Uso e abuso della “percezione”

«Io e te – spiega una scuola di psicologia e psicoterapia molto distante dalle fissità interpretative di Freud ed altri esponenti delle psicologia classica1siamo due organismi ed entriamo in contatto attraverso la nostra interazione che avviene attraverso ciò che viene definito “confine del contatto”», involucro che protegge il sé, inteso come «“organo” della persona, uno strumento che ha insita la capacità di regolare l’organismo che presiede e di risolvere i suoi problemi per mezzo della sua caratteristica principale che è quella di essere un “processo permanente di adattamento creativo” dell’uomo al proprio ambiente», e allo stesso tempo ‘stoffa’ di aderenza tra soggettività.2 Il sé quindi non è più l’anima, ma lo strumento che agevola la conoscenza e l’incontro ed è qualcosa che va plasmandosi nella continua verifica alla quale il reale lo obbliga. In questo senso ogni momento è crescita.

«Il termine tedesco Gestalt è il participio passato di von Augen gestellt che letteralmente significa posizionato davanti agli occhi, ciò che compare allo sguardo, ovvero forma». La Gestalt considera fondamentale e lavora sulla percezione della realtà anche attraverso i suoi dettagli facendo emergere dallo sfondo spesso indifferenziato la figura dettagliata.«Il motto per antonomasia dei gestaltisti è: “Il tutto è più della somma delle singole parti”, significa che la totalità del percepito è caratterizzato non solo dalla somma dalle singole attivazioni sensoriali, ma da qualcosa di più che permette di comprendere la forma nella sua totalità»3.

Il modello terapeutico in questione punta alla crescita della persona e alla sua “competenza relazionale”, “crescita” intesa «come costruire, attraverso un processo di confronto critico, una nuova integrazione tra Soggetto e Ambiente». La crescita dunque avviene attraverso i contatti con l’ambiente, ma «ogni contatto implica una fase conflittuale nella quale gli equilibri esistenti entrano in crisi (conflitto tra “vecchio” e “nuovo”, tra Organismo e Ambiente) ed una fase costruttiva, nella quale si perviene ad una nuova sintesi (cfr. la “fusione degli orizzonti” di H.G.Gadamer)»4.

Ci incuriosisce siffatta scuola di terapia, proprio perché sembra essere all’avanguardia nel trattare con serietà le sensazioni, i bisogni, i segnali del corpo, nel non “criminalizzare” il disagio, a non considerarlo imprinting insuperabile e a lavorare sugli istinti primari e le percezioni per restituirli alla consapevolezza della persona ed affermarli come forza creativa, in tempi in cui vi è un aumento di richieste di aiuto psicologico, un aumento delle psicosi e dei disagi (già in età adolescenziale5) legati soprattutto alle “nuove solitudini” che spingono alle dipendenze da sostanze e da santoni6, all’instaurazione di rapporti malsani, al rifiuto di relazioni significative con l’altro.

Il fatto che le scienze psicologiche siano diventate “di moda” e i loro contenuti accessibili a tutti, attraverso la rete e i reparti di librerie e biblioteche sempre più forniti di libri motivazionali e di crescita personale, ha portato con sé un retroaltare pericoloso, la pan-psicologizzazione sociale, ad opera di chi il più delle volte non ha adeguata formazione o ad opera di chi ce l’ha ma la utilizza non per la cura della persona, bensì per trarre profitti dalle consulenze o per i fini più disparati. Secondo un think thank del Pentagono «Il presidente russo Vladimir Putin sarebbe affetto da sindrome di Asperger, “un disturbo autistico che influenza ogni sua decisione”».

Le scienze psicologiche e psicocliniche si prestano purtroppo ad un uso deviato e deviante, che non risparmia nessuno e ancor più pericoloso è lo scimmiottamento di esse. In un simile clima, se la psicologia ‘assiste’ la persona, un qualche ‘medico’ deve occuparsi della comunità che nella sinergia crea il terreno ove la persona si sviluppa e nell’applicazione distorta di certi saperi lo ammorba di piante cattive.

È quanto accade nel tempo del politicamente corretto e delle memorie del bisogno, tempo in cui la proposizione di un problema “ambientale” è mutata e resa, nella sua narrazione, in percezione di qualcosa che si insinua esista soltanto nella dimensione appunto sensoriale del soggetto, presentato come influenzabile e fobico, schiavo di mediocri ossessioni, attaccato alla gonna della meschina paura.

È quanto avviene in tema di sicurezza e immigrazione con consequenziale messa la bando dei “seminatori di odio” e fomentatori di infondate paure, alias critici del sistema migratorio attuato, mentre la forza del reale della cronaca lacrime e sangue illumina silenziosa l’artata cecità. È ciò che accade sul versante dei “nuovi diritti” che, se non vanno a genio o suscitano perplessità stante la contemporanea concessa eliminazione di quelli sociali, comportano un immediato inserimento nel registro degli omofobi, dei retrogradi, dei bigotti, degli haters. Ma prima ancora dei temi spinosi, la questione riguarda il normale e l’ovvio, che sì con questi problemi si intreccia, ma non sempre.

