Elogio della Buona volontà

Risparmio il “premetto che non ho studiato teologia”, perché non credo che qualcuno ne dubitasse. Resto comunque perplessa di fronte a queste nuove formule liturgiche che cercano di adattare il divino alla misera imperfezione umana, anziché tentare di elevare quest’ultima. Ancora piu’ dell’improbabile nuovo “Padre Nostro”, mi colpisce l’abiura alla volontà umana nel “Gloria”.

Quel “pace in terra agli uomini di buona volontà” che diventa “pace in terra agli uomini amati dal Signore”. Nel ‘Gloria’ il concetto di “pace” ha una dimensione tutt’altro che petalosa e politicamente corretta: non è quel valore assoluto in sé e per sé considerato, non è il rovescio della “guerra brutta!!!”, non è l’astrazione infantile cantata in “we are the world” o ostentata al balcone di casa con lo straccio arcobaleno.

È la conquista di coloro che vivono e operano con “buona volontà”. È l’ambíto giusto premio, elargito dalla Divinità, non a tutti gli uomini, ma a coloro che si impegnino fattivamente per trovarla, quella pace che è uno stato di grazia (di “edoné” avrebbero detto forse i Greci) che investe il piano materiale e spirituale dell’esistenza umana. In quella frase è stigmatizzato il contrario dell’orrido concetto di predestinazione protestante e la centralità del meraviglioso postulato del “libero arbitrio” che il Creatore concede alla sua Creatura. Per cui, se risulta assolutamente falso che la concessione della grazia divina sia una scelta aprioristica della Divinità che l’Uomo deve solo subire, viene contestualmente stabilito che l’Uomo può e deve con la propria volontà meritare quella grazia.

Nel concedere la pace non “agli uomini di buona volontà” ma a quelli “amati dal Signore”, scopriremo in via consequenziale – ovviamente – che “Dio ama tutti”. Vedremo ribadita ancora quella riduzione della Divinità a nonno bonario, che elargisce amore a prescindere, che tutto perdona, anche in mancanza del vero pentimento e del ripudio del male per la retta via, che vuole amore e tolleranza fra gli uomini, senza distinguerne le azioni e i comportamenti.

Che dire, confidiamo nelle vecchine, assidue frequentatrici delle messe e capisaldi delle celebrazioni, che spesso guidano con verve e slancio da capi ultrà delle curve degli stadi, affinché continuino imperterrite a recitare le preghiere come sempre le hanno conosciute. Perché anche nella ripetizione uguale a se stessa e nel tramandarsi di parole antiche si svela la portata del Mistero di cui l’Uomo ha bisogno.

L’esegesi letterale delle parole, la ricostruzione scolastica dell’etimo dei termini – ammesso che siano da considerarsi corretti – è roba che esula da quella spinta alla dimensione di fede e di arcano al cui venir meno l’Uomo moderno si trova inesorabilmente orfano e perso. Risponde invece a logiche “umane, troppo umane” e secolari, che allontanano il credente e fanno applaudire il laico, il quale non nutre bisogni spirituali, ma vive con compiacimento il costante svilimento della religione ad ancella del politicamente corretto.

Dalle fake news alla tutela del copyright: l’offensiva europea alla libera informazione

Per anni in tantissimi hanno ironizzato sul confronto e la discussione via etere, svilendo i social come delle sorte di gabbie dalle sbarre trasparenti, in cui incanalare, costringere e sostanzialmente annullare il dissenso e le velleità di cambiamento. I campioni olimpionici di questa disciplina erano quelli che dalle loro stesse home dei social, con condivisione compulsiva di post e link, ci spiegavano l’assurdità di essere su un social, l’inutilità e banalità delle polemiche che vi si scatenavano, la dabbenaggine di chi vi ravvisava un qualunque apporto al cambiamento. Che ci avvisavano su come i social snaturassero i rapporti fra le persone, facendone emergere il peggio.

Personalmente, ho sempre ritenuto che fossimo di fronte non a distorsioni della percezione o a sfogatoi virtuali, bensì a meri strumenti, come quelli più tradizionali di comunicazione: tutto dipende da come vengono utilizzati e per quale scopo. Ebbene, negli ultimi tempi abbiamo scoperto che addirittura l’elezione “dell’uomo più potente del mondo” è stata influenzata in modo determinante da web e social. Tramite i “pericolosissimi hacker russi”, sia ben chiaro.

L’invenzione delle categorie di “webete” e di “hater”, il ricorso al concetto di “fake news” sono stati le prime stupite e stupide reazioni alla consapevolezza della reale portata di questi strumenti. Forze politiche e ultra politiche – che dispongono dell’intero armamentario dei media mainstream – hanno lanciato la crociata contro i nuovi strumenti di contro-informazione, strillando isterici e ridicoli contro pericoli inesistenti. Oggi, facendosi più furbi, hanno trovato un modo più subdolo e silenzioso di rendere inservibili questi strumenti: la tutela del copyright.

In pochi hanno capito il reale rischio nella concreta applicazione della direttiva di cui il prossimo 4 luglio si discuterà l’approvazione al Parlamento Europeo: quello di tornare ad un livello di consapevolezza e informazione limitato a ciò che è utile e opportuno far conoscere alle masse. Perché, al netto delle storture terrapiattiste e rettiliane, della volgarità esasperata, delle polemiche pretestuose, quello del web (e dei social) resta l’unico strumento di comunicazione autenticamente democratico e libero Accessibile a chiunque o quasi, attribuisce a ciascuno la facoltà di informarsi e leggere, l’onere di valutare autonomamente la bontà e veridicità di quanto letto, elimina ogni alibi alla mancata conoscenza di risvolti e implicazioni che per lo più i mezzi tradizioni di informazione tendono a tacere.

E per questo è potenzialmente pericolosissimo, in quanto capace di svelare che le vere “fake news” erano quelle propinate dai media mainstream, veicolate e diffuse come verità inconfutabili. O di tradire la congiura del silenzio che copre tragedie reali e problematiche concrete, non “coperte” dall’informazione di tv e giornali. Congiura del silenzio che opera anche nei confronti della nuova direttiva europea sul copyright, di cui non si legge e non si sente parlare, se non da parte di quei siti e quelle fonti del web che da sempre fanno contro-informazione e cha sanno bene che saranno le prime vittime a cadere nell’ipocrita battaglia per la “tutela del diritto d’autore”.

