C’è un’ipocrisia più tossica delle armi chimiche

Sgombriamo il campo da ogni possibile dubbio e ipocrisia: la guerra alla SIRIA (e alla Russia) è già in atto da 7 anni in maniera violentissima e indiretta. Se volete, assimetrica. Senza pretesti ridicoli, ma in maniera chiara e infinite volte provata. Ogni altra presunta ragione per scatenare un attacco diretto è legata al misero fallimento sul campo di ogni strategia per farla cadere e il suo bisogno cresce proporzionalmente all’avanzare e alle vittorie dell’esercito siriano.

Una storia non nuova, vista ad Aleppo, nel Ghouta e ora anche a Douma. Mai uno straccio di prova, mai un osservatore parziale o imparziale sul campo a raccogliere analisi e prove (nonostante gli inviti del governo e dei russi), ma solo un gridare compulsivo di bugie ai media e un’isterica fretta nel cercare uno spazio d’azione bellica fuori da ogni diritto e organizzazione internazionale.

Superato il casus belli del momento, va tutto nel dimenticatoio, in attesa di crearne uno nuovo. Ci si dimentica anche che le obsolete armi chimiche siriane sono state censite e fatte distruggere molti anni fa sotto supervisione internazionale, che ha coinvolto anche l’Italia. Non cosi quelle delle nazioni che foraggiano i “ribelli”, non così quelle in mano alle marionette jihadiste. Ci si dimentica anche che le potenze occidentali e arabe sono già illegittimamente presenti e combattenti in Siria. Turchi, Americani, Israeliani, Francesi e Britannici sono presenti con truppe e consiglieri militari per aiutare, addestrare e consigliare militarmente i ribelli.

Per invadere e occupare porzioni di territorio siriano. Spesso, finiscono anche per cadere nelle mani dei soldati siriani. Sono invasori di fatto, sono violatori di ogni diritto internazionale e bellico, sono invasori e assassini. Prove provate, azioni rivendicate, filmati e morti reali sul terreno. Mi spiegate, a monte di ogni manfrina, quale legittimità, diritto e credibilità possono avere questi stati nella questione interna siriana? Quale stortura mentale porta giornalisti, politicanti e popolo bue, a ripetere come verità palesi invenzioni mai provate in vece di vere omissioni su fatti certi, visibili e per giunta ammessi?

Il trionfo della malafede unito a quello della demenza di chi gli conferisce anche una qualche credibilità.

L’anagrafe dei fantasmi: contrapposizioni a favore di chi?

L’immagine demoniaca di una minaccia fascista serve chiaramente come nuovo feticcio politico; feticcio nel senso freudiano del termine, ovvero di un’immagine affascinante la cui funzione è quella di offuscare il vero antagonismo”

Slavoj Zizek

A buona ragione e con decine di esempi probanti, ritengo che, oggi, al netto d’ignoranza (non reale conoscenza), pregiudizio, damnatio memoriae post-bellica e mistificazioni strumentali, gran parte (ovviamente non tutti) di coloro che si definiscono “fascisti”, e soprattutto “antifascisti”, starebbero sullo stesso fronte o lo cambierebbero tout-court.

Purtroppo, rimuovere le incrostazioni di settant’anni di divide et impera è un’impresa titanica che trova l’accanita resistenza di entrambi gli schieramenti (paradossalmente uniti in questo), a tutto vantaggio di un Sistema al quale cultura e tradizioni non interessano (se non in funzione manipolatoria).

Dinanzi al baratro politico e sociale e alla stringente necessità di una collaborazione, anche solo tematica e occasionale, si sceglie di buttare il bambino con l’acqua sporca, pur di non darsi la mano e rimanere in piedi entrambi. Mi sia dia pure pure del Don Chisciotte (gli applausi non m’interessano), ma non posso rassegnarmi all’autolesionismo della fiera dell’assurdo che stiamo vivendo, separati da una parola e dal suo contrario.

Larga parte del mondo cosiddetto democratico trova la sua ragion d’essere nell’antifascismo inteso come categoria astratta e onnicomprensiva – la bandiera sotto la quale marciano fazioni diverse che, senza questo nemico orwelliano agitato ad arte, semplicemente non esisterebbero o sarebbero acerrime nemiche.

Dare del fascista significa affibbiare a un’idea o a una persona un marchio d’infamia che richiede la pronta abiura da parte dell’accusato e la sua genuflessione alla religione civile dominante, pena la conventio ad excludendum immediata e l’oblio futuro.

