Il revisionismo ha bisogno di risposte, ma la censura rifiuta le domande

L’argomento è scottante e pericoloso, ma ritengo sia intellettualmente e moralmente necessario affrontarlo, quanto meno ponendo alcune domande.

Una legge votata dal Parlamento come aggravante della Legge Mancino prevede la reclusione da 2 a 6 anni, e oltre a 6.000€ di multa per “incitamento all’odio razziale che si fonda in tutto in parte sulla negazione della Shoah o dei crimini di genocidio o di guerra o contro l’umanità”.
Gli Armeni, i Nativi americani, i Curdi non fanno parte dell’umanità se rispetto alle loro tragedie è possibile ogni forma di riduzione, di dimenticanza o di negazione?

Quindi anche il dramma delle foibe è un evento storicamente riducibile a questioni non umane se oggi, 22 giugno, alle ore 21.00, presso il Palazzo del Municipio di Genova, si tiene l’incontro intitolato “Foibe: la grande menzogna”?

E se un altro convegno fosse intitolato “La Shoah: la grande menzogna”, cosa accadrebbe nella democrazia della parola e della scrittura?

Chiedo questo perché nell’ultimo libro di Lucarelli e Picozzi viene riportata, e condivisa, una dichiarazione del museo dell’Olocausto di Washington secondo il quale “a morire sterminati nei campi di concentramento nazisti non sono stati sei milioni di ebrei, ma dai quindici ai venti milioni, uccisi nelle oltre quarantaduemila strutture tra i campi tedeschi” e quelli diffusi in Europa. Non chiederò nessuna verifica di questa affermazione, perché la legge mi impedisce di parlarne, ma posso avere un mio pensiero o anche solo per questo devo aspettarmi una perquisizione, una denuncia e un arresto?

Per parafrasare una celebre citazione di Orwell: nel tempo della censura più feroce pensare diversamente è già un atto rivoluzionario. E il pensiero non è arrestabile, né multabile e né sopprimibile, se non con la morte del pensante.

 

Foto di Alfonsa Cirrincione.

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