Ricordo a tal proposito un gustoso commento alla foto che circolava su facebook presentando la famiglia del futuro già possibile, quella gender fluid e atipica, di una mamma transgender (mi si perdoni se non azzecco la sfumatura precisa), ormai esteticamente con sembianze maschili (barba e fisicità mascolina), la quale o il quale (chiedo sempre venia) allattava il suo bambino partorito “da uomo”. Alle constatazioni che ciò non sia esattamente il valzer della normalità mosse da più utenti, altri molto più aperti ribattevano con un politicamente correttissimo pensiero che suonava o meglio tuonava più o meno così: «non bisogna giudicare questo come il prodotto di cultura macabra e destabilizzante… Io vedo una mamma che nutre il proprio figlio».

La nostra attenzione deve fermarsi sul “io vedo”. Essendo l’oggetto della visione un qualcosa che logicamente e obiettivamente è da condursi almeno sul piano estetico a tutt’altro, vien da dire che questo “io vedo”, non è il vedere oggettivante di Tommaso che accetta la Verità della visione, ma è una costruzione soggettiva oltre la percezione fisica dell’occhio che si impone sul reale, svuotandolo, decostruendolo, sostituendolo con la farsa del “io vedo una madre”, mentre la visione che si presenta all’iride è quella di un uomo che sostituisce agli occhi innocenti del pargolo ‘l’archetipo della madre’ nell’atto che fa più madre di tutti: l’allattamento.

Il “io vedo” sottende l’accettazione pacifica dell’anormale, che non ha nulla di ovvio ed ha, a nostro avviso, molto di insalubre. Ecco così trasferito sul piano dell’ottimismo, della positività (finanche quella giuridica dell’”amore” che «vuol farsi diritto per realizzarsi pienamente»7), del buono e del bello, ciò che per natura è almeno “strano”, in un tempo peraltro che condanna il minorato e il diverso alla solitudine o ad essere un non nato (ci si chieda come mai nel politicamente correttissimo e civilissimo Occidente nascano sempre meno bambini con la trisonomia del cromosoma 218).

Di contro, ecco trasferito sul piano della ‘fobia’, della patologia, ciò che dovrebbe stare sul piano delle relazioni ‘più antiche’ e delle dinamiche essenziali alla vita. La vita che è relazione. É recintato quindi nell’ambito della scelta soggettiva ciò che non va apprezzato come fatto isolato e faccenda individuale, concernendo invece l’antropologia, la cattura delle dinamiche umane non come mera speculazione intellettuale, ma responsabilità nel cogliere i segni del tempo e non lasciarli alle pagine dei libri, soprattutto quando sono spie e sintomi di morbi pericolosi. La realtà fattuale è banalizzata e costretta nella bolla della psicosi, dell’astruseria, della singolarità, della pochezza. Chi si lamenta degli aspetti tragici del reale mettendo in discussione politiche e progetti è bollato come quello che per ignoranza “non ce la fa” ad accettare questo mondo petaloso.

La “migliore vecchia pazza dopo Oriana Fallaci” (C. Langone)9, l’antropologa Ida Magli, aveva più volte evidenziato quell’imbroglio moderno del collegare alla sfera psicologica quei problemi che, non soltanto per onestà intellettuale, andrebbero letti invece usando la lente dell’antropologia culturale, che dal modo di atteggiarsi degli individui nelle relazioni che intrattengono estrae il succo amaro delle dinamiche involutive e il miele dolce delle possibilità d’elevazione, e funge da strumento di anticipazione e precauzione.

Il metodo antropologico, avendo in qualche misura a cuore il benessere dell’uomo e il senso stesso dell’esistenza, una e breve, sembra implicare anche la considerazione di non essere capitati per caso nel mondo, ma dell’essere portatori di un senso che merita un riconoscimento e una cura, dell’essere fautori di dinamiche che modificano l’orizzonte degli eventi.

Usiamo poi la provocazione langoniana non perché riteniamo tale la professoressa, né tale la riteneva il giornalista che anzi ne sottolineava l’acume, ma riprendiamo l’epiteto proprio perché il boicottaggio delle intuizioni della Magli operato dagli intellettuali senza argomenti è passato proprio dallo screditamento nella semplicistica reazione di stomaco, quanto mai banale, secondo cui le donne che pensano fuori dal coro siano in fondo un po’ matte, soprattutto quando sono anche belle o quando anticipano i tempi.

Ancora più matte sono quando amano e vogliono portare la gonna e non i pantaloni, come vuole il femminismo più audace, che della donna nega quanto è già inscritto nel suo corpo: la maternità. Ciò viene realizzato nell’asserzione che la verità del corpo (il bacino non piatto che aiuta il sostegno del pancione, il seno che produce latte) sia in realtà una fallace percezione, o meglio, citando una ormai nota e comica definizione “un concetto antropologico”, sedimentato in anni di patriarcato.

Facendo leva sulle debolezze e gli aspetti psicologici queste nuove costruite percezioni mortificanti la natura, nel paesaggio del “io sono me stesso”, espressione ‘tammarica’ che significa niente, fanno “regola tra le parti”.

