Dalle fake news alla tutela del copyright: l’offensiva europea alla libera informazione

Per anni in tantissimi hanno ironizzato sul confronto e la discussione via etere, svilendo i social come delle sorte di gabbie dalle sbarre trasparenti, in cui incanalare, costringere e sostanzialmente annullare il dissenso e le velleità di cambiamento. I campioni olimpionici di questa disciplina erano quelli che dalle loro stesse home dei social, con condivisione compulsiva di post e link, ci spiegavano l’assurdità di essere su un social, l’inutilità e banalità delle polemiche che vi si scatenavano, la dabbenaggine di chi vi ravvisava un qualunque apporto al cambiamento. Che ci avvisavano su come i social snaturassero i rapporti fra le persone, facendone emergere il peggio.

Personalmente, ho sempre ritenuto che fossimo di fronte non a distorsioni della percezione o a sfogatoi virtuali, bensì a meri strumenti, come quelli più tradizionali di comunicazione: tutto dipende da come vengono utilizzati e per quale scopo. Ebbene, negli ultimi tempi abbiamo scoperto che addirittura l’elezione “dell’uomo più potente del mondo” è stata influenzata in modo determinante da web e social. Tramite i “pericolosissimi hacker russi”, sia ben chiaro.

L’invenzione delle categorie di “webete” e di “hater”, il ricorso al concetto di “fake news” sono stati le prime stupite e stupide reazioni alla consapevolezza della reale portata di questi strumenti. Forze politiche e ultra politiche – che dispongono dell’intero armamentario dei media mainstream – hanno lanciato la crociata contro i nuovi strumenti di contro-informazione, strillando isterici e ridicoli contro pericoli inesistenti. Oggi, facendosi più furbi, hanno trovato un modo più subdolo e silenzioso di rendere inservibili questi strumenti: la tutela del copyright.

In pochi hanno capito il reale rischio nella concreta applicazione della direttiva di cui il prossimo 4 luglio si discuterà l’approvazione al Parlamento Europeo: quello di tornare ad un livello di consapevolezza e informazione limitato a ciò che è utile e opportuno far conoscere alle masse. Perché, al netto delle storture terrapiattiste e rettiliane, della volgarità esasperata, delle polemiche pretestuose, quello del web (e dei social) resta l’unico strumento di comunicazione autenticamente democratico e libero Accessibile a chiunque o quasi, attribuisce a ciascuno la facoltà di informarsi e leggere, l’onere di valutare autonomamente la bontà e veridicità di quanto letto, elimina ogni alibi alla mancata conoscenza di risvolti e implicazioni che per lo più i mezzi tradizioni di informazione tendono a tacere.

E per questo è potenzialmente pericolosissimo, in quanto capace di svelare che le vere “fake news” erano quelle propinate dai media mainstream, veicolate e diffuse come verità inconfutabili. O di tradire la congiura del silenzio che copre tragedie reali e problematiche concrete, non “coperte” dall’informazione di tv e giornali. Congiura del silenzio che opera anche nei confronti della nuova direttiva europea sul copyright, di cui non si legge e non si sente parlare, se non da parte di quei siti e quelle fonti del web che da sempre fanno contro-informazione e cha sanno bene che saranno le prime vittime a cadere nell’ipocrita battaglia per la “tutela del diritto d’autore”.

 

La foto in alto è dell’autrice dell’articolo.

La Grecia è finita, andate in pace

Grecia. La cura ha funzionato, il paziente è morto

La festa è finita, andate in pace. 

Poche ore fa la Troika ha lasciato la Grecia: baci e abbracci, fotografie e flash per pochi avvoltoi imbellettati, festa grande ai piani alti. Ai piani bassi continuiamo invece a vedere lo stesso scenario che ci si prospetta di fronte da otto anni. Otto anni: tanto è durato il commissariamento della Grecia. 

Che prezzo ha pagato la culla della civiltà perché i vampiri sollevassero i denti dal suo collo? Un pacchetto di 88 riforme per completare “il terzo piano di aiuti dei creditori”. Bel nome, vero, riforme? Suona così pregno di speranza, di rinnovazione. Peccato che traducendolo nel piano pratico, riforme comincia ad avere un odore di carne, di sangue, qualcosa che si avvicina di più al ricatto. 

