La Grecia è finita, andate in pace

Grecia. La cura ha funzionato, il paziente è morto

La festa è finita, andate in pace. 

Poche ore fa la Troika ha lasciato la Grecia: baci e abbracci, fotografie e flash per pochi avvoltoi imbellettati, festa grande ai piani alti. Ai piani bassi continuiamo invece a vedere lo stesso scenario che ci si prospetta di fronte da otto anni. Otto anni: tanto è durato il commissariamento della Grecia. 

Che prezzo ha pagato la culla della civiltà perché i vampiri sollevassero i denti dal suo collo? Un pacchetto di 88 riforme per completare “il terzo piano di aiuti dei creditori”. Bel nome, vero, riforme? Suona così pregno di speranza, di rinnovazione. Peccato che traducendolo nel piano pratico, riforme comincia ad avere un odore di carne, di sangue, qualcosa che si avvicina di più al ricatto. 

Già, perché le “riforme” che la Grecia dovrà affrontare comporta l’aumento delle tasse sugli immobili, un complesso di privatizzazioni nel settore energetico, e ovviamente l’immancabile taglio della spesa pubblica (fate presto!) che – manco a dirlo – andrà a gravare sulle pensioni e sul welfare del popolo. 

Però la Grecia otterrà, grazie a queste “riforme” ottenute dopo lunghe ore di negoziato, un pacchetto di 11 miliardi di aiuti da parte dell’Eurogruppo. 

Ok, ma il vampiro se ne va? La Troika ha deciso di lasciare la Grecia?

Macché. Ovviamente, pacche sulle spalle e sorrisi da rotocalco a latere, “le visite della Commissione continueranno sino a che la Grecia non avrà ripagato il 75% del suo debito da 230 miliardi di euro verso i suoi creditori comunitari” come riporta il Guardian. 

Accanimento terapeutico 

Gioite, la Grecia è salva. La Grecia ha chiuso l’anno passato con un superattivo pari al 3,7% del Pil. Non sbucato dal nulla, ovviamente: certo, la produzione industriale e le esportazioni sono leggermente in salita, anche se ci chiediamo chi se ne avvantaggerà. Già, chi? 

L’Eurostat ci offre su un piatto d’argento cifre secche e crude. Un film horror: dal 2010 il potere d’acquisto dei greci è crollato del 24%, il 21,2% della popolazione vive in povertà “estrema”. 130mila persone, lo scorso anno, hanno rinunciato alle eredità: non avevano soldi a sufficienza per pagare le tasse. 

Ricordiamo col cuore stretto i titoli di giornale del 2012 che riportavano storie da un Paese quasi del terzo mondo. Le insegnanti che denunciavano che i bambini svenivano in classe per la fame: non avevano da mangiare. 

Non avevano da mangiare. 

I minorenni poveri erano mezzo milione nel 2012, 1700 suicidi in due anni, gente costretta a passare da un lavoro dignitoso a rovistare nei cassonetti come cani randagi per trovare l’avanzo di un panino.

Sono numeri anche questi, no? Numeri numeri numeri, come quelli che ci rimbombano nelle orecchie: “La Grecia ha un debito di miliardi” “La Grecia deve tagliare la spesa pubblica” “La Grecia deve, deve, deve”. 

Il popolo paga gli errori e le speculazioni di chi è fuggito anni fa, annusando la crisi. 

Chi è rimasto a festeggiare la fine del commissariamento? Migliaia di morti, fantasmi nelle strade, vecchi abbandonati, bambini denutriti. 

All’Africa l’Occidente ha condonato miliardi di dollari di debito. La Grecia è troppo vicina per provare una qualsiasi empatia. 

Lo scenario pre-elezioni e l’ombra nera di Alba Dorata

C’è poco da scherzare in Grecia, specie per Tsipras. Nell’ottobre del 2019 ci saranno le elezioni e nel Paese sta crescendo sempre di più il movimento di estrema destra Alba Dorata, che supera il 10% delle preferenze. I giornali amano semplificare e sostenere che Alba Dorata regga il suo crescente consenso sull’insofferenza della popolazione verso il multiculturalismo e verso l’immigrazione. Almeno in parte è una narrazione vera; in un Paese piegato dalla povertà e nel quale il welfare è stato ridotto all’osso per far fronte alle misure dell’Austerity, la gente comune non sprizza di solidarietà verso gli stranieri che sono visti come una minaccia, considerato che in molti non riescono a mettere insieme il pranzo con la cena. 

Tuttavia il picco di Alba Dorata è dovuto piuttosto all’insofferenza dei greci verso le politiche di austerity, la macelleria sociale che ha spezzato le reni alla Grecia come nessun Mussolini avrebbe saputo fare. 

Il popolo greco è ridotto alla fame, e chi riesce a mangiare non può curarsi; la dignità ferita da pianto diventa ruggito, e il rischio che Alba Dorata ottenga percentuali più alte esiste.

Ma finché l’affaire Grecia resterà un servizio fotografico che immortala Tsipras mentre si diverte con una cravatta, e i riflettori saranno spenti su tutti i greci che la cravatta l’hanno usata per impiccarsi, questa storia di sangue e lacrime resterà l’asettica narrazione di un semplice debito da ripagare. Costi quel che costi. 

Pentitevi e credete al #MeToo

Giovanni Iudice, Figure allo specchio, olio su tavola cm20x20, 2001

Innanzitutto sei sessista. 

Questo incipit è necessario, perché tu, o Lettore, ti possa fare un purificatore esame di coscienza prima di cominciare la lettura di questo articolo. 

Sei sessista: perché hai generalizzato anche tu, almeno una volta nella tua vita, circa le qualità dei sessi; perché hai adocchiato una donna, se sei un uomo, con fare malizioso (e le hai forse chiesto il consenso prima di guardarle quel bel sedere a mandolino? No? Ecco). 

