Uso e abuso della “percezione”

«Io e te – spiega una scuola di psicologia e psicoterapia molto distante dalle fissità interpretative di Freud ed altri esponenti delle psicologia classica1siamo due organismi ed entriamo in contatto attraverso la nostra interazione che avviene attraverso ciò che viene definito “confine del contatto”», involucro che protegge il sé, inteso come «“organo” della persona, uno strumento che ha insita la capacità di regolare l’organismo che presiede e di risolvere i suoi problemi per mezzo della sua caratteristica principale che è quella di essere un “processo permanente di adattamento creativo” dell’uomo al proprio ambiente», e allo stesso tempo ‘stoffa’ di aderenza tra soggettività.2 Il sé quindi non è più l’anima, ma lo strumento che agevola la conoscenza e l’incontro ed è qualcosa che va plasmandosi nella continua verifica alla quale il reale lo obbliga. In questo senso ogni momento è crescita.

«Il termine tedesco Gestalt è il participio passato di von Augen gestellt che letteralmente significa posizionato davanti agli occhi, ciò che compare allo sguardo, ovvero forma». La Gestalt considera fondamentale e lavora sulla percezione della realtà anche attraverso i suoi dettagli facendo emergere dallo sfondo spesso indifferenziato la figura dettagliata.«Il motto per antonomasia dei gestaltisti è: “Il tutto è più della somma delle singole parti”, significa che la totalità del percepito è caratterizzato non solo dalla somma dalle singole attivazioni sensoriali, ma da qualcosa di più che permette di comprendere la forma nella sua totalità»3.

Il modello terapeutico in questione punta alla crescita della persona e alla sua “competenza relazionale”, “crescita” intesa «come costruire, attraverso un processo di confronto critico, una nuova integrazione tra Soggetto e Ambiente». La crescita dunque avviene attraverso i contatti con l’ambiente, ma «ogni contatto implica una fase conflittuale nella quale gli equilibri esistenti entrano in crisi (conflitto tra “vecchio” e “nuovo”, tra Organismo e Ambiente) ed una fase costruttiva, nella quale si perviene ad una nuova sintesi (cfr. la “fusione degli orizzonti” di H.G.Gadamer)»4.

Ci incuriosisce siffatta scuola di terapia, proprio perché sembra essere all’avanguardia nel trattare con serietà le sensazioni, i bisogni, i segnali del corpo, nel non “criminalizzare” il disagio, a non considerarlo imprinting insuperabile e a lavorare sugli istinti primari e le percezioni per restituirli alla consapevolezza della persona ed affermarli come forza creativa, in tempi in cui vi è un aumento di richieste di aiuto psicologico, un aumento delle psicosi e dei disagi (già in età adolescenziale5) legati soprattutto alle “nuove solitudini” che spingono alle dipendenze da sostanze e da santoni6, all’instaurazione di rapporti malsani, al rifiuto di relazioni significative con l’altro.

Il fatto che le scienze psicologiche siano diventate “di moda” e i loro contenuti accessibili a tutti, attraverso la rete e i reparti di librerie e biblioteche sempre più forniti di libri motivazionali e di crescita personale, ha portato con sé un retroaltare pericoloso, la pan-psicologizzazione sociale, ad opera di chi il più delle volte non ha adeguata formazione o ad opera di chi ce l’ha ma la utilizza non per la cura della persona, bensì per trarre profitti dalle consulenze o per i fini più disparati. Secondo un think thank del Pentagono «Il presidente russo Vladimir Putin sarebbe affetto da sindrome di Asperger, “un disturbo autistico che influenza ogni sua decisione”».

Le scienze psicologiche e psicocliniche si prestano purtroppo ad un uso deviato e deviante, che non risparmia nessuno e ancor più pericoloso è lo scimmiottamento di esse. In un simile clima, se la psicologia ‘assiste’ la persona, un qualche ‘medico’ deve occuparsi della comunità che nella sinergia crea il terreno ove la persona si sviluppa e nell’applicazione distorta di certi saperi lo ammorba di piante cattive.

È quanto accade nel tempo del politicamente corretto e delle memorie del bisogno, tempo in cui la proposizione di un problema “ambientale” è mutata e resa, nella sua narrazione, in percezione di qualcosa che si insinua esista soltanto nella dimensione appunto sensoriale del soggetto, presentato come influenzabile e fobico, schiavo di mediocri ossessioni, attaccato alla gonna della meschina paura.

È quanto avviene in tema di sicurezza e immigrazione con consequenziale messa la bando dei “seminatori di odio” e fomentatori di infondate paure, alias critici del sistema migratorio attuato, mentre la forza del reale della cronaca lacrime e sangue illumina silenziosa l’artata cecità. È ciò che accade sul versante dei “nuovi diritti” che, se non vanno a genio o suscitano perplessità stante la contemporanea concessa eliminazione di quelli sociali, comportano un immediato inserimento nel registro degli omofobi, dei retrogradi, dei bigotti, degli haters. Ma prima ancora dei temi spinosi, la questione riguarda il normale e l’ovvio, che sì con questi problemi si intreccia, ma non sempre.

Ricordo a tal proposito un gustoso commento alla foto che circolava su facebook presentando la famiglia del futuro già possibile, quella gender fluid e atipica, di una mamma transgender (mi si perdoni se non azzecco la sfumatura precisa), ormai esteticamente con sembianze maschili (barba e fisicità mascolina), la quale o il quale (chiedo sempre venia) allattava il suo bambino partorito “da uomo”. Alle constatazioni che ciò non sia esattamente il valzer della normalità mosse da più utenti, altri molto più aperti ribattevano con un politicamente correttissimo pensiero che suonava o meglio tuonava più o meno così: «non bisogna giudicare questo come il prodotto di cultura macabra e destabilizzante… Io vedo una mamma che nutre il proprio figlio».

La nostra attenzione deve fermarsi sul “io vedo”. Essendo l’oggetto della visione un qualcosa che logicamente e obiettivamente è da condursi almeno sul piano estetico a tutt’altro, vien da dire che questo “io vedo”, non è il vedere oggettivante di Tommaso che accetta la Verità della visione, ma è una costruzione soggettiva oltre la percezione fisica dell’occhio che si impone sul reale, svuotandolo, decostruendolo, sostituendolo con la farsa del “io vedo una madre”, mentre la visione che si presenta all’iride è quella di un uomo che sostituisce agli occhi innocenti del pargolo ‘l’archetipo della madre’ nell’atto che fa più madre di tutti: l’allattamento.

Il “io vedo” sottende l’accettazione pacifica dell’anormale, che non ha nulla di ovvio ed ha, a nostro avviso, molto di insalubre. Ecco così trasferito sul piano dell’ottimismo, della positività (finanche quella giuridica dell’”amore” che «vuol farsi diritto per realizzarsi pienamente»7), del buono e del bello, ciò che per natura è almeno “strano”, in un tempo peraltro che condanna il minorato e il diverso alla solitudine o ad essere un non nato (ci si chieda come mai nel politicamente correttissimo e civilissimo Occidente nascano sempre meno bambini con la trisonomia del cromosoma 218).

Di contro, ecco trasferito sul piano della ‘fobia’, della patologia, ciò che dovrebbe stare sul piano delle relazioni ‘più antiche’ e delle dinamiche essenziali alla vita. La vita che è relazione. É recintato quindi nell’ambito della scelta soggettiva ciò che non va apprezzato come fatto isolato e faccenda individuale, concernendo invece l’antropologia, la cattura delle dinamiche umane non come mera speculazione intellettuale, ma responsabilità nel cogliere i segni del tempo e non lasciarli alle pagine dei libri, soprattutto quando sono spie e sintomi di morbi pericolosi. La realtà fattuale è banalizzata e costretta nella bolla della psicosi, dell’astruseria, della singolarità, della pochezza. Chi si lamenta degli aspetti tragici del reale mettendo in discussione politiche e progetti è bollato come quello che per ignoranza “non ce la fa” ad accettare questo mondo petaloso.

La “migliore vecchia pazza dopo Oriana Fallaci” (C. Langone)9, l’antropologa Ida Magli, aveva più volte evidenziato quell’imbroglio moderno del collegare alla sfera psicologica quei problemi che, non soltanto per onestà intellettuale, andrebbero letti invece usando la lente dell’antropologia culturale, che dal modo di atteggiarsi degli individui nelle relazioni che intrattengono estrae il succo amaro delle dinamiche involutive e il miele dolce delle possibilità d’elevazione, e funge da strumento di anticipazione e precauzione.

Il metodo antropologico, avendo in qualche misura a cuore il benessere dell’uomo e il senso stesso dell’esistenza, una e breve, sembra implicare anche la considerazione di non essere capitati per caso nel mondo, ma dell’essere portatori di un senso che merita un riconoscimento e una cura, dell’essere fautori di dinamiche che modificano l’orizzonte degli eventi.

Usiamo poi la provocazione langoniana non perché riteniamo tale la professoressa, né tale la riteneva il giornalista che anzi ne sottolineava l’acume, ma riprendiamo l’epiteto proprio perché il boicottaggio delle intuizioni della Magli operato dagli intellettuali senza argomenti è passato proprio dallo screditamento nella semplicistica reazione di stomaco, quanto mai banale, secondo cui le donne che pensano fuori dal coro siano in fondo un po’ matte, soprattutto quando sono anche belle o quando anticipano i tempi.

Ancora più matte sono quando amano e vogliono portare la gonna e non i pantaloni, come vuole il femminismo più audace, che della donna nega quanto è già inscritto nel suo corpo: la maternità. Ciò viene realizzato nell’asserzione che la verità del corpo (il bacino non piatto che aiuta il sostegno del pancione, il seno che produce latte) sia in realtà una fallace percezione, o meglio, citando una ormai nota e comica definizione “un concetto antropologico”, sedimentato in anni di patriarcato.

Facendo leva sulle debolezze e gli aspetti psicologici queste nuove costruite percezioni mortificanti la natura, nel paesaggio del “io sono me stesso”, espressione ‘tammarica’ che significa niente, fanno “regola tra le parti”.

Prendendo l’universo social come uno dei più vividi schermi ove si proietta, spesso invero deformato, il comune sentire sociale, hanno in qualche modo impressionato i commenti di matrice ultra-femminista rivolte in un articolo all’artista Frida Kahlo, monumento intoccabile agli occhi una certa intellighenzia anche progressista, apostrofata “scendiletto”, “schiava d’amore”, “cagna” per avere dedicato al suo Diego Rivera, non esattamente il prototipo dell’uomo piacente, mielose parole di amore totale10.

Riconosciuto il proprio ombelico come centro del mondo, la propria esperienza, spesso falsata, è sentenza, è legge. La propria costruzione ideologica è bibbia. Chi non ha – magari per grazia del Signore – quella stessa esperienza allora deve tacere. Del lavoro in miniera parli solo chi ha svangato in miniera. Sia mai che chi non ha tirato fuori un chilo di carbone possa empaticamente abbozzare un’analisi.

La ricerca viene invece ridotta a complotto, l’oggettività dei dati sminuita a impressione, gli orrori di guerra a fake news, le false flag a verità. I revisionismi fisiologicamente al bando!

È, sul piano umano, la morte dell’empatia, dell’affettività, del senso del sangue e della continuazione del sé, dell’adesione fertile nell’amicizia, del desiderio di sperimentare i propri limiti e i propri eccessi nella crescita insieme. È la morte dell’altro, ammesso solo nella funzione di strumento di appagamento egoistico.

L’iper individualismo ci consegna un mondo molto povero di alterità, dove non possono così esistere, nemmeno della dimensione della visione letteraria, le tensioni più intime che sono la fiammella dei popoli e, in qualche senso, le caratteristiche dei Santi: il senso dell’ingiustizia, il coraggio della ribellione, il desiderio di comunità, le tensioni grandi e le inquietudini piccole, lo sguardo oggettivante che riconosce il vulnus e lo cura.

Non è più il tempo di Anna Karenina, del romanzo onnisciente soppiantato dal catino delle vomitate social, del sogno, della poesia e dei carteggi amorosi ove il pittore comunista scrive all’amata «sono avvolto in una dolce nuvola d’oro che si chiama Marta e fuori da questa nuvola mi sento solo e sperduto» e la Duse al Vate «Muoio di melanconia senza di te, Gabri».

 

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione, scattata alla Biennale di Venezia.

2http://www.igf-gestalt.it/2013/06/teoria-del-se-e-ciclo-del-contatto/ Mentre nella psicoanalisi come nella Psicologia analitica il “Sé”, scritto maiuscolo, rappresenta una struttura centrale, nucleare dell’individuo, molto profonda e fondamentale, al contrario in Gestalt la parola “sé” si scrive minuscola perché non ha niente a che fare, senza peraltro escluderne l’importanza e l’esistenza, con una qualche struttura particolarmente “nobile” di tipo archetipico come l’anima o lo spirito o con un qualche nucleo centrale e primario della persona che ne definisce la natura innata e specifica. Si potrebbe dire piuttosto che il sé è come un “organo” della persona, uno strumento che ha insita la capacità di regolare l’organismo che presiede e di risolvere i suoi problemi per mezzo della sua caratteristica principale che è quella di essere un “processo permanente di adattamento creativo” dell’uomo al proprio ambiente, interiore ed esteriore, come peraltro esso viene appunto definito da Goodman. In questo caso quindi per ”processo” non si intende più un qualcosa di statico, fermo, sempre uguale a se stesso, ma piuttosto qualcosa che è in movimento e che cambia continuamente col mutare delle situazioni interne ed esterne, attraverso questa sua funzione creativa di organizzarsi e riorganizzarsi in base alle diverse circostanze, con lo scopo di ristabilire l’integrità organismica. Questa è la funzione che ci permette di ritrovare il benessere quando lo perdiamo e che possiamo pertanto intendere come fondamentale nella spinta alla vita e alla salute.

4http://www.gestaltherapy.it/Gestalt-Psicoterapia-Modello.aspx?nav=itmModell

5https://www.tecnicadellascuola.it/alunni-fragili-famiglia-non-parlano-serve-uno-psicologo-scuola-li-faccia-aprire

6http://www.repubblica.it/cronaca/2018/02/27/news/le_sette_in_italia_testimonianze_numeri-189839775/

7http://astratto.info/rodota-lamore-si-libera-dal-predominio-del-diritto.html

8https://www.huffingtonpost.it/2017/08/22/in-islanda-non-nascono-quasi-piu-bambini-con-la-sindrome-di-down-i-genitori-chiedono-lo-screening-prenatale_a_23156663/

9https://www.ilfoglio.it/articoli/2014/01/01/news/per-non-ascoltare-mika-basterebbe-leggere-quella-vecchia-pazza-di-ida-magli-74088/

10 (La mia notte mi strema. Sa bene che mi manchi e tutta la sua oscurità non basta a nascondere quest’evidenza che brilla come una lama nel buio, la mia notte vorrebbe avere ali per volare fino a te, avvolgerti nel sonno e ricondurti a me).

