Il nero è uscito dal gregge

Disclaimer: questo articolo è altamente provocatorio. Se siete liberali, se siete persone che inzuppano il politicamente corretto nel latte a colazione, se siete open-minded, se siete giovani fragili, questa lettura potrebbe essere dannosa. Ricordiamo che non ci sono safe-space nelle vicinanze dove rifugiarsi: leggete a vostro rischio e pericolo. 

Cosa è razzismo, cosa non è razzismo 

“È impossibile parlare del razzismo di oggi se non si ricorda il razzi­smo di ieri” diceva Gian Antonio Stella. 

Il razzismo: che tematica ampia. Certamente una delle più scottanti degli ultimi anni: accendiamo il telegiornale e sentiamo parlare di razzismo, apriamo i giornali ed ecco una disquisizione finissima sul razzismo, parliamo con qualche amico al bar ed ecco che ogni scusa è buona per blaterare di razzismo. 

L’uso indiscriminato di un termine ne comporta l’annacquamento, l’annacquamento fa sì che – in sintesi – se tutto è razzismo allora nulla è, davvero, razzismo. 

Ecco quindi che ad oggi ognuno pretende di spiegarci cosa sia e cosa non sia questo odioso (così ci hanno insegnato, almeno spero) fenomeno che, a quanto sembra, si annida potenzialmente anche in uno sguardo, in un gesto, in una frase detta o non detta. 

Cosa diamine è questo razzismo? Affidiamoci alla sapienza di Treccani, che ci dice che si tratta della “concezione fondata sul presupposto che esistano razze umane biologicamente e storicamente superiori ad altre razze”. Oh, è consolatorio: allora è come pensavo. Razzismo è credere che una razza possa essere considerata superiore ad un’altra. 

Quindi l’esercizio mentale del considerarsi superiore ad un ignorante è del tutto legittimo: ma esso diventa razzismo se pensiamo di essere superiori, che so, a tutti gli asiatici o a tutti i neri, solo in virtù del colore della nostra pelle. 

Finita questa brevissima disanima sul concetto di razzismo (del resto, sussiste un rapporto di proporzionalità inversa fra la semplicità del fenomeno e la complessità della sua narrazione nei media occidentali) concentriamoci su quest’ultima. 

Cos’è il razzismo, secondo i nostri media? Si direbbe un fenomeno intrinseco ad ogni movimento non-di-sinistra, non-democratico, non-open-minded, non diritti-per-tutti. 

Insomma, ve la farò breve: se sei di destra, sei uno zoticone razzista. O un imprenditore razzista (perché magari racconti qualche barzelletta sconcia sui neri o sulle rumene). 

Se sei di sinistra, le possibilità che tu sia razzista si avvicinano allo zero: perché sei in definitiva mentalmente aperto, ritieni che siamo tutti uguali sotto questo cielo ingiusto, e pensi che la libertà di espressione individuale sussista per tutti (tranne che per i razzisti, ovviamente). 

Ecco quindi che siamo di fronte ad una auto-legittimazione, alla creazione di una zona franca e di una zona minata: se ti riconosci in un movimento politico-culturale di destra, devi sempre stare attento a dove metti i piedi. 

Se invece pensi da uomo di sinistra liberale, allora puoi spostarti tranquillo nel campo minato del politicamente corretto: è davvero molto, molto difficile che un tuo comportamento possa essere ritenuto razzista. 

Non finisce qui: nel mondo odierno, infatti, questa “bontà aprioristica” e “incapacità di offendere” non riguarda idealmente chi milita o si riconosce nella sinistra liberale, ma anche le persone appartenenti a minoranze etniche. Se sei nero (anche sbiadito), giallo, verde è logico che tu in una società occidentale rappresenti la minoranza. E dato che la sinistra liberale non vuole offendere la minoranza, ella saluta in te, straniero, la tua eredità di sofferenze e di discriminazioni, cercando di fare il possibile per farti sentire a tuo agio. 

No, non gliene frega niente se sei afroamericano ma tuo zio era Tupac e quindi sei cresciuto ricco sfondato di soldi, circondato da donne, se hai studiato nelle migliori università e non dai l’elemosina ai barboni. 

Sei nero, dunque tu incarni la minoranza, sei minoranza. Come tale, avrai sempre diritto ad un trattamento di riguardo: il che non significa che la sinistra liberal ti stenderà il tappeto rosso, ma piuttosto che basta che tu salga su un piedistallo con in mano il discorso di Martin Luther King (se non te lo ricordi grida solamente “I have a dream” e la folla andrà in visibilio) perché il New York Times ti dedichi un articolo in prima pagina. 

Avete questo ritratto di fronte agli occhi? Bene, proseguiamo. 

Tutti i neri sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri” 

Questa noiosissima premessa apre il discorso ad un fenomeno (antropologicamente? Forse. Culturalmente di certo) interessante, da leggere alla luce delle premesse appena fatte. 

Ricordate? Ci sono due uomini, uno vive nella zona franca, l’altro nel campo minato. Partono da due situazioni di disuguaglianza mediatica: il primo rischia continuamente di essere frainteso, il secondo avrà sempre un’aureola di bontà e di progresso che lo illumina addolcendone i tratti. 

Ora, succede che ad un certo punto il meccanismo si ingrippa. E si ingrippa perché una pedina non va dove dovrebbe.

La pedina di oggi si chiama Kanye West. Kanye West (se non lo conoscete siete perdonati) è un musicista e cantautore di colore (questa premessa è importante) con milioni di follower sui social, sposato con la famosa Kim Kardashian. 

Ebbene, Kanye qualche giorno fa ha fatto una mossa che potrebbe costargli anche la carriera: ha elogiato il cattivissimo razzistissimo omofobissimo misogino e dittatore Donald Trump. Lo ha definito “un fratello”. Si è fatto pure firmare il cappellino della MAGA, lo stronzo.

Le conseguenze non si sono fatte attendere: Kanye ha perso 9 milioni di follower (secondo il Corriere della Sera) dopo l’elogio a Donald. 

“Kanye West ci ricasca” scrive il Corriere. “È ora di farla finita con Kanye West” scrive un lapidario The Submarine, demolendo il cantante e chiamandolo “troll dell’alt–right” poi parlando della “misoginia mai troppo domata di West” arrivando a dire che il suo ultimo disco trasuda “aggressività ipermascolina” (e che cosa significa, preferiamo non saperlo). 

Non solo: si sprecano anche gli insulti all’intelligenza di Kanye, arrivando a dire che “West è stato indotto a credere che la alt–right sia parte del suo brand perché attivisti e personalità hanno rivendicato la sua partecipazione in maniera sistematica”. 

Leggasi: West non è in grado di intendere e volere, è stato spinto a scrivere qualche frase di elogio a Trump da una non meglio precisata influenza esterna, e nel caso disperato in cui invece intendesse davvero farlo, sappiate che è un fallito, un misogino ed un maschilista. Così, a caso. 

Insomma, Kanye ha simpatizzato per il novello baffuto che sembra uscito da un’America dipinta da Roth? Shame on you. Shame a frotte, titoli schifati sui giornali, follower che svolgono il loro atto di indignazione quotidiano schiacciando il tasto “unfollow” sul loro iPhone, critici musicali che cominciano a trovarti meno geniale, artisti famosi che si rivendicano come alternativi dicendo quello che nessuno prima d’ora aveva mai detto: come può un nero simpatizzare per Trump? 

Già, come può? E come può Toni Iwobi, primo senatore di colore italiano – eletto dalla Lega dove milita da 25 anni, amico di Matteo Salvini – stare in un partito così razzista? 

Più di tutto, come si permette? Come si permettono? 

E anche per Iwobi, giù insulti del tipo “Negro da giardino” (nascondendosi dietro il fatto che questa frase è stata coniata da Malcom X per indicare i neri che, al tempo della schiavitù, per assicurarsi uno stile di vita migliore giungevano a tradire i loro “fratelli” e a diventare i lecchini dei bianchi). E la sinistra tace.

Come si permette un nero di pensare altrimenti? 

Già, come diavolo si permette un nero di pensarla diversamente da come io penso che sia giusto? 

A questo punto il lettore confuso mi farà notare che questo atteggiamento potrebbe essere definito razzista.

Ma io lo correggo subito: no, non è un atteggiamento razzista, perché chi esprime questi pensieri fa parte della sinistra liberal. Ricordate il discorso di prima? Zona franca dal razzismo. Potete sbizzarrirvi, potete dire quello che volete a quei due brutti negri che hanno osato tradire la loro razza, esercitando il loro pensiero al di fuori di quello stretto recinto della prevedibilità. 

Il nero o è di sinistra, liberale, anti-razzista, democratico, o non è. Altrimenti è solamente un troll dei bianchi, uno scemo, uno sfigato, oppure un traditore, un voltagabbana. 

