Promemoria per un ordine sociale secondo giustizia

La dottrina sociale della Chiesa ritiene che possano essere vissuti rapporti autenticamente umani, di amicizia e di socialità, di solidarietà e di reciprocità, anche all’interno dell’attività economica e non soltanto fuori di essa o “dopo” di essa. La sfera economica non è né eticamente neutrale né di sua natura disumana e antisociale. Essa appartiene all’attività dell’uomo e, proprio perché umana, deve essere strutturata e istituzionalizzata eticamente1.

La carità potrà portare certamente un qualche rimedio a molte ingiustizie sociali, ma non basta; anzitutto bisogna che fiorisca, domini e sia realmente applicata la virtù della giustizia2.

Di fronte alle molteplici crisi internazionali, che ridisegnano equilibri geopolitici, egemonie e modelli socio-economici, il pensiero sociale cattolico – in tema di capitale, lavoro, proprietà, moneta e via dicendo – è, oggi più che mai, l’unica risposta degna dell’uomo, della sua dignità personale e trascendente, ai problemi del vivere comune3.

Un articolo non può certo avere la presunzione di esaurire questioni tanto ampie quanto complesse, però può offrire un modestissimo spunto per riflettere su un ideale di ordine sociale frettolosamente accantonato in quanto ritenuto obsoleto per le sfide odierne del mondo globale.

La proposta cattolica ai problemi sociali, cioè l’applicazione concreta dei perenni insegnamenti del Magistero, la loro traduzione in indirizzi politici e norme giuridiche, si presenta – nella sua chiara identità – altra tanto dal liberalismo quanto dal socialcomunismo. Sì, altra – alternativa: non si tratta infatti di riformare dall’interno il sistema liberalcapitalista o di realizzarne una versione “compassionevole” quanto di superare la Weltanschauung politico-economica contemporanea e trovare quelle soluzioni strutturali, organiche, nella regolazione della vita economica, intrinsecamente conformi alla giustizia4 e alla legge morale.

Un modello di vita economica che voglia distinguersi dall’economicismo a-morale dominante dovrà incentrarsi su un inscindibile binomio etico-giuridico: a) la subordinazione della scienza economica all’etica e al diritto; b) il necessario primato della politica onde evitare che i pubblici poteri si rendano servi dei potentati economici-finanziari o loro docili strumenti.

Scrive Benedetto XVI: «l’attività economica non può risolvere tutti i problemi sociali mediante la semplice estensione della logica mercantile. Questa va finalizzata al perseguimento del bene comune, di cui deve farsi carico anche e soprattutto la comunità politica. Pertanto, va tenuto presente che è causa di gravi scompensi separare l’agire economico, a cui spetterebbe solo produrre ricchezza, da quello politico, a cui spetterebbe di perseguire la giustizia mediante la ridistribuzione» (Caritas in veritate, n. 36).

Il primato dell’etica: l’economia è un’attività umana, libera e responsabile finalizzata al bene (individuale, famigliare e comune) dell’uomo, alla sua natura normativa: l’uomo dev’esserne agente morale e non ridotto a mero fattore di produzione/consumo. Ha ricordato Giovanni Paolo II: «il principio sommo (…) in assenza del quale tutto il sistema economico è esposto al rischio di pericolose degenerazioni» afferma che «fine di tutta l’economica non è il profitto, ma la promozione della persona»5.

I rapporti tra capitale e lavoro devono essere conformi al diritto naturale e regolati dalla “legge della giustizia sociale” (Pio XI, Enciclica Quadragesimo Anno, n. 58), e non dalle forze cieche e violenti del mercato. Le teorie economiche della scuole liberali e marxiste hanno mostrato i loro limiti: «si avverte l’esigenza di coinvolgere anche i lavoratori nel processo di formazione del capitale e nelle decisioni che riguardano l’impresa secondo una concezione partecipativa dell’economia» volta al superamento «delle varie patologie di cui soffre il mondo»6. Partecipazione che richiede di riconoscere la natura consorziale dell’impresa economica (attività associata di capitale e lavoro, affermò Leone XIII nella Rerum novarum).

Altri principi cardine sono la destinazione universale dei beni materiali (a cui resta subordinata la stessa proprietà privata, che non è un assoluto)7 e la dignità personale e spirituale del lavoro, che non può essere ridotto a merce o sacrificato all’accrescimento indefinito del capitale: «il lavoro, per il suo carattere soggettivo o personale, è superiore ad ogni altro fattore di produzione: questo principio vale, in particolare, rispetto al capitale»8. Il lavoro non può essere equiparato a una merce (una cosa che si vende e si compra), così il salario non può essere fissato dalle oscillazioni del mercato: «la rimunerazione del lavoro non può essere abbandonata al gioco della domanda e dell’offerta; deve invece essere fissata secondo criteri di giustizia»9. Per essere giusto il salario dovrà garantire al lavoratore il necessarium personae (dignitoso mantenimento del nucleo famigliare e possibilità di formarsi una pur modesta proprietà privata).

Concludendo questi brevi cenni. Il mondo occidentale cosiddetto libero ha per decenni sbandierato uno stile di vita all’insegna dell’opulenza, producendo l’anti-civiltà consumistica. Il gusto piacevole della bevanda di un benessere facile è durato relativamente poco (in termini di libertà personale, tranquillità e prosperità) e i risvolti in termini di miseria e indigenza cui numerosi popoli sono costretti a causa di strutture organizzative inique che soffocano l’uomo e disgregano la società sono sotto l’occhio di tutti gli uomini di buona volontà. E’ il momento di cambiare paradigma. Termino con le parole di Papa Pio XI, scritte nel 1931 e più che mai attuali:

Ciò che ferisce gli occhi è che ai nostri tempi non vi è solo concentrazione della ricchezza, ma l’accumularsi altresì di una potenza enorme, di una dispotica padronanza dell’economia in mano di pochi, e questi sovente neppure proprietari, ma solo depositari e amministratori del capitale, di cui essi però dispongono a loro grado e piacimento. Questo potere diviene più che mai dispotico in quelli che, tenendo in pugno il danaro, la fanno da padroni; onde sono in qualche modo i distributori del sangue stesso, di cui vive l’organismo economico, e hanno in mano, per così dire, l’anima dell’economia, sicché nessuno, contro la loro volontà, potrebbe nemmeno respirare. Una tale concentrazione di forze e di potere, che è quasi la nota specifica della economia contemporanea, è il frutto naturale di quella sfrenata libertà di concorrenza che lascia sopravvivere solo i più forti, cioè, spesso i più violenti nella lotta e i meno curanti della coscienza10.

 

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.

1Benedetto XVI, Enciclica Caritas in veritate, n. 36.

2Pio XII, Enciclica Evangelii Praecones, n. 10.

3Pensiamo, ad esempio, all’iniquità monetaria, alle croniche crisi del debito, al dominio pervasivo di un potere finanziario senza volto, alla pressione fiscale che erode i risparmi virtuosi, e via dicendo.

4Così nella definizione del giurista romano Ulpiano: “la giustizia consiste nella costante e perpetua volontà di attribuire a ciascuno il suo diritto. Le regole del diritto sono queste: vivere onestamente, non recare danno ad altri, attribuire a ciascuno il suo”. E il Catechismo della Chiesa Cattolica asserisce: “la giustizia è la virtù morale che consiste nella costante e ferma volontà di dare a Dio e al prossimo ciò che è loro dovuto. La giustizia verso Dio è chiamata virtù di religione. La giustizia verso gli uomini dispone a rispettare i diritti di ciascuno e a stabilire nelle relazioni umane l’armonia che promuove l’equità nei confronti delle persone e del bene comune” (n. 1807).

5Dal Discorso all’Unione cristiana imprenditori dirigenti del 14 dicembre 1985.

6Ibidem.

7“Il diritto alla proprietà privata (…) non elimina l’originaria donazione della terra all’insieme dell’umanità. La destinazione universale dei beni rimane primaria, anche se la promozione del bene comune esige il rispetto della proprietà privata, del diritto ad essa e del suo esercizio” (CCC, n. 2403).

8Dal Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, n. 276.

9Azione cattolica italiana, La Dottrina sociale cristiana, CENAC, Roma 1957, p. 180.

10Pio XI – Enciclica Quadragesimo Anno.

La coscienza è come l’orologio…

La coscienza morale, per essere in grado di guidare rettamente la condotta umana, deve anzitutto basarsi sul solido fondamento della verità, deve cioè essere illuminata per riconoscere il vero valore delle azioni e la consistenza dei criteri di valutazione, così da sapere distinguere il bene dal male, anche laddove l’ambiente sociale, il pluralismo culturale e gli interessi sovrapposti non aiutino a ciò. La formazione di una coscienza vera, perché fondata sulla verità, e retta, perché determinata a seguirne i dettami, senza contraddizioni, senza tradimenti e senza compromessi, è oggi un’impresa difficile e delicata, ma imprescindibile. Ed è un’impresa ostacolata, purtroppo, da diversi fattori. Anzitutto, nell’attuale fase della secolarizzazione chiamata post-moderna e segnata da discutibili forme di tolleranza, non solo cresce il rifiuto della tradizione cristiana, ma si diffida anche della capacità della ragione di percepire la verità ci si allontana dal gusto della riflessione. Addirittura, secondo alcuni, la coscienza individuale, per essere libera, dovrebbe disfarsi sia dei riferimenti alle tradizioni, sia di quelli basati sulla ragione. Così la coscienza, che è atto della ragione mirante alla verità delle cose, cessa di essere luce e diventa un semplice sfondo su cui la società dei media getta le immagini e gli impulsi più contraddittori1.

Quando si parla di coscienza la confusione sotto il cielo è assai grande. Per la mentalità contemporanea la coscienza rappresenta il tribunale ultimo e ogni decisione presa in piena coscienza va rispettata.

L’egemone cultura liberal-radicale ha ipotecato un modo di pensare la coscienza come facoltà naturalistica: non un giudizio della ragione, ma un impulso vitalistico che svincola l’uomo da ogni responsabilità – puro sentire immediato non guidato dalla razionalità. La coscienza così intesa (come facoltà naturalistica) pretende di qualificare l’atto morale: il soggetto, apparentemente esaltato nella sua libertà, viene ridotto a un fascio di momentanee e contingenti pulsioni. Inoltre, non sarebbe possibile parlare di valori, se non in senso soggettivistico. Non esisterebbero valori indisponibili (non negoziabili), non dipendenti dalla volontà (e dall’arbitrio!) umana.

Lo esprime chiaramente Rousseau nell’Emilio: «tutto ciò che sento essere bene è bene, tutto ciò che sento essere male è male». Bene e male sarebbero il prodotto della coscienza la quale dipenderebbe esclusivamente dalla volontà. In altre parole, l’uomo non sarebbe soggetto a “una legge che non è lui a darsi” ma signore della legge morale, padrone di stabilire ciò che è bene e ciò che è male. La persona, secondo questa ideologia, non sarebbe chiamata a controllare e valutare passioni e desideri, ma dovrebbe “lasciarsi andare” (spontaneismo) realizzando con autenticità (sic!) la propria volontà, libera nel suo determinarsi da qualsiasi regola o magistero “esterno”.

Il soggetto, quindi, non riconosce alcun criterio che non sia… la sua opinione. In tal senso la coscienza risulta inevitabilmente autoreferenziale (non ha altra misura che se stessa), non richiede alcun fondamento obiettivo al di là dell’atto che la pone. È una coscienza “murata”, chiusa in se stessa, avalutativa e come tale soggettivisticamente nichilista – disperata presunzione di chi non accetta il proprio statuto ontologico e pretende di “farsi Dio”.

La coscienza, invece, (parliamo della coscienza morale, che è la “capacità di aprirsi all’appello della verità oggettiva”) è tale solamente se è subordinata alla legge naturale, che non è una costruzione umana, ma una legge oggettiva e universale.