Sette macrobiotiche e digiuno di relazioni sociali

Risale a pochi giorni fa la notizia secondo cui una setta macrobiotica sia stata smantellata con accuse di sfruttamento e riduzione in schiavitù degli adepti. Come riportato da importanti testate nazionali come Il Corriere della Sera il principale indagato è il guru Mario Pianesi conosciuto con lo pseudonimo di Ma-Pi. Aveva costruito un vero e proprio «impero» del cibo macrobiotico, lo “specialista” indagato dalla magistratura di Ancona perché avrebbe manipolato i suoi pazienti costringendoli a vivere in un regime da vera e propria «setta».

Di cosa parliamo nello specifico? Cominciamo parlando dell’indagato: il ricercatore-benefattore aveva affermato che «26 pubblicazioni scientifiche su riviste internazionali hanno dimostrato che le diete Ma-Pi sono uno strumento di prevenzione e cura di tutte le malattie croniche», in pratica si proponeva come guaritore, ma contrariamente ai vari santoni che vediamo in trasmissioni televisive di dubbia rilevanza scientifica e giornalistica – Le Iene e Striscia la notizia -, non si accontentava di guarire una malattia specifica come il diabete o un gruppo di patologie simili come i tumori, no, lui poteva curare praticamente tutto.

Ammetteva: «[…]In Italia ufficialmente ho la licenza di terza media e quindi non posso dare pareri medici», ma il fatto di non aver nemmeno completato l’odierna scuola dell’obbligo non ha impedito a Pianesi di vantare riconoscimenti internazionali: «Nel 2007 il Presidente dell’Accademia delle Scienze della Mongolia, Prof. Baataryn Chadraa, mi ha dato la Laurea Honoris Causa come Professore di Scienze per “aver risolto alcuni problemi ambientali” nel Suo Paese e una Laurea Honoris Causa come Dottore in Medicina per “aver risolto alcune patologie” con la mia dieta».

Insomma a suo dire Pianesi era un Nobel mancato per la medicina, probabilmente vittima di complotti planetari poiché i suoi metodi di cura si fondavano essenzialmente su diete specifiche senza l’utilizzo di alcun farmaco. C’è materiale per ricamarci su un romanzo a quanto pare. Tuttavia ciò di cui si parla meno, forse per rispetto e discrezione o forse perché desta meno scandalo ed interesse sono le vittime, le numerosissime vittime. Infatti l’associazione Upm di Pianesi è diffusa in ben 15 regioni italiane anche se i suoi centri si trovano principalmente tra Marche, Romagna, Abruzzo e Lombardia, contando in tutto – secondo gli inquirenti – su 100 punti vendita e ben 90mila adepti circa. Quindi è come se Pianesi avesse sotto diretto controllo l’intera popolazione della città di Pisa.

Si potrebbe dire che tutto ciò sia frutto dell’impoverimento culturale italiano, ma questo è vero solo in parte. Nei paesi occidentali si sta diffondendo – anche come moda – l’avversione alla medicina, ai farmaci, in quanto non naturali, e quindi non sani.

Questa avversione è partita con motivazioni condivisibili, cioè contrastare gli ipocondriaci che assumono e consigliano l’utilizzo di numerosi farmaci in quantità spesso spropositate. Tuttavia la storia insegna che fin troppo spesso un estremismo finisce col crearne un altro identico ed opposto, arrivando a produrre movimenti che mettono in atto del vero e proprio terrorismo psicologico per poter pescare più adepti possibili tra le masse. E ciò funziona particolarmente bene se si promette di poter curare delle malattie a quanto pare. Vedendola in questi termini si può confermare che queste siano in effetti le dirette conseguenze di un graduale impoverimento culturale delle masse, che non riescono ad individuare la verità finendo per essere trascinati in vere e proprie truffe.

Tuttavia in questo caso a nostro parere non si può ridurre tutto al solo impoverimento culturale, vi è qualcosa di anche maggior peso nella faccenda: l’impoverimento sociale. È comprensibile che delle persone possano essere raggirate e truffate poiché prive di un bagaglio culturale di base che permetta loro di comprendere quale sia vera medicina e quale no, tuttavia queste carenze non sono sufficienti per accettare di essere ridotti in schiavitù.

Cosa veniva imposto agli adepti? Prima di tutto di seguire delle diete rigidissime, basti pensare che alcuni di essi sono arrivati a pesare anche meno di 40 kg! Ma oltre a tutto ciò vi erano anche altre regole estremamente rigide ed a tratti insensate, come alzarsi dal letto poggiando a terra un determinato piede, lasciare il proprio lavoro per “ripagare” l’impegno dell’associazione lavorando con una paga misera, isolarsi dal mondo con il divieto assoluto di utilizzo di cellulari ed internet, e le pene per i trasgressori erano punizioni corporali.

Ragionandoci sopra è chiaro che per quanto uno o più soggetti possano essere culturalmente poveri non accetterebbero mai una situazione del genere. È chiaro quindi che ci siano altre motivazioni dietro, motivazioni ben comprese dal guru Pianesi. Quando parliamo di impoverimento sociale ci riferiamo all’impoverimento di legami e connessioni sociali, all’isolamento e solitudine dei singoli che attratti dalla prospettiva di poter vivere un’esperienza di “comunità”, di unità, di condivisione finiscono per cedere anche a delle vere e proprie torture.

Tutto ciò dovrebbe farci riflettere sul fatto che la nostra società per quanto molto più ricca, ed avanzata tecnologicamente sia più povera rispetto al secolo scorso. Siamo immersi nei cosiddetti “social network” ma questi ci separano dalla vera vita sociale, ci immergono in un mondo in cui conta solo l’apparire, l’approvazione altrui, l’esaltazione del proprio ego e la denigrazione dell’altro qualora non si adegui a noi. Tutto ciò è assolutamente deleterio, porta mancanza di veri legami, mancanza di impegno del creare, rafforzare e gestire dei legami, mancanza di contatto emotivo ed empatico se non a scopo politico, in una parola conduce all’isolamento emotivo dei singoli individui. La solitudine fa male e può indurre a compiere vere pazzie come abbiamo potuto vedere.

Questa vicenda dovrebbe farci riflettere e approfondire sulle cause, sul perché sia stato possibile tutto ciò. Se un uomo con appena la licenza media è riuscito a fare tutto questo si può attribuire ai mezzi di informazione che non fanno più vera informazione socialmente utile? Sì, ma a quanto pare è frutto anche di un malessere diffuso a livello sociale e in questo caso non si può puntare il dito contro un unico colpevole se non verso sé stessi, perché nelle società occidentali in cui vige il libero mercato tutto ciò è dovuto a nostre libere scelte. Siamo noi a dare potere ai mass media seguendoli, ai social network utilizzandoli e lo sottraiamo alle nostre vite e al nostro essere, isolandoci.

 

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.