Ma un voltagabbana per chi? Ma per la sua razza, ovviamente. 

No, no, pensarla così non è razzista, assolutamente. Pensare che un nero – proprio perché nero – debba avere precisissime idee culturali, politiche, economiche, è del tutto normale. È giusto punire il nero che esce dal gregge: parola di un bianco, ma di sinistra e liberal. 

 

L’immagine in alto è dell’autrice dell’articolo, Grazia Roversi.

Sotto il regime di Basaglia

Ogni volta che mi trovo a discutere di qualche fenomeno genericamente inteso come sociale, sia esso riguardante l’economia, la salute, la politica o l’ampia area della cultura, premetto sempre un avvertimento di Jünger: «Il tentativo di venire a capo di un’epoca con i soli mezzi offerti da questa, si consuma nel girare a vuoto intorno ai suoi luoghi comuni: non può riuscire».

Cito questa raccomandazione come un mantra, per tentare di distogliere lo sguardo ipnotizzato della maggioranza dal gioco di specchi delle interpretazioni e delle soluzioni offerte dal sistema da parte dell’informazione di massa, dagli spacciatori dell’ovvio dei popoli.

La questione della psichiatria basagliana, quella che ha da anni il massimo impatto mediatico grazie ad un apparato di propaganda e di lavaggio del cervello estremamente capillare e pervasivo, non può né deve sfuggire a questa attenzione.

La leva di cui usufruisce per attivare l’attenzione del pubblico è l’emotività, la ricerca capziosa della lacrima e della compassione, agitando immagini di manicomi, letti di contenzione e camice di forza. A questo impatto visivo vengono associate alcune demagogiche parole chiave come diritti del malato, centralità della persona, presa in cura ed altri ameni miraggi.

La realtà, invece, quella realtà che risulta a coloro che dei malati si occupano, e con essi delle loro famiglie e del contesto di appartenenza, è molto meno rosea e vincente dei proclami pressoché quotidiani divulgati dai sodali di Franco Basaglia.

È impossibile per lo spazio contestuale entrare nel merito degli specifici disastri che questo personaggio, e la legge 180 allo stesso erroneamente attribuita, hanno prodotto e producono, per cui è necessario focalizzare l’argomentazione sulla valenza politica di questo impianto ideologico.

Come il grande stratega von Clausewitz delineò la politica come una guerra condotta con altri mezzi, si può documentatamente affermare che l’impostazione della psichiatria basagliana è la politica condotta con altri mezzi. Perché è di politica che si occupano Basaglia e basagliani, e con essa di economia, di giurisprudenza e di affari sociali.

Troppi glissano volutamente sugli aspetti più tendenziosi e settari di questa strategia, e sempre troppi sono scarsamente informati dei contenuti più pericolosi che a questa fanno da indirizzo e da supporto.

Come nel celebre racconto di Edgar Allan Poe, “La lettera rubata”, la verità è davanti agli occhi di chi è predisposto a vedere, di chi decide di uscire dal gioco di specchi che rimanda sempre ad altro, confondendo tracce e distogliendo attenzione.

La nave che affonda” è un documento del 1977, ripubblicato nel 2008 e considerato«straordinariamente vicino a noi», nel quale un giornalista interroga i pilastri intellettuali della 180, e che è considerato il catechismo ideologico del basaglianesimo.

Si va dalla negazione della diagnosi, che «sottrae il senso politico», all’esaltazione della lotta di classe di cui «la base è espressa dall’internato psichiatrico», alla rivendicazione di creare «una situazione di difficoltà nella logica dell’ordine pubblico», fino ad affermazioni del tipo «lo psichiatra (…) un terrorista lui stesso», o «scardinare un certo tipo di società», o ancora «oggi dobbiamo sacrificarci per mettere un piedi una logica rivoluzionaria».

Insomma, un vademecum comportamentale che passa attraverso la qualifica della scienza e della psicologia, la denigrazione di ogni cultura clinica e, addirittura, alla diagnosi di delirante affibbiata al grande psichiatra e psicoanalista Giovanni Jervis, proprio da chi la rifiutava e la rifiuta come strumento stigmatizzante.

Questo è il basaglianesimo. Questo è l’impianto ideologico sul quale si basa la retorica sulle buone pratiche e sulla centralità della persona. Questo è l’obiettivo reale della tanto decantata prassi di presa in carico della sofferenza e dell’emarginazione.