La coscienza è come l’orologio che abbiamo al polso. Dobbiamo essere certi che sia in accordo con l’ora effettiva. In molti casi essa non è retta (per ignoranza, per pregiudizio o per passione); pertanto va regolata; essa è uno strumento della persona: è la norma prossima della moralità, vale a dire del credere e dell’agire. La norma superiore – la regula agendi – è la legge naturale e divina. Ad essa dobbiamo conformarci, adeguando il nostro intelletto alla realtà oggettiva.

Negando Dio, si nega anche l’esistenza di una legge etica esterna all’uomo ed immutabile, con l’impossibilità di parlare di principio morale. Scrive Romano Amerio: «Non è possibile che le radici della morale umana siano nell’uomo che non è un essere radicale e non può quindi essere radice di morale. La morale infatti è un ordine assoluto e l’uomo invece un ente contingente e relativo cui l’assoluto è presente e si impone, ma non ha certo le proprie radici in lui (…) Il vocabolo stesso di coscienza annuncia irrefragabilmente che non c’è con-scientia se l’io non si sente nella dualità con l’altro, e se l’uomo non vive la solidarietà con la legge, cui è congiunto e cui deve riverenza»2.

Pensiamo, ad esempio, alla questione della libertà di coscienza che è ben diversa dalla libertà della coscienza: non si tratta di un gioco di parole, ma di due modi radicalmente opposti di concepire la libertà: la prima, infatti, è la rivendicazione del diritto alla sola coerenza con se stessi (pura e semplice manifestazione della volontà, mera opzione avalutativa); la seconda è il dovere/diritto della testimonianza del soggetto di fronte a una legge non dipendente da alcuna volontà umana, in adesione ad un valore e ad una legge superiore alla coscienza stessa. Essa trova il suo fondamento nel bene, cioè nella verità (si pensi all’Antigone di Sofocle o ai martiri cristiani). La coscienza non è libera di affermare che è bene quello che vuole o ritiene sia bene: è vincolata al bene oggettivo, vale a dire al bene in sé (inscritto nella sua natura), il quale deve essere riconosciuto come tale. Al contrario, la libertà di coscienza, lungi dall’essere doverosa testimonianza di fedeltà a una legge non scritta, all’ordine etico delle “cose”, è in ultima analisi rivendicazione del diritto di fare tutto ciò che il soggetto ritiene di fare.

«La coscienza – ha scritto il prof. Danilo Castellano – non è la fonte della legge ma è il “luogo” ove la legge si manifesta. Non è la facoltà naturalistica che erroneamente si reputa strumento idoneo a creare le cosiddette “scale di valori” dalle quali dipenderebbero, poi, il bene e il male, il giusto e l’ingiusto. Non sono, infatti, le “misure” – tanto meno le misure soggettive – che creano la realtà ma è la realtà condizione delle misure. È per questo che condizione della coscienza è la legge (intesa non come norma positiva bensì come legge naturale), che la coscienza riflette in sé come lo specchio riflette la realtà davanti alla quale esso viene posto. Senza legge (naturale), perciò, non si può propriamente parlare di coscienza»3.

Per evitare di impantanarsi in concezioni erronee (e disumane) della coscienza occorre ritornare ad una metafisica realista, dove è l’essere che fonda il pensiero e non il contrario. Come ha scritto Marcel De Corte: «Essere nella verità significa conformare la propria intelligenza a una realtà che l’intelligenza non ha né costruita, né sognata, e che a lei si impone. Fare il bene non vuol dire abbandonarsi agli istinti, agli impulsi affettivi e alla volontà propria, ma ordinare e subordinare le proprie attività alle leggi prescritte dalla natura e dalla Divinità che la intelligenza scopre nella sua instancabile ricerca della felicità»4.

1Dal Discorso di Benedetto XVI alla Pontificia Accademia per la Vita, 24 febbraio 2007.

2R. Amerio, Iota unum, Lindau 2009, p. 420.

3D. Castellano, Instaurare omnia in Christo (rivista), anno XXXIX, n. 2, maggio-agosto 2010.

4M. De Corte, L’intelligenza in pericolo di morte, Volpe, Roma 1973).

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.