Maestre (e) divise

In ogni organizzazione ideologico-politica esistono persone che sembrano fare di tutto per confermare i peggiori stereotipi su di loro. Durante l’ultimo mese di sprint pre-elettorale per la legislatura 2018, la maestra di scuola elementare Lavinia Flavia Cassaro, classe 1980, manifestando contro i sostenitori del candidato di CasaPound presente a Torino, in seguito ai consueti scontri con le forze dell’ordine ha gridato contro i poliziotti frasi come: «Schifosi! Dovete morire! Mezze cartucce del ca**o!»; nell’intervista successiva al filmato, ha dichiarato al giornalista Angelo Macchiavello: «È triste, ma non sbagliato, perché potrei trovarmi a combattere fucile in mano [!] contro questi individui». Gli «individui» sarebbero i poliziotti o i militanti di estrema destra? Non è una differenza da poco.

Vedendo per la prima volta il filmato, non si crede di trovarsi davanti a una insegnante di scuola elementare: la voce leggermente rauca e abbassata di tono tipica di chi si è “sgolato”, spesso curiosamente uniforme tra coloro che si “sgolano” nella “galassia ACAB”i; ben stretta in pugno durante tutta l’intervista, la bottiglia di birra, che – come avevo intuìto, ed espresso tra il serio e il faceto in un mio post su Facebook, nella settimana del centenario della Rivoluzione russa – nella Torino impoverita e disoccupata ma infastidita dall’ordinanza comunale contro il consumo di alcolici all’aperto dopo le ore 20, sta diventando quasi davvero il gesto ribelle e antisistema per eccellenza. Fermo restando che «Tutti hanno diritto di manifestare il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione» (articolo 21 della Costituzione della Repubblica), l’elenco dei «mi piace» sulla sua pagina Facebook è un monumento allo schieramento ideologico senza nessuna nuance, al «queer», all’anarco-comunismo, alla «bigottofobia» [sic], al ribellismo senza se e senza ma.

Tutto ciò non aiuta a liberarsi dello stereotipo del «tipo da centro sociale» sui cui gli avversari-nemici si scagliano volentieri; continua anzi ad alimentare errate generalizzazioni e perplessità nelle famiglie, che – complici una parte della politica e una parte dei mass media che spesso e volentieri “sparano” contro la scuola pubblica – cadendo nell’estremo opposto giudicano la scuola statale un inutile, anzi dannoso, ricettacolo di «comunisti», «post-sessantottini frustrati», eccetera, come se uno o pochi casi dimostrassero che l’intero corpo docente sia una massa di ideologizzati . Allo stesso modo sbaglia chi sostiene che il comportamento della maestra Cassaro verso i poliziotti in piazza dimostrerebbe la sua inaffidabilità come insegnante nei confronti degli alunni (così come sbaglierebbe chi sostenesse che una insegnante sgradevole in aula sarebbe necessariamente anche una cittadina incivile fuori dalla scuola), perché la signora soffrirà sì di un furor ideologico nell’esprimersi sulle forze dell’ordine, ma avendo per allievi bambini tra i 6 e gli 11 anni non c’è da paventare il rischio di faziosità politica nell’insegnamento e di “indottrinamento”, come se si trattasse di studenti di scuola superiore. Scoprire che la signora Cassaro è davvero una insegnante elementare mi ha fatto quindi pensare alla mia maestra: un salto nel tempo oltre 20 anni fa.

La mia maestra si chiamava Gemma ed era straordinariamente dotata nel trattare con i bambini. In cinque anni di scuola elementare perse la pazienza seriamente una sola volta, giungendo a lanciare per l’aula qualche quaderno (compreso il mio). L’unica volta che la sentimmo dire due parolacce fu quando, in quarta elementare, con una delle sue “prediche” (sapeva di apparire «brontolona» ma sapeva bene che le sue “prediche” sarebbero state utili) rimproverò qualche nostro compagno che usava le parolacce, imitando il loro modo di parlare in modo sarcastico: non era bello dire «passami quel ca**o di bicchiere», oppure «questa cosa è una me**a» anziché semplicemente «questa cosa non mi piace». Sentirla dire queste parole ci faceva sghignazzare con la faccia nascosta dietro le braccia conserte sul banco, ma il messaggio era ben chiaro. A suo modo era sollecita verso ognuno, percependo bene le singole situazioni e differenze familiari. Aveva un figlio e una figlia, era cattolica, e per questo era sia antifascista, sia antisovietica: soprannominava «Mussolini» gli arroganti e chi si atteggiasse a decisore indiscutibile e illudesse il prossimo con promesse “enormi”; anche se ne capivamo poco, essendo tutti al di qua dei 10 anni, a volte ci parlava delle due Germanie e del Muro di Berlino crollato da pochissimi anni; delle persone che volendo fuggire all’ovest venivano fucilate senza tanti preamboli dalle guardie dell’est; dell’allora ex URSS, in cui molta popolazione, a causa del crollo del governo nel 1991, era ridotta a «non potersi comperare nemmeno le scarpe» e «trovava i banchi vuoti al supermercato». Ci ricordava sovente di non escludere i poveri dal nostro pensiero e dalle nostre azioni.

