo due organismi ed entriamo in contatto attraverso la nostra interazione che avviene attraverso ciò che viene definito “confine del contatto”», involucro che protegge il sé, inteso come «“organo” della persona, uno strumento che ha insita la capacità di regolare l’organismo che presiede e di risolvere i suoi problemi per mezzo della sua caratteristica principale che è quella di essere un “processo permanente di adattamento creativo” dell’uomo al proprio ambiente», e allo stesso tempo ‘stoffa’ di aderenza tra soggettività.2 Il sé quindi non è più l’anima, ma lo strumento che agevola la conoscenza e l’incontro ed è qualcosa che va plasmandosi nella continua verifica alla quale il reale lo obbliga. In questo senso ogni momento è crescita.

«Il termine tedesco Gestalt è il participio passato di von Augen gestellt che letteralmente significa posizionato davanti agli occhi, ciò che compare allo sguardo, ovvero forma». La Gestalt considera fondamentale e lavora sulla percezione della realtà anche attraverso i suoi dettagli facendo emergere dallo sfondo spesso indifferenziato la figura dettagliata.«Il motto per antonomasia dei gestaltisti è: “Il tutto è più della somma delle singole parti”, significa che la totalità del percepito è caratterizzato non solo dalla somma dalle singole attivazioni sensoriali, ma da qualcosa di più che permette di comprendere la forma nella sua totalità»3.

Il modello terapeutico in questione punta alla crescita della persona e alla sua “competenza relazionale”, “crescita” intesa «come costruire, attraverso un processo di confronto critico, una nuova integrazione tra Soggetto e Ambiente». La crescita dunque avviene attraverso i contatti con l’ambiente, ma «ogni contatto implica una fase conflittuale nella quale gli equilibri esistenti entrano in crisi (conflitto tra “vecchio” e “nuovo”, tra Organismo e Ambiente) ed una fase costruttiva, nella quale si perviene ad una nuova sintesi (cfr. la “fusione degli orizzonti” di H.G.Gadamer)»4.

Ci incuriosisce siffatta scuola di terapia, proprio perché sembra essere all’avanguardia nel trattare con serietà le sensazioni, i bisogni, i segnali del corpo, nel non “criminalizzare” il disagio, a non considerarlo imprinting insuperabile e a lavorare sugli istinti primari e le percezioni per restituirli alla consapevolezza della persona ed affermarli come forza creativa, in tempi in cui vi è un aumento di richieste di aiuto psicologico, un aumento delle psicosi e dei disagi (già in età adolescenziale5) legati soprattutto alle “nuove solitudini” che spingono alle dipendenze da sostanze e da santoni6, all’instaurazione di rapporti malsani, al rifiuto di relazioni significative con l’altro.

Il fatto che le scienze psicologiche siano diventate “di moda” e i loro contenuti accessibili a tutti, attraverso la rete e i reparti di librerie e biblioteche sempre più forniti di libri motivazionali e di crescita personale, ha portato con sé un retroaltare pericoloso, la pan-psicologizzazione sociale, ad opera di chi il più delle volte non ha adeguata formazione o ad opera di chi ce l’ha ma la utilizza non per la cura della persona, bensì per trarre profitti dalle consulenze o per i fini più disparati. Secondo un think thank del Pentagono «Il presidente russo Vladimir Putin sarebbe affetto da sindrome di Asperger, “un disturbo autistico che influenza ogni sua decisione”».

Le scienze psicologiche e psicocliniche si prestano purtroppo ad un uso deviato e deviante, che non risparmia nessuno e ancor più pericoloso è lo scimmiottamento di esse. In un simile clima, se la psicologia ‘assiste’ la persona, un qualche ‘medico’ deve occuparsi della comunità che nella sinergia crea il terreno ove la persona si sviluppa e nell’applicazione distorta di certi saperi lo ammorba di piante cattive.

È quanto accade nel tempo del politicamente corretto e delle memorie del bisogno, tempo in cui la proposizione di un problema “ambientale” è mutata e resa, nella sua narrazione, in percezione di qualcosa che si insinua esista soltanto nella dimensione appunto sensoriale del soggetto, presentato come influenzabile e fobico, schiavo di mediocri ossessioni, attaccato alla gonna della meschina paura.

È quanto avviene in tema di sicurezza e immigrazione con consequenziale messa la bando dei “seminatori di odio” e fomentatori di infondate paure, alias critici del sistema migratorio attuato, mentre la forza del reale della cronaca lacrime e sangue illumina silenziosa l’artata cecità. È ciò che accade sul versante dei “nuovi diritti” che, se non vanno a genio o suscitano perplessità stante la contemporanea concessa eliminazione di quelli sociali, comportano un immediato inserimento nel registro degli omofobi, dei retrogradi, dei bigotti, degli haters. Ma prima ancora dei temi spinosi, la questione riguarda il normale e l’ovvio, che sì con questi problemi si intreccia, ma non sempre.

Ricordo a tal proposito un gustoso commento alla foto che circolava su facebook presentando la famiglia del futuro già possibile, quella gender fluid e atipica, di una mamma transgender (mi si perdoni se non azzecco la sfumatura precisa), ormai esteticamente con sembianze maschili (barba e fisicità mascolina), la quale o il quale (chiedo sempre venia) allattava il suo bambino partorito “da uomo”. Alle constatazioni che ciò non sia esattamente il valzer della normalità mosse da più utenti, altri molto più aperti ribattevano con un politicamente correttissimo pensiero che suonava o meglio tuonava più o meno così: «non bisogna giudicare questo come il prodotto di cultura macabra e destabilizzante… Io vedo una mamma che nutre il proprio figlio».