 

La foto in alto è dell’autrice dell’articolo.

Salute e fondamentalismo scientifico

Con la formazione del nuovo governo e l’avvicendamento al Ministero della salute, si rinverdiscono le mai sopite polemiche fra le diverse posizioni (pro vax e no vax; scientisti e antiscientisti) che tanto hanno agitato politica e pubblica opinione in questi anni. La sensazione è che spesso ci sia un approccio aprioristico e giacobino da entrambe le parti. Non solo da parte di chi vuole negare legittimità e traguardi alla scienza e alla medicina, ma anche da parte di chi – sull’altro fronte – liquida ogni dubbio o obiezione come ignoranza troglodita. Come in tutte le cose, ritengo che “in medio stat virtus” e vorrei spiegarmi meglio, portando come esempio una vicenda vissuta in prima persona.

Nel 2010 mio padre, allora 70enne, andò al San Raffaele, perché negli ospedali della nostra città non riuscivano a dargli una spiegazione dei disturbi di cui soffriva, fra cui la presenza di sangue nelle urine, malgrado un trascorso di tumore alla vescica di circa 15 anni prima. Al San Raffaele, quella che doveva essere una operazione di “ispezione” di quella che qui avevano identificato come “ciste” renale, diventa un intervento chirurgico complicatissimo, da cui mio padre si sveglia – trascorsi 3 giorni fra la vita e la morte – senza un rene (tolto); senza una parte dell’altro rene (resettato) e senza la milza (era completamente spappolata). Dentro la ciste, infatti, c’era un tumore maligno. Dopo due mesi di degenza, mio padre si riprende e continua la sua vita pressoché normale.

Trascorsi un paio di anni, i controlli periodici a cui è sottoposto, segnalano la presenza di una massa vicino al rene, in lenta ma costante crescita. Considerata la cartella clinica, appare ovvio e scontato ai medici di qui pensare ad una massa tumorale di nuova formazione. I medici pongono mio padre di fronte a due alternative: lasciare le cose come stanno (lui è anziano e la massa crescerebbe lentamente, anche se inesorabilmente) o affrontare una nuova cura sperimentale che dovrebbe, se non far regredire, almeno arrestare lo sviluppo della massa. Mio padre decide di sottoporsi alla terapia: per 12 mesi, una volta al mese, si sottopone ad una iniezione che gli comporta una serie di effetti collaterali molto negativi e che – pur non costando niente a lui in quanto soggetto esente – comporta una spesa per la sanità pubblica di circa 1.500 a singola iniezione.

Trascorso l’anno, gli esami dimostrano che la massa non è regredita, non si è arrestata nella crescita, ma anzi è aumentata di volume. Mio padre torna al San Raffaele e si sottopone ai controlli. Diagnosi? La massa non è un tumore, ma un pezzettino di milza, sfuggito all’operazione di qualche anno prima che – a dispetto dell’età avanzata di mio babbo, per quella sete primordiale che la vita ha di se stessa – si rigenera e cresce (milza e fegato lo fanno, come ci insegna Prometeo), semmai dando conferma di un buon quadro clinico generale. Tutti contenti, ovviamente, ma mio padre per un anno è stato trattato in un ospedale pubblico (non dal medico frichettone) in un reparto di oncologia, da personale affermato, come paziente oncologico e trattato con una terapia inutile e di cui peraltro non si conoscono ancora gli effetti tutti. Io non so per certo che quei medici non erano degli scienziati pazzi che volessero inoculare chissà che ad un paziente anziano, dato per perso e usato come cavia. Non pendo neanche fosse una questione di interessi economici.

Io credo che spesso nell’esercizio delle professioni (e quella medica non fa eccezione, anzi) ci sia la supponenza; la superficialità; i limiti umani intrinseci ed estrinseci (di certo al San Raffaele la casistica è ben maggiore di quella di altre realtà) le certezze granitiche che spesso nascondono competenze limitate; aggiornamenti mancati; la vanità professionale di vedere confermata un’idea preconcetta o una diagnosi già formulata. La medicina è una frontiera che si arricchisce ogni giorni di nuovi traguardi, alcuni dei quali smentiscono prassi e soluzioni precedentemente considerate efficaci.

La fede cieca e aprioristica nella medicina (e nella scienza in genere) dimentica che essa è revisionista per sua stessa natura: la ricerca scientifica ha proprio lo scopo di testare i risultati ottenuti e migliorarne gli effetti. La fede cieca nella medicina, dimentica che essa è fatta da uomini che come tali falliscono e sbagliano: anche in questo ambito, non esistono dogmi e postulati incontrovertibili ed è corretto documentarsi e valutare criticamente, anche con l’aiuto di professionisti che stimiamo, senza isterie o paranoie, ma anche senza lo zelo fideistico del novizio di una religione mistica e rivelata.

 

La foto in alto è dell’autrice del pezzo.

Il “reato” di povertà e la solidarietà selettiva

Aicha Elizabethe Ounnadi è l’operatrice ecologica licenziata qualche mese fa per aver preso un monopattino dal deposito della Cidiu Servizi di Collegno, il consorzio che si occupa della raccolta di rifiuti in alcuni quartieri di Torino. Per il giudice, presso cui la donna ha presentato ricorso, il licenziamento è risultato essere un provvedimento eccessivo, tuttavia, la condotta della dipendente – ad avviso del magistrato – era stata comunque scorretta ed equiparabile ad un furto.

Per questo, sebbene abbia ordinato all’azienda di indennizzare l’ex dipendente con 18 mensilità, non ne ha disposto il reintegro.

La vicenda dovrebbe essere di pubblico dominio: la stampa – certo senza particolari fanfare – ne ha parlato, sia in occasione del licenziamento, sia più di recente, a seguito della pronuncia del giudice.

Tuttavia, ben poca solidarietà è stata manifestata alla (ex) lavoratrice.

Il fatto colpisce perché la pronuncia del tribunale del ricorso che ha negato il reintegro nel posto di lavoro, confermando la decisione di chi ha buttato per strada la moglie di un uomo disoccupato e la madre di due bambini piccoli, è giunta all’indomani di infuocate polemiche. Polemiche che avevano ad oggetto un eventuale provvedimento di licenziamento, bollato come “ideologico”, ai danni di un’altra lavoratrice. Non interessa qui soffermarsi sulla ben più nota vicenda dell’insegnante ripresa mentre inveisce contro i poliziotti, insultandoli e augurando loro la morte, nel corso di una manifestazione politica. Risultano però evidenti le differenze di approccio da parte della pubblica opinione, delle istituzioni, della stampa e persino della magistratura, nelle due vicende.

Nel caso della operatrice ecologica licenziata, infatti, a differenza di quanto avvenuto per l’insegnante sospesa, nessun comitato di giudici democratici ha vivisezionato comportamenti e motivazioni, valutato complessi combinati disposti, scomodato la giurisprudenza. E questo malgrado le testimonianze in sede giudiziale abbiano confermato che Aicha Elizabethe Ounnadi si sia limitata a portare a casa il fatale giocattolo, ricevendolo dalle mani di una collega che l’aveva prelevato dal deposito aziendale. Perché, ha spiegato la donna, colleghi e amici – consapevoli della sua difficile situazione – erano soliti regalarle vestiti dismessi e giochi per i suoi bambini.

Si obietterà che un conto è un licenziamento “per causa ideologica” un conto l’applicazione della “dura lex sed lex”. Eppure, non può non stupire la rigida interpretazione del magistrato rispetto alla condotta della (ex) lavoratrice: i giudici ci hanno abituato – in circostanze in cui la fattispecie di reato era da ritenersi ben più palese e inconfutabile – a fantasiose elucubrazioni e sentenze motivate da analisi così intrise di approccio soggettivo da rasentare la assoluta discrezionalità.

Non solo. Come è stato rilevato da alcuni, un approccio ideologico è riscontrabile anche nel provvedimento di chi stigmatizza il bisogno, l’indigenza e le difficoltà di una persona, forse ingenua, ma non certo disonesta.

Le difficoltà e il tentativo di affrontarle con una certa dignità diventano non più e non solo motivo di compassione ed empatia, ma, al contrario, di censura e di sanzione.

E se pensate che queste valutazioni siano esagerate e de-contestualizzate, pensate che è di questi giorni la decisione della giunta comunale di Genova di sanzionare coloro che rovistano tra i rifiuti. A dispetto dei mille distinguo e delle tante rassicurazioni fornite da sindaco e assessori, si resta basiti di fronte a un provvedimento che punisce con una sanzione pecuniaria chi si rende “colpevole” di un comportamento a cui può essere costretto solo dalla fame o dall’estremo bisogno. Stupisce e spaventa pensare che di fronte ad un simile comportamento, sia ritenuto prevalente l’interesse al decoro di strade e città, piuttosto che la tutela di un essere umano che deve ricorrere agli scarti altrui per sfamarsi. Qualunque siano i motivi che spingono qualcuno a rovistare nell’immondizia, sono le cause di quel comportamento che vanno individuate e risolte.

Ma tant’è: anche la notizia del provvedimento della giunta di Genova non ha avuto chissà quale risonanza. Il timore è che l’interesse, lo sdegno, le barricate e persino le manifestazioni di sostegno, siano fatalmente condizionate alla capacità di identificarsi con la vittima di un presunto abuso. Specie se tale abuso evoca concetti e richiami – quelli si profondamente ideologici e ideologizzati – che hanno un appeal irresistibile per chi si fa portatore di certe narrazioni politiche totalmente svincolate dalla realtà di ogni giorno.

Con una mamma lavoratrice che trova nella spazzatura un giocattolo rotto che non potrebbe permettersi di comprare nuovo per il suo bambino, evidentemente, non si identifica quasi nessuno.

Né col pensionato o col disoccupato che rovista nel cassonetto.

Loro evocano una narrazione contraria a quella fortemente voluta e spinta: smascherano la dimensione terribile di un Paese alla canna del gas, di una ripresa che non esiste se non nei titoli di alcune testate. Ricordano ai benpensanti quelli che sono i veri problemi che le persone normali, senza un posto pubblico, sindacati e ribalta mediatica patinata vivono ogni giorno. Loro non hanno accesso né a tutele legittime, né a manifestazioni di solidarietà, che vengano dal basso della pubblica opinione o dall’alto del mondo politico e intellettuale.

Possono solo sparire in silenzio, come avvenuto qualche giorno fa nel Salernitano ad un uomo di 48 anni, trovato cadavere nella sua casa, dove viveva senza energia elettrica e senza cibo, morto solo, ucciso dal freddo e della fame.

 

La foto in alto è dell’autrice dell’articolo, Federica Poddighe.

La libertà di autodistruggersi

Un uomo morto giovane mentre praticava il lancio col paracadute disse “Lo sport è fondamentale, perché evita la deriva nichilista”.

Quella che potrebbe esaurirsi in una dichiarazione frutto della propria esperienza personale trova piena conferma nell’esperienza empirica: risale, infatti, a circa un anno fa la diffusione dei risultati eclatanti di un progetto condotto in Islanda per arginare l’abuso fra giovani e giovanissimi di alcol e droghe che dimostra come in 20 anni le percentuali dei ragazzi che abusavano di narcotici vari si è praticamente annullata (passando dal 54% al 5%) ad un livello che probabilmente può essere considerato fisiologico e non migliorabile.

I rimedi sono la classica “scoperta dell’acqua calda”: impegno costante nelle attività sportive; maggior collaborazione famiglia/scuola; minor tempo lasciato al “randagismo giovanile”. E, fondamentale, aiuti pubblici affinché i ragazzi appartenenti alle famiglie meno abbienti possano accedere a sport e attività costruttive extrascolastiche.

Un modello quello islandese difficile da esportare come tutto ciò che riguarda la minuscola isola nordica, per questioni organizzative ed economiche, certo, ma, soprattutto culturali. Perché il progetto islandese fa carta straccia del concetto perverso di “libertà” di cui siamo imbevuti e poggia su antipatici e anacronistici “divieti”, non solo di acquisto di certe sostanze (alcol e tabacco, oltre a quelle illecite) ma anche sull’istituzione di un vero “coprifuoco” per i ragazzi: le ore 22 in inverno e le 24 d’estate.

