Ministra, ingenera, chirurga, sindaca… le parole non curano la povertà!

Ministra, ingenera, chirurga, sindaca… Ecc… Ecc..

In questi ultimi anni sono state portate avanti “grandi” battaglie per la parità di genere. “È una questione di cultura, non di grammatica” dicono le femministe, le stesse che si sono mosse quasi ossessivamente per correggere e declinare i mestieri e le professioni anche al femminile.
Abbiamo dovuto sorbire monologhi su monologhi, anche teatrali, come ad esempio quello portato in scena dalla Cortellesi, che hanno cercato di dimostrare la disparità di genere attraverso l’analisi di molti termini “negativi” declinati al femminile:

uomo di strada = uomo di popolo/donna di strada=mignotta;

uomo disponibile = uomo gentile e premuroso/donna disponibile=mignotta,

e così ad oltranza.

Si certo! Grandi conquiste. Grandi denunce…si si!

Immagino già la soddisfazione provata dalle donne, meglio se anche madri, disoccupate, sfruttate sul lavoro, nell’apprendere dell’esistenza di questi grandi progressi.

Immagino come, davanti alla tavola con poco cibo, davanti alle bollette accumulate in attesa di essere pagate, davanti alla drammaticità di dover scegliere se comprare il pane o la pasta, dinanzi ai bisogni dei propri figli, una donna tiri un sospiro di sollievo e faccia salti di gioia sapendo che c’è chi si batte per ripristinare il lessico della parità contro ogni violenza di genere.

Oh si! Anche io, divorziata e con tre figlie, quando sono stata ingiustamente licenziata, così su due piedi e senza preavviso, ho subito pensato: “FIUUU! Per fortuna che c’è la parità di genere…”

AH NO!

La prima cosa che ho pensato è stata: “adesso come faccio?”

Mi chiedo come sia possibile, come siamo arrivati a questo?

Come può un datore di lavoro decidere di licenziare una lavoratrice, su due piedi, e passarla liscia?

Dove sono andate a finire le conquiste sul lavoro ottenute dai nostri padri e nonni?
Lavoravo come badante, uno di quei lavori per i quali va tanto di moda dire “che gli italiani non vogliono più fare”, con un contratto di 12 ore a settimana per un corrisposto di 208€ al mese, senza busta paga.

Mi hanno chiesto in molti come mai io abbia accettato un simile trattamento lavorativo e ho sempre risposto che quando si è nella mia situazione, non viene difficile abbassare la testa, nell’impellenza dei bisogni più essenziali.

Detto ciò, cosa se ne fa una donna come me di effimere battaglie grammaticali quando non riesce a far valere i suoi diritti primari?

Cosa dovremmo dire ai nostri figli nel caso non riuscissimo a portare il piatto in tavola?
Ricordo di padri e madri che si sono tolti la vita, incapaci di sopportare una simile situazione di disagio, tutto questo senza destare rumore, senza destare l’indignazione della classe politica.
Volevano ridurci in schiavitù? Pare ci stiano riuscendo!

Ci hanno piegati al ricatto, mentre politici e neo-femministe si riempivano la bocca di parole pompose ma inutili.

Ho visto famiglie, oberate dai debiti, perdere la propria casa.

Ho visto donne separate e disoccupate correre il rischio di perdere i propri figli, altre vederseli portare via dagli assistenti sociali, ovvero dallo Stato che preferisce vederli separati dai genitori, chiusi in una casa famiglia, piuttosto che dare alla famiglia di origine la possibilità di mantenerli e prendersi cura di loro.

Ho visto donne piangere lacrime amare, costrette a umiliarsi, persino vendere il proprio corpo per non far mancare ai figli il necessario.

Ministra, ingegnera, chirurga, sindaca, tutte parole sintomo di un Paese e di una classe politica fallimentare, volta a portare avanti frivolezze a giovamento dell’èlite e, di contro, sotterrare diritti che riguardano la maggior parte della popolazione.

 

L’illustrazione è dell’autrice.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *