Un buio che abbaglia. Trittico del fuoco

    

Passi stanchi di catene

rimbombano,
e vocii sgolati da scatole parlanti:

paesaggi umani

desolanti!

Il denaro che nobilita tutto:
le frasche, lo sterco
ed anche gli insetti.

Commerci di carni
di uomini interi, piccoli e grandi,
oppure a pezzetti.

Locuste giganti ornate di scienza

alimentano il nero,
il nulla che avanza
e che ci avvolge

in un freddo incolore

che sa di muffa, di pane raffermo,

di un vuoto profondo

che si dilata e poi si assottiglia

spegnendo ogni fiamma.
Il muro di gomma
cambia il colore
e pure la forma
ma senza intermezzi
diviene più spesso.

Adesso
è un groviglio, un intruglio,

infimo travaglio
di popoli inerti, forse già morti
(a volte conviene),
ormai assuefatti e come soggetti
ad un buio che abbaglia.
Anime cupe, impuniti,

arroganti
i padroni del mondo,
in fondo,

persone perbene.

Intanto,

sempre più forti
rimbombano i cori

di passi stanchi

di catene.

 

 

Poesia di Alfio Santocono

Immagini di Monica Calà

Proletari d’Italia, sterilizzatevi!

Sia come sia, tanto dal punto di vista etimologico che da quello ideologico, da sempre il termine proletario ha significato per l’Italia «ricco solo del lavoro dei proprî figli», secondo l’interpretazione dell’Enciclopedia Treccani.

È il concetto di proles che ha caratterizzato un grande periodo storico che va dalla fine della prima metà dell’ottocento alla seconda metà del novecento. Un tempo simbolico che inizia con l’invocazione finale del Manifesto del Partito comunista – “Proletari di tutto il mondo, unitevi!” –, che prosegue con l’usuale incipit dei discorsi di Mussolini – “Italia proletaria e fascista, in piedi!”, e si conclude con il boom economico e un certo mantenimento demografico.

Negli ultimi anni, questo aspetto non solo è stato trascurato dalle politiche familiari, con grandi enunciazioni e scarsa concretezza sociale, ma addirittura si è formata una setta pseudointellettuale che esige di filtrare ogni espressione umana, dai pensieri agli spot pubblicitari, con la pretesa finale del giudizio, a riguardo della questione figli con tutti i connessi: gravidanza su delega, acquisto a distanza, adozione omosessuale, educazione di genere ed altre perversioni.

Le critiche piovute sulla promozione della Chicco a favore della natalità ha del surreale. A prescindere che personalmente non mi è piaciuta dal punto di vista stilistico, è il concetto in sé che va difeso, soprattutto per quanto riguarda il nostro Paese e l’Europa in generale, oltre a sostenere per principio la libertà di opinione.

È paradossale che si festeggi come grande conquista del ’68 la legge sull’aborto e, contemporaneamente, si invochi una sostituzione etnica a causa del disastro demografico che colpisce la nostra civiltà.

Ma, al di là di tutto, ciò che è significativo è che questa posizione politica sia sostenuta da quel cascame dello schema ideologico ottocentesco definibile come ‘sinistra’.

Come aveva lucidamente denunciato il filosofo marxista Costanzo Preve: «La cosiddetta ‘sinistra’ ha sostituito al mito sociologico del proletariato il mito antropologico della diversità e dell’immigrato». Ecco la questione fondamentale. Il movimento femminista, che di questa sinistra è sempre stata una delle armi sociologiche, è passata dalla richiesta dei diritti alla rivendicazione delle devianze: dalla lotta contro la reificazione del corpo al moralismo contro il nudo pubblicitario, passando attraverso il sindacato delle prostitute e l’appoggio a quella carnevalata oscena e pervertita del gay pride. Il movimento dei lavoratori, proditoriamente rappresentato dai sindacati di potere, non si attiva più per le migliaia di morti sul lavoro o per i suicidi dei licenziati e dei disoccupati, ma condivide attivamente la nuova tratta degli schiavi e accetta ogni dequalificazione e abbassamento retributivo. Il movimento politico, genericamente inteso come l’insieme delle varie rappresentanze ideologiche di sinistra, ha ormai abbracciato la causa delle grandi élite finanziarie e del potere del capitale, chiudendosi nell’egoismo anomico di un benessere sempre più ristretto in ridotte caste e cieco e sordo alle istanze di un popolo ritenuto con fastidiosa boria un fastidioso lamento populista.