La nostra attenzione deve fermarsi sul “io vedo”. Essendo l’oggetto della visione un qualcosa che logicamente e obiettivamente è da condursi almeno sul piano estetico a tutt’altro, vien da dire che questo “io vedo”, non è il vedere oggettivante di Tommaso che accetta la Verità della visione, ma è una costruzione soggettiva oltre la percezione fisica dell’occhio che si impone sul reale, svuotandolo, decostruendolo, sostituendolo con la farsa del “io vedo una madre”, mentre la visione che si presenta all’iride è quella di un uomo che sostituisce agli occhi innocenti del pargolo ‘l’archetipo della madre’ nell’atto che fa più madre di tutti: l’allattamento.

Il “io vedo” sottende l’accettazione pacifica dell’anormale, che non ha nulla di ovvio ed ha, a nostro avviso, molto di insalubre. Ecco così trasferito sul piano dell’ottimismo, della positività (finanche quella giuridica dell’”amore” che «vuol farsi diritto per realizzarsi pienamente»7), del buono e del bello, ciò che per natura è almeno “strano”, in un tempo peraltro che condanna il minorato e il diverso alla solitudine o ad essere un non nato (ci si chieda come mai nel politicamente correttissimo e civilissimo Occidente nascano sempre meno bambini con la trisonomia del cromosoma 218).

Di contro, ecco trasferito sul piano della ‘fobia’, della patologia, ciò che dovrebbe stare sul piano delle relazioni ‘più antiche’ e delle dinamiche essenziali alla vita. La vita che è relazione. É recintato quindi nell’ambito della scelta soggettiva ciò che non va apprezzato come fatto isolato e faccenda individuale, concernendo invece l’antropologia, la cattura delle dinamiche umane non come mera speculazione intellettuale, ma responsabilità nel cogliere i segni del tempo e non lasciarli alle pagine dei libri, soprattutto quando sono spie e sintomi di morbi pericolosi. La realtà fattuale è banalizzata e costretta nella bolla della psicosi, dell’astruseria, della singolarità, della pochezza. Chi si lamenta degli aspetti tragici del reale mettendo in discussione politiche e progetti è bollato come quello che per ignoranza “non ce la fa” ad accettare questo mondo petaloso.

La “migliore vecchia pazza dopo Oriana Fallaci” (C. Langone)9, l’antropologa Ida Magli, aveva più volte evidenziato quell’imbroglio moderno del collegare alla sfera psicologica quei problemi che, non soltanto per onestà intellettuale, andrebbero letti invece usando la lente dell’antropologia culturale, che dal modo di atteggiarsi degli individui nelle relazioni che intrattengono estrae il succo amaro delle dinamiche involutive e il miele dolce delle possibilità d’elevazione, e funge da strumento di anticipazione e precauzione.

Il metodo antropologico, avendo in qualche misura a cuore il benessere dell’uomo e il senso stesso dell’esistenza, una e breve, sembra implicare anche la considerazione di non essere capitati per caso nel mondo, ma dell’essere portatori di un senso che merita un riconoscimento e una cura, dell’essere fautori di dinamiche che modificano l’orizzonte degli eventi.

Usiamo poi la provocazione langoniana non perché riteniamo tale la professoressa, né tale la riteneva il giornalista che anzi ne sottolineava l’acume, ma riprendiamo l’epiteto proprio perché il boicottaggio delle intuizioni della Magli operato dagli intellettuali senza argomenti è passato proprio dallo screditamento nella semplicistica reazione di stomaco, quanto mai banale, secondo cui le donne che pensano fuori dal coro siano in fondo un po’ matte, soprattutto quando sono anche belle o quando anticipano i tempi.

Ancora più matte sono quando amano e vogliono portare la gonna e non i pantaloni, come vuole il femminismo più audace, che della donna nega quanto è già inscritto nel suo corpo: la maternità. Ciò viene realizzato nell’asserzione che la verità del corpo (il bacino non piatto che aiuta il sostegno del pancione, il seno che produce latte) sia in realtà una fallace percezione, o meglio, citando una ormai nota e comica definizione “un concetto antropologico”, sedimentato in anni di patriarcato.

Facendo leva sulle debolezze e gli aspetti psicologici queste nuove costruite percezioni mortificanti la natura, nel paesaggio del “io sono me stesso”, espressione ‘tammarica’ che significa niente, fanno “regola tra le parti”.

Prendendo l’universo social come uno dei più vividi schermi ove si proietta, spesso invero deformato, il comune sentire sociale, hanno in qualche modo impressionato i commenti di matrice ultra-femminista rivolte in un articolo all’artista Frida Kahlo, monumento intoccabile agli occhi una certa intellighenzia anche progressista, apostrofata “scendiletto”, “schiava d’amore”, “cagna” per avere dedicato al suo Diego Rivera, non esattamente il prototipo dell’uomo piacente, mielose parole di amore totale10.

Riconosciuto il proprio ombelico come centro del mondo, la propria esperienza, spesso falsata, è sentenza, è legge. La propria costruzione ideologica è bibbia. Chi non ha – magari per grazia del Signore – quella stessa esperienza allora deve tacere. Del lavoro in miniera parli solo chi ha svangato in miniera. Sia mai che chi non ha tirato fuori un chilo di carbone possa empaticamente abbozzare un’analisi.

La ricerca viene invece ridotta a complotto, l’oggettività dei dati sminuita a impressione, gli orrori di guerra a fake news, le false flag a verità. I revisionismi fisiologicamente al bando!

È, sul piano umano, la morte dell’empatia, dell’affettività, del senso del sangue e della continuazione del sé, dell’adesione fertile nell’amicizia, del desiderio di sperimentare i propri limiti e i propri eccessi nella crescita insieme. È la morte dell’altro, ammesso solo nella funzione di strumento di appagamento egoistico.

L’iper individualismo ci consegna un mondo molto povero di alterità, dove non possono così esistere, nemmeno della dimensione della visione letteraria, le tensioni più intime che sono la fiammella dei popoli e, in qualche senso, le caratteristiche dei Santi: il senso dell’ingiustizia, il coraggio della ribellione, il desiderio di comunità, le tensioni grandi e le inquietudini piccole, lo sguardo oggettivante che riconosce il vulnus e lo cura.