Per non parlare delle uguaglianze “fascista-ignorante” – “compagno-colto”, fatte assurgere a pilastri della narrazione propinata da quelli che loro soltanto hanno capito la politica e la storia, da quelli che, nella dolosa ignoranza delle idee che mossero il mondo o del portato del blocco intellettuale morale, non solo dimenticano che gli estremi non di rado si toccano, ma, salvo affibiare qualifiche moralisteggianti, attuano un’operazione di discredito di davvero bassa statura culturale.

Questo è il frutto malato di una sconfitta militare, e di decenni di egemonia politico-culturale. Il suo uso è, oggi, esclusivamente e totalmente strumentale alla creazione indotta di divisioni e lacerazioni sociali.

Distrarre l’opinione pubblica dai reali problemi è una formidabile arma per sterilizzare il campo antagonista e ricompattare il consenso intorno alle oligarchie che gestiscono lo status quo.

Nonostante questo, intuizioni e soluzioni (principalmente in termini di anticapitalismo e dottrina sociale) partorite dalla galassia “fascista”, trovano oggi consenso e rivalutazione – de facto – non solo nella pur frantumata realtà sociale, ma anche ampia diffusione nel mondo cosiddetto “antifascista” (beninteso quello che avversa il Sistema, non l’antifascista salottiero), che le ha fatte proprie, scindendole dall’idea politica primigenia che le ha generate.

Quasi per una legge del contrappasso, tanto più si demonizza la storia e l’idea fascista, tanto più i suoi contenuti s’impongono nella modalità “anonime” e trasversali contemporanee.

Nel mondo dell’“estrema destra” (erroneamente onnicomprensivo anch’esso) l’autodefinizione di fascista ha assunto per lungo tempo un valore speculare e opposto. Elemento compattante da un lato e aggettivo qualificativo dall’altra. Anche in questo caso, ormai slegato da ogni reale riferimento dottrinario.

Fascismo diventa così tutto e il suo contrario, rendendo vuoto il termine e autolesionista il suo utilizzo. Non a caso, si fregiano del suo nome una miriade di gruppi e gruppuscoli, spesso in competizione tra loro, e su posizioni politiche discordanti.

L’unico elemento che li unisce è il positivo giudizio storico sul Ventennio, per le più disparate ragioni, e ripeto, spesso contrastanti anche su temi di non poco conto, quali ad esempio quelli etici. Esattamente come l’antifascismo unisce l’emisfero opposto.

 

Entrambe le posizioni non fanno che consolidare il Sistema e atrofizzare ogni possibile alternativa sostanziale, che può nascere solo dalla sintesi e dall’attualizzazione delle posizioni politiche, non dalla difesa ad oltranza di simboli ed etichette che finiscono per dividere ed agevolare il la parte avversa.

Si dia senso alla pratica e non alla predica sterile.

Si dia senso al contenuto e non al contenitore.

La guerra è di movimento e in troppi sono rimasti in trincea (o, peggio, chiusi nel museo della nostalgia), mentre il vero nemico è già (da troppo tempo!) padrone in casa nostra.

 

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.

Non è razzista negare la razza?

Argomento delicato, scivoloso, subdolo, paludoso, dove ogni parola sbagliata diviene una prova per condanne istantanee, senza appello e condizionale: la questione razziale.

Tuttavia, conto sulla clemenza del lettore per il fatto di non essere sul pezzo mentre il fuoco della polemica ancora arde vorace, bruciando tutto e tutti. Camminerò prudente sulle ceneri quasi spente, in punta di piedi, perché non m’interessa difendere o condannare la solita frase scandalosa pronunciata dal “razzista” di turno “tal dei tali”, quanto stigmatizzare il suo ennesimo uso strumentale e la solita sgradevole tendenza orwelliana a vietare le parole, falsandone il significato, per vietarne i contenuti e demonizzare il relatore.

Nondimeno, comincia a ripugnarmi non poco anche l’atteggiamento, ambiguo e scivoloso, di chi, non avendo il pieno coraggio di difendere le sue legittime posizioni, troppo ricondotte al “male assoluto”, finisce per annacquarle sempre più con improbabili distinguo, ridicoli sofismi e non migliori tentativi di ergersi “oltre il bene e il male”, finendo di fatto con il rinnegarle, per atterrare nella terra di nessuno.

Premetto anche che non ho né l’autorità del genetista o dell’antropologo, né la dotta favella del filosofo. Quindi, mi limiterò umilmente a cercare rifugio principalmente nel buon vecchio vocabolario della lingua italiana. Uno a caso, che non sia l’attualissimo Boldrini – Bonino o equipollenti. Un’ancora di salvezza accessibile a tutti, comprensibile da tutti , che non richiede smisurati trattati per essere esplicata e altisonanti titoli accademici per essere recepita. Pane al pane, vino al vino.

