Casus belli, la scintilla che fa la differenza?

Per quale ragione si scatenano le guerre? Della dinamica dell’interazione tra individui in carne ed ossa o di entità sociali dotate di un’individualità giuridica o prammatica, il conflitto è una componente intrinseca; tuttavia, esso non sempre si traduce in guerra aperta, da intendersi come il ricorso sistematico e ragionato della forza all’uopo di risolvere il conflitto in favore della propria parte. Soffermandoci, per evidenti motivi, sullo sviluppo della questione in Europa a partire dall’Antichità, incontreremmo il contributo d’intelletti raffinatissimi quali: Tucidide, Virgilio, Vegezio, Agostino d’Ippona, Isidoro di Siviglia, Nicolò Machiavelli, Francesco Guicciardini, Carl von Clausewitz e via dicendo. Esiste da una parte, tanto nella comune morale quanto in esito del ragionamento dei filosofi, che il ricorso alla guerra sia giustificato, talvolta, a priori. Ad esempio, nel caso si subisca l’offensiva del nemico, o laddove costretti da circostanze estremamente sfavorevoli: «Iuxtum enim est bellum quibus necessarium, et pia arma ubi nulla nisi in armis spes est» (‘Legittima è infatti la guerra per coloro ai quali è necessaria, e sacre le armi laddove non è alcuna speranza fuorché nelle armi’).1

Rispondere al quesito non è facile, quanto definire un concetto di ratio belli ⸺ ovvero, della volontà di ricorrere alla guerra ⸺ che corrisponda a quello, ben circoscritto nel dibattito intorno alla legittimità della guerra, di casus belli. Se accettassimo l’opinione, diffusa e probabilmente accurata, che la guerra sia la prosecuzione della politica con altri mezzi, o viceversa, potremmo convenire sul fatto che sia il rapporto tra questi due ambiti a facilitarla, per non dire a renderla inevitabile. Per esempio, potremmo immaginare che due potenze contrapposte, Atene e Sparta, abbiano un contenzioso aperto nel merito, ad esempio, del possesso di alcuni territori. Atene, volendo contenere Sparta, punta tutto sul proprio vantaggio in termini di disponibilità economiche e diplomatiche per guadagnarsi il favore dei governanti di questi territori. Sparta, che sa di avere un esercito più efficiente di quello ateniese, decide a quel punto di giocarsela alla prima occasione sul campo di battaglia. Soltanto allora si può parlare, eventualmente, di casus belli; in ogni caso, la guerra è stata già decisa prima che questo si verifichi. Non è detto che vi si arrivi: Atene, a quel punto, per evitarne lo scoppio potrebbe ad esempio accordarsi con gli spartani sull’estensione delle rispettive aree d’influenza. In quel caso, non vi sarebbe effettivamente alcuna guerra combattuta, e tuttavia il potenziale ricorso al proprio apparato militare da parte di una delle due potenze risulterebbe altrettanto decisivo che se fosse impiegato.2

Nel provocare lo scatenarsi di una guerra, dunque, non è tanto determinante il verificarsi di incidenti e incomprensioni, ai quali in genere la politica è capace di rimediare, quanto la precisa volontà di utilizzarli come casus belli, come pretesti ad aprire le ostilità sul campo. Questa è una verità della storia che occorre saper distinguere tra le righe. Nel 1914 non fu l’attentato a Francesco Ferdinando a provocare la Prima Guerra mondiale, ma l’intenzione da parte austriaca di servirsene come una sorta di assegno in bianco per risolvere con le armi il confronto austro-serbo, che a sua volta fu un prodotto dell’inarrestabile declino e del disfacimento dell’Impero ottomano.3 Peraltro, senza un’idea precisa di come farlo. Il gran direttore del ‘Concerto delle Potenze’, Otto von Bismarck, l’aveva infatti previsto, nella sua proverbiale lucidità di statista, invitando i grandi d’Europa a spartirselo subito o a lasciarlo in pace, per non dovere un giorno esser trascinati in una guerra generale dall’infernale meccanismo delle alleanze e dei casus foederis. L’Austria aveva deciso da tempo d’intervenire a fermare l’attivismo di Belgrado, almeno dall’epoca delle Guerre Balcaniche; la pistola di Gavrilo Princip le diede finalmente il pretesto.