Prendendo l’universo social come uno dei più vividi schermi ove si proietta, spesso invero deformato, il comune sentire sociale, hanno in qualche modo impressionato i commenti di matrice ultra-femminista rivolte in un articolo all’artista Frida Kahlo, monumento intoccabile agli occhi una certa intellighenzia anche progressista, apostrofata “scendiletto”, “schiava d’amore”, “cagna” per avere dedicato al suo Diego Rivera, non esattamente il prototipo dell’uomo piacente, mielose parole di amore totale10.

Riconosciuto il proprio ombelico come centro del mondo, la propria esperienza, spesso falsata, è sentenza, è legge. La propria costruzione ideologica è bibbia. Chi non ha – magari per grazia del Signore – quella stessa esperienza allora deve tacere. Del lavoro in miniera parli solo chi ha svangato in miniera. Sia mai che chi non ha tirato fuori un chilo di carbone possa empaticamente abbozzare un’analisi.

La ricerca viene invece ridotta a complotto, l’oggettività dei dati sminuita a impressione, gli orrori di guerra a fake news, le false flag a verità. I revisionismi fisiologicamente al bando!

È, sul piano umano, la morte dell’empatia, dell’affettività, del senso del sangue e della continuazione del sé, dell’adesione fertile nell’amicizia, del desiderio di sperimentare i propri limiti e i propri eccessi nella crescita insieme. È la morte dell’altro, ammesso solo nella funzione di strumento di appagamento egoistico.

L’iper individualismo ci consegna un mondo molto povero di alterità, dove non possono così esistere, nemmeno della dimensione della visione letteraria, le tensioni più intime che sono la fiammella dei popoli e, in qualche senso, le caratteristiche dei Santi: il senso dell’ingiustizia, il coraggio della ribellione, il desiderio di comunità, le tensioni grandi e le inquietudini piccole, lo sguardo oggettivante che riconosce il vulnus e lo cura.

Non è più il tempo di Anna Karenina, del romanzo onnisciente soppiantato dal catino delle vomitate social, del sogno, della poesia e dei carteggi amorosi ove il pittore comunista scrive all’amata «sono avvolto in una dolce nuvola d’oro che si chiama Marta e fuori da questa nuvola mi sento solo e sperduto» e la Duse al Vate «Muoio di melanconia senza di te, Gabri».

 

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione, scattata alla Biennale di Venezia.

2http://www.igf-gestalt.it/2013/06/teoria-del-se-e-ciclo-del-contatto/ Mentre nella psicoanalisi come nella Psicologia analitica il “Sé”, scritto maiuscolo, rappresenta una struttura centrale, nucleare dell’individuo, molto profonda e fondamentale, al contrario in Gestalt la parola “sé” si scrive minuscola perché non ha niente a che fare, senza peraltro escluderne l’importanza e l’esistenza, con una qualche struttura particolarmente “nobile” di tipo archetipico come l’anima o lo spirito o con un qualche nucleo centrale e primario della persona che ne definisce la natura innata e specifica. Si potrebbe dire piuttosto che il sé è come un “organo” della persona, uno strumento che ha insita la capacità di regolare l’organismo che presiede e di risolvere i suoi problemi per mezzo della sua caratteristica principale che è quella di essere un “processo permanente di adattamento creativo” dell’uomo al proprio ambiente, interiore ed esteriore, come peraltro esso viene appunto definito da Goodman. In questo caso quindi per ”processo” non si intende più un qualcosa di statico, fermo, sempre uguale a se stesso, ma piuttosto qualcosa che è in movimento e che cambia continuamente col mutare delle situazioni interne ed esterne, attraverso questa sua funzione creativa di organizzarsi e riorganizzarsi in base alle diverse circostanze, con lo scopo di ristabilire l’integrità organismica. Questa è la funzione che ci permette di ritrovare il benessere quando lo perdiamo e che possiamo pertanto intendere come fondamentale nella spinta alla vita e alla salute.

4http://www.gestaltherapy.it/Gestalt-Psicoterapia-Modello.aspx?nav=itmModell

5https://www.tecnicadellascuola.it/alunni-fragili-famiglia-non-parlano-serve-uno-psicologo-scuola-li-faccia-aprire

6http://www.repubblica.it/cronaca/2018/02/27/news/le_sette_in_italia_testimonianze_numeri-189839775/

7http://astratto.info/rodota-lamore-si-libera-dal-predominio-del-diritto.html

8https://www.huffingtonpost.it/2017/08/22/in-islanda-non-nascono-quasi-piu-bambini-con-la-sindrome-di-down-i-genitori-chiedono-lo-screening-prenatale_a_23156663/

9https://www.ilfoglio.it/articoli/2014/01/01/news/per-non-ascoltare-mika-basterebbe-leggere-quella-vecchia-pazza-di-ida-magli-74088/

10 (La mia notte mi strema. Sa bene che mi manchi e tutta la sua oscurità non basta a nascondere quest’evidenza che brilla come una lama nel buio, la mia notte vorrebbe avere ali per volare fino a te, avvolgerti nel sonno e ricondurti a me).

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