Chi fosse interessato ad altre ben più elevate vette di pensiero, può immediatamente cercare nelle numerosissime pagine messianiche di filosofi, intellettuali e dotti del pensiero corretto, del distinguo scientifico, del “io sono io e voi non siete un cazzo”. Oggi, merce abbondante, la cui offerta è ben superiore alla domanda. Scarseggiano gli ignoranti e io, convintamente uno di loro, a loro mi rivolgo. Non volendo, e non potendo, indagare e sindacare l’interno volere del poco “politicamente corretto” leghista di turno, partendo dalla sua frase, riporterò la querelle alla sua questione di fondo, tutta semantica e lessicale. Perché è ancora una volta il linguaggio ad essere attaccato e manipolato, messo sul banco degli imputati, secondo l’assioma che vuole delittuoso il chiamare le cose per quello che sono.

Partiamo, quindi, dall’analisi del testo, per quello che è e per quello che vuole comunicare, senza indugiare in processi alle intenzioni e tralasciando il politicamente corretto: “La razza bianca è a rischio scomparsa”.

La definizione di “razza”, secondo il vigente vocabolario Treccani, dovrebbe mettere fine ad ogni discussione sull’utilizzabilità o meno del termine per indicare un determinato “raggruppamento di individui che presentano un insieme di caratteri fisici ereditari comuni. Nel caso dell’uomo, tali caratteri si riferiscono a caratteristiche somatiche (colore della pelle, tipo di capelli, forma del viso, del naso, degli occhi ecc.)…”. In questo caso, quello genericamente definito “bianco”, nella cui generalità la popolazione italiana può ancora maggioritariamente riconoscersi.

In questo caso specifico, anche se non si concorda con l’esistenza delle “razze” biologicamente intese (ma, il vocabolario italiano lo riporta a tratti somatici non biologici), appare preferibile al concetto di Etnia, ribattuto da molti come “più corretto”. Infatti, sempre la Treccani, ci dice che la parola “etnia” indica un “raggruppamento umano (dal gr. ἔθνος «razza, popolo») distinto da altri sulla base di criteri razziali, linguistici e culturali”. Ossia, potrebbero aversi etnie diverse, per lingua e cultura, anche a parità di colore della pelle o “razza”, di cui quest’ultima ne costituisce solo un elemento.

Come si evince, in se stessa non compare nessun elemento definibile come “razzista” nel senso vigente del termine. Infatti, per razzismo si deve intendere la “concezione fondata sul presupposto che esistano razze umane biologicamente e storicamente superiori ad altre razze. È alla base di una prassi politica volta, con discriminazioni e persecuzioni, a garantire la ‘purezza’ e il predominio della ‘razza superiore’.”

Nella frase incriminata non v’è traccia di nulla di tutto questo; anzi, si sottolinea la necessità di preservare una diversità che si presume a “rischio scomparsa”. Una “diversità” che si esalta e cerca di preservare in tutto, dalle bestie all’agricoltura, dalle specie ittiche ai grani, ma che, se riguarda gli umani bianchi autoctoni, diviene razzismo. Non per chi, evidentemente, come me, ha sempre difeso il diritto di sopravvivere nei loro territori a tutte le diversità della natura, umani compresi: dai “Pellerossa americani” ai “neri d’Africa”. Razze, etnie e culture. Parimenti degne, rispettabili e diverse.

Quindi, lessicalmente parlando, se si vuole e con molti dubbi a riguardo, è stata una frase inopportuna, ingenua, persino dannosa per la causa che voleva sostenere, ma non certo il sintomo di chissà quale male o piaga della nostra società razzista, tale da giustificare il solito rito del lavaggio del cervello di massa, dei mea culpa e distinguo generalizzati e della demonizzazione ad uso e consumo.

Insomma, una querelle inutile, che sarebbe passata in secondo piano, se non ci fossimo abituati a guardare sempre il dito e mai la luna.

Andando ad analizzare i contenuti della dichiarazione, si coglie che lo sdegno è fuori luogo e fuori tempo, perché la stessa cosa (anche se in termini di soddisfazione, accettazione e auspicio) è stata innumerevoli volte rimarcata e riportata dagli stessi organi di stampa (e riferimento ideologico) che oggi se ne lagnano.

Tra i tanti articoli pseudoscientifici, si può ricordare quello di Repubblica “Gli italiani fra 50 anni? O meticci o scomparsi”1 o, per par condicio, quello del Giornale “L’Italia che non pensa ai figli tra 50 anni scomparsa o meticcia”2. Ancora liberi auspici e speranza in tal senso in “La mia Europa meticcia” dell’inossidabile Umberto Eco su Repubblica3 o in “C’è l’Africa nel nostro futuro” dell’infaticabile Eugenio Scalfari, che dalle colonne dell’Espresso afferma che “si profila come fenomeno positivo, il meticciato, la tendenza alla nascita di un popolo unico, che ha una ricchezza media, una cultura media, un sangue integrato. Questo è un futuro che dovrà realizzarsi entro due o tre generazioni e che va politicamente effettuato dall’Europa. E questo deve essere il compito della sinistra europea e in particolare di quella italiana”. Tutti da leggere e gustare.