Perché hai pensato “Quella donna non è adatta a ricoprire quel ruolo”, perché hai aperto la portiera alla tua fidanzata o l’hai fatta entrare prima di te al ristorante. 

Sì: sessista. Pentiti dei tuoi peccati.

L’hai fatto? Possiamo proseguire. 

Viviamo in un’epoca complicata, caro lettore: un’epoca di fraintendimenti, dove alla liberalizzazione sessuale è seguita – paradossalmente – la creazione di una ragnatela di convenzioni sociali talmente fitta che neppure i più acerrimi anti-sessisti riescono a non incappare in quell’infamante accusa. 

Siamo davanti a un’inquisizione che omologa i corpi anziché disciplinare le anime” diceva l’antropologo ed accademico Marino Nicola.  

Ed infatti, i puri vengono epurati da uno più puro di loro: ne abbiamo avuto la dimostrazione quando qualche giorno fa Eric Schneiderman, ministro della Giustizia dello Stato di New York e procuratore – colui che raccolse gli atti ed iniziò la causa contro quel porco sessista di Weinstein – è stato accusato da quattro donne di abusi sessuali e violenze fisiche. 

Del resto la testa di Robespierre non era mica ruzzolata per nulla: se hai l’ansia di salire sul podio del politicamente corretto, ne arriverà sempre qualcuno più politicamente corretto di te pronto a tagliarti la testa. In mondovisione, ovviamente. 

Ma torniamo al discorso dei rapporti fra sessi: è notorio che è sempre più difficile, in questi anni, improntare una relazione serena con l’altro sesso. 

Questo vale soprattutto per gli uomini, dato che un certo femminismo ha paventato l’idea che il maschio sia portatore di un peccato originale, quello dello stupro e del patriarcato. 

E così, la vita del maschio odierno è diventata un esercizio al negativo, ed egli è tutto preso da quella probatio diabolica per cui spetta a lui l’onere di dimostrare che no, non è portatore del gene dello stupro. 

Ti ricordi che sei sessista, vero? Tienilo a mente. Del resto “L’annientamento della personalità, dell’individualità e del carattere di una donna è un prerequisito del sesso maschile” diceva la teorica del femminismo ultra radicale Andrea Dworkin. 

L’uomo: cattivo per natura. E se l’uomo è cattivo per natura, chi è buono per natura? La donna, forse? 

Come dici, può essere un atteggiamento sessista definire la donna buona per natura? 

Taci, sessista. Non ho ancora finito. 

Se ti trovi in difficoltà nella relazione con una donna, probabilmente il problema è tuo: perché sei un maschio. E i maschi ragionano col pene, e di conseguenza hanno un intrinseco limite di comprensione. 

Sono poi, insegna il femminismo radicale, stupratori per natura: “Tutti gli uomini sono stupratori, questo è ciò che sono” diceva lapidaria Marilyn French. 

Certo, nel mondo reale è ancora semplice trovare tante donne sane di mente e tanti uomini sani di mente. Gli insegnamenti del femminismo radicale, quello che – ben lungi dal mirare alla mera emancipazione femminile, che ritengo sacrosanta – puntava piuttosto a seppellire profondamente il seme della misandria nelle donne, non hanno attecchito molto in realtà. 

O forse un po’ sì, magari oltreoceano? 

#MeToo e altre prelibatezze

Tutti conosciamo il fenomeno (mediatico) #MeToo. Una sorta di contro-crociata delle donne che lamentano di aver subito violenza o abusi sessuali, o ancora pesanti attenzioni non gradite, nel corso della loro carriera lavorativa. 

Le prime voci ad alzarsi contro l’abuso sono partite dal dorato quanto ipocrita mondo di Hollywood: da lì, infatti, dalle dolci colline con le lettere bianche, sono partite le prime denunce di quelle donne o ragazze che sostenevano di essere state plagiate da produttori privi di scrupoli e ninfomani. 

In lacrime ma col trucco waterproof, le dive hanno confessato di fronte ai riflettori di aver taciuto a lungo perché erano ricattate: ne andava della loro carriera. Insomma, queste attrici hanno in fin dei conti sostenuto di aver accettato atti di prostituzione, vale a dire atti sessuali con uomini a loro non graditi, in cambio della serena continuazione (o dello spicco) della loro carriera nel cinema. 

Ho detto prostituzione, lo so, perché sono sessista e non posso fare a meno di esserlo. 

In fondo, sono sessista perché sono profondamente anti-sessista. No, nessun paradosso: ho un tale rispetto dell’intelligenza umana, sia essa maschile o femminile, che mi rifiuto categoricamente di pensare che dieci, venti, trenta donne ricche, potenti, famose ed in carriera abbiano accettato con le lacrime agli occhi di avere rapporti di diversa natura con uomini altrettanto ricchi e potenti… senza aver scelta.  

Che ci volete fare: non riesco a capacitarmene. Perché rifuggo profondamente quella teoria che vorrebbe la donna matura-immatura, come una moneta con due facce diverse, a seconda della circostanza. 

Non ci riesco: la maturità, a mio parere, è a tutto tondo. 

Proprio mentre esplode su internet e sui media la “teoria del consenso” secondo quale la donna è consenziente al rapporto solamente se esprime chiaramente ed in modo assolutamente inequivoco, sterilizzato, asettico la sua volontà, io proprio non riesco ad immaginarmi queste signorine ricche e famose mentre fingono di acconsentire al cattivo Weinstein paralizzate dal terrore, terrore talmente traumatico che sono riuscite a risvegliarsene solamente vent’anni dopo. 

Infine, trovo irrispettoso il fenomeno da baraccone del #MeToo, che ha scatenato a colpi di hashtag le confessioni pericolose di migliaia di ragazze in tutto il mondo, da colei che aveva subito veramente una violenza da ragazzina a chi si era sentita molestata dall’occhiolino di un passante. 

Io non riesco a capirlo: ma del resto, dovremmo calarci nei panni di una società dove il consenso è diventata una tematica talmente combattuta che qualcuno ha proposto di firmare un documento prima di avere un rapporto sessuale. 

Perché una donna emancipata non dovrebbe essere in grado di esprimere un chiaro Sì, senza che esso diventi, dieci o quindici minuti dopo, un Nì o un netto No? 

Io non me ne capacito. Sono troppo a favore dell’uguaglianza fra uomini e donne da poter aspirare ad un protezionismo maschile 2.0 per cui la donna deve essere protetta anche da sé stessa, dai suoi consensi, dalla sua volontà, in definitiva. 

Ma io sono sessista. E non dovreste dare mai retta ad una sessista. 

Il nero è uscito dal gregge

Disclaimer: questo articolo è altamente provocatorio. Se siete liberali, se siete persone che inzuppano il politicamente corretto nel latte a colazione, se siete open-minded, se siete giovani fragili, questa lettura potrebbe essere dannosa. Ricordiamo che non ci sono safe-space nelle vicinanze dove rifugiarsi: leggete a vostro rischio e pericolo. 

Cosa è razzismo, cosa non è razzismo 

“È impossibile parlare del razzismo di oggi se non si ricorda il razzi­smo di ieri” diceva Gian Antonio Stella. 

Il razzismo: che tematica ampia. Certamente una delle più scottanti degli ultimi anni: accendiamo il telegiornale e sentiamo parlare di razzismo, apriamo i giornali ed ecco una disquisizione finissima sul razzismo, parliamo con qualche amico al bar ed ecco che ogni scusa è buona per blaterare di razzismo. 

L’uso indiscriminato di un termine ne comporta l’annacquamento, l’annacquamento fa sì che – in sintesi – se tutto è razzismo allora nulla è, davvero, razzismo. 

Ecco quindi che ad oggi ognuno pretende di spiegarci cosa sia e cosa non sia questo odioso (così ci hanno insegnato, almeno spero) fenomeno che, a quanto sembra, si annida potenzialmente anche in uno sguardo, in un gesto, in una frase detta o non detta. 

Cosa diamine è questo razzismo? Affidiamoci alla sapienza di Treccani, che ci dice che si tratta della “concezione fondata sul presupposto che esistano razze umane biologicamente e storicamente superiori ad altre razze”. Oh, è consolatorio: allora è come pensavo. Razzismo è credere che una razza possa essere considerata superiore ad un’altra. 

Quindi l’esercizio mentale del considerarsi superiore ad un ignorante è del tutto legittimo: ma esso diventa razzismo se pensiamo di essere superiori, che so, a tutti gli asiatici o a tutti i neri, solo in virtù del colore della nostra pelle. 

Finita questa brevissima disanima sul concetto di razzismo (del resto, sussiste un rapporto di proporzionalità inversa fra la semplicità del fenomeno e la complessità della sua narrazione nei media occidentali) concentriamoci su quest’ultima. 

Cos’è il razzismo, secondo i nostri media? Si direbbe un fenomeno intrinseco ad ogni movimento non-di-sinistra, non-democratico, non-open-minded, non diritti-per-tutti. 

Insomma, ve la farò breve: se sei di destra, sei uno zoticone razzista. O un imprenditore razzista (perché magari racconti qualche barzelletta sconcia sui neri o sulle rumene). 

Se sei di sinistra, le possibilità che tu sia razzista si avvicinano allo zero: perché sei in definitiva mentalmente aperto, ritieni che siamo tutti uguali sotto questo cielo ingiusto, e pensi che la libertà di espressione individuale sussista per tutti (tranne che per i razzisti, ovviamente). 

Ecco quindi che siamo di fronte ad una auto-legittimazione, alla creazione di una zona franca e di una zona minata: se ti riconosci in un movimento politico-culturale di destra, devi sempre stare attento a dove metti i piedi. 

Se invece pensi da uomo di sinistra liberale, allora puoi spostarti tranquillo nel campo minato del politicamente corretto: è davvero molto, molto difficile che un tuo comportamento possa essere ritenuto razzista. 

Non finisce qui: nel mondo odierno, infatti, questa “bontà aprioristica” e “incapacità di offendere” non riguarda idealmente chi milita o si riconosce nella sinistra liberale, ma anche le persone appartenenti a minoranze etniche. Se sei nero (anche sbiadito), giallo, verde è logico che tu in una società occidentale rappresenti la minoranza. E dato che la sinistra liberale non vuole offendere la minoranza, ella saluta in te, straniero, la tua eredità di sofferenze e di discriminazioni, cercando di fare il possibile per farti sentire a tuo agio. 

No, non gliene frega niente se sei afroamericano ma tuo zio era Tupac e quindi sei cresciuto ricco sfondato di soldi, circondato da donne, se hai studiato nelle migliori università e non dai l’elemosina ai barboni. 

Sei nero, dunque tu incarni la minoranza, sei minoranza. Come tale, avrai sempre diritto ad un trattamento di riguardo: il che non significa che la sinistra liberal ti stenderà il tappeto rosso, ma piuttosto che basta che tu salga su un piedistallo con in mano il discorso di Martin Luther King (se non te lo ricordi grida solamente “I have a dream” e la folla andrà in visibilio) perché il New York Times ti dedichi un articolo in prima pagina. 

Avete questo ritratto di fronte agli occhi? Bene, proseguiamo. 

Tutti i neri sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri” 

Questa noiosissima premessa apre il discorso ad un fenomeno (antropologicamente? Forse. Culturalmente di certo) interessante, da leggere alla luce delle premesse appena fatte. 

Ricordate? Ci sono due uomini, uno vive nella zona franca, l’altro nel campo minato. Partono da due situazioni di disuguaglianza mediatica: il primo rischia continuamente di essere frainteso, il secondo avrà sempre un’aureola di bontà e di progresso che lo illumina addolcendone i tratti. 