Il progetto di Basaglia e dei suoi accoliti è stato applicato e continua ad applicarsi attraverso alcuni dispositivi mirati e perseguiti con una logica ed una metodologia inossidabili.

Esclusione, diffamazione e svalutazione di chiunque critichi e non si sottometta al pensiero unico basagliano e ai suoi codici settari. Rifiuto del minimo controllo e della più ragionevole verifica dell’operato messo in atto nella pratica concreta. Applicazione della più pressante e spesso falsificata propaganda attraverso operazioni cartacee e televisive. Occupazione pervasiva di spazi culturali, amministrativi, giudiziari e politici di affiliati e sodali che perseguano le medesime finalità di potere.

Ecco il perché del collegamento tra Basaglia e von Clausewitz, con tutto il rispetto per il grande stratega prussiano. Oltre l’illusionismo buonista e la retorica socioiatrica, il basaglianesimo è un apparato organizzativo che gestisce un enorme potere sia politico che economico, e di questo bisogna tenerne conto, soprattutto quando – giustamente – si intende porre mano al cambiamento della Legge 180, perché limitarsi al maquillage di tipo sanitario si finisce a «girare a vuoto», tanto per ripetere le parole di Jünger, e «non può riuscire», come ha sempre fallito fino ad ora.

 

Illustrazione di Grazia Roversi.

C’è un’ipocrisia più tossica delle armi chimiche

Sgombriamo il campo da ogni possibile dubbio e ipocrisia: la guerra alla SIRIA (e alla Russia) è già in atto da 7 anni in maniera violentissima e indiretta. Se volete, assimetrica. Senza pretesti ridicoli, ma in maniera chiara e infinite volte provata. Ogni altra presunta ragione per scatenare un attacco diretto è legata al misero fallimento sul campo di ogni strategia per farla cadere e il suo bisogno cresce proporzionalmente all’avanzare e alle vittorie dell’esercito siriano.

Una storia non nuova, vista ad Aleppo, nel Ghouta e ora anche a Douma. Mai uno straccio di prova, mai un osservatore parziale o imparziale sul campo a raccogliere analisi e prove (nonostante gli inviti del governo e dei russi), ma solo un gridare compulsivo di bugie ai media e un’isterica fretta nel cercare uno spazio d’azione bellica fuori da ogni diritto e organizzazione internazionale.

Superato il casus belli del momento, va tutto nel dimenticatoio, in attesa di crearne uno nuovo. Ci si dimentica anche che le obsolete armi chimiche siriane sono state censite e fatte distruggere molti anni fa sotto supervisione internazionale, che ha coinvolto anche l’Italia. Non cosi quelle delle nazioni che foraggiano i “ribelli”, non così quelle in mano alle marionette jihadiste. Ci si dimentica anche che le potenze occidentali e arabe sono già illegittimamente presenti e combattenti in Siria. Turchi, Americani, Israeliani, Francesi e Britannici sono presenti con truppe e consiglieri militari per aiutare, addestrare e consigliare militarmente i ribelli.

Per invadere e occupare porzioni di territorio siriano. Spesso, finiscono anche per cadere nelle mani dei soldati siriani. Sono invasori di fatto, sono violatori di ogni diritto internazionale e bellico, sono invasori e assassini. Prove provate, azioni rivendicate, filmati e morti reali sul terreno. Mi spiegate, a monte di ogni manfrina, quale legittimità, diritto e credibilità possono avere questi stati nella questione interna siriana? Quale stortura mentale porta giornalisti, politicanti e popolo bue, a ripetere come verità palesi invenzioni mai provate in vece di vere omissioni su fatti certi, visibili e per giunta ammessi?

Il trionfo della malafede unito a quello della demenza di chi gli conferisce anche una qualche credibilità.

Casus belli, la scintilla che fa la differenza?

Per quale ragione si scatenano le guerre? Della dinamica dell’interazione tra individui in carne ed ossa o di entità sociali dotate di un’individualità giuridica o prammatica, il conflitto è una componente intrinseca; tuttavia, esso non sempre si traduce in guerra aperta, da intendersi come il ricorso sistematico e ragionato della forza all’uopo di risolvere il conflitto in favore della propria parte. Soffermandoci, per evidenti motivi, sullo sviluppo della questione in Europa a partire dall’Antichità, incontreremmo il contributo d’intelletti raffinatissimi quali: Tucidide, Virgilio, Vegezio, Agostino d’Ippona, Isidoro di Siviglia, Nicolò Machiavelli, Francesco Guicciardini, Carl von Clausewitz e via dicendo. Esiste da una parte, tanto nella comune morale quanto in esito del ragionamento dei filosofi, che il ricorso alla guerra sia giustificato, talvolta, a priori. Ad esempio, nel caso si subisca l’offensiva del nemico, o laddove costretti da circostanze estremamente sfavorevoli: «Iuxtum enim est bellum quibus necessarium, et pia arma ubi nulla nisi in armis spes est» (‘Legittima è infatti la guerra per coloro ai quali è necessaria, e sacre le armi laddove non è alcuna speranza fuorché nelle armi’).1