Solo per “complottisti” e per completezza, si può aggiungere anche l’auspicio di Richard Nikolaus di Coudenhove-Kalergi, uno dei massimi ideologi alla base della nascita del processo di unificazione europea in corso, che nel suo libro «Praktischer Idealismus», dichiara, in tempi non sospetti, che gli abitanti dei futuri “Stati Uniti d’Europa” a guida tecnocratica4, non saranno i popoli originali del Vecchio continente, bensì una sorta mescolanza razziale. Egli afferma senza mezzi termini che è necessario incrociare i popoli europei con razze asiatiche e di colore, per creare un gregge multietnico senza qualità e facilmente dominabile dall’elite al potere: “L’uomo del futuro sarà di sangue misto. La razza futura eurasiatica-negroide, estremamente simile agli antichi egiziani, sostituirà la molteplicità dei popoli, con una molteplicità di personalità.”5

Infine, sempre per dimostrare che non si tratta di una preoccupazione razzista e campata in aria, si potrebbe richiamare anche l’ormai arcinoto dossier dell’ONU, dal titolo «Replacement Migration: is it a solution to declining and ageing populations?», dove si prospetta senza mezzi termini un progressivo ripopolamento dell’Europa a mezzo dei flussi migratori, fino a stimare, già nel 2050, la popolazione immigrata africana e i loro discendenti in italia in circa ventiseimilioni di persone su una popolazione autoctona che scenderebbe a 45 milioni circa.6

Insomma, tutto questo per dimostrare che se uno, basandosi anche su ciò che divulgano loro, dichiara di non gradire i loro auspici. è di per se un razzista. Punto e basta.

Il razzismo, anche quello basato sul colore della pelle, esiste ed esisterà sempre, sotto diverse forme. E’ inutile negarlo, mentre è certamente necessario prenderne le mosse e condannarlo, quando reale e da ogni parte esso provenga. Se vogliamo anche essere onesti, diciamo pure che razzisti sono anche molti neri (ieri e oggi, con i bianchi, i diversi o tra loro), i gialli o altri, ma nessuno (da noi) si sognerebbe mai di dare del razzista ad un nero che parla di difesa o orgoglio di razza nera (Elijah Mohammed, capo spirituale della Nation of Islam, la setta pseudoislamica all’interno della quale Malcolm X militò per dodici anni- parlava del dovere di “rimettere in piedi questa razza poderosa (nera)”. Anzi, oggi, sarebbe certamente sommerso da un coro di sentita solidarietà e approvazione.

In tutto questo bailamme, qualcuno ha parlato di parole dette “come se fossimo in Alabama negli anni ’30”, dimenticandosi che da quelle latitudini si sarebbero attagliate molto meglio le parole della “sorosiana” Emma Bonino sulla vitale necessità dei migranti “per raccogliere i pomodori nei nostri campi” (a costo servile?!). Si, proprio una ragione economica e una moderna importazione schiavile, come in Alabama negli anni ’30 (ma del 1800), senza nemmeno le tutele sociali dello schiavismo di allora7.

Ben più razzista, per me, è concepire la pianificata scomparsa dei “bianchi”, da fondere allo scopo con i neri d’importazione, auspicata dal vecchio saggio del mondialismo Eugenio Scalfari con la sua alternativa di meticciato mondiale. Perché diventare di pelle più scura, pare ci renda persone migliori a prescindere. Certamente più omologati e malleabili, nel nome della dittatura del capitale mondiale. Invece, non migliori sono le posizioni di chi, sempre bianco candido di vergogna, si rifiuta di concepire un bimbo bianco.

Ben più razziste, riportate da mezzo mondo senza alcuna condanna, di Ali Michael, una professoressa americana della University of Pennsylvania’s (Penn) Graduate School of Education), che ha dichiarato: “Non mi piace la mia bianchità, ma la bianchità degli altri mi disgusta ancora di più (…) decisi di non avere figli biologici perché non volevo diffondere il mio “privilegio” biologico” per la vergogna di esserlo”.

Che dire anche del doppiopesismo basato sul colore della pelle nel (non)giudicare e non raccontare le stragi silenziose dei bianchi nelle isolate farms sudafricane? Quali paure e quali ipocrisie nel tacerle sistematicamente? Dal 1990 il numero dei morti (donne, uomini e bambini) ammonta a 1.762 (cifra aggiornata al 1/3/2015 ) uccisi nel corso di 3465 assalti alle proprie fattorie8. Secondo una inchiesta indipendente (Genocide Watch) è un vero e proprio genocidio per odio razziale: lo dicono le spaventose modalità delle stragi :”donne e bambini violentati prima di essere uccisi; uomini torturati per ore; famiglie intere aperte coi machete, le loro interiora asse come festoni alle porte; altri legati ai loro stessi automezzi e trascinati per chilometri, fino alla morte”9. Ne avete mai sentito parlare? No. Solo esempi, tra i tanti possibili. Continuate voi.

Tornando a casa nostra, Europa o Italia che sia, che dire del doppiopesismo nel giudicare reati uguali in modo diverso, a seconda del colore e della provenienza etnica dell’autore, grandemente in voga nei nostri media, nei nostri giudici, nei nostri giudizi politicamente corretti. Ancor peggio, il prevedere diritti e assistenze sociali differenti a seconda della pelle e provenienza, non del reddito o dello stato di necessità (casa, mantenimento, posti riservati, assunzioni dirette, incentivi economici). Grandi o piccoli che siano, sarebbero una forma di apartheid, se fatti al contrario.

Tutto questo, non ce lo chiede nessun governo o popolo africano, che anzi ci implora di smettere di depredare la sua forza lavoro e le sue risorse, necessarie e vitali alla stessa Africa. Nessun africano, non occidentalizzato, avrebbe remore nel definirsi di “razza nera” e definire i bianchi di “razza bianca”. Non certo per definirsi migliore o peggiore, ma per rimarcare la propria appartenenza e diversità naturale. Queste finezze le impara da noi. I suoi problemi e le priorità, sono ben altre, come le nostre.

In definitiva, la guerra delle parole che tanto ci appassiona in occidente, è parte di una guerra ideologica che deve portare su ben altri lidi. Lidi, dove ai possibili diritti per molti si dovranno sostituire i non diritti per tutti. Alle diversità etniche, somatiche e culturali, si dovrà sostituire l’unica razza, l’unica (in)cultura, l’unico produttore e l’unico consumatore, apolide e mondiale. Perché unico sarà il dominio del sistema capitalista e unica sarà l’oligarchia economico finanziaria che se ne dovrà beneficiare.

La realtà del razzismo è, dunque, lo sfruttamento di classe. Lo sfruttamento degli Afroamericani avviene nel processo produttivo: essi sono alla stregua di un “esercito di riserva” di lavoratori marginali, manodopera remunerata a livelli inferiori a quelli ottenuti nelle contrattazioni sindacali. I neri non sono sfruttati solo in quanto neri, ma anche e soprattutto in quanto proletari. “Siamo neri perché siamo poveri e siamo poveri perché siamo neri…come funziona meglio per il potere” [Malcolm X].

 

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.

4Pan-Europa. Un grande progetto per l’Europa unita, Il Cerchio, Rimini 2006 “Progressivamente il progetto vede l’appoggio o l’interessamento da parte di politici ed intellettuali di estrazione politico-ideologica molto differenti fra loro, e fra questi Hjalmar Schacht, Konrad Adenauer, Paul Valery, Seán MacBride, Thomas Mann, Stefan Zweig, Rainer Maria Rilke, Nicholas Murray Butler, Edvard Beneš, Francesco Saverio Nitti, Carlo Sforza, Sigmund Freud, Albert Einstein, Jean Monnet, John Maynard Keynes e molti altri”

5 Praktischer Idealismus (1925) (Tedesco) Copertina flessibile – ott 2012 di Kalergi R. N. Coudenhove

6http://www.un.org/esa/population/publications/migration/execsum.pdf in https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=49827

7Non a caso, già allora, chi viveva le bellezze del capitalismo industriale, affermava provocatoriamente che “

8http://www.lintellettualedissidente.it/societa/societa-del-malessere-il-sud-africa/

9https://www.rischiocalcolato.it/2017/05/sudafrica-via-tutti-i-bianchi-in-5-anni-massacrati-a-quando-anche-da-noi.html

Tacete! Il nemico vi usa!

Non vedo iattura maggiore del continuare, in assenza di entrambi, al riempirsi la bocca di antifascismo e anticomunismo, due facce della stessa medaglia.

Una maniera per opporsi al sistema unico capitalista, facendone di fatto il gioco. Ignoranza, malafede, sciocca riproposizione fuori tempo di slogan e pregiudizi fanno si che si continui a dare del comunista/fascista a vanvera, o peggio, a comando e necessità altrui, arrivando all’assurdo di ricondurre ogni male a sole due fonti onnicomprensive.