Ora, succede che ad un certo punto il meccanismo si ingrippa. E si ingrippa perché una pedina non va dove dovrebbe.

La pedina di oggi si chiama Kanye West. Kanye West (se non lo conoscete siete perdonati) è un musicista e cantautore di colore (questa premessa è importante) con milioni di follower sui social, sposato con la famosa Kim Kardashian. 

Ebbene, Kanye qualche giorno fa ha fatto una mossa che potrebbe costargli anche la carriera: ha elogiato il cattivissimo razzistissimo omofobissimo misogino e dittatore Donald Trump. Lo ha definito “un fratello”. Si è fatto pure firmare il cappellino della MAGA, lo stronzo.

Le conseguenze non si sono fatte attendere: Kanye ha perso 9 milioni di follower (secondo il Corriere della Sera) dopo l’elogio a Donald. 

“Kanye West ci ricasca” scrive il Corriere. “È ora di farla finita con Kanye West” scrive un lapidario The Submarine, demolendo il cantante e chiamandolo “troll dell’alt–right” poi parlando della “misoginia mai troppo domata di West” arrivando a dire che il suo ultimo disco trasuda “aggressività ipermascolina” (e che cosa significa, preferiamo non saperlo). 

Non solo: si sprecano anche gli insulti all’intelligenza di Kanye, arrivando a dire che “West è stato indotto a credere che la alt–right sia parte del suo brand perché attivisti e personalità hanno rivendicato la sua partecipazione in maniera sistematica”. 

Leggasi: West non è in grado di intendere e volere, è stato spinto a scrivere qualche frase di elogio a Trump da una non meglio precisata influenza esterna, e nel caso disperato in cui invece intendesse davvero farlo, sappiate che è un fallito, un misogino ed un maschilista. Così, a caso. 

Insomma, Kanye ha simpatizzato per il novello baffuto che sembra uscito da un’America dipinta da Roth? Shame on you. Shame a frotte, titoli schifati sui giornali, follower che svolgono il loro atto di indignazione quotidiano schiacciando il tasto “unfollow” sul loro iPhone, critici musicali che cominciano a trovarti meno geniale, artisti famosi che si rivendicano come alternativi dicendo quello che nessuno prima d’ora aveva mai detto: come può un nero simpatizzare per Trump? 

Già, come può? E come può Toni Iwobi, primo senatore di colore italiano – eletto dalla Lega dove milita da 25 anni, amico di Matteo Salvini – stare in un partito così razzista? 

Più di tutto, come si permette? Come si permettono? 

E anche per Iwobi, giù insulti del tipo “Negro da giardino” (nascondendosi dietro il fatto che questa frase è stata coniata da Malcom X per indicare i neri che, al tempo della schiavitù, per assicurarsi uno stile di vita migliore giungevano a tradire i loro “fratelli” e a diventare i lecchini dei bianchi). E la sinistra tace.

Come si permette un nero di pensare altrimenti? 

Già, come diavolo si permette un nero di pensarla diversamente da come io penso che sia giusto? 

A questo punto il lettore confuso mi farà notare che questo atteggiamento potrebbe essere definito razzista.

Ma io lo correggo subito: no, non è un atteggiamento razzista, perché chi esprime questi pensieri fa parte della sinistra liberal. Ricordate il discorso di prima? Zona franca dal razzismo. Potete sbizzarrirvi, potete dire quello che volete a quei due brutti negri che hanno osato tradire la loro razza, esercitando il loro pensiero al di fuori di quello stretto recinto della prevedibilità. 

Il nero o è di sinistra, liberale, anti-razzista, democratico, o non è. Altrimenti è solamente un troll dei bianchi, uno scemo, uno sfigato, oppure un traditore, un voltagabbana. 

Ma un voltagabbana per chi? Ma per la sua razza, ovviamente. 

No, no, pensarla così non è razzista, assolutamente. Pensare che un nero – proprio perché nero – debba avere precisissime idee culturali, politiche, economiche, è del tutto normale. È giusto punire il nero che esce dal gregge: parola di un bianco, ma di sinistra e liberal. 

 

L’immagine in alto è dell’autrice dell’articolo, Grazia Roversi.

Sì, questa è una caccia alle streghe

Con la magia non si scherza

La nostra storia comincia nelle aule della Scuola primaria di Mocasina, frazione di Calvagese della Riviera, un bel paesino bresciano poco distante dal Lago di Garda. Succede che una delle mamme degli alunni che frequentano la prima elementare viene a sapere che in classe è successo qualcosa di strano. Protagonista di questa strana vicenda sarebbe una educatrice di nome Ramona Parenzan, in arte Romilda, che si fa chiamare “strega sincretica interculturale”. Cosa significa, lo scopriremo dopo.

La “strega sincretica interculturale” si è presentata in una scuola elementare di Villongo l’8 febbraio 2018, poi alla primaria Corridoni di Brescia il 17 febbraio, quindi a Sant’Angelo Lodigiano il 20 febbraio. Una sorta di tour, ma di tour di che cosa? Cerchiamo di scoprirlo, partendo dalla testimonianza di questa madre che ha rilasciato le sue dichiarazioni al giornale La Nuova Bussola Quotidiana. “Lunedì 26 febbraio Parenzan è entrata nella prima elementare frequentata da mio figlio all’insaputa di tutti i genitori. Lo abbiamo scoperto dai nostri figli” ha sostenuto la donna.

Ma che faceva Ramona Parenzan nella scuola elementare? Un progetto come i tanti che vengono organizzati dalle maestre nel corso dell’anno scolastico, per facilitare l’apprendimento dei bambini e per snellire le lezioni?

Non è del tutto chiaro. Sappiamo che la Parenzan è laureata in filosofia ed è anche autrice di libri per adulti e per bambini. In una lettera aperta che, secondo il quotidiano Next, la Parenzan ha inviato alla scuola di Mocasina molti anni fa (era il 2000) diceva di occuparsi di un tema difficilmente qualificabile, l’intercultura, “sia come insegnante di italiano per adulti e minori stranieri, sia, infine, come formatrice presso scuole di ogni ordine e grado”. Secondo quanto spiegato dalla professoressa Sabina Stefano, dirigente dell’istituto di Beidzole (Brescia), a Next Quotidiano, “laboratorio della Parenzan avrebbe fatto parte di un percorso educativo promosso dalla biblioteca comunale di Calvagese.

Un laboratorio interculturale per avvicinare i bambini ad altre culture.

“Laboratorio interculturale”, un nome che dice tutto e dice nulla. Nonostante in queste ore numerosi quotidiani, fra i quali Next e L’Espresso Repubblica, si siano prodigati per ridicolizzare le richieste di chiarimento da parte di numerosi genitori, non uno dei loro articoli chiarisce effettivamente che cosa avrebbe fatto di preciso Ramona Parenzan nel corso di queste lezioni.

Sul punto torna la stessa Parenzan che spiega i suoi obiettivi ed il suo lavoro partendo da una delle favole da lei scritte, la storia di Mariama e la Balena. Il laboratorio “è finalizzato perlopiù a promuovere la conoscenza di storie, ritualità culturali (natural chalk sul volto di origine nigeriana e non solo) e narrazioni tratte dalla favolistica popolare di differenti Pesi (perlopiù Asia e Africa). Le narrazioni sono state da me performate all’interno di uno sfondo integratore “magico e immaginoso” molto gradito dai bambini che insieme a me hanno simulato un viaggio attraverso 4 Paesi: Afghanistan, Pakistan, Gambia e Sudan cantando, danzando e ascoltando fiabe che ospitano codici e valori comuni e universali (la gentilezza, la generosità, la mitezza etc)”.

Uno sfondo magico ed immaginoso, come lo definisce lei, un viaggio situato, valori comuni ed universali. È tutto così splendente di luce che siamo quasi accecati.

Cosa abbiamo capito fino a questo momento di quello che fa Ramona Parenzan? Esatto, proprio nulla. È tutto molto oscuro, nebuloso, fumoso. Non si capisce bene che cosa sia questo laboratorio interculturale, in cosa consista, che scopi abbia, a che cosa verta, e soprattutto come vengano condotti questi laboratori nella concretezza della realtà materiale.

Ora però gli adulti hanno avuto modo di parlare, e noi andiamo a chiedere ai bambini cosa è successo durante quel famoso (e misterioso) laboratorio.

Cosa ci dicono i bambini

Una delle mamme dell’istituto di Mocasina (hanno chiesto tutte a La Nuova BQ di mantenere l’anonimato) ha raccontato ad un’altra mamma che il figlio le avrebbe rivelato che durante la lezione la strega Romilda avrebbe dato loro degli amuleti. Non solo: avrebbe chiesto ai bambini di mantenere il segreto sugli amuleti stessi, cioè di non dire ai genitori che ne erano in possesso.

La donna a questo punto si preoccupa. “Ho chiesto a mio figlio se fosse vero” sostiene. Il bambino allora le ha mostrato una conchiglia che teneva sotto la federa. “La strega aveva detto loro di soffiare sull’amuleto, di metterlo sotto il cuscino e di esprimere un desiderio non materiale senza raccontare nulla ai genitori, solo così si sarebbe avverato tre giorni dopo”.

Comprensibilmente, la donna si arrabbia. C’è qualcosa nella narrazione dei due bambini che è ben diversa da quello che si immagina potrebbe accadere durante un laboratorio interculturale. Cosa c’entra la stregoneria, un amuleto, il desiderio non materiale con la conoscenza di altre culture?

La storia degli amuleti sembra mettere a disagio anche i bambini. Secondo quanto racconta la donna, il figlio durante le notti che ha dormito con l’amuleto “ha sanguinato dal naso sporcando tutta la federa, un altro bambino dal giorno dopo la visita della strega ha cominciato a svegliarsi agitato la notte e a non dormire. Un altro ha fatto due volte la pipì a letto”. Un’altra mamma ha raccontato che il figlio, quando lei l’ha costretto a rivelare se avesse anche lui un amuleto, “si è arrabbiato dandole della cattiva, perché per colpa sua non si sarebbe realizzato l’incantesimo”. 

Gira anche la voce di una pozione magica che la donna avrebbe fatto bere ai bambini. “Ci proibiscono di portare a scuola qualsiasi cosa che non sia sigillata e questa donna ha dato da bere e da mangiare cibo e bevande contenute in un termos ai nostri piccoli. È una cosa grave e contraria alle norme Asl”. In più, sul profilo social della sedicente strega comparivano, secondo le mamme, le foto dei bambini senza consenso dei genitori.

Consenso: ecco il grande assente di tutta questa storia. Nessuno dei genitori era a conoscenza di questi laboratori e del loro strano contenuto. Secondo la scuola “La coordinatrice delle prime elementari non sapeva nulla del progetto” ma secondo la Parenzan, invece, la scuola sapeva benissimo di questo progetto ed era tutto in regola.

L’autodeterminazione a singhiozzo

Cos’è il succo di tutta questa storia? Crediamo forse che i bambini possano restare traumatizzati dall’aver ricevuto un amuleto e dall’aver bevuto una pozione dal contenuto indeterminato? Il problema è ben più ampio. Tocca la sfera della spiritualità nell’ambito scolastico (anche se in questo caso sarebbe più corretto parlare di esoterismo).

Viviamo in un’epoca che si sta sterilizzando sempre di più sotto questo punto di vista, che separa anima e corpo e vuole tenere gli affari religiosi fuori dalle istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado. La laicità è vista come valore: “Fuori la Chiesa dalle mie mutande!” è lo slogan delle femministe. E che dire di “Fuori la Chiesa dalle scuole!”. Ok, fuori la Chiesa dalle scuole.

Tutto questo scandalizzarsi per un segno di croce fatto da una classe di bambini delle elementari non si riscontra dopo quello che è avvenuto nella scuola di Mocasina. Anzi. Sembra che la creme de la creme degli intellettuali, degli antifascisti e degli atei duri e puri (o dovremmo semplicemente chiamarli anti-cristiani?) si sia schierato senza se e ma dalla parte della sedicente strega.

Eppure appare ben chiaro che Ramona Parenzan non sia una semplice educatrice, magari un po’ stramba, ma pur sempre un’educatrice. Ma come! L’Espresso, Next Quotidiano, da sempre così efficaci nello scrutare in profondità i profili social degli assassini leghisti di turno, non si sono forse accorti che Ramona Parenzan si definisce “strega sincretica interculturale”? Non si sono resi conto che il suo approccio al tema dell’intercultura è ben impregnato di altro che non semplicemente di narrazione di mondi diversi? Non hanno tenuto per niente da conto le testimonianze dei bambini – una intera classe con amuleti sotto il cuscino? -.

Mistero.

Il mistero rimane anche se riflettiamo su quanto era accaduto qualche mese fa all’università di Macerata, quando una professoressa aveva chiesto agli studenti che volevano unirsi di recitare con lui un’Ave Maria. In quel caso tutto il mondo “intellettuale” si era rivoltato contro Clara Ferranti, la professoressa in questione, accusata di violare la laicità della scuola.

Ma se ciò vale quando si invitano dei ragazzi di 20 anni a recitare una preghiera, non è ancora più grave imporre a dei bambini di bere pozioni e di conservare amuleti chiedendo loro – forse questo è l’aspetto più inquietante – di tener nascosto ai genitori il tutto? E anche se questa fosse stata solo una piccola parte del ‘laboratorio’ culturale, non sarebbe comunque grave, o almeno strano, o almeno sospetto? Il mondo intellettuale non tace, ha deciso di parlare, ma schierandosi dalla parte della nostra strega Romilda. Colpevole di aver portato l’innocua bontà della magia in un mondo di bigottissimi cristiani cattolici che credono nella Croce anziché negli amuleti e nelle energie.

 

L’immagine di corredo è dell’autrice dell’articolo, Grazia Roversi.

Non tutto ciò che è legale è giusto: i figli non sono cose

Quello della maternità surrogata è uno dei temi etici e biogiuridici più controversi degli ultimi anni, in grado di interrogare chiunque circa la sacralità della vita e l’opportunità della produzione “su richiesta” di figli, soprattutto quando riguarda coppie omosessuali.

La maternità surrogata consiste in una tecnica di riproduzione alla quale ricorrono le coppie nelle quali le donne non possono portare a termine una gestazione – ad esempio per motivi di salute – o le coppie di omosessuali maschi. La procedura, in sintesi, prevede che un embrione venga impiantato nell’utero di una donna – la c.d. madre surrogata – la quale si impegna a consegnare il figlio alla coppia subito dopo il parto.

Uno “scambio” disciplinato da un contratto, che in Italia è espressamente vietato dall’art. 12 della legge n. 40 del 2004, il quale dispone che “chiunque, in qualsiasi forma, realizza, organizza o pubblicizza la commercializzazione di gameti o di embrioni o la surrogazione di maternità è punito con la reclusione da tre mesi a due anni e con la multa da 600.000 a un milione di euro”.

In Italia la pratica della maternità surrogata è quindi esplicitamente vietata, ma altri Stati hanno leggi assai più permissive. Paesi come Canada, Ucraina, Stati Uniti, ad esempio, permettono di accedere alla maternità surrogata con pochi limiti (e questo spiega perché alcune coppie – omosessuali o eterosessuali – particolarmente facoltose si rechino in queste nazioni per trovare la madre surrogata e concludere il contratto secondo le leggi vigenti). Se in Italia la disciplina è chiara sul punto, rimane però aperta la strada ad una regolarizzazione de facto dell’utero in affitto, nell’ipotesi del riconoscimento del bambino come figlio della coppia.

La regolarizzazione de facto

Per coloro che fanno ricorso a queste tecniche riproduttive all’estero, il rischio più concreto è che la paternità e la maternità del bambino non siano riconosciute dalla legge una volta fatto ritorno in Italia.

Ma nella realtà dei fatti, basta un piccolo trucco per essere perfettamente in regola con la legge.

La maternità surrogata apre una spaccatura fra il brocardo “Mater semper certa est” e la realtà dei fatti, in quanto la formazione del certificato di nascita del bambino nato da maternità surrogata tiene conto solamente dei genitori-committenti, non certo della madre naturale.

Così, se una coppia si reca negli Stati Uniti per usufruire della maternità surrogata, l’atto di nascita del bambino – che indicherà come padre e madre i committenti – non menzionerà la madre naturale, e poiché il certificato di nascita formato negli USA nel rispetto delle leggi del luogo (secondo la Convenzione dell’Aja del 1961) è valido anche in Italia, quel certificato sarà completamente regolare e riconosciuto anche in Italia. Di conseguenza i due committenti, una volta tornati in Italia, risulteranno i genitori naturali del bambino. Ecco come, nella pratica, la legge italiana consente di aprire uno spiraglio all’utero in affitto.

Sotto questo punto di vista, l’eccezione rimane quella delle coppie omosessuali, nel cui caso solamente il nome di uno dei due può essere indicato come genitore, mentre l’altro non risulterà nel certificato di nascita del bambino.

Quid iuris se invece la procedura dell’utero in affitto viene eseguita in un Paese nel quale la materia non trova una puntuale regolamentazione? In questo caso sul certificato di nascita il bambino può risultare figlio della donna che l’ha partorito e di uno dei committenti, ma potrebbe risultare anche solamente come figlio della portatrice. E in genere questi – soprattutto nell’ipotesi che l’ovulo fecondato sia proprio quello della donatrice e madre surrogata – sono anche i casi più tragici, dove è possibile che il bambino venga conteso e sia oggetto di lunghi procedimenti giudiziari. I problemi giuridici connessi al tema della maternità surrogata non sono certo terminati: vi sono anche quelli connessi al riconoscimento o meno del figlio.

La giurisprudenza di merito italiana aveva già avuto modo di commentare il caso di una coppia che si era rivolta ad una madre surrogata in Ucraina. I giudici italiani avevano sottolineato che l’ordinamento interno italiano, come quello ucraino, valorizza il “principio di responsabilità procreativa” e di conseguenza “il coniuge che abbia dato l’assenso (…) alla nascita di un bambino tramite fecondazione eterologa (…) non può esercitare l’azione di disconoscimento, per avere assunto la responsabilità di questo figlio, e ne diviene genitore nonostante lo stato civile del neonato venga determinato in maniera estranea alla sua discendenza genetica”.

Il “diritto al figlio”, fra giusnaturalismo e diritto positivo

La disciplina della maternità surrogata è sicuramente materia di bio-diritto, concernendo valutazioni mediche e genetiche oltre che legislative. Ma è in primis una materia dal forte impatto etico, che sta facendo discutere, soprattutto in vista della costante regolarizzazione che i tribunali italiani concedono alle coppie che vi hanno fatto ricorso all’estero.

Nonostante la legge italiana vieti la surrogazione di maternità, il tema è scottante e richiede una comprensione che vada oltre il mero dato normativo per affondare nelle connessioni sempre più fragili fra diritto ed etica.

O meglio, è dello scollamento fra diritto positivo e diritto naturale che si tratta: quell’idiosincrasia fra giusnaturalismo – o ius naturale, il qualepresuppone l’esistenza di una norma di condotta intersoggettiva universalmente valida e immutabile” come può essere il diritto di un figlio ad una madre e un padre (e non viceversa) – e diritto positivo, quello formulato dall’uomo e in grado di mutare a seconda delle contingenze storiche, sociali, politiche della comunità umana.

Il tema ci interroga profondamente sulla possibilità o meno di attribuire, ma in maniera chiara ed inequivoca, dei diritti anche al nascituro. La domanda è: nel momento in cui gli aspiranti genitori desiderano un figlio, lo concepiscono come soggetto che ha dei diritti o come oggetto di diritto?

Il figlio è il prodotto di un sogno, visto come ‘un diritto vero e proprio della coppia’ negato dalla natura ‘matrigna’, o è un forte desiderio al quale ci si approccia tenendo conto dei limiti della natura umana? Non che il tema non sia ricco di contraddizioni e di dubbi, posto che non si vuole sindacare il legittimo desiderio di una coppia di stringere a sé un figlio.

Ma trattandosi di persone adulte, si è almeno in grado distinguere il desiderio da ciò che è senza dubbio dovuto e che quindi bisogna poter ottenere a tutti i costi? Possiamo veramente ritenere, al netto di ogni considerazione etica, che il figlio sia solo il prodotto ultimo di una raffinata catena di montaggio? La risposta del giusnaturalismo è che non possiamo ritenere un figlio solamente come oggetto di desiderio ma creatura umana dotata di diritti.

Diritti che – vale la pena specificare – sussistono anche solo in relazione al figlio come ‘idea’. Così, quando una coppia sogna un bambino… sogna suo figlio: riconoscendo così al nascituro il diritto di avere un padre ed una madre, che sono coloro che lo hanno desiderato, concepito, amato, fatto nascere e crescere.

Invece la maternità surrogata consiste in uno snaturamento dell’humanitas e dei basilari principi di diritto naturale. Non solo perché si fa ricorso ad un soggetto terzo che ospita nel proprio corpo un bambino per nove mesi, per poi partorirlo e consegnarlo ai committenti, ma perché rende artificiale e privo di senso quel percorso inderogabile che è la gestazione, il diritto del figlio a sentirsi amato dal primo all’ultimo momento e, in ultima istanza, il diritto al figlio ad avere come genitori… i suoi genitori naturali.

Come può il ragionamento alla base della surrogazione essere “lo possiamo fare perché la scienza o la legge ce lo consentono”? Un pensiero di questo tipo ci rimanda alla diatriba secolare fra il primato del diritto positivo e del diritto naturale: non tutto ciò che è legale è giusto.

Il diritto naturale ha tutti gli strumenti necessari (e umani!) per sbarrare la strada ad un istituto come quello dell’utero in affitto. Giacché se è vero che il corpus delle norme che regolano la vita sociale in uno Stato è soggetto a mutamenti nel corso del tempo, a limature che seguono l’evolversi della sensibilità e della vita civile, è anche vero che la legge non ha alcun motivo di porre un inesistente ‘diritto al figlio’ prima ancora del diritto del figlio ad avere una madre ed un padre – diritto, quest’ultimo, che affonda le sua radici in una secolare tradizione giuridica che possiamo riassumere nell’assunto ‘interesse del minore’.

Non ci resta che riflettere sulla portata che la regolarizzazione de facto dell’utero in affitto ha nell’ordinamento italiano, e sul rischio concreto che sotto le pressioni dei partiti più radicali in un futuro prossimo esso possa trovare una disciplina anche in Italia.

Basterebbe radicare profondamente nel nostro cuore e nella nostra mente quel richiamo di Abramo Lincoln che diceva, semplicemente e solennemente al contempo: “Nessuna legge mi dà il diritto di fare ciò che è sbagliato”.

 

L’illustrazione in alto è dell’autrice dell’articolo, Grazia Roversi.

Se lo Stato asseconda il gioco d’azzardo

Sul gioco d’azzardo e le implicazioni patologiche e sociali che esso può determinare e determina, si è detto tanto e fatto poco. L’esame della situazione del gioco d’azzardo in Italia è sempre intrinsecamente collegato ad una valutazione di ordine morale, almeno etico, dal quale vogliamo discostarci per oggi. Per affrontare questo spinoso problema seguiamo una pista più pragmatica e meno mutevole a seconda della connotazione che si dia al gioco.

Pier Paolo Baretta, sottosegretario all’Economia con delega ai giochi, ha recentemente sostenuto che ‘liberalizzare’ il gioco d’azzardo, togliere di mezzo regole in materia, avrebbe contrastato l’illegalità. I dati, oggi, ci dicono piuttosto il contrario: ci dicono che ogni tipo di liberalizzazione del gioco di azzardo ha favorito la partecipazione di sempre più persone al fenomeno. In conseguenza alla crescita dell’offerta, è aumentata anche la domanda.

Lo diceva già la Consulta Nazionale Antiusura nel 2000, parlando di uno “sconcertante tandem tra il gioco legalizzato e il crimine”. Oggi anche la Commissione antimafia ha denotato che la criminalità ha forti interessi a radicarsi sia nel gioco illecito che, al contrario di quello che molti credono, anche nel gioco lecito, soprattutto quello online e quello relativo al settore delle scommesse.

Esiste una connessione, sottolineata dalla stessa Commissione antimafia, fra aumento del gioco lecito e maggiore ricorso a quello illecito. Si tratta del fenomeno per cui molti giocatori, e molti ludopati, passano dal gioco controllato a quello illecito, attirati da offerte che sono indubbiamente economicamente più allettanti. Finiscono così nel giro degli strozzini, e finiscono per sprofondare sempre di più in una patologia disastrosa per loro stessi e per il tessuto sociale: senza contare che contestualmente forniscono denaro e rilievo ad attività criminali.

Non vogliamo entrare ora nel merito delle azioni programmate dalla Commissione antimafia, la quale ha un suo piano strategico di contrasto verso la criminalità nel gioco legale/illegale: detto ciò, l’analisi tocca piuttosto la dimensione etica del gioco, una volta dimostrato che il controllo del gioco legale non è sufficiente per spodestare quello illegale anzi, in alcuni casi, sembra fargli da spalla.

Dal 2005 al 2014 il ricorso ai giochi ha avuto un boom del +191%, il guadagno erariale è stato solamente del +30%. Nel 2014, si stima che ogni italiano (inclusi anziani e neonati) abbia speso a testa 1400 euro per il gioco d’azzardo. Nel panorama europeo deteniamo un merito di cui non possiamo essere fieri: siamo al primo posto nella graduatoria dei Paesi per la spesa nel gioco.

La domanda quindi sorge spontanea: che cosa guadagna lo Stato dal gioco d’azzardo?

Le casse statali ricavano (in media) intorno agli 8 miliardi di euro netti ogni anno: questo settore fa lavorare, in Italia, circa 120mila persone legalmente. Ai costi che lo Stato indubbiamente ricava dobbiamo togliere gli indubbi costi economico-sociali della ludopatia, che sono di diversi miliardi di euro. Secondo il Servizio Sanitario Nazionale un giocatore su 75 versa in uno stato patologico.

Inutile sottolineare qui che gli effetti della ludopatia sono pesanti sia sul bilancio familiare (in termini economici e affettivi, in quanto spesso portano alla rottura delle famiglie) sia in termini lavorativi e sociali. Ci sono circa 800mila giocatori patologici in Italia. Secondo uno studio di Eurispes, il 56% dei giocatori è disoccupato e appartiene ad una classe sociale medio-bassa. Il fenomeno non risparmia i giovani: dal 2000 al 2009, gli studi hanno evidenziato che gli studenti che dichiarano di giocare d’azzardo sono passati dal 39% al 50%.

La società civile, però, non è del tutto indifferente a questa piaga strisciante che si sta diffondendo a macchia d’olio. Esistono piccoli commercianti, titolari di bar e di locali che decidono di loro spontanea volontà di eliminare le macchinette, rinunciando ad un indubbio introito economico. Tuttavia, senza un vero supporto pubblico, la loro rimane una sorta di lotta di Davide contro Golia: dove Golia è lo Stato, che guarda senza fare nulla, in una sorta di bilico fra il contenimento dei danni della ludopatia e la totale indifferenza nei confronti di questa tragedia mascherata da slot colorate.

Il danno della ludopatia è sia di natura economica (diversi studi evidenziano che se i soldi spesi nel gioco venissero impiegati in modo diverso lo Stato avrebbe maggiori guadagni dall’IVA) e di natura morale. Lo Stato, assecondando la ludopatia, è costretto anche a cercare dei rimedi per una vera e propria piaga sociale non indifferente. Alcuni dei palliativi per la ludopatia sono gli sportelli dell’ASL di contrasto a questo problema, come anche il servizio svolto da altri enti che gratuitamente offrono la consulenza di professionisti per aiutare le persone ‘malate da gioco’. Tuttavia, questo non basta per sradicare il problema dal tessuto sociale.

Lo si può fare solamente riscoprendo un nuovo ruolo dello Stato nella disciplina del gioco d’azzardo: uno Stato presente, non asettico bilanciatore di interessi super partes, gestore del gioco pubblico e anche colui che paga le cure di chi per gioco s’ammala. Nella scommessa del gioco d’azzardo, indifferenti non si può rimanere: è ora che anche lo Stato, o meglio, le persone che lo compongono, comincino a giocare un ruolo in prima linea per la difesa della società, delle famiglie, e del benessere psico-fisico dei cittadini.

 

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.