Già, perché le “riforme” che la Grecia dovrà affrontare comporta l’aumento delle tasse sugli immobili, un complesso di privatizzazioni nel settore energetico, e ovviamente l’immancabile taglio della spesa pubblica (fate presto!) che – manco a dirlo – andrà a gravare sulle pensioni e sul welfare del popolo. 

Però la Grecia otterrà, grazie a queste “riforme” ottenute dopo lunghe ore di negoziato, un pacchetto di 11 miliardi di aiuti da parte dell’Eurogruppo. 

Ok, ma il vampiro se ne va? La Troika ha deciso di lasciare la Grecia?

Macché. Ovviamente, pacche sulle spalle e sorrisi da rotocalco a latere, “le visite della Commissione continueranno sino a che la Grecia non avrà ripagato il 75% del suo debito da 230 miliardi di euro verso i suoi creditori comunitari” come riporta il Guardian. 

Accanimento terapeutico 

Gioite, la Grecia è salva. La Grecia ha chiuso l’anno passato con un superattivo pari al 3,7% del Pil. Non sbucato dal nulla, ovviamente: certo, la produzione industriale e le esportazioni sono leggermente in salita, anche se ci chiediamo chi se ne avvantaggerà. Già, chi? 

L’Eurostat ci offre su un piatto d’argento cifre secche e crude. Un film horror: dal 2010 il potere d’acquisto dei greci è crollato del 24%, il 21,2% della popolazione vive in povertà “estrema”. 130mila persone, lo scorso anno, hanno rinunciato alle eredità: non avevano soldi a sufficienza per pagare le tasse. 

Ricordiamo col cuore stretto i titoli di giornale del 2012 che riportavano storie da un Paese quasi del terzo mondo. Le insegnanti che denunciavano che i bambini svenivano in classe per la fame: non avevano da mangiare. 

Non avevano da mangiare. 

I minorenni poveri erano mezzo milione nel 2012, 1700 suicidi in due anni, gente costretta a passare da un lavoro dignitoso a rovistare nei cassonetti come cani randagi per trovare l’avanzo di un panino.

Sono numeri anche questi, no? Numeri numeri numeri, come quelli che ci rimbombano nelle orecchie: “La Grecia ha un debito di miliardi” “La Grecia deve tagliare la spesa pubblica” “La Grecia deve, deve, deve”. 

Il popolo paga gli errori e le speculazioni di chi è fuggito anni fa, annusando la crisi. 

Chi è rimasto a festeggiare la fine del commissariamento? Migliaia di morti, fantasmi nelle strade, vecchi abbandonati, bambini denutriti. 

All’Africa l’Occidente ha condonato miliardi di dollari di debito. La Grecia è troppo vicina per provare una qualsiasi empatia. 

Lo scenario pre-elezioni e l’ombra nera di Alba Dorata

C’è poco da scherzare in Grecia, specie per Tsipras. Nell’ottobre del 2019 ci saranno le elezioni e nel Paese sta crescendo sempre di più il movimento di estrema destra Alba Dorata, che supera il 10% delle preferenze. I giornali amano semplificare e sostenere che Alba Dorata regga il suo crescente consenso sull’insofferenza della popolazione verso il multiculturalismo e verso l’immigrazione. Almeno in parte è una narrazione vera; in un Paese piegato dalla povertà e nel quale il welfare è stato ridotto all’osso per far fronte alle misure dell’Austerity, la gente comune non sprizza di solidarietà verso gli stranieri che sono visti come una minaccia, considerato che in molti non riescono a mettere insieme il pranzo con la cena. 

Tuttavia il picco di Alba Dorata è dovuto piuttosto all’insofferenza dei greci verso le politiche di austerity, la macelleria sociale che ha spezzato le reni alla Grecia come nessun Mussolini avrebbe saputo fare. 

Il popolo greco è ridotto alla fame, e chi riesce a mangiare non può curarsi; la dignità ferita da pianto diventa ruggito, e il rischio che Alba Dorata ottenga percentuali più alte esiste.