Così, la UE diventa Sovietica o Nazista, Obama comunista e Trump fascista, persino Berlusconi fascista e Renzi Comunista, i centri sociali e le sentinelle in piedi, i 5 stelle e i leghisti, nessuno rimane escluso. Tutto e il suo contrario. Un appellativo buono per tutte le diatribe, perché inadatto a tutte. Categorie irripetibili, fuori storia e contesto, tenute in vita solo come spauracchio per una società che ne ha imparato solo le storture della propaganda e poco la lezione profonda. Il tutto, solo per dividere e ingannare, per non far chiamare le mostruosità attuali con il proprio nome: capitalismo, liberismo, mondialismo!

Lo stesso capitalismo che seppe infiltrare e piegare, seppur in maniera diversa, sia il fascismo che il comunismo. Lo stesso nemico che seppe infiltrare e utilizzare al suo scopo i suoi eredi d’Occidente. Lo stesso capitalismo multiforme che ancora li utilizza per demonizzare i suoi attuali nemici. Tutti, indistintamente, usando ora una sponda e ora un’altra, ma rimanendo sempre saldamente in sella. Lo stesso nemico che ancora ne utilizza i simboli e i richiami per creare consenso attorno ad entità, che lo useranno a proprio favore e ne saranno inevitabilmente funzionali.

Non si tratta di rinnegare il proprio credo o cancellare i verdetti della storia. Non si tratta di rinunciare a ristabilire le verità storiche. Tutt’altro. Si tratta di rinforzarne la necessità assoluta, ricollocandone il bisogno nel suo alveo naturale, evitando strumentalizzazioni e interpretazioni ideologiche. Favorirne la storicizzazione, consentendone la piena comprensione e accettazione. Si tratta, in definitiva, di vivere pienamente il presente, comprendendo e superando il passato: di avere piedi e testa sull’oggi. Il “qui ed ora” politico.

Se non capiamo che questi usano la nostra storia, le divisioni sociali, con capacità di trasformismo e mimetizzazione mai viste prima; che s’impossessano di simboli e credi, riscrivendo la storia e il presente, manovrando e contrapponendo, usando proprio le nostre fideistiche “certezze” e indotte credenze, per non essere mai riconosciuti e banditi per ciò che realmente hanno cagionato e di cui ancora sono causa.

Il passato non ritorna mai uguale a se stesso, mentre il presente non aspetta e il futuro appare incerto come non mai. Il ritorno alla patria, all’identità dei popoli e alla sovranità, alla giustizia sociale, saranno sempre una chimera, senza sottrarci anche al subdolo gioco del lessico politico. Un lessico che è sostanza. Oggi, più che mai. Anche in questo caso, dove le parole si sono scollegate dal loro significato originario, per assumerne di nuovi, fuorvianti se non ingannevoli.

Solo quando anche la parola “capitalismo” diventerà un insulto, uno spauracchio per i popoli, e gli saranno quindi addebitate le sue autentiche responsabilità, non più scaricabili e mimetizzabili, saremmo arrivati ad un punto minimo di reale coscienza per aspirare a cambiare qualcosa nel profondo e non dare solo un’altra sfumatura di colore a chi si presta a perpetuare l’esistente gabbia ideologica.

Siamo infine coscienti che questa riflessione attirerà molte critiche di puristi vari e sapientini della puntualizzazione storico ideologica, ma il fine del nostro ragionamento è volutamente provocatorio e volutamente non storico analitico. L’eventuale fastidio di costoro sarà sola la riprova che il discorso sta in piedi: si finisce per incanalare l’odio del popolo insofferente su falsi obiettivi per arrivare a indisturbati ad ottenere quelli del sistema.

 

L’immagine è di Maura Bathory.

L’inganno cosciente della democrazia

“Drapeau tirè” è un ironia sulla bandiera, sulla Patria. Quasi come un familiare cuscino di colori abbottonati. Un vessillo bandiera che sa di famiglia e di giocoso sogno. La tensione delle asole è la componente drammatica che la rendono eroica. Il dipinto è materico, in rilievo e fu acquistato dalla Provincia, misura 50 x 70 cm. Realizzato nel 1980 e fa parte di una serie che io chiamavo “abbottonature”.

L’inganno è ovunque. Dentro di noi, intorno a noi. Ne siamo parte inconsapevole, mezzo e strumento, utenti finali. Perché fin da piccoli, siamo portati a formare coscienze errate, recitare ruoli indotti, ragionare e formare opinioni su racconti e assiomi, che poco hanno a che fare con la verità fattuale e molto con la sua utilitaristica deformazione. Nel migliore dei casi, ne siamo portatori sani.