Non è più il tempo di Anna Karenina, del romanzo onnisciente soppiantato dal catino delle vomitate social, del sogno, della poesia e dei carteggi amorosi ove il pittore comunista scrive all’amata «sono avvolto in una dolce nuvola d’oro che si chiama Marta e fuori da questa nuvola mi sento solo e sperduto» e la Duse al Vate «Muoio di melanconia senza di te, Gabri».

 

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione, scattata alla Biennale di Venezia.

2http://www.igf-gestalt.it/2013/06/teoria-del-se-e-ciclo-del-contatto/ Mentre nella psicoanalisi come nella Psicologia analitica il “Sé”, scritto maiuscolo, rappresenta una struttura centrale, nucleare dell’individuo, molto profonda e fondamentale, al contrario in Gestalt la parola “sé” si scrive minuscola perché non ha niente a che fare, senza peraltro escluderne l’importanza e l’esistenza, con una qualche struttura particolarmente “nobile” di tipo archetipico come l’anima o lo spirito o con un qualche nucleo centrale e primario della persona che ne definisce la natura innata e specifica. Si potrebbe dire piuttosto che il sé è come un “organo” della persona, uno strumento che ha insita la capacità di regolare l’organismo che presiede e di risolvere i suoi problemi per mezzo della sua caratteristica principale che è quella di essere un “processo permanente di adattamento creativo” dell’uomo al proprio ambiente, interiore ed esteriore, come peraltro esso viene appunto definito da Goodman. In questo caso quindi per ”processo” non si intende più un qualcosa di statico, fermo, sempre uguale a se stesso, ma piuttosto qualcosa che è in movimento e che cambia continuamente col mutare delle situazioni interne ed esterne, attraverso questa sua funzione creativa di organizzarsi e riorganizzarsi in base alle diverse circostanze, con lo scopo di ristabilire l’integrità organismica. Questa è la funzione che ci permette di ritrovare il benessere quando lo perdiamo e che possiamo pertanto intendere come fondamentale nella spinta alla vita e alla salute.

4http://www.gestaltherapy.it/Gestalt-Psicoterapia-Modello.aspx?nav=itmModell

5https://www.tecnicadellascuola.it/alunni-fragili-famiglia-non-parlano-serve-uno-psicologo-scuola-li-faccia-aprire

6http://www.repubblica.it/cronaca/2018/02/27/news/le_sette_in_italia_testimonianze_numeri-189839775/

7http://astratto.info/rodota-lamore-si-libera-dal-predominio-del-diritto.html

8https://www.huffingtonpost.it/2017/08/22/in-islanda-non-nascono-quasi-piu-bambini-con-la-sindrome-di-down-i-genitori-chiedono-lo-screening-prenatale_a_23156663/

9https://www.ilfoglio.it/articoli/2014/01/01/news/per-non-ascoltare-mika-basterebbe-leggere-quella-vecchia-pazza-di-ida-magli-74088/

10 (La mia notte mi strema. Sa bene che mi manchi e tutta la sua oscurità non basta a nascondere quest’evidenza che brilla come una lama nel buio, la mia notte vorrebbe avere ali per volare fino a te, avvolgerti nel sonno e ricondurti a me).

C’è chi ama l’umanità per disprezzare meglio il prossimo

“C’è chi ama l’umanità per disprezzare meglio il prossimo”. Il nostro titolo provocatorio, nel salotto del politicamente corretto, potrebbe mandare al manicomio (o al pronto soccorso, a seconda della gravità della boldrinite) tutti gli amanti del linguaggio inclusivo e della moderazione, ma dimostreremo che la sostanza di questo gustoso coup de théâtre, in apparenza cosa di politica, riguardi in primis ciascuno e la sua dimensione più intima.

Amare l’umanità, avere uno sguardo sul mondo pulito e non sospettoso, credere nella bellezza delle emozioni è motivo di pregio, ma facile è rispettare un’idea, meno facile è rispettare una persona in carne e ossa che si pone dinnanzi a noi con le sue mancanze, i suoi slanci per noi intollerabili, la sua bellezza per noi incontenibile, perché – diciamolo – nell’altro ci sono io con il mio di più e il mio di meno.

Ora, non si vuole con siffatta affermazione asserire, come piace fare ad esempio a certuni sostenitori e fautori dell’ideologia omosessualista secondo i quali dietro ogni non omosessualista ci sarebbe un gay represso (assunto questo che per logica ci porterebbe a pensare che tutti siamo potenzialmente non eterosessuali, facendo certamente rivoltare Darwin nella tomba) che vi sia ‘fobia’ nel mancato riconoscimento dell’altro dinanzi a me come soggetto-oggetto di rispetto/”diritti”, ma si vuole porre invece l’attenzione sulla misura e sulle dinamiche di tal sentimento.

Spontanea e innocua è l’adesione emotiva ad una realtà distante che non ci appartiene né personalmente né come condizione ambientale in cui la nostra persona (il termine indica originariamente la “maschera”) andrebbe a svilupparsi e declinarsi, in cui mancano necessariamente due dimensioni: il ruolo nella comunità (che può essere poco o molto e tra poco diremo) e una motivazione, una volontà, una proiezione del proprio sé, un interesse.

In questo limbo sociale senza comunità in sostanza non esisterà mai il conflitto di interesse e la relativa necessità di limare le istanze di ciascuno per addivenire a una soluzione che scontenti il meno possibile tutti, non esiste competizione perché non esistono spazi comuni da dividere, risorse comuni da distribuire, egoismi da esaltare, bisogni da imporre come prioritari, meccanismi di potere relazionale da confermare.

Facile quindi è rispettare un’idea o una categoria astratta (i poveri, gli omosessuali, le donne, i bambini, gli anziani), meno facile è rispettare il povero in carne e ossa che rovista nei cassonetti e disturba il decoro, l’anziano in carne e ossa di età avanzata che si sbava o si lamenta in casa di riposo (le cronache di questi giorni hanno fornito uno spaccato terribile e tragico), il bambino che sì, in asilo vuole fare il bambino, ma alla maestra questo non va.

Mentre fioccano giornate internazionali della gentilezza, dei nonni, del minore, del bambino, del migrante, delle vittime di ogni disgrazia possibile, omaggiate con manifestazioni di piazza, cornici social, sconti dedicati, raccolte firme e manifesti, i problemi reali “della gente”, quale categoria informe e astratta, cui forse sì andrebbe sostituita l’espressione “della Persona”, soggetto fisico e psichico, portatore di intrinseca dignità, non sembrano trarre alcun giovamento da cotanta sensibile sensibilizzazione diffusa, proprio perché, un conto è rispettare un concetto, un conto è rispettare l’altro nella carne.

Questa idea è più volte balenata nella mente quando abbiamo assistito ad episodi di sputi e offese gratuite su mamme e passeggini in fila per le veglie delle Sentinelle in piedi, veglie silenziose per rivendicare il diritto di un bambino ad avere un padre e una madre e la libertà di affermare ciò, ad opera nientepopodimeno dei fautori e sostenitori delle politiche del linguaggio inclusivo e dell’antidiscriminazione. Il diritto allo sputo però è parso troppo persino ai dirittologi più audaci.

Ci siamo più volti chiesti dove sia stata questa grande onda sensibilosa di massa quando politiche scellerate hanno ferito i nostri lavoratori, quando hanno umiliato i nostri malati, rendendo le cure un privilegio sempre più raro e ci siamo chiesti dove stia il rispetto, prima ancora del diritto alla privacy, del bambino africano schiaffato con i suoi occhi grandi sulle campagna pubblicitarie che di lui ci dicono il nome e ci raccontano ‘la fame’ al fine di spremerci il portafoglio. Tollereremmo qualcosa di lontanamente simile se Matoub fosse nostro figlio?

Sempre in tema di straniero, ci siamo chiesti quale sarebbe la tutelata dignità del migrante immortalato nell’aiuola con la scopa in mano, scatto che consente ai politicanti de noantri di dimostrare la volontà di inclusione e il “servizio” reso dallo sventurato alla comunità, nonché una certa qualità dello stesso. Farebbe ridere se non facesse piangere, visto che per pulire un’aiuola non occorre essere ingegneri della NASA e la posa non restituisce nulla di morale o qualificante, ma solo un’umiliante costrizione per gli attori dell’esibizione.

Ci si chiede come mai i tanti suicidi di disoccupati, neodisoccupati e imprenditori non facciano notizia, non creino empatia, espressione come sono di una cultura imprenditoriale e del lavoro mal assimilata dalla società italiana, che tende a considerare un fallito uno che non ci ha saputo fare e un fallito suicida uno che non stava bene di testa. E forse è vero, ma cosa abbiamo fatto per arginare la sua inquietudine?

Un anno e passa fa si suicidava Tiziana Cantone, troppo poco acculturata per suscitare una parola di sdegno delle senoraquandiste indignatissime per le tresche amorose del Berlusconi. L’inquantodonnismo sconclusionato dinanzi alle vicende di questa donna è evaporato e con esso il rispetto e il silenzio. Se ne sono lette di ogni ogni su una donna che, da un certo momento in poi, ha opposto all’orgoglio puttano la voglia di dimostrare di essere migliore dei suoi errori.

A Tiziana – la chiamo per nome con tutta la vicinanza possibile seppur vana e non come fanno spesso i media che usano il confidenziale al solo fine di creare beniamini del pueblo presentandoli come cugini di campagna (ricordo la Clinton che, in periodo di campagna elettorale, era per tutti “Hillary”, mentre Donald Trump non fu mai e mai sarà Donald per ovvie ragioni) – non è stata possibile una vita altra.

Se avesse optato per una carriera nel porno l’avrebbero invitata nei salotti televisivi glorificandola. Invece è morta nella peggiore delle solitudini, quella di una vita resa un continuo riproporsi di un dolore da parte di tanti responsabili che messi insieme fanno nessun responsabile, quella di una vita senza rispetto, perché, appunto, uno è il nodo e ritorna: un conto è rispettare “le donne”, un conto è rispettare una donna con nome e cognome, che abita di fronte a te, con cui prendi l’aperitivo, con cui dividi l’ufficio, che mai dovrebbe diventare l’oggetto dei propri meschini sghignazzi.

Basta guardare i numeri “della depressione” per accorgersi come, nella società senza comunità, un solo è solo in termini assoluti, è solo anche in mezzo alla folla, essendo questa null’altro che l’insieme di tanti egoismi che viaggiano a ritmi diversissimi e non conoscono l’unisono.

Rispettare l’individualità comporta responsabilità, comporta implicarsi col nostro essere poco o molto, comporta misurarsi trovandosi poco o molto e da questa verifica “drizzare il tiro” dell’esistenza, comporta quindi riconoscersi attori di errori ma anche di perdono e di ‘guarigioni’, comporta “fare spazio” e per fare spazio talora occorre rinunciare a una parte del sé, alle pulsioni egoistiche, a ciò che fino a un attimo prima sentivamo come irrinunciabile, occorre trovarsi in mezzo, a metà strada, occorre emanciparsi dai propri dolori, ché non diventino del mondo.

Nell’epoca del “diritto a godere” e della vita senza adesione e senza sacrificio, questa impostazione è ovviamente perdente. Non è qualcosa di soffuso, ma di sedimentato: società non è sinonimo di comunità e oggi come mai prima lo si avverte pesantemente, nelle tante solitudini di gente che condivide i luoghi e i destini senza incontrarsi, senza volersi attraversare. La società che non sa essere comunità, che valorizza la massa informe e inconsistente e discapito della Persona con le sue peculiarità, soffoca, mentre è soltanto la sinergia degli slanci, l’empatia nelle preoccupazioni, l’adesione ad una visione comune che liberano, che non uccidono.

Facile è fare proprio un concetto astratto e difenderlo a spada tratta, meno facile è impugnare il gladio o deporlo quando si tratta di rispetto dell’altro dinanzi a te, di carne, sudore e visioni o dell’altro con la pochezza delle sue prospettive. Fa onore difendere i fratelli lontani, dell’Africa o delle favelas argentine, meno facile, ma altrettanto decorante è avere slanci tanto potenti, motivati e ponderati verso il fratello che abbiamo in casa e il dirimpettaio di pianerottolo e l’automobilista al semaforo, il padre.

Meno facile perché in quel caso, non essendo un’idea rappresentata, una proiezione, non basta più il pensiero, ma occorre compromettersi in un’azione, in atti di volontà, occorre abbandonare il terreno dell’impalpabile e mettersi in gioco con quello che siamo e non siamo e quello che potremmo ricevere in quello della realtà, impastata di mille sfumature e non tutte ci piacciono o potrebbero piacerci.

In questa implicazione non è detto che ne usciamo come vorremmo: la verità del fatto potrebbe fornire di noi la descrizione di umiliati, di cinici, di pezzenti, di mediocri, di brave persone, di uomini di grande animo e generosità, di anime senza coraggio, di individui plagiati o manipolatori…

Aderire ad una preoccupazione astratta ci evita il rischio di scoprire che l’altro non ci sta, non è d’accordo, non si beve un pace finta, non vuole un amore finto, ci evita il rischio di scoprirci diversi da come ci eravamo idealizzati, improvvisamente messi a nudo nella nostra sostanziale incapacità di rispettare nella concretezza del vivere la Persona accanto a noi a sua volta denudata dalla potenziale categoria che riuscivamo a difendere invece in astratto con tutta la violenza possibile.

Del resto, se anche solo una minima parte degli slanci “social” avesse una piccola corrispondenza nella vita reale, questo forse sarebbe il migliore mondo possibile, o forse sarebbe solo un inferno, giacché, richiamando Ida Magli, quando confutava “La pace perpetua” di Immanuel Kant, non esiste la pace (lei si riferiva a quella tra gli Stati, ma la metafora credo funzioni), ma il conflitto e la forza, esiste il ‘bellum’ che è in ciascuno col proprio portato di conflitti che non si risolvono ‘tecnicamente’, ma evolvono in conflitti superiori, e così l’individuo si fa degno della passeggiata della vita.

Se ci rendessimo conto di ciò, forse avremmo meno affetti dalla sindrome “del volontario di guerra”, guerra la sua personalissima che interessa ora i delfini, ora la violenza sulle donne, ora il cibo salutarissimo, ora le truffe in chirurgia estetica, guerra sempre distante da sé sia mai, almeno che non ne sia in qualche modo di qualche elemento un testimone quindi un vip della tragedia, e non avremmo tanta solitudine, tanti suicidi, tanti omicidi, tanto senso dell’incomunicabilità più atroce, tanta sporcizia davanti la porta di casa, e qualche volta, anche dentro.

 

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.

Il feticcio dell’onestà in politica: privi di macchia senza essere puliti

Il dibattito politico vive oggi una febbre senza precedenti, una febbre paralizzante che rende la discussione una sterile farsa. Per rendersi conto di ciò basta seguire uno dei tanti format televisivi di opinione, dove l’argomento più concreto su cui si discetta è la proposta dei sindacati di pensionare gli italiani a 66 anni e 11 mesi contro quella del Governo che spera di chiudere invece a 67 belli e tondi, mentre il resto degli elevati argomenti all’ordine del giorno si staglia sul piano glorioso della fuffa, termine di conio feisbuccaro, ma che ben rende il concetto di inconsistenza delle preoccupazioni dei rappresentanti.

Dante Fazzini, “San Pinocchio liberatore”, un’ironia sullo stato dell’informazione nel nostro paese. L’ambientazione è quella di un tipico borgo con la sua piazzetta, che fa da sfondo al “pollaio” metafora dei talk-show italiani , dove imperano pettegolezzo, menzogne e false verità. L’opera è in formato A4 ed è stata riprodotta in 10 copie firmate e numerate. Chi è interessato può contattare in privato l’artista, visitando il suo sito internet con un semplice click sull’immagine.

Certamente di più, infatti, si aspettano dalla sintesi politica di istanze lontane o talora opposte la casalinga, la mamma, l’artigiano, l’imprenditore, il precario…

Di contro, un’attenzione morbosa e non casuale è riservata a certi aspetti del politico, della narrazione delle cose della politica, la quale, se diligentemente gestita, ha il potenziale di trasformare il nulla in facile consenso elettorale o agevole messa fuori gioco del nemico politico, con l’ausilio immancabile dei media, nonché dei rivoluzionari da tastiera che del click han fatto la loro spada.

Da Mani Pulite a Calciopoli, dal Caso Ruby alle “molestate vent’anni fa” dei giorni nostri, sono moltissimi gli esempi di gestione di passaggi storici a colpi di scandalo, per distrarre o destrutturare, con conseguente immediata divisione del pueblo in sostenitori e detrattori della domenica, di commentatori cui poco importa se la vita dell’oggetto delle loro opinioni potrebbe essere segnata per sempre, che poco sanno di essere talvolta soltanto pedine di un sistema che utilizza la loro indignazione per facilmente imporre scelte difficilmente avallabili attraverso le dinamiche ordinarie della democrazia nella sua accezione più pura.