Rispondere al quesito non è facile, quanto definire un concetto di ratio belli ⸺ ovvero, della volontà di ricorrere alla guerra ⸺ che corrisponda a quello, ben circoscritto nel dibattito intorno alla legittimità della guerra, di casus belli. Se accettassimo l’opinione, diffusa e probabilmente accurata, che la guerra sia la prosecuzione della politica con altri mezzi, o viceversa, potremmo convenire sul fatto che sia il rapporto tra questi due ambiti a facilitarla, per non dire a renderla inevitabile. Per esempio, potremmo immaginare che due potenze contrapposte, Atene e Sparta, abbiano un contenzioso aperto nel merito, ad esempio, del possesso di alcuni territori. Atene, volendo contenere Sparta, punta tutto sul proprio vantaggio in termini di disponibilità economiche e diplomatiche per guadagnarsi il favore dei governanti di questi territori. Sparta, che sa di avere un esercito più efficiente di quello ateniese, decide a quel punto di giocarsela alla prima occasione sul campo di battaglia. Soltanto allora si può parlare, eventualmente, di casus belli; in ogni caso, la guerra è stata già decisa prima che questo si verifichi. Non è detto che vi si arrivi: Atene, a quel punto, per evitarne lo scoppio potrebbe ad esempio accordarsi con gli spartani sull’estensione delle rispettive aree d’influenza. In quel caso, non vi sarebbe effettivamente alcuna guerra combattuta, e tuttavia il potenziale ricorso al proprio apparato militare da parte di una delle due potenze risulterebbe altrettanto decisivo che se fosse impiegato.2

Nel provocare lo scatenarsi di una guerra, dunque, non è tanto determinante il verificarsi di incidenti e incomprensioni, ai quali in genere la politica è capace di rimediare, quanto la precisa volontà di utilizzarli come casus belli, come pretesti ad aprire le ostilità sul campo. Questa è una verità della storia che occorre saper distinguere tra le righe. Nel 1914 non fu l’attentato a Francesco Ferdinando a provocare la Prima Guerra mondiale, ma l’intenzione da parte austriaca di servirsene come una sorta di assegno in bianco per risolvere con le armi il confronto austro-serbo, che a sua volta fu un prodotto dell’inarrestabile declino e del disfacimento dell’Impero ottomano.3 Peraltro, senza un’idea precisa di come farlo. Il gran direttore del ‘Concerto delle Potenze’, Otto von Bismarck, l’aveva infatti previsto, nella sua proverbiale lucidità di statista, invitando i grandi d’Europa a spartirselo subito o a lasciarlo in pace, per non dovere un giorno esser trascinati in una guerra generale dall’infernale meccanismo delle alleanze e dei casus foederis. L’Austria aveva deciso da tempo d’intervenire a fermare l’attivismo di Belgrado, almeno dall’epoca delle Guerre Balcaniche; la pistola di Gavrilo Princip le diede finalmente il pretesto.

Talvolta, in ragione della grande disparità di forze esistente tra i due contendenti, la guerra può divenire ancora più conveniente di altri mezzi alla risoluzione del confronto. Ad esempio, in tutti quei casi in cui una grande potenza si confronti con uno stato piccolo e debole. Sul finire dell’Ottocento, mentre cadeva ormai il crepuscolo sui resti dell’Impero spagnolo, ci si domandava nelle grandi capitali cosa ne sarebbe stato di Cuba. Provvidenzialmente, nella serata del 15 febbraio 1898 la corazzata Maine saltò in aria per ragioni sconosciute nella rada dell’Avana: gli americani colsero la palla al balzo e sfruttarono il casus belli per scrivere la parola ‘fine’ sulla storia del Imperio donde nunca se pone el sol, bruciando le capitali europee sul tempo. Le Filippine, Cuba, Puerto Rico e Guam passarono col trattato di Parigi, in cambio di un indennizzo in denaro, sotto l’egida degli Stati Uniti. Un tempismo talmente provvidenziale che non poca gente ha dubitato, da un secolo a questa parte, della buona fede di Washington.4