L’idea stessa di noi, di natura, è costantemente messa in discussione nel sacro nome dell’ideologia dominante, del suo progetto totalizzante di “nuova società”. Anche i concetti veri, se manipolati, azzoppati, diventano inganno, falsità, stortura, che produce inevitabilmente altre storture. Impossibile, in poche righe, riportare la cosa ad un campo definito perché, a ben vedere, li permea tutti. L’epoca in cui viviamo è complessa, difficile e per molti aspetti addirittura oscura: siamo infatti in Kali Yuga, l’era della discordia e dell’ipocrisia, dell’inganno per eccellenza.

Gli antichi testi vedici parlano di questo periodo storico, come il periodo in cui «La terra sarà venerata soltanto per i suoi tesori materiali, le vesti sacerdotali sostituiranno le qualità del sacerdote, i matrimoni cesseranno di essere un rito e ogni ordine di vita sarà simile promiscuamente per tutti, colui che possederà piú denaro sarà padrone degli uomini che concentreranno i loro desideri sull’acquisto anche disonesto della ricchezza». E ancora «I capi che regneranno sulla terra saranno dei violenti; s’impadroniranno dei beni dei loro soggetti. (…)I capi, sotto pretesti fiscali, deruberanno e spoglieranno i loro sudditi e distruggeranno la proprietà dei privati. La sanità morale e la legge diminuiranno di giorno in giorno, finché il mondo sarà totalmente pervertito e l’empietà prevarrà tra gli uomini…»1

Difficile non riconoscere in un tale nefasto quadro il modello attuale di società liberal – capitalista e i suoi inganni, spacciati come droga di libertà e benessere, di cui siamo diventati ampi consumatori e dipendenti. Eppure, altro paradosso tra i paradossi, questa sarebbe l’era delle “democrazie”, del presunto governo dei popoli. Una negazione in termini, il sommo inganno per eccellenza. Perché mai nella storia dell’uomo il popolo è stato reso così fautore delle proprie disgrazie, divenendo egli stesso il mezzo principe per attuare i disegni oligarchici ad esso contrari, la propria “scomparsa” e marginalizzazione come variabile politica. Per giunta, con il proprio convinto assenso.

Atomizzato, disgregato, ridotto a consumatore “tout court” di prodotti preconfezionati, tanto culturali quanto materiali. Impossibilitato a distinguere il vero dal falso, il bene dal male, viene illuso di una decisionalità e libertà, che è la stessa di un pesce cresciuto in un acquario trasparente; di un topolino in gabbia, dove la libertà di andare a destra o a sinistra, girare su una ruota, non è una scelta, ma una possibilità circoscritta dalle quattro pareti della gabbia. Così cresciuto, sarà egli stesso a volerci rimanere, anche quando la porta della gabbia sarà stata dimenticata aperta. Una gabbia trasparente, dove la limitazione e manipolazione delle conoscenze, delle informazioni e delle possibilità, costituisce la base di un limite percepito come invalicabile, seppur inesistente.

«In Oceania si continua a correggere la storia passata per allinearla con quella divulgata nel presente dal Grande Fratello [leggi sul divieto di revisionismo? Legge Fiano? Etc..]; i testi vengono scritti da macchine assai simili ai computer [veline internazionali? uniche fonti mondiali e mancanza di fonti testimoniali dirette nell’ informazione di massa? etc..], e gli intellettuali sono tutti impegnati al Ministero della Verità, cioè nel luogo dove si fabbricano le menzogne. La letteratura è morta, non esiste più come espressione di libero pensiero. Questa fine della cultura è dovuta (anche) alla mancanza di parole per esprimere i concetti: la Neolingua ne contempla un numero di molto inferiore a quello dell’Archeolingua ,che sta per scomparire [politicamente corretto? Linguaggio boldriniano?, etc..]».2

La Neolingua si fonda sul fatto che l’individuo subisca una serie di microlesioni dei centri nervosi cerebrali preposti all’attività del pensiero e del linguaggio; l’effetto finale dovrebbe essere, nelle intenzioni del Partito dominante, la riduzione dell’attività mentale degli individui a una serie di coppie ‘stimolo-risposta predeterminata dal Potere’. Quante analogie, mutatis mutandis, con la realtà corrente? Non credo serva dilungarsi per trovare fin troppe affinità con la nostra quotidianità.