Nuova vita alla terra spenta porterà il vento

 

 

 

 

 

 

 

Nuova vita alla terra spenta porterà il vento,
e i vecchi saranno giovani ancora una volta.

L’albero di Giuda, coppa d’agata, farà bere il giglio,
e l’occhio del narciso l’anemone guarderà ispirato.

Tanta nostalgia dei luoghi sofferta, volerà l’usignolo
nel giardino delle rose, tra le voci delle donne.

Se dalla moschea me ne vado alla taverna, non ti adirare:
lungamente si protrae l’Assemblea, e l’ora s’affretta.

Oh cuore! Se la gioia dell’oggi trattieni pel domani,
resterai senza nulla, che siffatto è il tempo.

Il mese avanti il digiuno le palme ricolma di vino:
tramonterà questo sole, e non ne vedrai a Ramazan!

Preziosa è la rosa: sfiorane i petali fin quando ne porta;
sicché, come viene, già se ne va, e più non ce ne avrà.

Oh menestrello! La festa è dell’amore: intona il tuo canto!
Cosa vale cantar le cose del passato, dell’avvenire?

Per te Hafez è tornato alla dimora dei viventi:
congedati da lui, solenne, che presto passerà alla morte!

— Hafez (Khāje Shams o-Dīn Moḥammad Ḥāfeẓ-e Shīrāzī, 1315-1390), Canto della Primavera. Resa italiana di Aleksandar Nursijski.

 

La foto in alto è di Grazia Roversi.

Il “reato” di povertà e la solidarietà selettiva

Aicha Elizabethe Ounnadi è l’operatrice ecologica licenziata qualche mese fa per aver preso un monopattino dal deposito della Cidiu Servizi di Collegno, il consorzio che si occupa della raccolta di rifiuti in alcuni quartieri di Torino. Per il giudice, presso cui la donna ha presentato ricorso, il licenziamento è risultato essere un provvedimento eccessivo, tuttavia, la condotta della dipendente – ad avviso del magistrato – era stata comunque scorretta ed equiparabile ad un furto.

Per questo, sebbene abbia ordinato all’azienda di indennizzare l’ex dipendente con 18 mensilità, non ne ha disposto il reintegro.

La vicenda dovrebbe essere di pubblico dominio: la stampa – certo senza particolari fanfare – ne ha parlato, sia in occasione del licenziamento, sia più di recente, a seguito della pronuncia del giudice.

Tuttavia, ben poca solidarietà è stata manifestata alla (ex) lavoratrice.

Il fatto colpisce perché la pronuncia del tribunale del ricorso che ha negato il reintegro nel posto di lavoro, confermando la decisione di chi ha buttato per strada la moglie di un uomo disoccupato e la madre di due bambini piccoli, è giunta all’indomani di infuocate polemiche. Polemiche che avevano ad oggetto un eventuale provvedimento di licenziamento, bollato come “ideologico”, ai danni di un’altra lavoratrice. Non interessa qui soffermarsi sulla ben più nota vicenda dell’insegnante ripresa mentre inveisce contro i poliziotti, insultandoli e augurando loro la morte, nel corso di una manifestazione politica. Risultano però evidenti le differenze di approccio da parte della pubblica opinione, delle istituzioni, della stampa e persino della magistratura, nelle due vicende.

Nel caso della operatrice ecologica licenziata, infatti, a differenza di quanto avvenuto per l’insegnante sospesa, nessun comitato di giudici democratici ha vivisezionato comportamenti e motivazioni, valutato complessi combinati disposti, scomodato la giurisprudenza. E questo malgrado le testimonianze in sede giudiziale abbiano confermato che Aicha Elizabethe Ounnadi si sia limitata a portare a casa il fatale giocattolo, ricevendolo dalle mani di una collega che l’aveva prelevato dal deposito aziendale. Perché, ha spiegato la donna, colleghi e amici – consapevoli della sua difficile situazione – erano soliti regalarle vestiti dismessi e giochi per i suoi bambini.

Si obietterà che un conto è un licenziamento “per causa ideologica” un conto l’applicazione della “dura lex sed lex”. Eppure, non può non stupire la rigida interpretazione del magistrato rispetto alla condotta della (ex) lavoratrice: i giudici ci hanno abituato – in circostanze in cui la fattispecie di reato era da ritenersi ben più palese e inconfutabile – a fantasiose elucubrazioni e sentenze motivate da analisi così intrise di approccio soggettivo da rasentare la assoluta discrezionalità.

Non solo. Come è stato rilevato da alcuni, un approccio ideologico è riscontrabile anche nel provvedimento di chi stigmatizza il bisogno, l’indigenza e le difficoltà di una persona, forse ingenua, ma non certo disonesta.

Le difficoltà e il tentativo di affrontarle con una certa dignità diventano non più e non solo motivo di compassione ed empatia, ma, al contrario, di censura e di sanzione.

E se pensate che queste valutazioni siano esagerate e de-contestualizzate, pensate che è di questi giorni la decisione della giunta comunale di Genova di sanzionare coloro che rovistano tra i rifiuti. A dispetto dei mille distinguo e delle tante rassicurazioni fornite da sindaco e assessori, si resta basiti di fronte a un provvedimento che punisce con una sanzione pecuniaria chi si rende “colpevole” di un comportamento a cui può essere costretto solo dalla fame o dall’estremo bisogno. Stupisce e spaventa pensare che di fronte ad un simile comportamento, sia ritenuto prevalente l’interesse al decoro di strade e città, piuttosto che la tutela di un essere umano che deve ricorrere agli scarti altrui per sfamarsi. Qualunque siano i motivi che spingono qualcuno a rovistare nell’immondizia, sono le cause di quel comportamento che vanno individuate e risolte.

Ma tant’è: anche la notizia del provvedimento della giunta di Genova non ha avuto chissà quale risonanza. Il timore è che l’interesse, lo sdegno, le barricate e persino le manifestazioni di sostegno, siano fatalmente condizionate alla capacità di identificarsi con la vittima di un presunto abuso. Specie se tale abuso evoca concetti e richiami – quelli si profondamente ideologici e ideologizzati – che hanno un appeal irresistibile per chi si fa portatore di certe narrazioni politiche totalmente svincolate dalla realtà di ogni giorno.

Con una mamma lavoratrice che trova nella spazzatura un giocattolo rotto che non potrebbe permettersi di comprare nuovo per il suo bambino, evidentemente, non si identifica quasi nessuno.

Né col pensionato o col disoccupato che rovista nel cassonetto.

Loro evocano una narrazione contraria a quella fortemente voluta e spinta: smascherano la dimensione terribile di un Paese alla canna del gas, di una ripresa che non esiste se non nei titoli di alcune testate. Ricordano ai benpensanti quelli che sono i veri problemi che le persone normali, senza un posto pubblico, sindacati e ribalta mediatica patinata vivono ogni giorno. Loro non hanno accesso né a tutele legittime, né a manifestazioni di solidarietà, che vengano dal basso della pubblica opinione o dall’alto del mondo politico e intellettuale.

Possono solo sparire in silenzio, come avvenuto qualche giorno fa nel Salernitano ad un uomo di 48 anni, trovato cadavere nella sua casa, dove viveva senza energia elettrica e senza cibo, morto solo, ucciso dal freddo e della fame.

 

La foto in alto è dell’autrice dell’articolo, Federica Poddighe.

Sì, questa è una caccia alle streghe

Con la magia non si scherza

La nostra storia comincia nelle aule della Scuola primaria di Mocasina, frazione di Calvagese della Riviera, un bel paesino bresciano poco distante dal Lago di Garda. Succede che una delle mamme degli alunni che frequentano la prima elementare viene a sapere che in classe è successo qualcosa di strano. Protagonista di questa strana vicenda sarebbe una educatrice di nome Ramona Parenzan, in arte Romilda, che si fa chiamare “strega sincretica interculturale”. Cosa significa, lo scopriremo dopo.

La “strega sincretica interculturale” si è presentata in una scuola elementare di Villongo l’8 febbraio 2018, poi alla primaria Corridoni di Brescia il 17 febbraio, quindi a Sant’Angelo Lodigiano il 20 febbraio. Una sorta di tour, ma di tour di che cosa? Cerchiamo di scoprirlo, partendo dalla testimonianza di questa madre che ha rilasciato le sue dichiarazioni al giornale La Nuova Bussola Quotidiana. “Lunedì 26 febbraio Parenzan è entrata nella prima elementare frequentata da mio figlio all’insaputa di tutti i genitori. Lo abbiamo scoperto dai nostri figli” ha sostenuto la donna.

Ma che faceva Ramona Parenzan nella scuola elementare? Un progetto come i tanti che vengono organizzati dalle maestre nel corso dell’anno scolastico, per facilitare l’apprendimento dei bambini e per snellire le lezioni?

Non è del tutto chiaro. Sappiamo che la Parenzan è laureata in filosofia ed è anche autrice di libri per adulti e per bambini. In una lettera aperta che, secondo il quotidiano Next, la Parenzan ha inviato alla scuola di Mocasina molti anni fa (era il 2000) diceva di occuparsi di un tema difficilmente qualificabile, l’intercultura, “sia come insegnante di italiano per adulti e minori stranieri, sia, infine, come formatrice presso scuole di ogni ordine e grado”. Secondo quanto spiegato dalla professoressa Sabina Stefano, dirigente dell’istituto di Beidzole (Brescia), a Next Quotidiano, “laboratorio della Parenzan avrebbe fatto parte di un percorso educativo promosso dalla biblioteca comunale di Calvagese.

Un laboratorio interculturale per avvicinare i bambini ad altre culture.

“Laboratorio interculturale”, un nome che dice tutto e dice nulla. Nonostante in queste ore numerosi quotidiani, fra i quali Next e L’Espresso Repubblica, si siano prodigati per ridicolizzare le richieste di chiarimento da parte di numerosi genitori, non uno dei loro articoli chiarisce effettivamente che cosa avrebbe fatto di preciso Ramona Parenzan nel corso di queste lezioni.

Sul punto torna la stessa Parenzan che spiega i suoi obiettivi ed il suo lavoro partendo da una delle favole da lei scritte, la storia di Mariama e la Balena. Il laboratorio “è finalizzato perlopiù a promuovere la conoscenza di storie, ritualità culturali (natural chalk sul volto di origine nigeriana e non solo) e narrazioni tratte dalla favolistica popolare di differenti Pesi (perlopiù Asia e Africa). Le narrazioni sono state da me performate all’interno di uno sfondo integratore “magico e immaginoso” molto gradito dai bambini che insieme a me hanno simulato un viaggio attraverso 4 Paesi: Afghanistan, Pakistan, Gambia e Sudan cantando, danzando e ascoltando fiabe che ospitano codici e valori comuni e universali (la gentilezza, la generosità, la mitezza etc)”.

Uno sfondo magico ed immaginoso, come lo definisce lei, un viaggio situato, valori comuni ed universali. È tutto così splendente di luce che siamo quasi accecati.

Cosa abbiamo capito fino a questo momento di quello che fa Ramona Parenzan? Esatto, proprio nulla. È tutto molto oscuro, nebuloso, fumoso. Non si capisce bene che cosa sia questo laboratorio interculturale, in cosa consista, che scopi abbia, a che cosa verta, e soprattutto come vengano condotti questi laboratori nella concretezza della realtà materiale.

Ora però gli adulti hanno avuto modo di parlare, e noi andiamo a chiedere ai bambini cosa è successo durante quel famoso (e misterioso) laboratorio.

Cosa ci dicono i bambini

Una delle mamme dell’istituto di Mocasina (hanno chiesto tutte a La Nuova BQ di mantenere l’anonimato) ha raccontato ad un’altra mamma che il figlio le avrebbe rivelato che durante la lezione la strega Romilda avrebbe dato loro degli amuleti. Non solo: avrebbe chiesto ai bambini di mantenere il segreto sugli amuleti stessi, cioè di non dire ai genitori che ne erano in possesso.

La donna a questo punto si preoccupa. “Ho chiesto a mio figlio se fosse vero” sostiene. Il bambino allora le ha mostrato una conchiglia che teneva sotto la federa. “La strega aveva detto loro di soffiare sull’amuleto, di metterlo sotto il cuscino e di esprimere un desiderio non materiale senza raccontare nulla ai genitori, solo così si sarebbe avverato tre giorni dopo”.

Comprensibilmente, la donna si arrabbia. C’è qualcosa nella narrazione dei due bambini che è ben diversa da quello che si immagina potrebbe accadere durante un laboratorio interculturale. Cosa c’entra la stregoneria, un amuleto, il desiderio non materiale con la conoscenza di altre culture?

La storia degli amuleti sembra mettere a disagio anche i bambini. Secondo quanto racconta la donna, il figlio durante le notti che ha dormito con l’amuleto “ha sanguinato dal naso sporcando tutta la federa, un altro bambino dal giorno dopo la visita della strega ha cominciato a svegliarsi agitato la notte e a non dormire. Un altro ha fatto due volte la pipì a letto”. Un’altra mamma ha raccontato che il figlio, quando lei l’ha costretto a rivelare se avesse anche lui un amuleto, “si è arrabbiato dandole della cattiva, perché per colpa sua non si sarebbe realizzato l’incantesimo”. 

Gira anche la voce di una pozione magica che la donna avrebbe fatto bere ai bambini. “Ci proibiscono di portare a scuola qualsiasi cosa che non sia sigillata e questa donna ha dato da bere e da mangiare cibo e bevande contenute in un termos ai nostri piccoli. È una cosa grave e contraria alle norme Asl”. In più, sul profilo social della sedicente strega comparivano, secondo le mamme, le foto dei bambini senza consenso dei genitori.

Consenso: ecco il grande assente di tutta questa storia. Nessuno dei genitori era a conoscenza di questi laboratori e del loro strano contenuto. Secondo la scuola “La coordinatrice delle prime elementari non sapeva nulla del progetto” ma secondo la Parenzan, invece, la scuola sapeva benissimo di questo progetto ed era tutto in regola.

L’autodeterminazione a singhiozzo

Cos’è il succo di tutta questa storia? Crediamo forse che i bambini possano restare traumatizzati dall’aver ricevuto un amuleto e dall’aver bevuto una pozione dal contenuto indeterminato? Il problema è ben più ampio. Tocca la sfera della spiritualità nell’ambito scolastico (anche se in questo caso sarebbe più corretto parlare di esoterismo).