Ma finché l’affaire Grecia resterà un servizio fotografico che immortala Tsipras mentre si diverte con una cravatta, e i riflettori saranno spenti su tutti i greci che la cravatta l’hanno usata per impiccarsi, questa storia di sangue e lacrime resterà l’asettica narrazione di un semplice debito da ripagare. Costi quel che costi. 

Maestre (e) divise

In ogni organizzazione ideologico-politica esistono persone che sembrano fare di tutto per confermare i peggiori stereotipi su di loro. Durante l’ultimo mese di sprint pre-elettorale per la legislatura 2018, la maestra di scuola elementare Lavinia Flavia Cassaro, classe 1980, manifestando contro i sostenitori del candidato di CasaPound presente a Torino, in seguito ai consueti scontri con le forze dell’ordine ha gridato contro i poliziotti frasi come: «Schifosi! Dovete morire! Mezze cartucce del ca**o!»; nell’intervista successiva al filmato, ha dichiarato al giornalista Angelo Macchiavello: «È triste, ma non sbagliato, perché potrei trovarmi a combattere fucile in mano [!] contro questi individui». Gli «individui» sarebbero i poliziotti o i militanti di estrema destra? Non è una differenza da poco.

Vedendo per la prima volta il filmato, non si crede di trovarsi davanti a una insegnante di scuola elementare: la voce leggermente rauca e abbassata di tono tipica di chi si è “sgolato”, spesso curiosamente uniforme tra coloro che si “sgolano” nella “galassia ACAB”i; ben stretta in pugno durante tutta l’intervista, la bottiglia di birra, che – come avevo intuìto, ed espresso tra il serio e il faceto in un mio post su Facebook, nella settimana del centenario della Rivoluzione russa – nella Torino impoverita e disoccupata ma infastidita dall’ordinanza comunale contro il consumo di alcolici all’aperto dopo le ore 20, sta diventando quasi davvero il gesto ribelle e antisistema per eccellenza. Fermo restando che «Tutti hanno diritto di manifestare il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione» (articolo 21 della Costituzione della Repubblica), l’elenco dei «mi piace» sulla sua pagina Facebook è un monumento allo schieramento ideologico senza nessuna nuance, al «queer», all’anarco-comunismo, alla «bigottofobia» [sic], al ribellismo senza se e senza ma.

Tutto ciò non aiuta a liberarsi dello stereotipo del «tipo da centro sociale» sui cui gli avversari-nemici si scagliano volentieri; continua anzi ad alimentare errate generalizzazioni e perplessità nelle famiglie, che – complici una parte della politica e una parte dei mass media che spesso e volentieri “sparano” contro la scuola pubblica – cadendo nell’estremo opposto giudicano la scuola statale un inutile, anzi dannoso, ricettacolo di «comunisti», «post-sessantottini frustrati», eccetera, come se uno o pochi casi dimostrassero che l’intero corpo docente sia una massa di ideologizzati . Allo stesso modo sbaglia chi sostiene che il comportamento della maestra Cassaro verso i poliziotti in piazza dimostrerebbe la sua inaffidabilità come insegnante nei confronti degli alunni (così come sbaglierebbe chi sostenesse che una insegnante sgradevole in aula sarebbe necessariamente anche una cittadina incivile fuori dalla scuola), perché la signora soffrirà sì di un furor ideologico nell’esprimersi sulle forze dell’ordine, ma avendo per allievi bambini tra i 6 e gli 11 anni non c’è da paventare il rischio di faziosità politica nell’insegnamento e di “indottrinamento”, come se si trattasse di studenti di scuola superiore. Scoprire che la signora Cassaro è davvero una insegnante elementare mi ha fatto quindi pensare alla mia maestra: un salto nel tempo oltre 20 anni fa.

La mia maestra si chiamava Gemma ed era straordinariamente dotata nel trattare con i bambini. In cinque anni di scuola elementare perse la pazienza seriamente una sola volta, giungendo a lanciare per l’aula qualche quaderno (compreso il mio). L’unica volta che la sentimmo dire due parolacce fu quando, in quarta elementare, con una delle sue “prediche” (sapeva di apparire «brontolona» ma sapeva bene che le sue “prediche” sarebbero state utili) rimproverò qualche nostro compagno che usava le parolacce, imitando il loro modo di parlare in modo sarcastico: non era bello dire «passami quel ca**o di bicchiere», oppure «questa cosa è una me**a» anziché semplicemente «questa cosa non mi piace». Sentirla dire queste parole ci faceva sghignazzare con la faccia nascosta dietro le braccia conserte sul banco, ma il messaggio era ben chiaro. A suo modo era sollecita verso ognuno, percependo bene le singole situazioni e differenze familiari. Aveva un figlio e una figlia, era cattolica, e per questo era sia antifascista, sia antisovietica: soprannominava «Mussolini» gli arroganti e chi si atteggiasse a decisore indiscutibile e illudesse il prossimo con promesse “enormi”; anche se ne capivamo poco, essendo tutti al di qua dei 10 anni, a volte ci parlava delle due Germanie e del Muro di Berlino crollato da pochissimi anni; delle persone che volendo fuggire all’ovest venivano fucilate senza tanti preamboli dalle guardie dell’est; dell’allora ex URSS, in cui molta popolazione, a causa del crollo del governo nel 1991, era ridotta a «non potersi comperare nemmeno le scarpe» e «trovava i banchi vuoti al supermercato». Ci ricordava sovente di non escludere i poveri dal nostro pensiero e dalle nostre azioni.

Ogni tanto faceva una cosa che oggi da alcuni sarebbe stimata quasi fuorilegge: ci faceva pregare in classe! Cosa che io, come tutti gli altri, eseguivo, ma senza sentirmene particolarmente entusiasta: pressappoco mi appariva come uno dei tanti “pallini” mentali degli adulti, cui un bambino si adatta obtorto collo perché, anche se non li comprende, non può metterli in discussione. Peggio ancora: una volta la madre di un nostro compagno era stata alla Grotta di Lourdes e aveva portato alla maestra Gemma una fialetta dell’acqua della fonte; la maestra, in aula, aveva bagnato la fronte di ognuno di noi con una goccia di quell’acqua. Qui noi bambini di forse 8 anni eravamo incuriositi, se non altro perché la sensazione di essere messi a contatto con qualcosa di famosissimo e di insolito c’era in tutti.

Qualcuno penserebbe che iniziò così il mio presunto «bigottismo filocattolico che comincia a spaventare» – come una persona legata appunto al “mondo ACAB” della maestra Lavinia, ha definito il mio scetticismo sulla legalizzazione degli stupefacenti. Niente di più contrario! Io per la maestra Gemma ero intelligente e simpatico ma «ostinato». Notava che leggevo qualsiasi cosa mi capitasse e ne era felice, ma talvolta mi rimproverava, con buone maniere, di essere troppo scostante verso i compagni di classe, soltanto perché non legavo sùbito con chiunque come la maggior parte degli altri. Riteneva che scrivessi in un corsivo troppo appuntito così come il mio carattere aveva qualcosa di spigoloso. Quando in terza elementare capì che, a differenza di tutta la classe, i miei genitori, credenti non praticanti, mi avevano battezzato ma non volevano iscrivermi al catechismo e farmi fare la prima Comunione, se ne stupì e si preoccupò serissimamente, mi sollecitò a parlarne con loro e a convincerli, ma chi comprendeva meno di tutti questa urgenza sacramentale e non voleva interessarsene ero io stesso! Contemporaneamente, però, scrisse di me nell’allegato di religione alla pagella di terza elementare (anno 1993): «Percepisce Dio come realtà costitutiva della persona umana»: una «percezione» di cui io non sono mai stato conscio se non dopo i 25 anni compiuti: come aveva intravisto questa mia potenzialità in anticipo di quasi vent’anni?

Questo eccesso autobiografico era necessario per far comprendere che il rapporto mio e di altri con lei era buono ma non idilliaco: non si è voluta presentare una nostalgica e superficiale contrapposizione tra maestra degenerata di oggi e maestra-modello di ieri. Ora arrivo al dunque.

Un giorno, in prima o seconda elementare, con la maestra Gemma si parlò dei mestieri dei genitori. Tra le tante cose ascoltate e oggi dimenticate, la maestra disse che il padre di un nostro coetaneo della sezione a fianco era «operatore ecologico» o «addetto alla nettezza urbana», insomma faceva lo spazzino: si premurò subito di farci comprendere che non era un mestiere umiliante ed era rispettabile come tutti gli altri. Quando io dissi che mio padre era carabiniere, i miei compagni erano molto incuriositi e la maestra Gemma disse qualcosa come: «Suo papà fa un lavoro importante, può rischiare la vita». In realtà mio padre, appuntato scelto, non ha mai partecipato ad azioni fortemente rischiose, come sparatorie e azioni antisommossa, perché non faceva parte di questi reparti; la maestra Gemma non conosceva questi dettagli, ma ebbe rispetto e considerazione verso un mestiere che necessariamente implica l’eventualità dello scontro armato, realtà che non tutti sanno cosa significhi per una persona (mio padre ma non soltanto) assegnata a meno di 25 anni al prelevamento e trasferimento dei mafiosi condannati al confino (negli anni ‘70 esisteva ancora questa condanna, che prevedeva il dislocamento dei rei di crimini di stampo mafioso in regioni italiane lontane dal loro comune d’origine), e che, durante un inseguimento del furgone di una banda di zingari ladri di batterie d’automobile, avrebbe potuto scoprire in un istante che anche gli inseguiti erano armati, e magari pronti a sparare prima della pattuglia dei Carabinieri: un modo per morire a meno di trent’anni lasciando la fidanzata conosciuta appena da uno o due.

Oggi non so se la maestra Gemma – che dovrebbe avere 77 o 78 anni – conosca il caso Cassaro; forse ognuna delle due colleghe riterrebbe l’altra una «cattiva maestra». Posso però chiedermi che cosa la mia maestra di scuola elementare avrebbe pensato di mio padre, e forse anche di me stesso, se fosse stata Lavinia Flavia anziché Gemma. Dal canto suo, che cosa penserebbe un bambino di seconda elementare, in piena «età evolutiva», se sospettasse che le maestre possono reputare suo padre «una mezza cartuccia che merita di morire»? Soprattutto questa è una domanda da porsi, in tempi in cui molti personaggi pubblici declamano continuamente sui «giovani» e sul «futuro».

iAcronimo di All Cops Are Bastards (in inglese, «tutti gli sbirri sono bastardi»).

Il revisionismo ha bisogno di risposte, ma la censura rifiuta le domande

L’argomento è scottante e pericoloso, ma ritengo sia intellettualmente e moralmente necessario affrontarlo, quanto meno ponendo alcune domande.

Una legge votata dal Parlamento come aggravante della Legge Mancino prevede la reclusione da 2 a 6 anni, e oltre a 6.000€ di multa per “incitamento all’odio razziale che si fonda in tutto in parte sulla negazione della Shoah o dei crimini di genocidio o di guerra o contro l’umanità”.
Gli Armeni, i Nativi americani, i Curdi non fanno parte dell’umanità se rispetto alle loro tragedie è possibile ogni forma di riduzione, di dimenticanza o di negazione?

Quindi anche il dramma delle foibe è un evento storicamente riducibile a questioni non umane se oggi, 22 giugno, alle ore 21.00, presso il Palazzo del Municipio di Genova, si tiene l’incontro intitolato “Foibe: la grande menzogna”?

E se un altro convegno fosse intitolato “La Shoah: la grande menzogna”, cosa accadrebbe nella democrazia della parola e della scrittura?

Chiedo questo perché nell’ultimo libro di Lucarelli e Picozzi viene riportata, e condivisa, una dichiarazione del museo dell’Olocausto di Washington secondo il quale “a morire sterminati nei campi di concentramento nazisti non sono stati sei milioni di ebrei, ma dai quindici ai venti milioni, uccisi nelle oltre quarantaduemila strutture tra i campi tedeschi” e quelli diffusi in Europa. Non chiederò nessuna verifica di questa affermazione, perché la legge mi impedisce di parlarne, ma posso avere un mio pensiero o anche solo per questo devo aspettarmi una perquisizione, una denuncia e un arresto?

Per parafrasare una celebre citazione di Orwell: nel tempo della censura più feroce pensare diversamente è già un atto rivoluzionario. E il pensiero non è arrestabile, né multabile e né sopprimibile, se non con la morte del pensante.

 

Foto di Alfonsa Cirrincione.

Salute e fondamentalismo scientifico

Con la formazione del nuovo governo e l’avvicendamento al Ministero della salute, si rinverdiscono le mai sopite polemiche fra le diverse posizioni (pro vax e no vax; scientisti e antiscientisti) che tanto hanno agitato politica e pubblica opinione in questi anni. La sensazione è che spesso ci sia un approccio aprioristico e giacobino da entrambe le parti. Non solo da parte di chi vuole negare legittimità e traguardi alla scienza e alla medicina, ma anche da parte di chi – sull’altro fronte – liquida ogni dubbio o obiezione come ignoranza troglodita. Come in tutte le cose, ritengo che “in medio stat virtus” e vorrei spiegarmi meglio, portando come esempio una vicenda vissuta in prima persona.

Nel 2010 mio padre, allora 70enne, andò al San Raffaele, perché negli ospedali della nostra città non riuscivano a dargli una spiegazione dei disturbi di cui soffriva, fra cui la presenza di sangue nelle urine, malgrado un trascorso di tumore alla vescica di circa 15 anni prima. Al San Raffaele, quella che doveva essere una operazione di “ispezione” di quella che qui avevano identificato come “ciste” renale, diventa un intervento chirurgico complicatissimo, da cui mio padre si sveglia – trascorsi 3 giorni fra la vita e la morte – senza un rene (tolto); senza una parte dell’altro rene (resettato) e senza la milza (era completamente spappolata). Dentro la ciste, infatti, c’era un tumore maligno. Dopo due mesi di degenza, mio padre si riprende e continua la sua vita pressoché normale.

Trascorsi un paio di anni, i controlli periodici a cui è sottoposto, segnalano la presenza di una massa vicino al rene, in lenta ma costante crescita. Considerata la cartella clinica, appare ovvio e scontato ai medici di qui pensare ad una massa tumorale di nuova formazione. I medici pongono mio padre di fronte a due alternative: lasciare le cose come stanno (lui è anziano e la massa crescerebbe lentamente, anche se inesorabilmente) o affrontare una nuova cura sperimentale che dovrebbe, se non far regredire, almeno arrestare lo sviluppo della massa. Mio padre decide di sottoporsi alla terapia: per 12 mesi, una volta al mese, si sottopone ad una iniezione che gli comporta una serie di effetti collaterali molto negativi e che – pur non costando niente a lui in quanto soggetto esente – comporta una spesa per la sanità pubblica di circa 1.500 a singola iniezione.

Trascorso l’anno, gli esami dimostrano che la massa non è regredita, non si è arrestata nella crescita, ma anzi è aumentata di volume. Mio padre torna al San Raffaele e si sottopone ai controlli. Diagnosi? La massa non è un tumore, ma un pezzettino di milza, sfuggito all’operazione di qualche anno prima che – a dispetto dell’età avanzata di mio babbo, per quella sete primordiale che la vita ha di se stessa – si rigenera e cresce (milza e fegato lo fanno, come ci insegna Prometeo), semmai dando conferma di un buon quadro clinico generale. Tutti contenti, ovviamente, ma mio padre per un anno è stato trattato in un ospedale pubblico (non dal medico frichettone) in un reparto di oncologia, da personale affermato, come paziente oncologico e trattato con una terapia inutile e di cui peraltro non si conoscono ancora gli effetti tutti. Io non so per certo che quei medici non erano degli scienziati pazzi che volessero inoculare chissà che ad un paziente anziano, dato per perso e usato come cavia. Non pendo neanche fosse una questione di interessi economici.

Io credo che spesso nell’esercizio delle professioni (e quella medica non fa eccezione, anzi) ci sia la supponenza; la superficialità; i limiti umani intrinseci ed estrinseci (di certo al San Raffaele la casistica è ben maggiore di quella di altre realtà) le certezze granitiche che spesso nascondono competenze limitate; aggiornamenti mancati; la vanità professionale di vedere confermata un’idea preconcetta o una diagnosi già formulata. La medicina è una frontiera che si arricchisce ogni giorni di nuovi traguardi, alcuni dei quali smentiscono prassi e soluzioni precedentemente considerate efficaci.

La fede cieca e aprioristica nella medicina (e nella scienza in genere) dimentica che essa è revisionista per sua stessa natura: la ricerca scientifica ha proprio lo scopo di testare i risultati ottenuti e migliorarne gli effetti. La fede cieca nella medicina, dimentica che essa è fatta da uomini che come tali falliscono e sbagliano: anche in questo ambito, non esistono dogmi e postulati incontrovertibili ed è corretto documentarsi e valutare criticamente, anche con l’aiuto di professionisti che stimiamo, senza isterie o paranoie, ma anche senza lo zelo fideistico del novizio di una religione mistica e rivelata.

 

La foto in alto è dell’autrice del pezzo.

Anche i petalosi piangono!

La reazione degli esponenti della sinistra radical-chic e petalosa all’annuncio della squadra di governo è emblematica.

Non una parola di elogio per uomini che – in nome della volontà popolare, che si concretizza nella maggioranza assoluta di cui godono alle camere – hanno tenuto la schiena dritta sfidando ricatti e minacce di potentati economici, della finanza, di potenze straniere concorrenti, come una “sinistra” seria (stavolta metto le virgolette, per rispetto alla storia della tradizione socialista ormai morta e sepolta) avrebbe altresì fatto a prescindere, ma accuse (lanciate ancora prima del giuramento stesso!) delle solite corbellerie che ripetono come un mantra: -sessismo, -omofobia, -razzismo,-ha stato putin,- trump 30 anni fa ha toccato il culo a un’attrice ecc ecc.

Consuete corbellerie che danno la misura di quello che è diventato lo schieramento progressista di ogni paese occidentale nel 2018: un mondo che si schiera dalla parte della reazione e della distruzione dei diritti sociali dei lavoratori, per precarizzarli e poi schiavizzarli del tutto (si sono indignati di più per l’annuncio di Fontana al ministero della famiglia di quanto non fecero per il jobs act!!). Diritti sociali in compenso sostituiti, nelle loro battaglie, dai cosiddetti “diritti civili”, che passo dopo passo porteranno alla distruzione del principio stesso di famiglia (società naturale formata dall’unione di uomo e donna, come cellula base della società). Principio, si badi bene, non proprio dei cattolici integralisti, ma sancito dalla Costituzione italiana all’art. 29. E ciò –sempre che non si inverta la rotta nichilista e laicista degli ultimi anni- a tutto vantaggio dei grandi potentati economici che avrebbero tutto da guadagnare dalla nascita di un “individuo monade”, privo di legami famigliari, comunitari, sociali. Insomma, non un uomo nel senso aristotelico del termine, cioè uno “zoon politikon”, ma in compenso un consumatore perfetto, ingranaggio del sistema economico totalizzante.

Se poi consideriamo che in realtà nel contratto di governo non c’è né la revisione della legge 194/78 né l’abrogazione del Cirinnà, possiamo affermare che l’isteria di lorsignori è, oltretutto immotivata, e appare quindi un attacco discriminatorio rivolto a un ministro (Lorenzo Fontana) che ha l’unica colpa di essere cattolico praticante. Nel contratto di governo- e concludo- è invece auspicata, tra le altre cose, una revisione del jobs’act e della Fornero, ed è sottintesa una critica alle politiche di austerità imposte dalla Germania, ma di questi aspetti si è parlato poco. Poi continuano a chiedersi perché “hanno vinto i populisti”. Registriamo però che qualcuno, da Fassina a Rampini, nel mondo giornalistico e politico della sinistra sembra quasi che stia ravvedendosi: forse, anche per loro, non tutto è perduto.

*Interessante, rispetto a questi ragli, sarebbe cercare di capire, ad esempio, il ruolo del governo Trump in quello che è successo in Italia nell’ultima settimana. Ma è una questione molto complessa, perché siamo nell’ambito dello scontro tra centri di potere in atto negli Usa e in quello tra gli usa stessi e la Merkel. Meglio aspettare nelle prossime settimane le considerazioni degli analisti più attenti.