Quante mostruosità contradditorie abbiamo conosciuto come la “democrazia interventista”, la “guerra umanitaria”, “il profugo/migrante economico”, “la difesa preventiva”, etc..etc… Pensiamo anche al ruolo dell’intellettuale (il Saviano di turno) che, secondo lo scrittore, dovrebbe essere il tramite ideale fra la cultura e le persone, e sempre libero di esprimere il proprio pensiero, «si trasforma in Oceania in strumento utilizzato dal Potere. In un universo in cui vige la dittatura, la corruzione della parola e l’impossibilità di espressione conducono a opere stereotipate e standardizzate, costantemente sottoposte al controllo, e messe al bando se giudicate contrarie ai dettami del regime».3

Ancora illuminante è rimarcare come la regola del processo totalitario consiste nell’usare un inganno cosciente e nello stesso tempo mantenere una fermezza di proposito che dimostri una totale onestà: spacciare deliberate menzogne e credervi, ignorare ogni avvenimento scomodo, in definitiva negare l’esistenza della realtà. Quante false flag abbiamo visto divenire “verità” causa di morte e distruzione, di rapina e disgregazione? Quanti dati falsi, spacciati per veri, sono diventati innegabile realtà diffusa?

Tornando alla “democrazia”, come sommo inganno, il compianto C. Preve sottolineava giustamente come «democrazia significa, in senso statico, potere del popolo, ed in senso dinamico, accesso del popolo al potere (…). Chi si accontenta del significato statico, dirà che viviamo in democrazia (sia pure ovviamente limitata, imperfetta, minacciata, ed altri aggettivi compromissori che hanno come compito quello di impedire un’analisi radicale della questione), perché il popolo è coincidente con il corpo elettorale, il corpo elettorale può votare a scadenze regolari, se qualcuno si astiene la colpa è solo sua perché rinuncia unilateralmente ad un diritto che gli è garantito chi passa al significato dinamico, si renderà conto che l’accesso del demos al suffragio universale ed alle garanzie liberali per il dissenso (più esattamente, per il raggio del dissenso ferreamente perimetrato dalla dittatura del partito del pensiero unico), non ha assolutamente significato l’accesso del demos alla sovranità politica. Sovranità politica significa sovranità decisionale sui temi fondamentali della propria esistenza sociale. Cosa assolutamente negata, perché profondamente perimetrata».4

Su questo, dovremo riflettere non poco. Infatti, il voto appare un inutile esercizio, un “ludo cartaceo”, se chi deve esprimerlo non è messo nella condizione di farlo con a monte le dovute conoscenze e l’accesso alle informazioni corrette. Se è legittimo solo quando inserito nel quadro delineato dal sistema, se può essere eluso o bypassato, ignorato o limitato nella sostanza e nella sua formazione. Così interpretato è mera legittimazione di decisioni già assunte dalle élites. Parvenza, non sostanza.

Ancora più grave e limitata, se si amplia il quadro di riferimento e si legge il fenomeno in maniera globale e sovranazionale (oggi, nell’occidente politico, hanno ancora una qualche sovranità le nazioni?..) Infatti, in prima ragione, «qualunque decisione prendano i popoli o i partiti che si presentano alle elezioni (non importa se di centro, sinistra e destra, la cui differenza c’è, ma solo nei due parametri minori della simbologia sportiva e della torchiatura differenziata fra ceti sociali interni) viene svuotata automaticamente da entità metafisiche (direbbe Marx, “sensibilmente soprasensibili”) come i mercati finanziari, le agenzie di rating» e non solo.

Ed, in seconda ragione, «è il dominio imperiale americano, la cui rete di basi militari sparse per il mondo comporta un ricatto atomico permanente, che svuota di fatto ogni sovranità nazionale. Senza sovranità militare non c’è infatti sovranità nazionale (…)».

Concludendo, sempre con le parole di Preve, «chi oggi parla di democrazia in atto, di democrazia sia pur fragile, minacciata o imperfetta, eccetera, o è un ingenuo in buonafede o è un mentitore in mala fede. A volte i confini fra i due gruppi sono labili e le posizioni si mescolano. L’ingenuo in buona fede diventa talvolta un mentitore in malafede, pur non avendo all’inizio questa intenzione, perché rifiutando di prendere in considerazione la realtà, e decidendo appunto di “non sapere”, scivola inavvertitamente dalla prima alla seconda posizione. Una volta che lo scivolamento è avvenuto, esso diventa purtroppo un avversario, mentre prima era un legittimo interlocutore».

 

1 http://altrarealta.blogspot.it/2014/03/vivere-in-un-epoca-di-decadenza-kali.html

2 johnpilger.com

3 Op.cit

4 Costanzo Preve , “Libertà, democrazia e sovranità”, Eretica n.1/2005

“Drapeau tirè” di Dante Fazzini, è un ironia sulla bandiera, sulla Patria. Quasi come un familiare cuscino di colori abbottonati. Un vessillo bandiera che sa di famiglia e di giocoso sogno. La tensione delle asole è la componente drammatica che la rendono eroica. Il dipinto è materico, in rilievo e fu acquistato dalla Provincia, misura 50 x 70 cm. Realizzato nel 1980 e fa parte di una serie che io chiamavo “abbottonature”.