Talvolta, in ragione della grande disparità di forze esistente tra i due contendenti, la guerra può divenire ancora più conveniente di altri mezzi alla risoluzione del confronto. Ad esempio, in tutti quei casi in cui una grande potenza si confronti con uno stato piccolo e debole. Sul finire dell’Ottocento, mentre cadeva ormai il crepuscolo sui resti dell’Impero spagnolo, ci si domandava nelle grandi capitali cosa ne sarebbe stato di Cuba. Provvidenzialmente, nella serata del 15 febbraio 1898 la corazzata Maine saltò in aria per ragioni sconosciute nella rada dell’Avana: gli americani colsero la palla al balzo e sfruttarono il casus belli per scrivere la parola ‘fine’ sulla storia del Imperio donde nunca se pone el sol, bruciando le capitali europee sul tempo. Le Filippine, Cuba, Puerto Rico e Guam passarono col trattato di Parigi, in cambio di un indennizzo in denaro, sotto l’egida degli Stati Uniti. Un tempismo talmente provvidenziale che non poca gente ha dubitato, da un secolo a questa parte, della buona fede di Washington.4

Guardando alla storia, non è difficile cogliervi almeno questa lezione: la ratio belli prevale, nel determinare un conflitto, su ogni altra ragione effettiva. Oggi le dinamiche del conflitto permanente tra le nazioni si sono trasformate rispetto alla Belle Epoque: non del tutto snaturate, si svolgono in contesti molteplici, vagamente connessi gli uni agli altri. L’opinione pubblica ha un peso molto più significativo rispetto al 1914; non tanto perché la gente s’informi e si faccia sentire di più, quanto perché l’informazione si svolge contemporaneamente attraverso canali molteplici, che è di volta in volta più facile o più difficile sfruttare a vantaggio dei grandi interessi. Soprattutto, è cambiata la guerra, trasformandosi nel confronto totale e senza quartiere che è stata l’ultima Guerra mondiale, o ‘Guerra civile europea’. Chi vince piglia tutto, e chi perde ⸺ Dio l’aiuti! Anche nella sua versione attenuata, di guerra fredda, l’arte bellica si è fatta sempre più dura e dispendiosa. Perché l’opinione pubblica l’accetti, è necessario che sia per un fine veramente giusto. Da qui la continua disumanizzazione del nemico, i tentativi di dipingerlo come arretrato, incivile, pericoloso; il che, oltre a costituire ipso facto una ragione più che legittima per muovergli guerra, funge da ottimo catalizzatore per la pubblica opinione ⸺ senza la quale, sin dai tempi dei faraoni, non si fa nulla. E’ necessario discutere ora dell’affaire Skripal? Degli episodi ormai già quasi dimenticati del golpe ucraino e della Crimea? Delle reiterate accuse che si rivolgono ai ‘dittatori’ che non piacciono o non fanno più comodo? Probabilmente sarebbe inutile. Per evitare di ritrovarsi coinvolti in una guerra per l’altrui interesse, occorre di tenere sempre a mente l’avvertimento della storia: le guerre avvengono per colpa di chi le vuole, non di chi impugna per primo le armi. Non necessariamente gli uni e gli altri coincidono.

 

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.

1 Tito Livio, Ab Urbe condita: 9,1. Cit. in Machiavelli, Il Principe: Esortazione a pigliare l’Italia e a liberarla dalle mani dei barbari, XXVI.

2 Con l’esempio di Atene e Sparta voglio intendere non nello specifico le due poleis elleniche, ma due potenze qualsiasi, siano esse USA e URSS, Francia e Spagna, Austria e Turchia. Ad esempio, la divisione del mondo in due blocchi e la dottrina della deterrenza nucleare, ovvero l’atteggiamento perenne di guerra fredda tra Mosca e Washington, senza mai venire allo scontro diretto tra le due capitali, assicurò al mondo cinquant’anni di relativa pace.

3 Con le due Guerre Balcaniche (1912-13) i residui possedimenti europei dell’Impero ottomano furono conquistati e spartiti tra Serbia, Montenegro, Bulgaria, Grecia e Romania. Il riassetto della penisola, soprattutto in favore della Serbia, preoccupò assai l’Austria, alle prese con la questione slava pure all’interno dei propri confini. Soprattutto, essa era problematica per le relazioni internazionali di Vienna: la questione delle compensazioni territoriali nei Balcani era un elemento fondamentale della Triplice Alleanza. L’Austria era intervenuta nel corso delle Guerre Balcaniche ad evitare che la Serbia acquisisse uno sbocco sull’Adriatico, del quale la privò con la costituzione di un’Albania indipendente, e poi appoggiando le rivendicazioni bulgare sulla Macedonia quando la Serbia la chiese in riparazione dello sbocco marittimo negatole.

4 Non fu dato sapere quali fossero le cause dell’affondamento. Gli Stati Uniti indicarono come responsabile una mina spagnola; gli spagnoli si dissero disposti a collaborare per chiarire le cause dell’accaduto, ma a Washington già risuonava il grido di guerra «Remember the Maine!» che chiamava a vendicare l’affronto. Questo fece da pendant al «Don’t forget the starving Cubans!» che la stampa aveva diffuso da tempo, accusando Madrid di maltrattamento della popolazione cubana nel reprimere la sollevazione dell’isola. L’incidente potrebbe esser stato causato da un guasto tecnico. Tuttora a Cuba è ufficiale l’opinione che si sia trattato di un false flag, come diremmo oggi.

 

Nuova vita alla terra spenta porterà il vento

 

 

 

 

 

 

 

Nuova vita alla terra spenta porterà il vento,
e i vecchi saranno giovani ancora una volta.

L’albero di Giuda, coppa d’agata, farà bere il giglio,
e l’occhio del narciso l’anemone guarderà ispirato.

Tanta nostalgia dei luoghi sofferta, volerà l’usignolo
nel giardino delle rose, tra le voci delle donne.

Se dalla moschea me ne vado alla taverna, non ti adirare:
lungamente si protrae l’Assemblea, e l’ora s’affretta.

Oh cuore! Se la gioia dell’oggi trattieni pel domani,
resterai senza nulla, che siffatto è il tempo.

Il mese avanti il digiuno le palme ricolma di vino:
tramonterà questo sole, e non ne vedrai a Ramazan!

Preziosa è la rosa: sfiorane i petali fin quando ne porta;
sicché, come viene, già se ne va, e più non ce ne avrà.

Oh menestrello! La festa è dell’amore: intona il tuo canto!
Cosa vale cantar le cose del passato, dell’avvenire?

Per te Hafez è tornato alla dimora dei viventi:
congedati da lui, solenne, che presto passerà alla morte!

— Hafez (Khāje Shams o-Dīn Moḥammad Ḥāfeẓ-e Shīrāzī, 1315-1390), Canto della Primavera. Resa italiana di Aleksandar Nursijski.

 

La foto in alto è di Grazia Roversi.

A votare ci sono andato

Saranno state le sette di mattina quando il telefono di casa ha preso a squillare. Subito mi sono alzato e, ancora insonnolito, precipitato a rispondere.

— Pronto?

— Tovarišč Nursijskij? Sono il presidente Putin. Scatto sull’attenti.

— Jest’, tovarišč prezident. Agli ordini!

— Ascoltami bene: devi correre subito al seggio e votare… Una voce mi chiama.

Mi sveglio, per davvero. Che diavolaccio! — penso — Speravo almeno in Putin, ma non ha finito di dirmi chi votare. Quella di ieri è stata una lunga notte. Ho letto tutti i programmi, di tutti i partiti; tranne, ovviamente, di quello che non posso votare neanche se costretto.

Con la mente sono tornato più volte tra la fine degli anni ’80 e i primi ’90, ho rivisto gli ultimi comizi, le ultime riflessioni del mio Presidente. Il luogo del suo ultimo riposo è lontano da qui, all’ombra degli olivi e delle palme da dattero; accanto a un pozzo d’acqua, che è vita in quel deserto che è da sempre il ricovero dei saggi.

Qui abbiamo un Pinocchio, il conte Gentiloni-Silveri; abbiamo un Grillo parlante, abbiamo il Cavaliere di Arcore e una strega col turbante che mangia bambini e spaccia improbabili elisir e infusi nella sua grotta sul Monte Citorius. Abbiamo anche tanti gnomi nostalgici del Condottiero nero e tanti elfi con le stelline rosse che fanno muro contro i primi e contro incubi (spaventosi, ma eterei) di un passato mitologico che non sembrano conoscere. Sembrerebbe, il nostro, il paese delle favole. Invece è solo un grande paese nelle mani di governanti da barzelletta.

A votare ci sono andato.

Davanti alla scheda ho ripensato a una grande bandiera rossa che ogni Primo maggio gli operai di Terni issavano sulla montagna che sovrasta la città. Molti di quegli operai, quella forza dirompente che plasma le epoche, quelle braccia e quella volontà che imbrigliano l’acqua e forgiano l’acciaio, quelle coscienze rosse e immacolate come il Sol dell’avvenire — che mai tramonterà sulla Città dell’acciaio — voteranno in massa contro il ‘votate bene’. Voteranno in massa contro un partito erede di comunisti e democristiani, che un tempo si facevano giusta concorrenza a governare il paese; non come oggi a leccare per primi, sotto la stessa bandiera, i piedi dello stesso Padrone.

Probabilmente ha ragione l’intellighenzia: forse il popolo delle fabbriche, quello che si spezza la schiena durante otto ore per portare a casa la pagnotta, non capisce che precarietà, sacrifici e il cambiare lavoro ogni cinque minuti sono cose buone e nel loro interesse. Forse è colpa degli hacker russi se i vecchi operai ternani hanno la nostalgia di un tempo in cui, almeno, non bastava una scusa per licenziarli e per mandare i loro figli a elemosinare un posto di lavoro in giro per l’Europa. Forse Mentana non ha fatto in tempo a ‘blastarli’, e quelli obbediscono ancora al malvagio buonsenso.

Ho ripensato a una frase in greco che ho letto ieri, ritenendola un presagio: «ci vergognammo di aver noi tradito gli dei e gli uomini». Non ho idea di chi l’abbia detta, perché l’ho letta su una grammatica; ma descrive perfettamente quel che ho sentito nella cabina elettorale davanti alle mie schede, obbligato all’inevitabile decisione.

Uscito dal seggio, quelli del picchetto mi hanno chiesto:

— Hai votato bene, Lesà? Non so se ho votato bene.

— Sicuro! — E tanto basta.

— Ho votato in c**o a voialtri!

 

 

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.