Viviamo in un’epoca che si sta sterilizzando sempre di più sotto questo punto di vista, che separa anima e corpo e vuole tenere gli affari religiosi fuori dalle istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado. La laicità è vista come valore: “Fuori la Chiesa dalle mie mutande!” è lo slogan delle femministe. E che dire di “Fuori la Chiesa dalle scuole!”. Ok, fuori la Chiesa dalle scuole.

Tutto questo scandalizzarsi per un segno di croce fatto da una classe di bambini delle elementari non si riscontra dopo quello che è avvenuto nella scuola di Mocasina. Anzi. Sembra che la creme de la creme degli intellettuali, degli antifascisti e degli atei duri e puri (o dovremmo semplicemente chiamarli anti-cristiani?) si sia schierato senza se e ma dalla parte della sedicente strega.

Eppure appare ben chiaro che Ramona Parenzan non sia una semplice educatrice, magari un po’ stramba, ma pur sempre un’educatrice. Ma come! L’Espresso, Next Quotidiano, da sempre così efficaci nello scrutare in profondità i profili social degli assassini leghisti di turno, non si sono forse accorti che Ramona Parenzan si definisce “strega sincretica interculturale”? Non si sono resi conto che il suo approccio al tema dell’intercultura è ben impregnato di altro che non semplicemente di narrazione di mondi diversi? Non hanno tenuto per niente da conto le testimonianze dei bambini – una intera classe con amuleti sotto il cuscino? -.

Mistero.

Il mistero rimane anche se riflettiamo su quanto era accaduto qualche mese fa all’università di Macerata, quando una professoressa aveva chiesto agli studenti che volevano unirsi di recitare con lui un’Ave Maria. In quel caso tutto il mondo “intellettuale” si era rivoltato contro Clara Ferranti, la professoressa in questione, accusata di violare la laicità della scuola.

Ma se ciò vale quando si invitano dei ragazzi di 20 anni a recitare una preghiera, non è ancora più grave imporre a dei bambini di bere pozioni e di conservare amuleti chiedendo loro – forse questo è l’aspetto più inquietante – di tener nascosto ai genitori il tutto? E anche se questa fosse stata solo una piccola parte del ‘laboratorio’ culturale, non sarebbe comunque grave, o almeno strano, o almeno sospetto? Il mondo intellettuale non tace, ha deciso di parlare, ma schierandosi dalla parte della nostra strega Romilda. Colpevole di aver portato l’innocua bontà della magia in un mondo di bigottissimi cristiani cattolici che credono nella Croce anziché negli amuleti e nelle energie.

 

L’immagine di corredo è dell’autrice dell’articolo, Grazia Roversi.

La crisi dell’uomo occidentale

Certo, donna, tutto quello che dici è caro anche a me, ma avrei molta vergogna dei troiani e delle troiane dai lunghi pepli se restassi come un vile lontano dalla guerra. Né l’anima mia lo vuole: ho imparato a essere sempre coraggioso e a battermi nelle prime file dei troiani con grande gloria per mio padre e per me”.

I versi sopra riportati sono tratti da uno dei passi più celebri dell’Iliade: Ettore, il più valoroso tra i combattenti di Ilio, saluta per l’ultima volta la moglie e il figlioletto. I suoi doveri verso la patria e la famiglia, che gli derivano dall’essere uomo, soldato e principe, gli impongono di affrontare in prima persona il più temibile nemico, figlio di una dea. Nonostante le umane e comprensibili richieste della moglie Andromaca, Ettore non si tira indietro, anche se sa che il suo destino è segnato, e che da quello scontro non uscirà vivo. (1)

Nei poemi omerici, miti fondanti della civiltà europea, è già delineato un tipo umano maschile che avremmo ritrovato perpetuato nei secoli, soprattutto nel medioevo cristiano: il cavaliere. Coraggioso, padrone di sé, protettore dei deboli e avverso ai prepotenti. I cosiddetti “monaci guerrieri”, i religiosi che avevano il compito di proteggere i pellegrini cristiani in terra santa, sono state forse le figure più virili della storia: forti nello spirito, ma forti anche nel braccio, che all’occorrenza sguinava la spada. I più famosi furono i cavalieri templari, anche per le leggende più o meno interessanti sorte intorno alla loro tragica fine. Giusto per citare un’esperienza tra le tante.

Rispondere alla domanda “Cos’è rimasto nell’occidente post-moderno del vir, dell’uomo guerriero?” di certo non è facile, e necessiterebbe di un libro a sé e non di un breve articolo. Tuttavia possiamo rilevare che l’allarme lanciato da sociologi, psicologi e psichiatri (2) è che di questo uomo virile, “dominatore di sé prima che dominatore di altri”- per dirla con le parole di uno che di guerre se ne intendeva (3)- non è rimasto niente. O quasi.

Un caso che ha fatto discutere, e che può forse essere elevato a paradigma, è il fatto di cronaca avvenuto in alcune città tedesche la notte di Capodanno di due anni fa, e di cui “Le Fondamenta” si è già occupato (4): centinaia di donne vennero molestate da stranieri ubriachi, mentre gli uomini autoctoni risultarono… non pervenuti. Un caso limite, certo, ma indicativo di una tendenza. E’ mancato il richiamo dell’istinto, del naturale effetto del testosterone che porta alla difesa del territorio; ma anche e soprattutto della consapevolezza di dover difendere le figure più vulnerabili della proprio comunità di appartenenza, in base al ruolo che gli uomini avevano (avrebbero dovuto avere) nella comunità stessa.

Nella società occidentale attuale-senza generalizzare, ma rilevando una tendenza, come detto, già denunciata da più voci-si sta realizzando una crisi d’identità dell’uomo, nelle sue varie sfaccettature.

Se quella del cavaliere può sembrare una figura anacronistica (sebbene a volte, a quanto pare, potrebbe essercene ancora bisogno) la stessa cosa vale ad esempio per l’uomo visto come padre. Il numero sempre maggiore di divorzi ha fatto crescere un’intera generazione di figli, di fatto, senza la presenza costante della figura paterna. Stando ai numeri, infatti, in Europa occidentale molti nuclei famigliari sono composti solo da “ragazze madri” o donna divorziata con figli. Ciò, non senza danni per il sano sviluppo psicologico di questi bambini, che abbisognerebbero dell’esempio del padre per meglio confrontarsi col mondo esterno.

D’altronde, nel contesto di una società in cui imperversa un femminismo aggressivo, volto a colpevolizzare l’uomo in quanto tale, e in cui sta prendendo pericolosamente piede la cosiddetta “ideologia di genere”, che sostiene che non ci sono distinzioni tra i sessi, né legami tra il sesso e la natura, in quanto il sesso stesso non è appunto un dato naturale ma una costruzione sociale (5) che dipende dai capricci di ognuno, non ci stupiamo se l’uomo nelle sue declinazioni storiche e naturali più immediate, quelle di pater e milis, sia in crisi.

Non che gli uomini, però- e giungo alle conclusioni finali- non siano corresponsabili di quanto sta accadendo. Siamo noi- o forse tanti di noi, non tutti, deo gratias– che abbiamo abdicato al nostro ruolo, che abbiamo creduto che il principio di autorità equivalesse davvero all’autoritarismo (eh, è più facile non avere responsabilità); che la virilità non fosse controllare se stessi, le proprie pulsioni, le delusioni della vita; il misurarsi senza paura coi forti o il proteggere i deboli; ma al contrario che questo concetto si esaurisse nel depilarsi, nel palestrarsi, nel farsi le lampade.

L’uomo non educato a essere uomo, però, può essere anche molto pericoloso e non solo per gli effetti a lungo termine che può subire una società devirilizzata. Non voglio addentrarmi nella questione sociologica del femminicidio (molti contestano il termine stesso, in quanto la maggior parte dei morti ammazzati sono uomini), ma certo i casi di uomini-eunuchi, bamboccioni non in grado di accettare con forza le avversità della vita (un rifiuto, un abbandono) che uccidono la compagna/moglie sono tanti e sono all’ordine del giorno (6). Anche questo potrebbe essere messo nel conto delle conseguenze di quella che ormai possiamo chiamare crisi dell’uomo occidentale.

 

 

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.

(1) dal canto VI dell”Iliade

(2) Alcuni titoli in ordine sparso: C.Risè, “Il maschio selvatico”; R. Cortina, M.Recalcati “Cosa resta del padre”; L. Zoja, “Il gesto di Ettore”

(3) tratto da “Militia” di Leon Degrelle

(4) http://www.lefondamenta.it/2018/01/14/violenze-sessuali-colonia-doverano-gli-uomini/

(5) ideologia di genere che di certo non dispiace alle lobby economiche mondialiste, che dalla nascita di un essere privato non solo dell’identità etnica e religiosa, ma anche di quella sessuale, cioè di un individuo monade, privo di legami, avrebbero solo da guadagnare, in quanto rappresenterebbe il prototipo del perfetto consumatore. Sul tema tra l’altro si può leggere “Unisex” di G. Marletta

(6) tema delicato e discutibile, ma qui affrontato con lucidità da M. Blondet http://www.iltimone.org/news-timone/il-mostro-palestrato-e-abbronzato-in-noi-perch-il/

A votare ci sono andato

Saranno state le sette di mattina quando il telefono di casa ha preso a squillare. Subito mi sono alzato e, ancora insonnolito, precipitato a rispondere.

— Pronto?

— Tovarišč Nursijskij? Sono il presidente Putin. Scatto sull’attenti.

— Jest’, tovarišč prezident. Agli ordini!

— Ascoltami bene: devi correre subito al seggio e votare… Una voce mi chiama.

Mi sveglio, per davvero. Che diavolaccio! — penso — Speravo almeno in Putin, ma non ha finito di dirmi chi votare. Quella di ieri è stata una lunga notte. Ho letto tutti i programmi, di tutti i partiti; tranne, ovviamente, di quello che non posso votare neanche se costretto.

Con la mente sono tornato più volte tra la fine degli anni ’80 e i primi ’90, ho rivisto gli ultimi comizi, le ultime riflessioni del mio Presidente. Il luogo del suo ultimo riposo è lontano da qui, all’ombra degli olivi e delle palme da dattero; accanto a un pozzo d’acqua, che è vita in quel deserto che è da sempre il ricovero dei saggi.

Qui abbiamo un Pinocchio, il conte Gentiloni-Silveri; abbiamo un Grillo parlante, abbiamo il Cavaliere di Arcore e una strega col turbante che mangia bambini e spaccia improbabili elisir e infusi nella sua grotta sul Monte Citorius. Abbiamo anche tanti gnomi nostalgici del Condottiero nero e tanti elfi con le stelline rosse che fanno muro contro i primi e contro incubi (spaventosi, ma eterei) di un passato mitologico che non sembrano conoscere. Sembrerebbe, il nostro, il paese delle favole. Invece è solo un grande paese nelle mani di governanti da barzelletta.

A votare ci sono andato.

Davanti alla scheda ho ripensato a una grande bandiera rossa che ogni Primo maggio gli operai di Terni issavano sulla montagna che sovrasta la città. Molti di quegli operai, quella forza dirompente che plasma le epoche, quelle braccia e quella volontà che imbrigliano l’acqua e forgiano l’acciaio, quelle coscienze rosse e immacolate come il Sol dell’avvenire — che mai tramonterà sulla Città dell’acciaio — voteranno in massa contro il ‘votate bene’. Voteranno in massa contro un partito erede di comunisti e democristiani, che un tempo si facevano giusta concorrenza a governare il paese; non come oggi a leccare per primi, sotto la stessa bandiera, i piedi dello stesso Padrone.

Probabilmente ha ragione l’intellighenzia: forse il popolo delle fabbriche, quello che si spezza la schiena durante otto ore per portare a casa la pagnotta, non capisce che precarietà, sacrifici e il cambiare lavoro ogni cinque minuti sono cose buone e nel loro interesse. Forse è colpa degli hacker russi se i vecchi operai ternani hanno la nostalgia di un tempo in cui, almeno, non bastava una scusa per licenziarli e per mandare i loro figli a elemosinare un posto di lavoro in giro per l’Europa. Forse Mentana non ha fatto in tempo a ‘blastarli’, e quelli obbediscono ancora al malvagio buonsenso.

Ho ripensato a una frase in greco che ho letto ieri, ritenendola un presagio: «ci vergognammo di aver noi tradito gli dei e gli uomini». Non ho idea di chi l’abbia detta, perché l’ho letta su una grammatica; ma descrive perfettamente quel che ho sentito nella cabina elettorale davanti alle mie schede, obbligato all’inevitabile decisione.

Uscito dal seggio, quelli del picchetto mi hanno chiesto:

— Hai votato bene, Lesà? Non so se ho votato bene.

— Sicuro! — E tanto basta.

— Ho votato in c**o a voialtri!

 

 

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.

Non tutto ciò che è legale è giusto: i figli non sono cose

Quello della maternità surrogata è uno dei temi etici e biogiuridici più controversi degli ultimi anni, in grado di interrogare chiunque circa la sacralità della vita e l’opportunità della produzione “su richiesta” di figli, soprattutto quando riguarda coppie omosessuali.

La maternità surrogata consiste in una tecnica di riproduzione alla quale ricorrono le coppie nelle quali le donne non possono portare a termine una gestazione – ad esempio per motivi di salute – o le coppie di omosessuali maschi. La procedura, in sintesi, prevede che un embrione venga impiantato nell’utero di una donna – la c.d. madre surrogata – la quale si impegna a consegnare il figlio alla coppia subito dopo il parto.

Uno “scambio” disciplinato da un contratto, che in Italia è espressamente vietato dall’art. 12 della legge n. 40 del 2004, il quale dispone che “chiunque, in qualsiasi forma, realizza, organizza o pubblicizza la commercializzazione di gameti o di embrioni o la surrogazione di maternità è punito con la reclusione da tre mesi a due anni e con la multa da 600.000 a un milione di euro”.

In Italia la pratica della maternità surrogata è quindi esplicitamente vietata, ma altri Stati hanno leggi assai più permissive. Paesi come Canada, Ucraina, Stati Uniti, ad esempio, permettono di accedere alla maternità surrogata con pochi limiti (e questo spiega perché alcune coppie – omosessuali o eterosessuali – particolarmente facoltose si rechino in queste nazioni per trovare la madre surrogata e concludere il contratto secondo le leggi vigenti). Se in Italia la disciplina è chiara sul punto, rimane però aperta la strada ad una regolarizzazione de facto dell’utero in affitto, nell’ipotesi del riconoscimento del bambino come figlio della coppia.

