Elogio della Buona volontà

Risparmio il “premetto che non ho studiato teologia”, perché non credo che qualcuno ne dubitasse. Resto comunque perplessa di fronte a queste nuove formule liturgiche che cercano di adattare il divino alla misera imperfezione umana, anziché tentare di elevare quest’ultima. Ancora piu’ dell’improbabile nuovo “Padre Nostro”, mi colpisce l’abiura alla volontà umana nel “Gloria”.

Quel “pace in terra agli uomini di buona volontà” che diventa “pace in terra agli uomini amati dal Signore”. Nel ‘Gloria’ il concetto di “pace” ha una dimensione tutt’altro che petalosa e politicamente corretta: non è quel valore assoluto in sé e per sé considerato, non è il rovescio della “guerra brutta!!!”, non è l’astrazione infantile cantata in “we are the world” o ostentata al balcone di casa con lo straccio arcobaleno.

È la conquista di coloro che vivono e operano con “buona volontà”. È l’ambíto giusto premio, elargito dalla Divinità, non a tutti gli uomini, ma a coloro che si impegnino fattivamente per trovarla, quella pace che è uno stato di grazia (di “edoné” avrebbero detto forse i Greci) che investe il piano materiale e spirituale dell’esistenza umana. In quella frase è stigmatizzato il contrario dell’orrido concetto di predestinazione protestante e la centralità del meraviglioso postulato del “libero arbitrio” che il Creatore concede alla sua Creatura. Per cui, se risulta assolutamente falso che la concessione della grazia divina sia una scelta aprioristica della Divinità che l’Uomo deve solo subire, viene contestualmente stabilito che l’Uomo può e deve con la propria volontà meritare quella grazia.

Nel concedere la pace non “agli uomini di buona volontà” ma a quelli “amati dal Signore”, scopriremo in via consequenziale – ovviamente – che “Dio ama tutti”. Vedremo ribadita ancora quella riduzione della Divinità a nonno bonario, che elargisce amore a prescindere, che tutto perdona, anche in mancanza del vero pentimento e del ripudio del male per la retta via, che vuole amore e tolleranza fra gli uomini, senza distinguerne le azioni e i comportamenti.

Che dire, confidiamo nelle vecchine, assidue frequentatrici delle messe e capisaldi delle celebrazioni, che spesso guidano con verve e slancio da capi ultrà delle curve degli stadi, affinché continuino imperterrite a recitare le preghiere come sempre le hanno conosciute. Perché anche nella ripetizione uguale a se stessa e nel tramandarsi di parole antiche si svela la portata del Mistero di cui l’Uomo ha bisogno.

L’esegesi letterale delle parole, la ricostruzione scolastica dell’etimo dei termini – ammesso che siano da considerarsi corretti – è roba che esula da quella spinta alla dimensione di fede e di arcano al cui venir meno l’Uomo moderno si trova inesorabilmente orfano e perso. Risponde invece a logiche “umane, troppo umane” e secolari, che allontanano il credente e fanno applaudire il laico, il quale non nutre bisogni spirituali, ma vive con compiacimento il costante svilimento della religione ad ancella del politicamente corretto.

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