Guardando alla storia, non è difficile cogliervi almeno questa lezione: la ratio belli prevale, nel determinare un conflitto, su ogni altra ragione effettiva. Oggi le dinamiche del conflitto permanente tra le nazioni si sono trasformate rispetto alla Belle Epoque: non del tutto snaturate, si svolgono in contesti molteplici, vagamente connessi gli uni agli altri. L’opinione pubblica ha un peso molto più significativo rispetto al 1914; non tanto perché la gente s’informi e si faccia sentire di più, quanto perché l’informazione si svolge contemporaneamente attraverso canali molteplici, che è di volta in volta più facile o più difficile sfruttare a vantaggio dei grandi interessi. Soprattutto, è cambiata la guerra, trasformandosi nel confronto totale e senza quartiere che è stata l’ultima Guerra mondiale, o ‘Guerra civile europea’. Chi vince piglia tutto, e chi perde ⸺ Dio l’aiuti! Anche nella sua versione attenuata, di guerra fredda, l’arte bellica si è fatta sempre più dura e dispendiosa. Perché l’opinione pubblica l’accetti, è necessario che sia per un fine veramente giusto. Da qui la continua disumanizzazione del nemico, i tentativi di dipingerlo come arretrato, incivile, pericoloso; il che, oltre a costituire ipso facto una ragione più che legittima per muovergli guerra, funge da ottimo catalizzatore per la pubblica opinione ⸺ senza la quale, sin dai tempi dei faraoni, non si fa nulla. E’ necessario discutere ora dell’affaire Skripal? Degli episodi ormai già quasi dimenticati del golpe ucraino e della Crimea? Delle reiterate accuse che si rivolgono ai ‘dittatori’ che non piacciono o non fanno più comodo? Probabilmente sarebbe inutile. Per evitare di ritrovarsi coinvolti in una guerra per l’altrui interesse, occorre di tenere sempre a mente l’avvertimento della storia: le guerre avvengono per colpa di chi le vuole, non di chi impugna per primo le armi. Non necessariamente gli uni e gli altri coincidono.

 

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.

1 Tito Livio, Ab Urbe condita: 9,1. Cit. in Machiavelli, Il Principe: Esortazione a pigliare l’Italia e a liberarla dalle mani dei barbari, XXVI.

2 Con l’esempio di Atene e Sparta voglio intendere non nello specifico le due poleis elleniche, ma due potenze qualsiasi, siano esse USA e URSS, Francia e Spagna, Austria e Turchia. Ad esempio, la divisione del mondo in due blocchi e la dottrina della deterrenza nucleare, ovvero l’atteggiamento perenne di guerra fredda tra Mosca e Washington, senza mai venire allo scontro diretto tra le due capitali, assicurò al mondo cinquant’anni di relativa pace.

3 Con le due Guerre Balcaniche (1912-13) i residui possedimenti europei dell’Impero ottomano furono conquistati e spartiti tra Serbia, Montenegro, Bulgaria, Grecia e Romania. Il riassetto della penisola, soprattutto in favore della Serbia, preoccupò assai l’Austria, alle prese con la questione slava pure all’interno dei propri confini. Soprattutto, essa era problematica per le relazioni internazionali di Vienna: la questione delle compensazioni territoriali nei Balcani era un elemento fondamentale della Triplice Alleanza. L’Austria era intervenuta nel corso delle Guerre Balcaniche ad evitare che la Serbia acquisisse uno sbocco sull’Adriatico, del quale la privò con la costituzione di un’Albania indipendente, e poi appoggiando le rivendicazioni bulgare sulla Macedonia quando la Serbia la chiese in riparazione dello sbocco marittimo negatole.

4 Non fu dato sapere quali fossero le cause dell’affondamento. Gli Stati Uniti indicarono come responsabile una mina spagnola; gli spagnoli si dissero disposti a collaborare per chiarire le cause dell’accaduto, ma a Washington già risuonava il grido di guerra «Remember the Maine!» che chiamava a vendicare l’affronto. Questo fece da pendant al «Don’t forget the starving Cubans!» che la stampa aveva diffuso da tempo, accusando Madrid di maltrattamento della popolazione cubana nel reprimere la sollevazione dell’isola. L’incidente potrebbe esser stato causato da un guasto tecnico. Tuttora a Cuba è ufficiale l’opinione che si sia trattato di un false flag, come diremmo oggi.