La regolarizzazione de facto

Per coloro che fanno ricorso a queste tecniche riproduttive all’estero, il rischio più concreto è che la paternità e la maternità del bambino non siano riconosciute dalla legge una volta fatto ritorno in Italia.

Ma nella realtà dei fatti, basta un piccolo trucco per essere perfettamente in regola con la legge.

La maternità surrogata apre una spaccatura fra il brocardo “Mater semper certa est” e la realtà dei fatti, in quanto la formazione del certificato di nascita del bambino nato da maternità surrogata tiene conto solamente dei genitori-committenti, non certo della madre naturale.

Così, se una coppia si reca negli Stati Uniti per usufruire della maternità surrogata, l’atto di nascita del bambino – che indicherà come padre e madre i committenti – non menzionerà la madre naturale, e poiché il certificato di nascita formato negli USA nel rispetto delle leggi del luogo (secondo la Convenzione dell’Aja del 1961) è valido anche in Italia, quel certificato sarà completamente regolare e riconosciuto anche in Italia. Di conseguenza i due committenti, una volta tornati in Italia, risulteranno i genitori naturali del bambino. Ecco come, nella pratica, la legge italiana consente di aprire uno spiraglio all’utero in affitto.

Sotto questo punto di vista, l’eccezione rimane quella delle coppie omosessuali, nel cui caso solamente il nome di uno dei due può essere indicato come genitore, mentre l’altro non risulterà nel certificato di nascita del bambino.

Quid iuris se invece la procedura dell’utero in affitto viene eseguita in un Paese nel quale la materia non trova una puntuale regolamentazione? In questo caso sul certificato di nascita il bambino può risultare figlio della donna che l’ha partorito e di uno dei committenti, ma potrebbe risultare anche solamente come figlio della portatrice. E in genere questi – soprattutto nell’ipotesi che l’ovulo fecondato sia proprio quello della donatrice e madre surrogata – sono anche i casi più tragici, dove è possibile che il bambino venga conteso e sia oggetto di lunghi procedimenti giudiziari. I problemi giuridici connessi al tema della maternità surrogata non sono certo terminati: vi sono anche quelli connessi al riconoscimento o meno del figlio.

La giurisprudenza di merito italiana aveva già avuto modo di commentare il caso di una coppia che si era rivolta ad una madre surrogata in Ucraina. I giudici italiani avevano sottolineato che l’ordinamento interno italiano, come quello ucraino, valorizza il “principio di responsabilità procreativa” e di conseguenza “il coniuge che abbia dato l’assenso (…) alla nascita di un bambino tramite fecondazione eterologa (…) non può esercitare l’azione di disconoscimento, per avere assunto la responsabilità di questo figlio, e ne diviene genitore nonostante lo stato civile del neonato venga determinato in maniera estranea alla sua discendenza genetica”.

Il “diritto al figlio”, fra giusnaturalismo e diritto positivo

La disciplina della maternità surrogata è sicuramente materia di bio-diritto, concernendo valutazioni mediche e genetiche oltre che legislative. Ma è in primis una materia dal forte impatto etico, che sta facendo discutere, soprattutto in vista della costante regolarizzazione che i tribunali italiani concedono alle coppie che vi hanno fatto ricorso all’estero.

Nonostante la legge italiana vieti la surrogazione di maternità, il tema è scottante e richiede una comprensione che vada oltre il mero dato normativo per affondare nelle connessioni sempre più fragili fra diritto ed etica.

O meglio, è dello scollamento fra diritto positivo e diritto naturale che si tratta: quell’idiosincrasia fra giusnaturalismo – o ius naturale, il qualepresuppone l’esistenza di una norma di condotta intersoggettiva universalmente valida e immutabile” come può essere il diritto di un figlio ad una madre e un padre (e non viceversa) – e diritto positivo, quello formulato dall’uomo e in grado di mutare a seconda delle contingenze storiche, sociali, politiche della comunità umana.

Il tema ci interroga profondamente sulla possibilità o meno di attribuire, ma in maniera chiara ed inequivoca, dei diritti anche al nascituro. La domanda è: nel momento in cui gli aspiranti genitori desiderano un figlio, lo concepiscono come soggetto che ha dei diritti o come oggetto di diritto?

Il figlio è il prodotto di un sogno, visto come ‘un diritto vero e proprio della coppia’ negato dalla natura ‘matrigna’, o è un forte desiderio al quale ci si approccia tenendo conto dei limiti della natura umana? Non che il tema non sia ricco di contraddizioni e di dubbi, posto che non si vuole sindacare il legittimo desiderio di una coppia di stringere a sé un figlio.

Ma trattandosi di persone adulte, si è almeno in grado distinguere il desiderio da ciò che è senza dubbio dovuto e che quindi bisogna poter ottenere a tutti i costi? Possiamo veramente ritenere, al netto di ogni considerazione etica, che il figlio sia solo il prodotto ultimo di una raffinata catena di montaggio? La risposta del giusnaturalismo è che non possiamo ritenere un figlio solamente come oggetto di desiderio ma creatura umana dotata di diritti.

Diritti che – vale la pena specificare – sussistono anche solo in relazione al figlio come ‘idea’. Così, quando una coppia sogna un bambino… sogna suo figlio: riconoscendo così al nascituro il diritto di avere un padre ed una madre, che sono coloro che lo hanno desiderato, concepito, amato, fatto nascere e crescere.

Invece la maternità surrogata consiste in uno snaturamento dell’humanitas e dei basilari principi di diritto naturale. Non solo perché si fa ricorso ad un soggetto terzo che ospita nel proprio corpo un bambino per nove mesi, per poi partorirlo e consegnarlo ai committenti, ma perché rende artificiale e privo di senso quel percorso inderogabile che è la gestazione, il diritto del figlio a sentirsi amato dal primo all’ultimo momento e, in ultima istanza, il diritto al figlio ad avere come genitori… i suoi genitori naturali.

Come può il ragionamento alla base della surrogazione essere “lo possiamo fare perché la scienza o la legge ce lo consentono”? Un pensiero di questo tipo ci rimanda alla diatriba secolare fra il primato del diritto positivo e del diritto naturale: non tutto ciò che è legale è giusto.

Il diritto naturale ha tutti gli strumenti necessari (e umani!) per sbarrare la strada ad un istituto come quello dell’utero in affitto. Giacché se è vero che il corpus delle norme che regolano la vita sociale in uno Stato è soggetto a mutamenti nel corso del tempo, a limature che seguono l’evolversi della sensibilità e della vita civile, è anche vero che la legge non ha alcun motivo di porre un inesistente ‘diritto al figlio’ prima ancora del diritto del figlio ad avere una madre ed un padre – diritto, quest’ultimo, che affonda le sua radici in una secolare tradizione giuridica che possiamo riassumere nell’assunto ‘interesse del minore’.

Non ci resta che riflettere sulla portata che la regolarizzazione de facto dell’utero in affitto ha nell’ordinamento italiano, e sul rischio concreto che sotto le pressioni dei partiti più radicali in un futuro prossimo esso possa trovare una disciplina anche in Italia.

Basterebbe radicare profondamente nel nostro cuore e nella nostra mente quel richiamo di Abramo Lincoln che diceva, semplicemente e solennemente al contempo: “Nessuna legge mi dà il diritto di fare ciò che è sbagliato”.

 

L’illustrazione in alto è dell’autrice dell’articolo, Grazia Roversi.