L’Argentina dice no alla “cultura della morte”. Un’intervista contro il “vangelo progressista”

<Buenos Aires a ferro e fuoco dopo che il Senato argentino ha votato contro la legalizzazione dell’aborto: 38 senatori si sono espressi contro la proposta, 31 a favore e due si sono astenuti. Scontri in strada tra manifestanti pro aborto e forze dell’ordine che hanno usato gli idranti per sedare le proteste e disperdere la folla. Tafferugli anche nelle periferie. La legge avrebbe consentito l’interruzione volontaria di gravidanza fino alla 14 settimana. Il provvedimento era stato approvato alla Camera lo scorso giugno>. Il Messaggero

Ispirandoci ai recentissimi fatti di cronaca, pubblichiamo di seguito un’intervista realizzata da Stelio Fergola, giornalista, direttore della testata online Oltre La Linea e autore del saggio “La cultura della morte”, Edizioni La Vela.

Il saggio raccoglie, tra le altre cose, voci di giovani donne contrarie all’aborto (come l’intervistata) sulle cui argomentazioni è interessante soffermarsi. Con domande mirate, l’autore mira a dimostrare che, oltre “la cultura della morte”, esiste una coscienza oppositiva che si pone qualche domanda in più dinanzi al “vangelo progressista”.

SF: Credi che l’aborto sia un diritto? Se no, per quale motivo?

I: Io penso che esista sopra ogni cosa il diritto alla vita. E credo che l’aborto, prima di essere un problema giuridico, sia un problema culturale e politico. Certo, determinate legislazioni, hanno assolto spesso una sorta di funzione ‘didattica’, hanno introdotto o modificato i costumi. Va detto anche che il diritto ha dei limiti. Si pensi alla nostra legge che fa di un feto “un grumo di cellule” abortibile fino al 90° giorno di gestazione, e un bambino non abortibile dal 91° giorno in poi. Questo termine varia da Stato a Stato, quindi, lo stesso feto potrebbe essere ancora abortibile in uno Stato e non più in un altro. Il diritto non arriva dappertutto insomma. Sono del parere che, vigente anche la legge più favorevole in assoluto all’aborto, resta prioritaria l’informazione. Le immagini che immortalano “i prodotti dell’aborto”, piccoli esserini fatti a pezzi col forcipe, sono bannate dai mezzi di comunicazione, dove invece abbondano spot più o meno velati dell’aborto, come allegra soluzione finale al “problema”. C’è asimmetria informativa. Il bambino, poi, non è una malattia. Inoltre, aspetto poco affrontato, occorrono legislazioni che creino le condizioni per non fare mancare ai bambini nati vivi, nati da aborto, che esistono!, le cure adeguate finalizzate alla loro sopravvivenza.

SF: Come viene vissuto nell’ambiente in cui vivi questa tua posizione?

I: Le mie posizioni sono certamente biasimate, tacciate di bigottismo, arroganza (oggi è arrogante chiunque cerchi ancora di mantenere una linea divisoria tra il bene e il male, chi sogna ancora una società che tenda alla vita e non alla morte), tutto ciò perché “la libertà”, quella più sconclusionata e slegata da una sorgente di senso, non si tocca. Tutto ciò non ci scoraggia.

SF: Perché a tuo avviso le donne abortiste affermano di essere le esclusive depositarie dei destini del concepito?

I: Perché confondono il loro corpo con quello del bambino. La donna è la prima culla del bambino, oltre che sua co-genitrice, ma non è il bambino e il bambino non è una parte del suo corpo, ma creatura a se stante.

SF: Pensi che aborto e femminismo siano legate?

I: Penso che il femminismo progressista abbia commesso e continui a commettere molti errori. In primis, guarda alla donna come un corpo-contenitore freddo e non come persona condensante in sé più dimensioni, siano essere prodotto degli istinti umani, dell’esperienza, della cultura, della formazione. L’istinto materno, i legami emotivi, la dimensione psicologica. L’aborto cambia le donne. L’aborto certamente non è un intervento sanitario e basta. E se è vero che il concepito – come afferma un certo femminismo – è solo un grumo di cellule, allora la donna non è “incinta”. Molte donne che ricorrono all’aborto, a distanza di anni, capiscono di essere state “ingannate”, di non avere avuto il tempo per pensare abbastanza, di essere state convinte sulla base di argomentazioni che non hanno tenuto conto della loro natura fatta sì di corpo, ma anche di istinto (legame istintivo/inconscio che poi scoprono di avere provato verso la creatura che avevano in grembo), sentimento, spirito.

In secundis, la decostruzione femminista della famiglia patriarcale è finita per trasporsi nella costruzione di una donna che rinuncia al suo ruolo naturale di madre e compagna, per rendersi sempre più “distante da sè”. Gli effetti più disastrosi di tale ‘allontanamento dalla natura’, si rinvengono sul terreno familiare e sociale. Le donne hanno smesso di essere il “pilastro” del focolare, immagine forse troppo anacronistica, ma ancora – a mio avviso – sensata, vecchia ma non scellerata (Cento uomini possono fare un accampamento, ma serve una donna per fare una casa! Servono una donna e un uomo per fare un nido, una famiglia), nelle politiche che non producono più né tendono verso una società a misura di donna e di bambino (quante donne vengono licenziate per il solo fatto di essere in gravidanza?).

Ancora, la maternità è si una condizione tutta femminile, ma i figli sono figli ad una madre e ad un padre. “L’utero è mio e me lo gestisco io”, famoso e fumoso slogan femminista arresta la sua forza davanti alla “verità del padre”. Il padre non è come accennano i fautori delle modernissime pericolose teorie gender “un concetto antropologico”, un costrutto culturale, un’elaborazione empirica. Certamente è delicata la questione riguardante la valorizzazione del suo consenso o dissenso nell’eventuale scelta abortiva della co-genitrice (sia essa o meno la compagna di vita), ma è un argomento allo stesso tempo non più rimandabile.

 

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