Così come anacronistico e retrogrado appare il giudizio sulle cosiddette “droghe leggere”, oramai pressoché sdoganate nella nostra società in cui moltissimi adulti – in particolari quelli che finiscono per assumere un ruolo di esempio da emulare per giovani e giovanissimi – fanno professione convinta, anche nelle prime serate TV, dell’uso abituale di queste sostanze.

Eppure la scienza ha dimostrato a più riprese come tale uso e abuso sia estremamente pericoloso: anche di recente un nuovo studio pubblicato su “Biological Psychiatry: Cognitive Neuroscience and Neuroimaging”, condotto per alcuni anni su un campione di 441 giovani e adulti, ha dimostrato che l’abuso cronico di cannabis è associato a cambiamenti nella funzione del cervello a riposo e sono anche critici per la formazione dell’abitudine, rivelando potenziali effetti negativi a lungo termine sulla funzione e sul comportamento del cervello. In particolare nei pazienti adolescenti, dal momento che il loro cervello è ancora in formazione.

I test effettuati hanno dimostrato che la cannabis “stimola” le regioni del cervello associate alla psicosi, che possono causare gravi forme di depressione, e che molti consumatori – in specie quelli che hanno iniziato il consumo in giovane età – hanno sviluppato un forte senso di estraneità, un’alienazione dagli altri, un senso di rifiuto e persino vere e proprie manie di persecuzione.

Non è, comunque, solo all’eccesso e all’abuso che va imputata la colpa delle compromesse capacità di molti giovani di rapportarsi correttamente con la realtà, ma anche e soprattutto all’assenza di elementi fondamentali, quali una situazione familiare solida e punti di riferimento comunitari, sia con i propri coetanei, sia con altri adulti (insegnanti; allenatori; etc).

Per avere un’idea della portata disastrosa di questo “disagio”, anche a prescindere dai ragionamenti sull’uso di sostanze psicotrope, basterebbe leggere ciò che i ragazzi scrivono sui social, con post rilanciati all’ossesso in cui si fa a gara a chi esibisce in maniera più ironica la propria pigrizia, il lassismo di intere giornate che passano nell’inattività e nell’ozio, l’orgogliosa (?) sensazione di un’ansia e di una frustrazione perenni e immotivate, la capacità di inventarsi sempre un nuovo alibi per non scuotersi e non agire.

 

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.

Fraintendimenti urbani sulla cultura popolare

Giovanni Iudice, Figure, matita su carta cm 20×20, 1994

Negli ultimi tempi capita spesso di imbattersi in grandi manifestazioni di elogio al “becerismo” popolare.

Sia che arrivino dai più giovani, quasi come forma di reazione e ribellione ad una quotidianità grigia e fasulla, sia che provengano da persone più in là con gli anni, che vagheggiamo una dimensione agreste e rozza, con una vena di malinconia.

L’atteggiamento di fondo, tuttavia, tradisce la pressoché totale ignoranza di ciò che si pretende di conoscere e/o di rimpiangere.

Per provenienza di natali, per lavoro e per piacere di incontro, ho conosciuto pastori che hanno eretto i loro ovili orientandoli secondo le tecniche dei costruttori nuragici; ho parlato con contadini che si commuovono al miracolo dell’avvicendarsi delle stagioni e dell’eterno ritorno, pur assistendovi da 70 primavere; ascolto ogni mattina il fabbro vicino a casa che canta canzoni antiche o bellissime arie d’opera.

Sono uomini che hanno mantenuto uno spirito speculativo su ciò che li circonda, provvisti di una cultura non vasta né variegata, ma esatta, mai ostentata, applicata pragmaticamente al loro quotidiano. Il trattore, per loro, è uno strumento di lavoro, non una bandiera di appartenenza, né un simbolo parafallico di “comando”.

Tutti hanno studiato per pochi anni, ma nessuno metterebbe mai in discussione la necessità dell’apprendimento e dell’approfondimento, sia per evitare di essere fregati nei loro affari che per reggere il confronto in una conversazione al bar, davanti ai bicchieri di “fil’e ferru”.

La banalizzazione che vorrebbe invece questo fantomatico “popolo” come una massa di “Bombolo” cafoni e volgari, tutti protesi alla femmina, alla violenza fine a se stessa e alla crapula, tradisce la mancata conoscenza di una realtà in cui vige invece molta più dignità e moderazione che in altri contesti.

La versione caricaturale che viene data delle classi “popolari” – mentre si finge di esaltarle e ammirarle – puzza di classismo e offesa, da parte di gente della più stantia classe media, inconcludente e fancazzista, che indossa l’abito carnevalesco del buzzurro come altri della medesima risma sfoggiano hogan e iphone, magari pagati a rate.

Eutanasia o accanimento terapeutico: una falsa alternativa

Quando avevo meno di vent’anni ho letto un libro, “La morte amica. Lezioni di vita da chi sta per morire” di Marie de Hennezel, consigliatomi da una ragazza che faceva l’infermiera ed era a contatto quotidianamente con la sofferenza e la morte. Da allora, il dilemma tra “eutanasia” e agonia, la scelta angosciosa in cui potrebbe trovarsi ciascuno di noi nel momento fatale, mi è apparsa in tutta la sua ipocrita falsità.
Il libro è stato scritto da una dottoressa impegnata in un avanguardistico reparto di cure palliative francese, in cui venivano ricoverati i pazienti nella fase terminale delle loro malattie, o i malati affetti da patologie croniche e inguaribili, così terribili e atroci che è difficile anche solo immaginarle.
Nel libro non c’è alcuna impostazione ideologico/confessionale e la prefazione è stata scritta da Francois Mitterand, che tutto fu, tranne un chierichetto devoto.
Quello delle cure palliative è un concetto limpido che mai viene accennato nelle “battaglie di civiltà” di chi invoca il diritto alla “buona morte”; una verità semplice: non esiste un bivio impietoso e ineludibile fra “iniezione letale” (o interruzione di cure e nutrimento) e “accanimento terapeutico”.
Esiste ed è sperimentata una terza via, quella attraverso cui si somministrano al malato – terminale o inguaribile – cure palliative che ne leniscono il dolore fisico e lo accompagnano in un percorso terapeutico di assistenza psicologica, affinchè il trapasso avvenga nella maniera meno traumatica e più naturale. Qual è il problema?
Come ogni cura, anche quella palliativa costa: un costo di cui la collettività (lo Stato, se la parola ha ancora un senso) dovrebbe farsi carico. Nella consapevolezza che tali cure sono “a perdere”: il moribondo non guarirà, non produrrà più reddito da tassare; non contribuirà con i suoi sacrifici e la sua austerità al “bene comune” (ovvero al mantenimento di una élite nazionale e sovranazionale parassitaria e fratricida).
Alla luce di ciò, non mi é dato ravvisare nessuna battaglia di civiltà, nessuna modernità illuminata in quei provvedimenti in cui si ravvisa una riedizione in chiave ragionieristica, ma politicamente corretta, dell’eliminazione del debole o del “mal riuscito”, tipica di moltissime culture antiche. I malati costano, i malati terminali (o gli handicappati o i malati cronici) costano e non guariranno mai: investire in cure destinate solo ad assisterli fino alla morte deve apparire uno spreco osceno nelle nostre società occidentali e progressiste, in cui l’uomo ha senso solo fin quando sia in grado di produrre e consumare.
L’esperienza, anzi le esperienze, riportate nel libro sono illuminanti anche e soprattutto perché consentono di superare quella summa divisio artificiosamente esasperata fra impostazione laica e impostazione religiosa. E quel pensiero – che definiremo banale e idiota, se non conoscessimo la mala fede che dietro vi si cela – per cui a osteggiare i provvedimenti su eutanasia (o “fine vita” per usare il furbesco eufemismo) siano solo i fondamentalisti cristiani, ansiosi di emulare l’agonia del Nazareno morente.
Niente di più falso. Il ragionamento va invece impostato in una chiave oggettiva, di ragionamento e consapevolezza. Il tempo di chi sta per morire, ci spiega l’autrice, come quello di chi è inchiodato al suo corpo come ad uno scafandro da una malattia inguaribile e invalidante, è tempo di vita, non di morte. E come tale ha diritto alle cure mediche e all’applicazione di tutto quel sapere scientifico (declinato nei rami della chimica, della farmacologia e della psicoanalisi) che mai deve essere separato dall’aspetto umano e dall’umana empatia.
Mitterand, nella sua introduzione, si dichiara colpito da una paziente in particolare: una mamma trentenne, inchiodata al suo letto di ospedale da una patologia sopraggiunta e rarissima che le inibisce ogni movimento autonomo. Tranne per un solo dito, con il quale – aiutata da un pc – comunica con l’esterno. Con quell’unico dito spiegherà al Presidente francese la sua visione della morte: “Non credo in un Dio di bontà e giustizia… Ma non per questo ritengo che possiamo essere ridotti ad un mucchietto di atomi.. Chi morirà, vedrà!”
 
La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.
 

Donne che odiano gli uomini: i limiti e l’ipocrisia delle battaglie per i diritti delle donne

Assistiamo, da qualche tempo a questa parte, ad una strana contraddizione di cui, pare, nessuno rilevi l’effettiva e paradossale portata. Se, infatti, da una parte istituzioni, politica e media tendono a far sbiadire in maniera costante e progressiva le “differenze di genere”, smentendo la retrograda distinzione fra due soli sessi (quello maschile e quello femminile) a vantaggio di differenziazioni molto più variegate e fantasiose, dall’altra gli stessi organi si fanno portatori di una martellante campagna volta a costruire artificiosamente dei “distinguo”, tesi – questa è la pretesa – ad una maggiore tutela delle appartenenti al genere femminile.

E così, nei giornali, nei proclami politici, nelle dissertazioni più o meno impegnate il tradizionale e femminile color rosa si tinge del nero della cronaca, per via delle violenze di cui le donne sarebbero quotidianamente vittime. Da qui l’orrendo neologismo, “femminicidio”, che individuerebbe il fenomeno, definito in preoccupante e costante aumento, dell’uccisione di una donna da parte di un uomo.

Senza alcuna volontà di sminuire la portata di violenze e delitti, chiunque ne sia la vittima, sarebbe opportuno chiarire che, dall’esame dei dati statistici, emerge che il fenomeno – così come dipinto dai media e dalle vestali post-femministe – in realtà non esiste: il numero delle donne vittime di omicidi e violenze è di gran lunga inferiore a quello degli uomini, né è dato ravvisare un aumento esponenziale, nel corso degli anni, di reati e delitti che abbiano come vittima una donna. Non solo.

La denuncia affranta e preoccupata di chi vorrebbe le donne destinatarie di comportamenti violenti, ossessivi e criminali da parte di uomini che quasi sempre sono fidanzati, mariti o ex compagni, ovvero spasimanti incapaci di accettare un rifiuto, passa inevitabilmente per la vulgata di un Paese, il nostro, retrogrado, maschilista e patriarcale, affetto da una mentalità che condanna la donna ad un ruolo subalterno e inferiore, che quasi la considera una pertinenza o una proprietà dell’uomo (padre, marito, amante che sia).

Eppure, un’indagine svolta dall’Agenzia per i Diritti Fondamentali della UE nell’ambito di violenze e omicidi ai danni delle donne dai 15 anni in poi ha dimostrato che i Paesi mediterranei (e cattolici…) dell’Europa Unita possono vantare un numero di violenze sessuali e “femminicidi” inferiore a quello degli altri Paesi, con un numero di simili reati che cresce man mano che si sale verso il Nord del Continente e diventa preoccupante proprio in quelle illuminate socialdemocrazie scandinave che tutti immaginiamo all’avanguardia per mentalità e sviluppo sociale1.

Un altro atteggiamento pseudo-protezionistico nei confronti del “gentil sesso”, che vive la ribalta nella stampa e nelle discussioni politiche e intellettuali, è quello delle cosiddette “quote rosa”, ovvero delle quote minime di presenza femminile all’interno degli organi politici e istituzionali, elettivi o meno.

È di questi giorni, ad esempio, la notizia che il consiglio regionale della Sardegna ha votato per l’inserimento del principio della “doppia preferenza di genere” nella legge elettorale statutaria e alle prossime elezioni regionali, dunque, i sardi avranno la possibilità di esprimere due preferenze (la seconda di genere diverso). La legge approvata introduce anche il principio che prevede la parità al 50% nella compilazione delle liste e, sempre a garanzia di una perfetta parità, un numero di candidati pari (maggiorato di un’unità) anche nelle circoscrizioni con seggi dispari.

Il ragionamento che sta alla base di certe pretese è quello che vorrebbe le donne tradizionalmente svantaggiate nell’accesso a ruoli preminenti in politica, ovvero nelle istituzioni: in tale contesto, le “pari opportunità” si raggiungerebbero unicamente concedendo alle donne un oggettivo “vantaggio”, che le preservi dall’esclusione o dall’emarginazione da parte dei colleghi di sesso maschile. Il ragionamento non può convincere chiunque ritenga che il criterio di preferenza nell’ambito di una competizione elettorale, ovvero nella scelta di un candidato ad un ruolo istituzionale, possa e debba essere esclusivamente quello del merito.

Un approccio alla politica condizionato dalla pregiudiziale delle “quote rosa” o della “doppia preferenza di genere” imporrebbe la necessaria presenza e rappresentanza femminile in determinati ambiti, anche a prescindere dell’effettiva legittimità in termini di preparazione, professionalità e credibilità di quella rappresentanza.

Ragionando per assurdo, inoltre, si riterrebbe premiato il criterio delle pari opportunità laddove quella rappresentanza numerica di genere fosse raggiunta, sebbene – all’interno di quel partito, di quel consiglio di amministrazione, di quella pubblica amministrazione – un’ulteriore presenza femminile, anche al di là della “quota” stabilita, potesse garantire una migliore efficienza e una maggiore funzionalità.

Senza considerare, peraltro, che il concetto di una quota riservata ad una categoria di individui e stabilita aprioristicamente non farebbe che incrementare la partecipazione alla vita politica e/o istituzionale di tante donne scelte fondamentalmente in quanto mogli di, amiche di, sorelle di, socie di.. né più e né meno come nel corso degli ultimi anni – con rilievo squisitamente bipartisan – è successo.

Ciò che sconforta di simili campagne che dovrebbero avere la finalità di tutelare il “sesso debole”, che vedono un coinvolgimento di tantissime personalità influenti, sia maschili che femminili, è il ritorno ossessivo su argomenti e problematiche che, a nostro avviso, nulla hanno a che vedere con i problemi reali e concreti delle donne italiane.

Di tutte le donne, non di quella minoranza sfortunata (ma pur sempre minoranza) vittima di violenze, né di quella infinitesima porzione privilegiata che viene chiamata, da anfitrioni maschili più o meno disinteressati, a occupare ruoli di vertice e potere. Ci riferiamo a quelle donne che lottano ogni giorno – in casa e nel lavoro – per fare gli interessi della propria famiglia, senza alcun sostegno da parte delle istituzioni.

Di quelle donne che hanno visto trasformarsi l’obbligo imposto alle loro nonne di stare in casa a vegliare sul focolare domestico nell’imposizione moderna di essere necessariamente lavoratrici, stante la necessità imprescindibile di concorrere col proprio guadagno ai bisogni della famiglia. Sempre che – come purtroppo assai spesso accade – la donna non sia l’unica della famiglia a lavorare, a fronte della situazione di cassa integrazione o disoccupazione del marito.

Non fanno dunque notizia le vicende delle tante vedove, figlie o madri che hanno seppellito un marito, padre o figlio che ha deciso di togliersi la vita, sopraffatto dall’angoscia e forse anche dalla vergogna di non essere in grado di provvedere alla propria famiglia (quella dei suicidi per causa di indigenza o mancanza di lavoro è, questa sì, una vera emergenza del nostro Paese, in relazione alla quale, tuttavia, non si attivano campagne mediatiche, non si allestiscono task force, non si inscenano partecipati flash mob).

Si tenga, peraltro, conto che certe prese di posizione e certe artificiose battaglie hanno lo scopo, nemmeno tanto nascosto, di creare ed esasperare le contrapposizioni – in questo caso fra generi – alimentando divisioni e disgregazioni e dirottando interesse e preoccupazione della pubblica opinione su false problematiche, al fine di distoglierla da problemi reali e ben più urgenti.

È probabile che, più che dalle esponenti politiche, capaci di alzare voce e barricate unicamente a tutela delle proprie prerogative e dei propri privilegi, o di stracciarsi le vesti per emergenze artatamente sopravalutate, le donne italiane si sentano rappresentate da donne come Giuseppina Spagnoletti e Paola Clemente, rispettivamente di 39 e 49 anni, le braccianti tarantine stroncate da un malore e accasciatesi senza vita mentre era al lavoro nei campi per pochi euro al giorno.

O da Isabella Viola, 34 anni, madre di 4 bambini, che sosteneva col suo impiego la famiglia, alzandosi alle 4 del mattino e rientrando la sera tardi. Come molte altre, nella sua vita non ha avuto alcuna corsia preferenziale in quanto donna e anche lei è morta, non per mano di un uomo violento, ma stroncata da un collasso sulla banchina della metro, mentre – come tutte le mattine – si recava a lavoro.

 

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.

Rieducazione alimentare al tempo della crisi: insetti e larve sulle nostre tavole

“The Snowpiercer” è un film di qualche anno fa, ambientato in un futuro distopico. L’ossessione ambientalista per il “Global warming” ha portato l’uomo ad intervenire pesantemente sul clima per raffreddarlo, provocando una glaciazione terribile e perenne che aveva annientato e reso impossibile la vita sulla Terra . I pochi esseri umani superstiti vivono in un treno avanguardistico, lanciato in una corsa velocissima e perpetua nello spettrale e desolato paesaggio ghiacciato.

La gran parte di queste persone forma un sottoproletariato straccione e inattivo, confinato negli ultimi vagoni del treno, spogli e tetri, e viene nutrita con tavolette scure e gelatinose, chiamate “proteine” dai funzionari che vivono nei primi vagoni. Il film racconta di una rivolta: gli esponenti di quella umanità povera, derelitta e affamata risalgono il treno – con violenza e grande spargimento di sangue- fino ai primi vagoni, sempre più lussuosi e comodi, in cui vive un’umanità serena e agiata, difesa da milizie addestrate e armate. Nel corso della loro lotta, gli ultimi scoprono che le tavolette di “proteine” sono in realtà ottenute da un frullato orrido di scarafaggi, mentre nei primi vagoni i fortunati occupanti gozzovigliano con leccornie elaborate, tutt’altro che “macrobiotiche”.

La pellicola mi è tornata in mente all’indomani della diffusione della notizia per cui, dal primo gennaio 2018, si applicherà il nuovo regolamento UE sul “novel food”, che permetterà di riconoscere gli insetti interi e i prodotti derivati dagli stessi come nuovi alimenti e come prodotti tradizionali da Paesi terzi, aprendo di fatto alla loro produzione e vendita anche in Italia.

Si parlava da tempo di questa ipotesi, portata avanti non certo per venire incontro alla curiosità di qualche esterofilo culinario, quanto per introdurre anche in Europa un’alimentazione proteica e nutriente alternativa al classico consumo di carne e altri derivati animali. E da ancora più tempo siamo bombardati da una campagna che vorrebbe i consumatori di carne e altri prodotti animali doppiamente colpevoli: contro gli animali, sacrificati per imbandire le nostre tavole e contro il pianeta, minacciato e devastato dagli effetti dell’allevamento intensivo.

La questione viene posta in una chiave etica che sfora nell’ideologia, per cui l’uccisione degli animali a scopo di nutrimento è un crimine vero e proprio e le attività svolte dall’uomo ai fini della sua sopravvivenza mettono costantemente in pericolo il pianeta, vissuto – non quale habitat dell’uomo come di tutte le altre specie viventi – ma come un organismo vivente, quasi un’entità metafisica.

Ritengo che tale impostazione sia radicalmente sbagliata e estremamente controproducente per chi la propone, dal momento che comporta necessariamente uno scontro con chi – legittimamente – rivendica il diritto di nutrirsi secondo le proprie esigenze e abitudini, rifiutando di essere considerato un assassino o un distruttore di equilibri. Equilibri peraltro piuttosto discutibili, dal momento che alcune frange più esasperate di certo pensiero animalista ed ecologista che si stracciano le vesti per l’estinzione dell’ultimo pesciolino microscopico nel fondo di chissà quale oceano, arrivano invece ad auspicare l’estinzione del genere umano, sterminatore di specie e stupratore di paesaggi.

Avrebbe molto più senso abbandonare questo scontro fra vegetariani/vegani e onnivori e porre la questione su un piano che coinvolga tutti, a prescindere da ogni legittima scelta sulla propria alimentazione. La produzione corretta di ogni alimento – non solo della carne, quindi – è un interesse di ogni consumatore, il quale vede invece spessissimo sacrificato il suo diritto alla salute e alla conoscenza della esatta composizione e provenienza del cibo alle necessità del mercato e alla produzione di prodotti a ritmi forsennati e insostenibili.

La prima etica da rispettare in chi produce del cibo è quella di tutelare chi andrà a consumarlo. Secondo questo principio diviene facile capire come certe tipologie di allevamenti e di produzione che comportano trattamenti inumani per gli animali utilizzati dovrebbero essere rivisti. Perché spesso una modalità inopportuna di trattamento dell’animale si evolve in un danno grave, se non mortale, alla salute dell’uomo che ne consuma la carne o altri derivati.

Tutti ricordano i casi della cosiddetta “muca pazza”, morbo che colpisce prevalentemente i bovini, ed è provocata da un agente infettivo non convenzionale, la cui causa scatenante è oramai riconosciuta nella somministrazione ai bovini di mangimi contenenti farine di carne ed ossa animali, spesso delle stesse specie ruminanti a cui erano destinate. La forzatura del mercato che – per aumentare in particolare la produzione di latte – arrivava a nutrire degli erbivori con componenti animali, ha comportato danni gravissimi alle bestie e a chi se n’è nutrito. Nonché all’economia delle carni bovine, che per anni ha scontato la diffidenza e la paura dei consumatori, patendo perdite enormi.

Anziché porre però la questione in termini condivisibili, cercando di inserire dei temperamenti alla forsennata ricerca del profitto a tutti i costi, si è scelta una via del tutto discutibile che apre alle medesime storture, replicate su altro genere di alimenti.

La FAO (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura) spinge da anni verso il consumo di insetti sostenendo che quasi 2000 specie siano considerate commestibili e vengano consumate da almeno 2 miliardi di persone nel mondo e cerca di forzare persone che vivono in Paesi con una cultura alimentare completamente diversa, che non solo ignora la destinazione alimentare di certi animali, ma ne prova un istintivo ribrezzo.

Analogamente, l’OMS (Organizzazione mondiale per la sanità) continua inserisce la carne rossa fra gli alimenti considerati “cancerogeni”, sebbene essa non possa essere considerata tale tout court, se inserita in una dieta bilanciata e priva di eccessi che – è noto – renderebbero dannoso il consumo di qualunque alimento. Martin Merrild, presidente del COPA (Associazione degli Agricoltori Europei), ha infatti spiegato che “I benefici nutrizionali del consumo di carni bovine, vitello, agnello, pollame, coniglio, ovine e suine e di uova sono chiari perché forniscono ai consumatori un eccellente apporto di proteine nella propria dieta” precisando che “l’allevamento è inoltre cruciale per l’economia delle zone rurali in cui spesso non vi sono alternative occupazionali“. E che andrebbero a scontrarsi con produttori di alimenti “alternativi” che vivono e producono in Paesi che non sono tenuti al rispetto delle regole comunitarie.

E sulla scorta di questa narrativa che vede nella carne e in altri prodotti da allevamento la causa di problemi che non è per nulla accertato siano dovuti alle attività imputate e che sarebbero comunque ridimensionabili con alcune regole e controlli ferrei, da estendere con maggior rigore ai prodotti di importazione extra europea, si è inserito il via libero della UE alla vendita degli insetti. Anche e soprattutto di fronte a questi nuovi “alimenti” è però lecito porsi le stesse domande di carattere sanitario e salutistico, su quelli che sono i metodi di produzione e sulla stessa provenienza e tracciabilità degli insetti, anche tenuto conto che la gran parte di questi nuovi prodotti proviene da Paesi extracomunitari, dove negli ultimi anni si sono registrati diversi casi di “allarmi alimentari”.

Ma un interrogativo ulteriore mi pare meriti risposta: a chi sono destinati i nuovi cibi preparati con cavallette, formiche e larve? Chi dovrà sobbarcarsi il costo, in termini di stravolgimento di abitudini e ridimensionamento delle proprie pretese alimentari, di dar seguito ai “suggerimenti” di queste entità sovranazionali, tanto preoccupate per la nostra salute e quella del nostro Pianeta? Insomma, cosa metterà in tavola dopo il 1° gennaio 2018 il maggiordomo di un funzionario della FAO, o di un esperto della OMS o di un “capoccia” di Bruxelles? Continuo a pensare alle tavolette di “proteine” somministrate ai poveracci e ai manicaretti gustosi e ipercalorici dei fortunati passeggeri dei vagoni delle prime classi, del treno Snowpiercer.

 

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.

 

L’inganno dei numeri

La matematica non è un’opinione: un’espressione tranchant, utilizzata da sempre per sancire, in senso perentorio, un dato o concetto non suscettibile di interpretazione.

Eppure in questi nostri tempi di inganni e mistificazioni, anche i numeri con la loro “testa dura”, hanno imparato prestarsi ai giochi di ricorre ai dati e alle statistiche al fine di conferire il crisma della inopponibilità alla propria interpretazione della realtà.

Una delle statistiche spesso portate avanti, ad esempio, da chi vorrebbe ridimensionare le istanze di sicurezza e ordine pubblico che da ogni parte del Paese si levano a fronte di un pericolo che si pretende solo “percepito” e non effettivo, è quella del presunto “calo percentuale dei reati”. Che, in alcune città, autorità politiche e di controllo pretendono si attesti anche su percentuali a due cifre.

Le statistiche sono fasulle? Esiste davvero, un’ondata di isteria che coinvolge larghe fette della popolazione, magari anche in virtù di una “galoppante xenofobia” di fronte al massiccio ingresso di stranieri, che falsa totalmente la percezione della realtà ?

Non esattamente.

Il fatto è che il dato nudo e crudo, riportato in modo fine a stesso non è indicativo della dimensione di certi fenomeni, se non lo si contestualizza e lo si approfondisce.

Nel rivendicare la diminuzione dei crimini, ad esempio, non si tiene conto del fatto che – a partire dal mese di febbraio dello scorso anno (2016) sono state decine le fattispecie di reato soggette a depenalizzazione.

La flessione percentuale del numero dei reati – e in particolare di determinate fattispecie delittuose – è in buona parte dovuta al semplice fatto che ciò che in passato era censito come reato penale, è stato derubricato a illecito amministrativo.

Non sono poche e non di lieve impatto le fattispecie che sono state interessate da tale intervento; solo per citarne alcune:

  • art. 635 c.p. – danneggiamento;

  • art. 527 c.p. – atti osceni;

  • art. 94 c.p. – ingiuria;

  • art. 726 c.p. – atti contrari alla pubblica decenza.

A partire dall’entrata in vigore del provvedimento di depenalizzazione, pertanto, qualora un individuo si denudi di fronte a una donna, a una ragazza o anche a un minore (atti osceni), quel comportamento non integra più una fattispecie di reato.

Allo stesso modo, laddove qualcuno urini o defechi per strada, ovvero cammini nudo per le vie di una città (atti contrari alla pubblica decenza), non potrà farsi valere nei suoi confronti la contestazione di un illecito penale e lo stesso sarà destinatario di una sola sanzione amministrativa.

Tutti questi e altri comportamenti spariscono dalle statistiche sui reati semplicemente perché non possono essere più inseriti fra le fattispecie penalmente perseguibili, non certo perché il loro verificarsi sia venuto meno o anche solo diminuito.

È, inoltre, opportuno ricordare che la ‘diminuzione statistica’ dei reati sconta anche l’oramai consolidata rassegnazione di molte vittime a non procedere con la denuncia dell’illecito subito, soprattutto per i piccoli furti e le molestie, in considerazione della sempre crescente sfiducia nella capacità della giustizia di punire adeguatamente il colpevole e – soprattutto – di tutelare la vittima dal doversi nuovamente confrontare con lo stesso nel giro di pochissimo tempo.

Una simile situazione si verifica anche con i dati relativi all’occupazione, spesso spesi e rilanciati al fine di giustificare l’ottimismo sulla “ripresa” dell’economia e sull’efficacia delle riforme giuslavoristiche varate dal Governo.

Anche in questo caso, l’aumento dell’occupazione e il calo della disoccupazione che di volta in volta vengono registrati e segnalati meriterebbero un approfondimento che non si fermi al semplice dato percentuale.

Da una parte in relazione alla composizione interna del dato: per quanto aumentino gli occupati, tale incremento ha riguardo ai soli contratti a termine, mentre il dato sui contratti a tempo indeterminato è in costante calo dall’approvazione del Jobs Act.

Dall’altra, in relazione al confronto con gli altri dati: in relazione a quasi tutti i mesi di analisi, si riscontra accanto al dato della diminuzione dei disoccupati, l’aumento degli “inattivi”, ovvero di coloro che non lavorano e non cercano un lavoro. Categoria questa la cui crescita dovrebbe rappresentare una concreta preoccupazione, anziché ispirare ottimismo.

Peraltro, le statistiche confermano che l’occupazione aumenta tra gli over 50, mentre diminuisce nelle altre classi di età: il ruolo giocato dagli ultracinquantenni nell’effetto positivo sui dati in materia di occupazione nasconde il meccanismo tutt’altro che positivo dell’aumento dell’età pensionabile che, ormai appare ufficiale e definitivo, nel 2019 sarà portata 67 anni, anche per le donne.

Si potrebbe aggiungere che l’utilizzo strumentale di dati e statistiche trova, d’altro canto, il corrispettivo contrario nelle mancate analisi dei numeri che ci spiegano come gli immigrati delinquano con incidenza percentuale molto maggiore rispetto agli indigeni o in relazione ai dati che dimostrano come in Italia il numero di violenze e omicidi con vittime di sesso femminile sia di gran lunga inferiore a quello delle illuminate socialdemocrazie nordiche.

Ma queste sono altre statistiche, queste sono altre strumentalizzazioni, questi sono altri inganni.

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.