Quindi, indipendentemente dal mio personale disinteresse, largo allo spot della Chicco. Che la fertilità vinca, anche contro la sterilità del pensiero unico e omologato. E così, per quanto riguarda la questione demografica, si torni all’opinione di Giovanni Pascoli quando nel 1911 proclamò che “La grande proletaria si è mossa”, sostenendo l’intervento militare italiano in Libia, e ribaltando la posizione imbelle e disfattista dei disertori e dei traditori di sempre che applaudono l’invasione libica, e non solo, dell’Italia.

 

Foto in alto di Alfonsa Cirrincione.

Quando l’accoglienza ratifica le nuove schiavitù

In tema di sbarchi di donne immigrate – immigrate e non migranti, perché altrimenti dovremmo sovrapporre situazioni molto diverse e saremmo molto ipocriti – occorre dire che ad uno Stato di diritto non dovrebbe bastare la commozione dell’inquantodonnismo buonista ed abbisogna urlare che è oscena e pericolosissima l’accoglienza ad ogni costo, bramata dal clero progressista e dirittoumanista che dogmatizza i temi per non occuparsi delle conseguenze, coraggiosamente affrontando la realtà.

«Era partita dalla Nigeria convinta che in Italia avrebbe fatto la parrucchiera. Ma dopo lo sbarco in Sicilia, era diventata un’altra delle prostitute al servizio di madame senza scrupoli».1 È questo solo uno dei tanti incipit di racconti di cronaca che in poche parole la dicono lunga sulle nuove schiavitù perpetrate in nome dei diritti umani, categoria oggi come non mai abusata se non addirittura piegata a pezza d’appoggio ideologico per giustificare persino la negazione degli stessi diritti.

Se oltre l’80% degli immigrati che giungono sulle nostre coste è costituito da maschi giovani e possenti in età da leva, la restante parte è formata da donne – pochi i bambini – per lo più di origine nigeriana che, una volta giunte in Italia, completano un iter particolarissimo e dolorosissimo iniziato in patria: sono le tappe della tratta che le toglie dal ‘dominio’ del pater familias per consegnarle a quello delle madame della strada.

Open Migration, organizzazione facente capo al filantropo George Soros, si è occupata del tema della tratta delle nigeriane realizzando un progetto sul tema che presenta spunti interessanti, se non altro perché condotto a nome e per conto di uno dei più grandi fautori dell’Europa “multiculturale” a colpi di sostanziosi finanziamenti.

Diversi rapporti fanno riferimento ai vari momenti della riduzione in schiavitù che inizia con una vera e propria negoziazione all’interno del focolare domestico dove viene portata la ‘proposta’ di partenza verso il mondo benestante e occidentalizzato che «fa leva su ragazze in condizioni di estrema miseria. A volte sanno perfettamente cosa vanno a fare, ma la considerano una prospettiva migliore”[…]. Nelle famiglie più numerose le primogenite spesso vengono scelte per affrontare questo viaggio ed essere d’aiuto ai parenti. Nella maggioranza dei casi, però, la vittima di tratta non sa quale sarà il suo destino e viene raggirata: qualcuno le dice di avere un’amica in Italia che cerca ragazze per un negozio, per fare treccine o fare le baby sitter»2

Occorre rendersi conto, a dispetto di ogni favolosa proiezione, qual è il destino reale che le attende: il più delle volte quello della strada.

Le donne, spesso minorenni, sono di frequente quindi affidate alla cura di presunti parenti o amici delle famiglie che le consegnano, ignare ma non sempre, del fatto che il sogno di una vita altra e migliore sarà presto disatteso, per propugnare loro una quotidianità di violenza e sfruttamento. «La giovane nigeriana sarebbe stata prelevata da una comunità di Noto dall’organizzazione diretta da Sonis Ada, chiamata “Madame Sonia”, affidandola alla sorella Charity Adesuwa Edokpayi in provincia di Ascoli Piceno. Lì la giovane è stata costretta a prostituirsi per saldare il cosiddetto “debito di ingaggio”. Per tenere in schiavitù le ragazze, l’organizzazione riusciva a mantenere tramite i sodali in Nigeria rapporti costanti con i familiari delle ragazze, avevano cura di avvisarli e minacciarli ogni qual volta le giovani opponessero resistenze, tentassero la fuga o non si impegnassero nella prostituzione».

Ancora, sempre nel rapporto sulla tratta realizzato da Open Migration, si precisa come «la maggior parte delle volte le vittime indicano gli accompagnatori come zii, mariti, fratelli, in modo da non essere separate da loro. In realtà, precisa l’Oim, non sono altro che boga, “il cui obiettivo è quello di condurle al trafficante che le attende in Europa. Per le reti criminali si tratta della consegna della ‘merce’ da parte di corrieri che viaggiano con le vittime”».

Il boga è il connection man, una delle figure intermedie, “operatori” della tratta cui prendono parte anche il reclutatore in loco, lo ‘sciamano’ che realizza il voodoo – il rito di legamento attraverso il quale alle ragazze viene fatto assumere l’impegno di pagare il debito “contratto” verso chi le farà arrivare in Italia –, le madame e coloro che si occuperanno delle ragazze in Italia. Se si tratta di una persona di fiducia del reclutatore, il boga viene chiamato trolley-man. «In Italia c’è poi il ticket-man – si legge sul sito che, su incarico della madame, va a prendere la ragazza nella struttura dove è stata messa, le paga il biglietto e la mette su un pullman diretto alla sua destinazione finale, che di solito è il Nord».

L’accoglienza non è un valore se non sa garantire sicurezza e dignità della Persona.

L’accoglienza non è un valore se fonda i suoi presupposti sull’ipocrisia del non riconoscere differenze culturali e stadi evolutivi della società e del diritto agito, che possono essere, seppur espressione di relativi propri valori – che il confine tra valore e disvalore sia labile tra mondi lontanissimi lo dimostra la considerazione di alcune pratiche quali ad esempio l’infibulazione –, tra loro in ogni modo diversi e non compatibili. Così se la donna è riconosciuta e tutelata in alcuni ordinamenti e culture non è sempre detto che lo sia in altre allo stesso modo, e i concetti di riconoscimento e tutela restano comunque convenzionali e mutabili mutato il comune sentire.

In Nigeria, secondo la legge islamica il padre ha il diritto, salvo che non rinunci consentendogli di scegliere il marito tra i pretendenti, di concludere i matrimoni a nome dei suoi figli ancora neonati o per conto delle figlie illibate. La regola è temperata dal fatto che la bambina avrebbe la possibilità di recedere dal contratto di matrimonio al raggiungimento dell’età della pubertà. Al consenso dei nubendi per l’instaurazione del vincolo coniugale si aggiunge quello dei genitori posto ad validitatem dalla sharia. Questo enorme “potere” costituisce talora la coperta di liceità per celare vere e proprie “vendite” di quelle che diventeranno il ricambio nella filiera del sesso che non soffre di cali di domanda.

La tratta delle donne a fini di prostituzione è quindi sempre più africana e non solo per le ragioni sinora esposte. La “tratta delle bianche” infatti è meno agevole, poiché «a partire dall’allargamento a est dell’Europa, consolidatosi nel 2004, per le ragazze provenienti dall’ex blocco sovietico veniva a mancare una delle precondizioni che porta le donne a finire in balia di gruppi criminali e schiavisti: la clandestinità e l’assenza di documenti. Il poter entrare regolarmente nei paesi Ue non significa che le condizioni sociali e lavorative siano necessariamente migliorate. Ma vuol dire che le migranti da est non sono più obbligate a rivolgersi a reti informali, criminali e simil-mafiose per poter attraversare i confini e accedere a un lavoro o un’abitazione. Lo stesso non avviene per le nigeriane, che, infatti, come dimostrano i dati più recenti dell’Agenzia europea per la sorveglianza dei confini, Frontex, rappresentano stabilmente uno dei principali gruppi nazionali che si affidano ai trafficanti di uomini per giungere in Europa.»3

L’accoglienza non è un valore se nella sostanza degli avvenimenti “sospende” i diritti umani di alcuni, in questo caso le donne, negando loro il diritto primo alla libertà e il suo corollario alla dignità.

L’accoglienza non è un valore se “ratifica” nella pratica le condotte criminali delle nuove mafie internazionali ormai salde sul territorio nazionale.

Ancora, non è Salvini o chi per lui ponga in essere politiche di trattamento dello straniero giunto clandestinamente molto restrittive, a non avere cura dei diritti umani, ma la negazione degli stessi caratterizza già il “nido” all’interno delle quale nascono queste sfortunate e che non le tutela, per un limite culturale abnorme in forza del quale sono res, merce di scambio su cui fare profitti. La migrazione non necessariamente comporta un miglioramento alla loro condizione, anzi, di solito la peggiora. E questi sono fatti.

Chi è per l’accoglienza a priori può anche lavarsi le mani alla fontana di un buonismo sconclusionato, ma non sta lavando via l’onta della complicità con i più mostruosi meccanismi di schiavitù di cui un giorno si dovrà pagare il conto. Almeno quello morale.

 

Disegno dell’autrice del pezzo.

1-2https://openmigration.org/analisi/dalla-nigeria-a-catania-il-percorso-delle-vittime-di-tratta/

3https://www.osservatoriodiritti.it/2017/05/24/prostituzione-in-italia-nigeria-sostituisce-est-europa/