Una legge “antifascisti” passa meglio se intanto si ricama uno scandalino sulla vicenda di un gestore nostalgico del ventennio, una legge “antiomofobi” esce meglio se intanto i giornali ci parlano quotidianamente di violenza a danno degli lgbt in barba a statistiche molto meno preoccupanti. “Nessuno tocchi Caino”, nome di una ONG divenuto slogan fortunato delle campagne radicali sul trattamento dei condannati, va a farsi benedire nelle reazioni a caldo del pueblo manettaro dinanzi al delinquente schiaffato sui TG della giornata.

Giustizialismo d’accatto, quindi, e cultura del fango sono posti al servizio del pensiero del sospetto che crea la politica della sfiducia e fonda, senza ritorno, la sfiducia nella politica, più di quanto essa non riesca ad armarla da sé. Non più chiacchiera da bar, non più parlottata della domenica a pranzo coi parenti, non più imprecazione da fila alle Poste, sua maestà la campagna di fango è ormai uno scientifico strumento di governo, paragoverno e campagna elettorale.

Oggi poi si costruiscono partiti le cui sezioni “in affitto” non sono più al di là delle saracinesche che danno sulla piazza più bella del paese, ma sul web: candidati e “cittadini” si incontrano in stanze social e primarie a colpi di click, spesso “io, mammate e tu”, esprimono i candidati al Comune o alla presidenza della Regione.

In contrapposizione dialettica alle cronache giudiziarie infelici che toccano trasversalmente tutti i partiti ‘tradizionali’, siffatti utenti-cittadini tendono a considerare la nuova forma di partecipazione 2.0 l’unica ad essere democratica, facendo leva argomentativa sulla parità di peso delle opinioni espresse nel virtuale, sull’uniformità delle consultazioni, sulla possibilità di signor nessuno di intraprendere un’impresa – quella politica – costosa e di privilegio.

Un po’ come l’arbitro, almeno dalla mie parti, è sempre cornuto, allo stesso modo, il politico per narrazione e – ahi-noi! – spesso per cronaca, è sempre ladro (o comunque delinquente), ma non solo dalle mie parti. Così, quale trovata pubblicitaria e specificatamente elettorale potrà mai essere migliore di quella che frappone ladri per definizione a onesti per benedizione? La camicetta dell’onestà decora come una medaglia al valore quanti di buon slancio vogliano indossarla, e per avercela basta essere “presentabili”, presentabili cioè senza passato.

Facile se hai fatto l’artigiano o l’operaio, meno facile se hai fatto l’imprenditore, difficilissimo se nel tuo curriculum c’è più politica che lavoro.

Senza passato vuol dire senza macchia, senza macchia cioè senza precedenti, senza precedenti cioè senza errori. Senza macchia però senza essere necessariamente puliti. O ripuliti. O rinati. Perché passa di mezzo il mare tra l’essere senza precedenti e l’essere puliti. Non è una condanna che fa un uomo, ma lo fa ad esempio di certo l’avere pagato il dovuto.

È nata così l’onestà nella politica, urlata in piazza e sbandierata nei talk-show in un continuo contrapporre il proprio senzamacchismo alle macule degli altri, onestà che muore però a sprazzi in qualche inchiesta eccellente che colpisce persino i fautori della nuova politica “dei cittadini onesti”, espressione che come descrizione vale poco, o almeno vale fino a prova contraria, fino a che una delle tante vicende giudiziarie, appunto, a orologeria, non colpisca persino i puri più puri degli altri…

Tuttavia, a livello comunicativo, il meccanismo del patentino dell’onestà funziona, funziona finché il paladino dell’antiabusivismo edilizio non viene indagato per abusivismo edilizio, finché il protettore dei lavoratori del futuro non viene indagato per avere falsificato la busta-paga dei suoi dipendenti. Viene indagato, non certo condannato! Persino in questa distorsione della realtà un indagato è ancora senza macchia, ma ce lo siamo scordati. O meglio, a nessuno interessa ricordarlo perché la farsa si muove ovviamente su un piano di non verità, e nel teatro ciascuno deve fare il suo.

Non è un segreto per nessuno che il garantismo come tutela dell’individuo sottoposto ad azione giudiziaria (esplicato nelle formule di Ferrajoli “nessuna pena senza reato, nessun crimine senza legge, nessuna legge penale senza necessità, nessuna necessità di legge penale senza danno, nessun danno senza azione, nessuna azione senza colpa, nessuna colpa senza processo, nessun processo senza accusa, nessuna accusa senza prova, nessuna prova senza difesa”), valore principe dello stato di diritto, sia bell’e calpestato da un po’, e basta un’indagine, talvolta semplicemente obbligata dalle circostanze, a distruggere la reputazione e a trasformare in impresentabile chiunque. Complice ovviamente un sistema d’informazione che tiene in piedi il gioco squallido del fango, senza mostrare scrupoli nei confronti della persona, della sua famiglia, della sua storia che non sempre è quella del mostro da prima pagina.

Il cittadino 2.0 scopre così l’esistenza di un’alea sinora sconosciuta nella sua attività di moralizzatore virtuale del mondo politico ladro e poi di candidato e poi di eletto. Scopre in sostanza che l’impresentabile oggi è lui. E scopre – almeno questo auspichiamo – che quell’onestà tanto sbandierata, alla fine, è solo una malattia, la malattia dell’ipocondriaco. Essa è quindi un’astrazione, quando la si usa come arma dialettica, ma è anche un boomerang quando colpisce di ritorno e molto prima dell’accertamento giudiziario con relativa condanna per i reati imputati.

Per evitare equivoci, specifichiamo che non si sta certo negando, all’interno del nostro ragionamento, che chi sbaglia debba non rimanere impunito o che non si debba chiedere qualità nei profili di chi potrebbe andare a ricoprire incarichi pubblici, che sono oneri ed onori, ma questo profilo non può essere artatamente costruito quando la camicetta dell’onestà era pulita e artatamente distrutto quando si è macchiata e in modo non ancora definitivo. Dietro siffatte costruzioni c’è la Persona, nella sua dignità, nel suo essere di più del vociare più fastidioso che gli si innalza intorno o di un’inchiesta che deve fare la sua strada, anche quando ha sbagliato e qualunque sia stato il suo passato, ovunque sia partita.

Un ultimo appunto va fatto sullo strano concetto di democrazia tutto moderno, termine agghindato e restituito in una dimensione ‘morale’, a tratti ‘religiosa’. Democrazia significa, invece, soltanto “potere del popolo”, ed è solo una forma di governo, non progressismo-crazia, quindi potere dell’ideologia che decide chi è presentabile, chi può rappresentare e chi merita rappresentanza, sempre più spesso sulla stregua di percezioni e costruzioni e non secondo le leggi per le quali un indagato è solo un indagato e non certo un mostro.

Si finisce quindi per negare nella realtà dei fatti il valore vero della rappresentanza democratica, banale gioco di numeri, almeno quando bisogna contare i voti. E non c’è un voto più voto degli altri, che ne dicano quelli che vogliono fare votare solo i “democratici”.

«La lingua è dominio soprattutto della coscienza» – L’inganno

Ho trovato questo volume, scritto da Franco Fochi, linguista e saggista italiano, classe 1921, nella polverosa, gattara e famosa libreria Acqua Alta di Venezia di Luigi Frizzo. Mi incuriosisce per la copertina dell’architetto Silvio Coppola e il “Prologo forzato” che introduce quella che poi risulta essere una competente riflessione sulla lingua, competente e potente, avviluppata ad una profondo quanto brillante racconto delle vene aperte dell’Italia.

Le parole sono cose, le parole stanno accanto alle cose, oppure sono oltre le cose, decorano o denigrano, significano, amplificano, svuotano. «La lingua è uno specchio dell’anima assai più che il volto», mai ferma, cammina col popolo suo ed è il popolo a camminare con lei, perché, come diceva Cioran «non si abita un paese, ma una lingua; una patria è questo e nient’altro».

Lingua in rivoluzione fissa una pluralità di capriole linguistiche, solletica il perno di tante forzature dello scritto, del parlato, del ‘pensato’, sciorina una moltitudine di audaci fughe in avanti di una lingua di radici antiche, ma sempre più barbaramente posta al servizio delle ideologie, del potere costituito, cosicché la neolingua che vien da tal parto assurge a codice esclusivo e sostitutivo.

Già Pasolini, ricorda Fochi, aveva denunciato il misfatto delle dinamiche della “sola terminologia possibile”, «quella dell’industria culturale e della sociologia», ma va richiamato, dice Fochi, «per la sua coerenza (e per non risvegliare echi di un chiasso svanito), mentre ci prepariamo a chiedere che si disperda ogni reliquia e progenie della “lingua come espressione”, a gloria e gaudio della “lingua come comunicazione”».

«Alla guida della lingua – ribadisce – non sarà più la letteratura ma la tecnica» e lo scrive nel 1966, quando la Fiat stipulava col governo sovietico un contratto per la realizzazione di un’autovettura in Russia, quando a Pavia, ad una tavola rotonda sulla dottrina giuspositivistica, l’intervento di Norberto Bobbio, apriva ufficialmente la crisi del positivismo giuridico in Italia. La Costituzione è giovane, non sono ancora passati 20 anni dall’entrata in vigore e vivo è il ricordo del dibattito in seno alla Costituente, ove tanti dogmi moderni, erano forieri di enormi perplessità.

La dissolubilità matrimoniale, la laicità, la parità di genere, molte libertà, non perché non valide, ma perché considerate superflue nella contingenza di bisogni più urlanti, se non altro, almeno quello elettorale. «Non abbiamo sentito, come bisogno, la ricostruzione delle parole», perché nella realizzazione del calendario imminente, nel Paese spappolato delle due guerre, erano forse più funzionali gli slogan, «”Le solite balle”: così commenta il popolo, da noi costituito sovrano». Il capitoletto in questione, Fochi lo titola “Ricostruzione”, ripartenza dalle macerie.

«Sulla libertà ci siamo gettati con la leggerezza di un bimbo goloso: legittima la voglia, illegittimo il modo». Ventisette, conta Fochi sono gli articoli della Carta Fondamentale che contengono principi di libertà, «ma avrebbe fatto comodo un ventottesimo, che sancisse apertamente la libertà dal luogo comune» o un primo articolo così strutturato: «L’Italia è una Repubblica veramente democratica, fondata sulla sincerità». Sulla sincerità e non sull’insignificanza del lavoro, espressione tanto cara a Palmiro Togliatti, alla quale, «un eminente uomo di sinistra (aventiniano, perseguitato, coerentissimo) come Emilio Lusso» – riporta sempre Fochi – obiettava che «non aveva riscontro nell’attuale realtà italiana, e portava l’esempio della menzogna, consacrata nella Costituzione spagnola del 1931, che parlava d’una Repubblica dei lavoratori, la quale non esistevae cadde appunto perché non esisteva”».

Troppo spesso abbiamo sorvolato sulle parole perché ci interessavano più i fatti, abbiamo preferito porle a supporto, mascherarle per la causa, sicché ad un certo punto, per ridare loro il senso antico, le fattezze delle origini, non sono più bastati aggettivi. Abbiamo aggettivato – nota Fochi – pure la coscienza, stradale, calcistica, veneatoria, antitumore, ma essa «è una sola; morale; ma l’aggettivo è superfluo appunto perché l’idea è nel nome». Per non parlare poi di tutti i danni delle esagerazioni, dei gonfiamenti, delle banalizzazioni del professionismo politico e del giornalismo professionista, di cui disquisisce nel capitolo “La bianca coltre”, quindi balletti con l’eterno ritorno delle figure: obiettivo, urgente, concreto, contesto, atmosfera, vigilia.

La lingua muta, ma mai da sé. La manomissione delle parole, per usare l’espressione di Gianrico Carofiglio, predispone di volta in volta ad un mondo nuovo, aiuta ad avvicinarvisi. «La serva – scrive Fochi nel capitolo “Novissimo dizionario d’arti e mestieri” – se n’è andata, e ha fatto bene. Ma la servitù (intendo il collettivo concreto, però senza trascurare l’astratto) è rimasta» coccolata e finanche protetta dalla parvenza del suo superamento.

La donna di servizio è stata così “ritogata” – ironizza Fochi – “lavoratrice domestica” «col risultato, molteplice, d’una romana dignità, d’un richiamo preciso (e ammonitore) alla Repubblica “fondata sul lavoro”, e di “una opportuna” scomodità per la datrice di lavoro, la quale d’ora in poi non avrebbe più potuto affermare seccamemte e rapidamemte la propria condizione (“è la mia serva”), dovendo dire invece: “è la mia lavoratrice domestica” (una bella fatica, oltre che una certa, e giusta, umiliazione)».

Che la lingua muti non è un male in sé.«Rinnovarsi vuol dire vivere. Ma noi, oggi, abbiamo una strana maniera d’intendere il nuovo, dimenticando che il progresso spontaneo e schietto, non solo fa a meno di stravaganze, per affermarsi, ma se ne tiene scrupolosamente lontano per non giocare nella partita della novità il bene della dignità, e perdere la partita in tutti i modi».

Resta poi da affrontare il problema della democrazia della lingua e della lingua “per tutti”, concetti talora ideologicamente sovrapposti come tra i sostenitori della nervosa anglofonia tutta occidentale. L’operaio di Latina e quello di Manchester finalmente potranno dialogare, approntava qualcuno un ragionamento che suonava più o meno così. Che non siano infatti “Troppe lingue per una democrazia?” è il titolo-domanda del libro di Tullio De Mauro, recensito da Franco Lo Piparo, filosofo del linguaggio, il quale nota come l’Europa non disponga di una lingua che permetta ad “un idraulico calabrese di intendersi col collega tedesco o finlandese”.

In tema di problemi del mestiere, e non che quello sulla comunicazione operaia non sia rilevante, vediamo molto più sul pezzo Franco Fochi, quando evidenzia che parole nuove non novano in nessun verso la fatica che si deve per onorare il lavoro: «Il panificatore doveva alzarsi all’alba, quando suo padre era semplice fornaio. Non che gli sia risparmiata la levataccia; ma nella toga […] – di braccio della “panificazione italiana” – sta più fresco. Così gli ufficiali di quel reggimento sentivano meno il prurito, essendo esso cutaneo, che i sottufficiali con la scabbia o, peggio, i soldati con la rogna. Anche il fabbro, quando s’arrovella e s’ammazza come artigiano del ferro, suda meno».

Due proposte di legge di cui una del 1959, presto ritirata dai proponenti, e una del 1960, sulla cui sorte Fochi non era informato, intendevano trasformare la qualifica di “bidello” delle scuole in “usciere” o ”commesso scolastico”, poi in “ausiliario”. Oggi l’uso del termine bidello è riservato al cantuccio della vergogna, non si usa che nei bisbigli, nei dialoghi al riparo da orecchi troppo politicamente corretti che possano sussultare.

La “coscienza linguistica”, questa sì ammessa da Fochi nel ventaglio delle coscienze aggettivate, in quanto nella sua cifra spirituale e per il suo «indissolubile legame con gli uomini che parlano» è senz’altro, dice Fochi, conferma che «la lingua è dominio soprattutto della coscienza». La coscienza della lingua, del codice, sembra confondersi oggi con la visione ideologica che ha la meglio nella scena del potere, e la ‘manomissione’ delle parole così avviene in modalità più aderenti alla logica della posa che allo slancio ‘mistico’ dell’uomo in ricerca.

Tuttavia, se esse sono cose, le parole che adoperiamo, non solo raccontano un mondo, ma ci preparano ad un mondo, ad una visione, ci predispongono ad un sentimento e insieme lo suscitano, lo anticipano, lo sviscerano, lo rendono meno fuggevole. «Io ricordo – scrive Maria Montessori nel saggio La scoperta del bambino – una bambina di due anni, che, messa davanti ad una statuina del Bambino Gesù, disse: “Questa non è una bambola”». Concetto, parola, associazione, dissociazione.

In talune fasi storiche, in qualcuna in particolare, sembra essere nata la propaganda, fenomeno invero sempre esistito, ma l’attribuzione della sua creazione a una fazione precisa che “distorceva” per definizione, ha agevolato le successive narrazioni della fazione che “raddrizzava” per costituzione e dello sfoggio di siffatto sforzo ortodosso si nutriva, perché «le opinioni su questa scottante materia della moralità nazionale preferiscono il vaglio della censura di parte, e quasi sempre tacciono: nelle parole o negli stessi pensieri. Questa è la nostra “coscienza democratica”: il non saper pensare o esprimersi che sotto una bandiera. O il non osare, che è peggio. Ognuno (rosso, bianco, nero, verde) ha in sé un elenco, più o meno lungo e via via adattato, di giudizi che non può pronunciare, di istituzioni che non può toccare, di persone che non può scalfire: perché non ne venga danno all’idea (quando va bene). E così l’idea stessa, ridotta a strumento, opposta a quella verità che dovrebbe esserne il sostegno, si svuota. E con essa, anche la parola cessa di essere verbo: ombra vana senza soggetto, sventolata come un qualunque fazzoletto che non prema di perdere». Titolo del capitolo contenente questo magistrale je accuse è sempre “Ricostruzione”, ossia ripartenza dalle radici, dalle parole, dal loro legame autentico con la base, con le cose.

 

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.