Ogni tanto faceva una cosa che oggi da alcuni sarebbe stimata quasi fuorilegge: ci faceva pregare in classe! Cosa che io, come tutti gli altri, eseguivo, ma senza sentirmene particolarmente entusiasta: pressappoco mi appariva come uno dei tanti “pallini” mentali degli adulti, cui un bambino si adatta obtorto collo perché, anche se non li comprende, non può metterli in discussione. Peggio ancora: una volta la madre di un nostro compagno era stata alla Grotta di Lourdes e aveva portato alla maestra Gemma una fialetta dell’acqua della fonte; la maestra, in aula, aveva bagnato la fronte di ognuno di noi con una goccia di quell’acqua. Qui noi bambini di forse 8 anni eravamo incuriositi, se non altro perché la sensazione di essere messi a contatto con qualcosa di famosissimo e di insolito c’era in tutti.

Qualcuno penserebbe che iniziò così il mio presunto «bigottismo filocattolico che comincia a spaventare» – come una persona legata appunto al “mondo ACAB” della maestra Lavinia, ha definito il mio scetticismo sulla legalizzazione degli stupefacenti. Niente di più contrario! Io per la maestra Gemma ero intelligente e simpatico ma «ostinato». Notava che leggevo qualsiasi cosa mi capitasse e ne era felice, ma talvolta mi rimproverava, con buone maniere, di essere troppo scostante verso i compagni di classe, soltanto perché non legavo sùbito con chiunque come la maggior parte degli altri. Riteneva che scrivessi in un corsivo troppo appuntito così come il mio carattere aveva qualcosa di spigoloso. Quando in terza elementare capì che, a differenza di tutta la classe, i miei genitori, credenti non praticanti, mi avevano battezzato ma non volevano iscrivermi al catechismo e farmi fare la prima Comunione, se ne stupì e si preoccupò serissimamente, mi sollecitò a parlarne con loro e a convincerli, ma chi comprendeva meno di tutti questa urgenza sacramentale e non voleva interessarsene ero io stesso! Contemporaneamente, però, scrisse di me nell’allegato di religione alla pagella di terza elementare (anno 1993): «Percepisce Dio come realtà costitutiva della persona umana»: una «percezione» di cui io non sono mai stato conscio se non dopo i 25 anni compiuti: come aveva intravisto questa mia potenzialità in anticipo di quasi vent’anni?

Questo eccesso autobiografico era necessario per far comprendere che il rapporto mio e di altri con lei era buono ma non idilliaco: non si è voluta presentare una nostalgica e superficiale contrapposizione tra maestra degenerata di oggi e maestra-modello di ieri. Ora arrivo al dunque.

Un giorno, in prima o seconda elementare, con la maestra Gemma si parlò dei mestieri dei genitori. Tra le tante cose ascoltate e oggi dimenticate, la maestra disse che il padre di un nostro coetaneo della sezione a fianco era «operatore ecologico» o «addetto alla nettezza urbana», insomma faceva lo spazzino: si premurò subito di farci comprendere che non era un mestiere umiliante ed era rispettabile come tutti gli altri. Quando io dissi che mio padre era carabiniere, i miei compagni erano molto incuriositi e la maestra Gemma disse qualcosa come: «Suo papà fa un lavoro importante, può rischiare la vita». In realtà mio padre, appuntato scelto, non ha mai partecipato ad azioni fortemente rischiose, come sparatorie e azioni antisommossa, perché non faceva parte di questi reparti; la maestra Gemma non conosceva questi dettagli, ma ebbe rispetto e considerazione verso un mestiere che necessariamente implica l’eventualità dello scontro armato, realtà che non tutti sanno cosa significhi per una persona (mio padre ma non soltanto) assegnata a meno di 25 anni al prelevamento e trasferimento dei mafiosi condannati al confino (negli anni ‘70 esisteva ancora questa condanna, che prevedeva il dislocamento dei rei di crimini di stampo mafioso in regioni italiane lontane dal loro comune d’origine), e che, durante un inseguimento del furgone di una banda di zingari ladri di batterie d’automobile, avrebbe potuto scoprire in un istante che anche gli inseguiti erano armati, e magari pronti a sparare prima della pattuglia dei Carabinieri: un modo per morire a meno di trent’anni lasciando la fidanzata conosciuta appena da uno o due.

Oggi non so se la maestra Gemma – che dovrebbe avere 77 o 78 anni – conosca il caso Cassaro; forse ognuna delle due colleghe riterrebbe l’altra una «cattiva maestra». Posso però chiedermi che cosa la mia maestra di scuola elementare avrebbe pensato di mio padre, e forse anche di me stesso, se fosse stata Lavinia Flavia anziché Gemma. Dal canto suo, che cosa penserebbe un bambino di seconda elementare, in piena «età evolutiva», se sospettasse che le maestre possono reputare suo padre «una mezza cartuccia che merita di morire»? Soprattutto questa è una domanda da porsi, in tempi in cui molti personaggi pubblici declamano continuamente sui «giovani» e sul «futuro».

iAcronimo di All Cops Are Bastards (in inglese, «tutti gli sbirri sono bastardi»).

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *