Il nero è uscito dal gregge

Disclaimer: questo articolo è altamente provocatorio. Se siete liberali, se siete persone che inzuppano il politicamente corretto nel latte a colazione, se siete open-minded, se siete giovani fragili, questa lettura potrebbe essere dannosa. Ricordiamo che non ci sono safe-space nelle vicinanze dove rifugiarsi: leggete a vostro rischio e pericolo. 

Cosa è razzismo, cosa non è razzismo 

“È impossibile parlare del razzismo di oggi se non si ricorda il razzi­smo di ieri” diceva Gian Antonio Stella. 

Il razzismo: che tematica ampia. Certamente una delle più scottanti degli ultimi anni: accendiamo il telegiornale e sentiamo parlare di razzismo, apriamo i giornali ed ecco una disquisizione finissima sul razzismo, parliamo con qualche amico al bar ed ecco che ogni scusa è buona per blaterare di razzismo. 

L’uso indiscriminato di un termine ne comporta l’annacquamento, l’annacquamento fa sì che – in sintesi – se tutto è razzismo allora nulla è, davvero, razzismo. 

Ecco quindi che ad oggi ognuno pretende di spiegarci cosa sia e cosa non sia questo odioso (così ci hanno insegnato, almeno spero) fenomeno che, a quanto sembra, si annida potenzialmente anche in uno sguardo, in un gesto, in una frase detta o non detta. 

Cosa diamine è questo razzismo? Affidiamoci alla sapienza di Treccani, che ci dice che si tratta della “concezione fondata sul presupposto che esistano razze umane biologicamente e storicamente superiori ad altre razze”. Oh, è consolatorio: allora è come pensavo. Razzismo è credere che una razza possa essere considerata superiore ad un’altra. 

Quindi l’esercizio mentale del considerarsi superiore ad un ignorante è del tutto legittimo: ma esso diventa razzismo se pensiamo di essere superiori, che so, a tutti gli asiatici o a tutti i neri, solo in virtù del colore della nostra pelle. 

Finita questa brevissima disanima sul concetto di razzismo (del resto, sussiste un rapporto di proporzionalità inversa fra la semplicità del fenomeno e la complessità della sua narrazione nei media occidentali) concentriamoci su quest’ultima. 

Cos’è il razzismo, secondo i nostri media? Si direbbe un fenomeno intrinseco ad ogni movimento non-di-sinistra, non-democratico, non-open-minded, non diritti-per-tutti. 

Insomma, ve la farò breve: se sei di destra, sei uno zoticone razzista. O un imprenditore razzista (perché magari racconti qualche barzelletta sconcia sui neri o sulle rumene). 

Se sei di sinistra, le possibilità che tu sia razzista si avvicinano allo zero: perché sei in definitiva mentalmente aperto, ritieni che siamo tutti uguali sotto questo cielo ingiusto, e pensi che la libertà di espressione individuale sussista per tutti (tranne che per i razzisti, ovviamente). 

Ecco quindi che siamo di fronte ad una auto-legittimazione, alla creazione di una zona franca e di una zona minata: se ti riconosci in un movimento politico-culturale di destra, devi sempre stare attento a dove metti i piedi. 

Se invece pensi da uomo di sinistra liberale, allora puoi spostarti tranquillo nel campo minato del politicamente corretto: è davvero molto, molto difficile che un tuo comportamento possa essere ritenuto razzista. 

Non finisce qui: nel mondo odierno, infatti, questa “bontà aprioristica” e “incapacità di offendere” non riguarda idealmente chi milita o si riconosce nella sinistra liberale, ma anche le persone appartenenti a minoranze etniche. Se sei nero (anche sbiadito), giallo, verde è logico che tu in una società occidentale rappresenti la minoranza. E dato che la sinistra liberale non vuole offendere la minoranza, ella saluta in te, straniero, la tua eredità di sofferenze e di discriminazioni, cercando di fare il possibile per farti sentire a tuo agio. 

No, non gliene frega niente se sei afroamericano ma tuo zio era Tupac e quindi sei cresciuto ricco sfondato di soldi, circondato da donne, se hai studiato nelle migliori università e non dai l’elemosina ai barboni. 

Sei nero, dunque tu incarni la minoranza, sei minoranza. Come tale, avrai sempre diritto ad un trattamento di riguardo: il che non significa che la sinistra liberal ti stenderà il tappeto rosso, ma piuttosto che basta che tu salga su un piedistallo con in mano il discorso di Martin Luther King (se non te lo ricordi grida solamente “I have a dream” e la folla andrà in visibilio) perché il New York Times ti dedichi un articolo in prima pagina. 

Avete questo ritratto di fronte agli occhi? Bene, proseguiamo. 

Tutti i neri sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri” 

Questa noiosissima premessa apre il discorso ad un fenomeno (antropologicamente? Forse. Culturalmente di certo) interessante, da leggere alla luce delle premesse appena fatte. 

Ricordate? Ci sono due uomini, uno vive nella zona franca, l’altro nel campo minato. Partono da due situazioni di disuguaglianza mediatica: il primo rischia continuamente di essere frainteso, il secondo avrà sempre un’aureola di bontà e di progresso che lo illumina addolcendone i tratti. 

Ora, succede che ad un certo punto il meccanismo si ingrippa. E si ingrippa perché una pedina non va dove dovrebbe.

La pedina di oggi si chiama Kanye West. Kanye West (se non lo conoscete siete perdonati) è un musicista e cantautore di colore (questa premessa è importante) con milioni di follower sui social, sposato con la famosa Kim Kardashian. 

Ebbene, Kanye qualche giorno fa ha fatto una mossa che potrebbe costargli anche la carriera: ha elogiato il cattivissimo razzistissimo omofobissimo misogino e dittatore Donald Trump. Lo ha definito “un fratello”. Si è fatto pure firmare il cappellino della MAGA, lo stronzo.

Le conseguenze non si sono fatte attendere: Kanye ha perso 9 milioni di follower (secondo il Corriere della Sera) dopo l’elogio a Donald. 

“Kanye West ci ricasca” scrive il Corriere. “È ora di farla finita con Kanye West” scrive un lapidario The Submarine, demolendo il cantante e chiamandolo “troll dell’alt–right” poi parlando della “misoginia mai troppo domata di West” arrivando a dire che il suo ultimo disco trasuda “aggressività ipermascolina” (e che cosa significa, preferiamo non saperlo). 

Non solo: si sprecano anche gli insulti all’intelligenza di Kanye, arrivando a dire che “West è stato indotto a credere che la alt–right sia parte del suo brand perché attivisti e personalità hanno rivendicato la sua partecipazione in maniera sistematica”. 

Leggasi: West non è in grado di intendere e volere, è stato spinto a scrivere qualche frase di elogio a Trump da una non meglio precisata influenza esterna, e nel caso disperato in cui invece intendesse davvero farlo, sappiate che è un fallito, un misogino ed un maschilista. Così, a caso. 

Insomma, Kanye ha simpatizzato per il novello baffuto che sembra uscito da un’America dipinta da Roth? Shame on you. Shame a frotte, titoli schifati sui giornali, follower che svolgono il loro atto di indignazione quotidiano schiacciando il tasto “unfollow” sul loro iPhone, critici musicali che cominciano a trovarti meno geniale, artisti famosi che si rivendicano come alternativi dicendo quello che nessuno prima d’ora aveva mai detto: come può un nero simpatizzare per Trump? 

Già, come può? E come può Toni Iwobi, primo senatore di colore italiano – eletto dalla Lega dove milita da 25 anni, amico di Matteo Salvini – stare in un partito così razzista? 

Più di tutto, come si permette? Come si permettono? 

E anche per Iwobi, giù insulti del tipo “Negro da giardino” (nascondendosi dietro il fatto che questa frase è stata coniata da Malcom X per indicare i neri che, al tempo della schiavitù, per assicurarsi uno stile di vita migliore giungevano a tradire i loro “fratelli” e a diventare i lecchini dei bianchi). E la sinistra tace.

Come si permette un nero di pensare altrimenti? 

Già, come diavolo si permette un nero di pensarla diversamente da come io penso che sia giusto? 

A questo punto il lettore confuso mi farà notare che questo atteggiamento potrebbe essere definito razzista.

Ma io lo correggo subito: no, non è un atteggiamento razzista, perché chi esprime questi pensieri fa parte della sinistra liberal. Ricordate il discorso di prima? Zona franca dal razzismo. Potete sbizzarrirvi, potete dire quello che volete a quei due brutti negri che hanno osato tradire la loro razza, esercitando il loro pensiero al di fuori di quello stretto recinto della prevedibilità. 

Il nero o è di sinistra, liberale, anti-razzista, democratico, o non è. Altrimenti è solamente un troll dei bianchi, uno scemo, uno sfigato, oppure un traditore, un voltagabbana. 

Ma un voltagabbana per chi? Ma per la sua razza, ovviamente. 

No, no, pensarla così non è razzista, assolutamente. Pensare che un nero – proprio perché nero – debba avere precisissime idee culturali, politiche, economiche, è del tutto normale. È giusto punire il nero che esce dal gregge: parola di un bianco, ma di sinistra e liberal. 

 

L’immagine in alto è dell’autrice dell’articolo, Grazia Roversi.

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