Proletari d’Italia, sterilizzatevi!

Sia come sia, tanto dal punto di vista etimologico che da quello ideologico, da sempre il termine proletario ha significato per l’Italia «ricco solo del lavoro dei proprî figli», secondo l’interpretazione dell’Enciclopedia Treccani.

È il concetto di proles che ha caratterizzato un grande periodo storico che va dalla fine della prima metà dell’ottocento alla seconda metà del novecento. Un tempo simbolico che inizia con l’invocazione finale del Manifesto del Partito comunista – “Proletari di tutto il mondo, unitevi!” –, che prosegue con l’usuale incipit dei discorsi di Mussolini – “Italia proletaria e fascista, in piedi!”, e si conclude con il boom economico e un certo mantenimento demografico.

Negli ultimi anni, questo aspetto non solo è stato trascurato dalle politiche familiari, con grandi enunciazioni e scarsa concretezza sociale, ma addirittura si è formata una setta pseudointellettuale che esige di filtrare ogni espressione umana, dai pensieri agli spot pubblicitari, con la pretesa finale del giudizio, a riguardo della questione figli con tutti i connessi: gravidanza su delega, acquisto a distanza, adozione omosessuale, educazione di genere ed altre perversioni.

Le critiche piovute sulla promozione della Chicco a favore della natalità ha del surreale. A prescindere che personalmente non mi è piaciuta dal punto di vista stilistico, è il concetto in sé che va difeso, soprattutto per quanto riguarda il nostro Paese e l’Europa in generale, oltre a sostenere per principio la libertà di opinione.

È paradossale che si festeggi come grande conquista del ’68 la legge sull’aborto e, contemporaneamente, si invochi una sostituzione etnica a causa del disastro demografico che colpisce la nostra civiltà.

Ma, al di là di tutto, ciò che è significativo è che questa posizione politica sia sostenuta da quel cascame dello schema ideologico ottocentesco definibile come ‘sinistra’.

Come aveva lucidamente denunciato il filosofo marxista Costanzo Preve: «La cosiddetta ‘sinistra’ ha sostituito al mito sociologico del proletariato il mito antropologico della diversità e dell’immigrato». Ecco la questione fondamentale. Il movimento femminista, che di questa sinistra è sempre stata una delle armi sociologiche, è passata dalla richiesta dei diritti alla rivendicazione delle devianze: dalla lotta contro la reificazione del corpo al moralismo contro il nudo pubblicitario, passando attraverso il sindacato delle prostitute e l’appoggio a quella carnevalata oscena e pervertita del gay pride. Il movimento dei lavoratori, proditoriamente rappresentato dai sindacati di potere, non si attiva più per le migliaia di morti sul lavoro o per i suicidi dei licenziati e dei disoccupati, ma condivide attivamente la nuova tratta degli schiavi e accetta ogni dequalificazione e abbassamento retributivo. Il movimento politico, genericamente inteso come l’insieme delle varie rappresentanze ideologiche di sinistra, ha ormai abbracciato la causa delle grandi élite finanziarie e del potere del capitale, chiudendosi nell’egoismo anomico di un benessere sempre più ristretto in ridotte caste e cieco e sordo alle istanze di un popolo ritenuto con fastidiosa boria un fastidioso lamento populista.

Quindi, indipendentemente dal mio personale disinteresse, largo allo spot della Chicco. Che la fertilità vinca, anche contro la sterilità del pensiero unico e omologato. E così, per quanto riguarda la questione demografica, si torni all’opinione di Giovanni Pascoli quando nel 1911 proclamò che “La grande proletaria si è mossa”, sostenendo l’intervento militare italiano in Libia, e ribaltando la posizione imbelle e disfattista dei disertori e dei traditori di sempre che applaudono l’invasione libica, e non solo, dell’Italia.

 

Foto in alto di Alfonsa Cirrincione.

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